domenica 1 maggio 2016

E CCHI JÈ ARTI DI PINNA…?

L'arti di pinna era la capacità di saper scrivere e ovviamente anche di leggere.

Tale espressione che io da giovane sentivo spesso ripetere aveva perso però il significato specificatamente originario dei tempi precedenti all'Avviso pubblico del 1864 emanato dal Comune di Castrogiovanni, oggi Enna,  riprodotto in calce, che, in mancanza d’altro a noi più prossimo, tengo quale punto di riferimento del mutamento culturale avvenuto nella nostra terra e non solo.

 Ad avere questa abilità di scrittura fra la popolazione fino all'Unità d'Italia erano in pochissimi: notai, avvocati, sacerdoti, maestri, figli di genitori benestanti, altri giovani che dopo qualche anno di studi in seminario avevano rinunciato a prendere i voti. (Parlando di questi ultimi si era soliti dire che "avevano rubato gli studi al Vescovo").

Per quasi tutto il resto della cittadinanza tale competenza era soltanto una irraggiungibile meta.

Erano i tempi in cui persino molti benestanti rimanevano analfabeti e così, spesso per non fare conoscere questa loro comunissima incapacità, non firmavano nemmeno gli atti  pubblici, facendo apporre al connivente notaio, la nota: “Non sottoscrive perché galantuomo”.

L'espressione citata nel titolo del post era comune ne
i casi in cui qualcuno mostrava forte incertezza nel portare a termine un certo compito e il compagno, che se ne reputava capace, si meravigliava fortemente, dal momento che non si trattava di un'abilità complessa come l'arte dello scrivere.

Lo scopo precipuo del nostro blog resta sempre quello di far conoscere, alla presente e alle successive generazioni, quali erano i modi di vivere di quanti ci hanno preceduti su questo territorio e non solo.

Non tutti però i conoscitori di tale rara "arte" necessariamente si rivelavano dei fortunati, forse perché molto spesso l'insuccesso derivava da  inabilità personali.

Quand'ero giovanissimo sentivo parlare tanto "do maistru menza lira", un poveretto a cui "l'arti di pinna" non poté tanto giovare. Io non ebbi modo di conoscerlo direttamente perché aveva lasciato questo mondo poco prima che io nascessi, solamente conobbi l'anziana sorella, ch'era mia vicina di casa. Era chiamato "maestro" solamente perché sapeva leggere e scrivere, ma per il resto non ebbe nemmeno un incarico minimo al Municipio, quale poteva essere quello di messo,  o essere assunto quale scritturale alla contabilità di una delle tante miniere nel nostro territorio.

L'eccezionale "allittratu" si  dava da fare la sera per impartire qualche sporadica lezione privata a qualche rarissimo volenteroso lavoratore di miniera, ansioso di lasciare  quella pericolosa attività: la ricompensa pecuniaria ovviamente era da giudicare assai scarsa, dal momento che la stessa era stata accorpata al nomignolo.

Il poveraccio esercitava anche attività di doposcuola a rari bimbi di famiglie benestanti: la signora M., nota a Villarosa per la sua pubblica funzione, mi parlava, tempo addietro, pure delle lezioni impartite a suo tempo dallo stesso alla sua defunta madre e della circostanza che il tapino uomo di lettere all'ora del pranzo ogni tanto si presentava con qualche scusa in casa dei piccoli clienti, con l'intuibile speranza che i genitori lo invitassero a mensa dicendogli: "a ppiacissi!"
È il caso di menzionare il noto motto latino: "Litterae non dant panem"

La fine do maistru menzalira fu assai tragica. Un mattino d'inverno il poveretto fu trovato morto sul suo letto vittima do fitu do carbuni, come era inteso popolarmente l'ossido di carbonio.

Rimase il tragico dubbio: fu  una disgrazia o comprò, con l'ultima mezza lira stentatamente guadagnatasi, il carbone per il braciere, lasciato acceso durante la lunga notte, per porre fine, con un espediente indolore, alla sua triste e misera esistenza?

Torniamo al problema scolastico come fatto sociale, che dopo l'Unità d'Italia, molto lentamente si avviò.

Il primo Ottobre di uno degli ultimi anni ‘30, si apriva a molti giovanissimi villarosani il primo giorno di scuola elementare nel nuovo plesso "Silvio Pellico", chiamato da tutti per antonomasia "Palazzo scolastico". Prima d'allora le poche aule esistenti erano sparse in varie aree cittadine, solamente la parallela al corso Regina Margherita a salire, partendo a ridosso della sacrestia della Matrice, porta ancora il nome di "Via Scuole", perché vi erano situate più di una classe nel suo tratto.

Non ho notizie specifiche dell'istruzione nel nostro paese in tempi precedenti all'Unità d'Italia, ma il detto da me raccolto dalla viva voce dei nostri più anziani cittadini, qui anni addietro postato, "Granni Ddì quant'è rranni sta Tàlia, jiu a l'Armena e sempri Tàlia jera", lascia intuire qual era la cognizione geografica e politica del nostro popolo.

Circa trent'anni fa nell’ufficio del Direttore del Circolo "S.Chiara" di Enna, notai incorniciato e appeso alla parete un esemplare dell' annuncio in fondo riportato. Chiesi al collega se gentilmente ne potevo avere una riproduzione; lì per lì fece tirar fuori lo storico avviso dalla cornice e cortesemente me ne consegnò la fotocopia.

Ovviamente nel periodo post-unitario sarà stato emanato un corrispondente annuncio nel nostro Comune, ma dal momento che non ne siamo in possesso e per dare un'idea storica dell'avvenimento che concluse il lungo periodo d'ignoranza diffusissima, invito i nostri lettori a leggere l'omologo ennese, con la viva preghiera di rifletterci sopra, tenendo presente che lo spirito socio-culturale di tali iniziative era analogo in ogni città e in ogni comunità, piccola o grande che sia.



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