mercoledì 7 dicembre 2011

A MEZZANNOTTI

Propongo ai villarosani e non solo questa splendida poesia di De Simone poco nota al pubblico degli amatori che si sofferma allae più comuni.
 La poesia non avrebbe bisogno di commento in quanto si intuiscono i termine siciliani anche se essi sono lontani dei nostri giorni, ma voglio far presente alcuni particolari. Il tempo descritto è quello antecedente alla mia nascita, in quanto si parla ancora dei lampioni ad olio: la corrente elettrica arrivò a Villarosa nei primissimi anni ’30 e a Villapriolo dopo la seconda Guerra Mondiale. 
  A mezzanotte, ed anche a mezzogiorno, l’orologio della torre in piazza, e questo fino a tutti agli anni ’50, batteva 100 colpi. L’orologio, oggi è comunissimo ma allora era , insieme alle campane, il riferimento della gente che non si poteva permettere un "cipollone", il grosso orologio da tasca. La torre civica scandiva i momenti della giornata, della nottata e dava l’ora di alzarsi per andare a lavorare. I lampioni erano un picciu, cioè una debole luce. Le immagini sono bellissime: la luce d’una finestra che si spegne e un’altra si chiude con rumore. Gatti e cani che vagavano per cercare cibo. Col buio le stelle erano ben visibili e nel silenzio, privo di motori o televisori, si sentiva il gocciolare dell’acqua do cannuliddu, che era la fonte della stragrande parte del paese: era così presente nel silenzio che quasi conciliava il sonno agli abitanti della zona intorno.
  E poi, c'è tutto un mondo scomparso: le serenate, fatte con strambotti alla villarosana, accompagnate dal marranzano.
   

             
 
È mezzannotti, e lu raloggiu batti 
 centu mazzati una 'ncontra una; 
'n facci a lu pìcciu di li lampiuna 
'na finestra s'astuta, e n'autra sbatti.

Pinzirusi passianu li gatti 
supra lu spicu di li curniciuna; 
li cani, rastiannu agnuna agnuna,
dunanu a chiddu ca ccci ammatti ammatti.

Ascutu: 'ntra lu scuru ca si fedda, 
li stiddi 'nfittinianu, e la funtana 
annaca lu sunnuzzu a la vanedda;

mentri a l'adenzia di la faranzana, 
lu 'ncantaturi si 'ngulia la bedda 
ccu li strammotti a la Bellarrusana.

venerdì 4 novembre 2011

UN VILLAROSANO SENZA CARISMA: PADRE MICHELE RESTIVO

Ho conosciuto nella mia vita due preti dai modi spicci: del primo che non operò in Villarosa, ma vi era ugualmente noto, ebbi modo di conoscerne il grande animo generoso e disinteressato: non fu ben compreso proprio per ilsuofare spontaneo e sinceramente spregiudicato. 

L’altro, villarosano, fu padre Michele Restivo che venne a mancare circa trentacinque anni fa. In questo lasso di tempo non mi è capitato di sentir parlare di lui né in bene né in male. Non fu mai un sacerdote popolare, ma di lui non sentii mai proferire maliziosità ad esempio in merito alla sua serietà in fatti di sesso, peccato che nella società paesana era considerato il massimo delle perversioni, mentre si era soliti calare sempre un velo di silenzio ipocrita su atteggiamenti ancor più vili di altri sacerdoti. Nella sostanza su padre Restivo gravava solamente una lieve maldicenza riguardo al fatto che avrebbe concesso ad alcuni del denaro in prestito, ma non fu di certo questo suo comportamento sociale ad alienargli il gradimento popolare, perché non fu mai considerato un usuraio.
La sua impopolarità in gran parte gli derivò invece dalla sua franchezza ed originalità intellettuale, cosa rara in un ambiente dove l’ipocrisia e il perbenismo erano considerate virtù.
In un pomeriggio di tardo inverno  d’uno degli ultimi anni ’30, il quartiere Cozzo fu preso da una strana frenesia: una folla di donne si riversava in piccolo catuju senza finestre e con accesso unico dalla porta, rifugio d’uomini e capra, con focolare semplice tipico d’una famiglia di braccianti agricoli. La padrona di casa stava a controllare il bollore della vecchia pentola, resa lucida come da nero smalto per via degli innumerevoli strati di affumicature sovrapposte negli anni, quando il suo sguardo casualmente si posò sul quadro del Sacro Cuore di Gesù sulla cui superficie erano evidenti rivoli rossastri che colavano lentamente. La donna, impietrita considerò l’evento, lo giudicò straordinario, poi cominciò a gridare al miracolo. Corsero per prima le vicine più prossime e poi quelle più distanti: erano tantissime, quelle vicine all’evento prodigioso non s’appagavano dell’inconsueta testimonianza e non pensavano nemmeno di lasciare il luogo “sacro” per fare beneficiare gli altri della circostanza imperdibile. Nondimeno in breve lasso di tempo la notizia straordinaria  si diffuse per il rione e subito dopo fino in piazza.
Padre Restivo cappellano della Chiesa Madre, appena gli pervennero le prime confuse testimonianze, volle accertarsi senza indugio del fenomeno ritenuto non comune; benchè ancora giovane giunse ansimante al Cozzo, si fece strada tra la folla, all’interno del vano terrano le donne gli resero l’ accesso agevole.
Il sacerdote esaminò serenamente l’ambiente circostante le cui pareti grondavano di fuliggini, polvere e umidità; la spiegazione razionale del fenomeno si presentò evidente; scese il quadro dal muro, lo studiò più da vicino, ne tirò fuori dalla cornice l’immagine su cartoncino lucido che appariva alla vista e al tatto come se fosse stata immersa in un bagno di caffè. Deciso il religioso la strappò e ponendo i brandelli nelle mani della proprietaria le disse: - Domani  vieni in chiesa che te ne darò una nuova.
La donna rimase inebetita, ma le altre più prossime, ansiose di conferme miracolose, gridarono al “sacrilegio”; quelle di fuori non capirono niente e padre Restivo, zitto zitto, trovò più agevole la via del rientro in chiesa.
La vicenda non si concluse tanto pacificamente, tant’è vero che la notizia si sparse per il paese e per molti l’onesto uomo di fede fu considerato esecrabile e miscredente dei segni divini. A non perdonargli la sua soluzione energica e sbrigativa furono i più focosi “difensori” della Fede e quegli altri che vedevano nell’evento prodigioso la possibilità d’un rilancio del paese come meta di pellegrinaggio.
Padre Restivo ebbe ad entrare nella mia vita una sola volta e, in quei pochi minuti che mi dedicò, lasciò un segno che ancora sento vivo nel profondo di me stesso.
Provengo da una famiglia di cattolici non eccessivamente praticanti, ma la mia infanzia e la prima gioventù trascorse più che sulla strada nella Chiesa fin da quando ero “pargoletto”, tant’è che mons. Luigi Scelfo suggerì a mia madre di cominciare ad avviarmi all’idea del sacerdozio. Mia madre ne fu entusiasta e volle esplorarne la mia disponibilità. Prima di dare la risposta, posi una precisa domanda:
 - I preti si possono sposare?
Alla risposta negativa della mamma, resi nota la mia intenzione: un giorno avrei voluto prendere moglie ed avere dei figli. Coerente con la mia scelta e per difenderla, non volli mai perfino vestirmi da chierichetto perché vedevo in quella tunichetta una forma di compromissione all’idea di monsignore.
Sono stato e resto della stessa opinione anche oggi che sono anziano e nonno.
Non amavo interminabili rosari e lunghi riti, perché li ritenevo noiosi, ripetitivi e inducenti alla distrazione e al far vagare la mente in sconfinati pensieri non sempre pertinenti al sentimento religioso. Ero attratto dalle prediche semplici e ricche d’aneddoti, parabole, similitudini e racconti allegorici.
Il Giovedì Santo d’ogni anno, subito dopo aver consumato il magro pranzo d’un giorno di Passione, mi precipitavo alla Madrice per occupare i posti migliori, per me e i familiari, per potere seguire meglio le Sette Prediche che erano tenute da un religioso forestiero di anno in anno sempre diverso.
Un anno fu  Padre Restivo a proporsi come oratore del Giovedì Santo; la notizia fu accolta di malanimo dai fedeli, me compreso, perché era lunga tradizione la novità del predicatore forestiero.
Fummo smentiti tutti perché scoprimmo nel prete locale una focosa oratoria e ad un tempo un linguaggio semplice accessibile a tutti.
Fu in quel periodo e sicuramente durante la frequenza della quarta ginnasiale che io entrai in un’inconfessabile crisi spirituale che mi trascinai come pesante fardello per molti mesi. Non indotto da nessuno la mia anima fu sconvolta da pensieri che mettevano in discussione con me stesso certi aspetti della mia religione; ero certo di essere in peccato mortale, tenevo nel cuore il mio segreto e non aprivo il mio dubbio nemmeno ai familiari e agli amici più intimi. Quando il macigno che gravava sul mio petto non accennava a  lasciarmi decisi finalmente di “consegnarmi all’inquisitore”.
Ma quale sacerdote doveva raccogliere  in confessione la vampa che distruggeva l'anima mia? La scelta non era ampia. Monsignore non lo trovavo idoneo per via dell’età avanzata e poi perché non volevo arrecar dolore a chi aveva visto in me un futuro buon sacerdote; padre Callea, il mio professore di religione, affetto da gravissima miopia tanto che lo prendevamo in giro leggendogli  direttamente sul catechismo che egli teneva in mano le risposte: egli non avrebbe capito nulla dell’inferno che turbinava nel mio cuore…
Restava solamente padre Restivo, famoso per le sue messe ridotte all’essenziale, sempre indaffarato e sbrigativo; speravo tanto che fosse più largo di manica e che avrebbe risolto il mio angosciante problema in modo spicciativo. 
Un sabato pomeriggio mi misi in fila per la confessione.
M'ero appena inginocchiato al confessionale, quando mi disse: - Aspetta un momento che torno subito.
L'imprevisto disguido mi fece sperare in una più distratta soluzione al mio dilemma; ne stavo gioendo in cuor mio, ma mi assalì l'altro dubbio: - Potrò ingannare Padre Restivo, ma Dio no. Così giurai a me stesso che nulla avrei fatto per eludere furbescamente il mio penoso dubbio.
Il padre finalmente tornò e disse: - Allora... Dove eravamo giunti?
Ed io: - Padre, non abbiamo ancora cominciato.
Lui:    - Allora dimmi tutto.
Io non fui capace di profferire nemmeno dei monosillabi.
Lui: - Insomma perchè sei venuto?
Io:      - Perchè, Padre, sento di essere in grave peccato mortale.
Un attimo di profondo e pesante silenzio.
Lo ruppe Padre Restivo: - Comincia da capo, punto per punto e senza fretta.
Le sue parole mi fecero male e pensai: lui che va sempre di fretta, stavolta mi vorrà fare la festa e cucinarmi a fuoco lento.
Io, con una vocina umiliata: - Padre, io non credo più con la fede di una volta.
- Continua, mi fa il sacerdote.
- Vorrei spiegarmi tanti punti della religione che mi inchiodano fino al punto che o credo per fede o mi trovo in peccato.
Tacqui e lui: - Continua.
Ed io: - Giudico i riti e le processioni come forme di idolatria; le lunghe preghiere mi sembrano tiritere per ingannarci fra noi credenti mentre la nostra mente vaga per sentieri lontani e non sempre puri.
Padre Restivo: - Della nostra religione cosa ti resta allora?
Ed io: - Tanto mi resta ancora: Gesù col Vangelo, la vita dei Santi, le prediche che non alzano il dito per minacciare sempre castighi eterni…
Seguì un lungo silenzio. Con l'immaginazione mi riportai a quei film in cui la Corte si chiude in Camera di Consiglio per emettere il verdetto.
- Che classe frequenti
- A ottobre frequenterò la quinta ginnasiale...
Ce ne capivo sempre di meno, ma continuai ad attendere per vedere dove andava a parare con quegli argomenti che per me restavano sempre più un mistero fuori tema.
- Quindi tu quest'anno hai studiato una geometria diversa di quella della scuola media, no? 
- Certo… certo – risposi io.
Ed egli: - Finora per te ragazzino la geometria ha affermato un principio e tu l' hai accettato; da quest'anno in poi invece per ogni affermazione sei stato indotto a cercarne la dimostrazione. Così tu trovi naturale trasportare tale criterio nei fatti religiosi; ma in questo campo tutto è diverso. Ricorda però che la tua crisi non è causata dalla geometria,  ma dalla natura umana: tu sei in piena crisi d'adolescenza. Vai tranquillo: non hai peccato. Hai altro da confessare?
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Tra il felice e il confuso cercavo altri argomenti, ma il sacerdote, ritornando ad essere lo sbrigativo che conoscevo, mi licenziò senza che io potessi replicare.
Era un radioso e insolitamente fresco pomeriggio di luglio, uscii dal portone principale della Matrice; sotto me il sagrato, la piazza, la torre dell'orologio e poi un cielo terso.
Da poco avevo incontrato la poesia più breve che abbia conosciuto; allargai le braccia e gridai a gran voce:
- M'illumino d'immenso.
Al prete che strappò la materia del falso miracolo del Cuore di Gesù non fu risparmiato il biasimo, allo  stesso che tempo dopo diede pace ad una giovane anima in pena, nessun merito.
Egli pagò a caro prezzo la sua libertà di spirito perché non divenne mai parroco al suo paese. Proprio lui che per lungo tempo aveva retto materialmente la parrocchia negli ultimi tempi della vecchiaia di mons. Scelfo. Pur se mortificato dai suoi concittadini, non fece cenno alcuno di risentimento.
Come Cristo che non potè essere profeta in patria, padre Restivo non potè formalizzare la mansione che aveva svolto per qualche decennio.
Il suo Vescovo ammirò la sua elegante mancanza di spiacevole reazione e lo propose come cappellano su navi passeggeri. Il maturo sacerdote trascorse sul mare gli ultimi anni della sua esistenza, lontano dalle miserie di sacrestia e visse a contatto di tristi emigranti e allegri turisti, sempre sicuramente pronto a sostenere la parte di sacerdote presente nella gioia e nel dolore.
Ogni estate tornava in ferie al suo paese col suo abito talare fregiato dei galloni di ufficiale di marina. Faceva la sua apparizione in giro per salutare gli amici più sinceri e cari e si ritirava al Giurfo a godersi il fresco delle serate.
A oltre 60 anni da quell'estate di mio tormento interiore oggi sento il dovere di tentare io stesso a ricordarlo ai villarosani: è il meno che si possa fare per non condannare nell’oblio un villarosano senza carisma e senza ipocrisia.
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mercoledì 12 ottobre 2011

Omaggio di Villarosa a Salvatore Gioia

Villarosa. Intitolato il teatro di villa “Lucrezia”, in memoria del                                                      tenore Salvatore Gioia

Alcuni anni fa, prima su www.villarosani.it e poi su www.bellarrosa.blogspot.com pubblicai ben otto cartelle riguardanti la figura del tenore Salvatore Gioia, mio amico e compagno di scuola.
Concludevo il lungo post con queste parole: “Da questo nostro sito lancio una proposta all’Amministrazione comunale, quella di intitolare una via o una piazza della nostra cittadina a questo grande e sfortunato suo figlio. È il meno che possiamo fare per ricordarlo degnamente negli anni a venire.
Alcuni giorni fa m’ha telefonato il giornalista Giacomo Lisacchi che mi chiedeva se poteva attingere notizie dal mio scritto su Salvatore Gioia per un articolo che sarebbe apparso sulla stampa e su internet; ho dato il mio assenso ma non ho percepito bene lo scopo immediato della pubblicazione.
A manifestazione avvenuta, per nulla annunziata alla popolazione, apprendo dal sito Vivienna dell’intitolazione del teatro al nostro Totò: il fatto mi riempie di gioia e soddisfazione perché vedo realizzato ciò che è stato da decenni il mio intimo desiderio. Nello stesso tempo però resta nel mio animo una grande tristezza per non essere stato spettatore di un avvenimento che io avevo da gran tempo auspicato e caldeggiato.
 


Link sull'argomento:
http://bellarrosa.blogspot.com/search/label/Villarosani%20illustri

http://www.villarosani.it/component/option,com_smf/Itemid,145/topic,1996.0/

http://www.vivienna.it/2011/09/23/villarosa-il-teatro-allaperto-di-villa-lucrezia-sara-intitolato-al-tenore-salvatore-gioia/

http://www.vivienna.it/2011/09/26/villarosa-intitolato-li-teatro-di-villa-“lucrezia”-in-memoria-del-tenore-salvatore-gioia/

venerdì 19 agosto 2011

Una foto del nostro concittadino Salvatore Gioia

Finalmente ci arriva dalla rete una foto del nostro famoso tenore Salvatore Gioia. Youtube ci offre due famose arie, Una furtiva lacrima dall'Elisir d'amore e un'altra da L'Arlesiana.

lunedì 4 luglio 2011

Corde spezzate

                     LINGUAGGIO INFANTILE d’altri tempi non proprio lontani

llollò – fari a l.                                    Addormentarsi
bbubbù – farisi a b.[oggi bua]     Farsi male
ciccì – a c.                                  La carne
cicì – u c.                                   Un uccelletto in                                                                           genere
coccò - u c.                                L‘uovo
ddriddrì– Jìri a d.                       Andare a passeggio
fuffù – a f.                                  La pasta
liscidda – a l.                              Vestitino nuovo
mmemmè u m.                            La capra
musciddu  u m.                           Il gattino
nannà – u/a n.                             Il nonno/la nonna
Ninnedda, minnedda o ninnè      La mammella                                                                          materna 
nninnì – i n.                                I soldini
pepè – u p.                                  La scarpa
popò – u p.                                  L’automobile
scescè – u s.                                L’asino
tetè – i t.                                     Botte nel culetto
ttettè u t.                                     Il cane
vavà - u/a v.                                Bimbo o bimba
vovò – fari a v.                           Andare a   dormire                                                                                                                          
vuvù – a v.                                       L’atto del bere
zizzì – u/a z.                                     Lo  zio e la zia
Ce ne saranno di altre che non ricordo; gradirei che si facesse una ricerca a più mani per completarla e tramandarla più completa. Grazie

mercoledì 22 giugno 2011

U PONTI CARAMANNA

Fino a qualche decennio fa era indicato con tale nome un comunissimo ponte con rispettivo parapetto che convogliava le acque della via Capponi nella via Mastro Silvestre e di qui al vallone di Santo Rocco. Quando questa via fu raccordata al livello di corso Garibaldi non ci fu più motivo di mantenere la parte in muratura. Laddove le acque svoltavano a destra seguendo il loro naturale pendio, a sinistra aveva inizio l'irta trazzera detta della figuredda. All’edicola sacra ancora esistente nei pressi dell’odierno  campo sportivo seguiva una seconda figuredda in cima alla salita e a sinistra sulla strada provinciale per Villapriolo, e non solo, ma per Alimena (Armena) e le Petralie tutta la zona delle Madonie e a nord-est, Cacchiamo (Guacchiamu), Villadoro (Passariddu), Nicosia (Nicusì)...
Queste due figurelle, oggi pressoché ignorate, non erano casuali, erano il riferimento votivo della religiosità di lavoratori minerari e agricoli che vi transitavano. Nella nostra epoca dell’automobile la vecchia trazzera oggi è diventata carrozzabile ma rimane poco frequentata. In antico era un'arteria molto trafficata specialmente in due cruciali momenti della giornata, alba e tramonto, esclusa la domenica e le feste comandate. Al primo albore del giorno e ancor prima che sorgesse il sole vi s'arrampicava una massa umana di capumastri, pirriatura, armatura, arditura, scarcaraturi, panuttara, seguiti da una frotta di carusi, mal coperti, malnutriti, scavusi e 'nchiagati di rusuli; tutti insieme si avviavano alle numerosissime miniere di zolfo che sorgevano intorno a Respica-Giurfo, con predominanza nella zona est della montagna. Poco più tardi erano i viddrani, in numero inferiore, che salivano per l’erta fangosa o polverosa a seconda della stagione per raggiungere Pampiniddru, l’Ariazza, u Vigliu, u Giurfu...
Se un tempo San Calogero era il limite estremo dell’abitato, il ponte Caramanna aveva pure una certa rilevanza in paese perché ne segnava la periferia per quanto riguarda il lato nord, infatti a parte qualche casa sul corso, alle spalle c’erano campi coltivati.
Non ho conosciuto Caramanna, né ho avuta notizia da parte di anziani che ne abbiano avuto un solo ricordo. Era usanza nei tempi passati che si dessero nomi alla strade a seconda del borghese o politico più ragguardevole che vi abitasse. Per fare un solo esempio che potrebbe sembrare improprio, la via Milano non è dedicata al capoluogo lombardo ma ad una famiglia di cui ho conosciuto un solo rappresentante, don Ciccio. Un altro rappresentante dei Milano fu più volte sindaco di Villarosa.
Voglio rappresentare un piccolo evento di cui sono stato involontario testimone una ventina d’anni fa. Tornavo da scuola a piedi, come è mio costume da sempre, era l’ora di pranzo e i marciapiedi del corso Garibaldi erano quasi deserti; avevo appena superato la traversa di via Mastro Silvestre, quando si accostò al marciapiedi un’auto; il giovane che era alla guida mi apostrofò molto gentilmente e mi chiese dove si trovasse il ponte Caramanna. Risposi che lo avevano attraversato da pochi metri. Precisai che qualche decennio prima era stato eliminato il parapetto che lo rendeva visibile. Accanto al guidatore era seduta un’anziana signora che mi sorrise e mi disse: - Caramanna era mio nonno.
Ringraziarono, salutarono e l’auto, targata Ragusa, proseguì la marcia in direzione Palermo.

domenica 3 aprile 2011

CARMINU CICIRIDDU

Ho già citato altrove la famiglia de' Ciciriddi, poveri d'intelletto e quindi di risorse, ma persone che non torsero un capello a nessuno, anzi erano u muro vasciu unni tutti s'appòjanu". Ho conosciuto la madre, a gnura Marì a Ciciredda, che viveva d'elemosina. Di Catinu ne sentivo tanto parlare ma non ebbi modo di conoscerlo, perché premorto rispetto al tempo della mia nascita. Di lui ha parlato, col cuore in mano, la poetessa Stefania Montalbano, nostra concittadina che, da piccola, incoscientemente gli fece pure lei qualche dispettuccio. Qualche decennio dopo la morte di questo ”insignificante” villarosano, essa ha voluto riparare con una toccante poesia che ci porta a meditare su di lui, l' "intoccabile" di Villarosa e “fratello” di tutti i poveracci del mondo, in tutti i tempi, come Cristo ci insegnò. La poesia è stata da me presentata in questo stesso blog.
La Montalbano mi ha offerto l'occasione indiretta di parlare dell’altro fratello Càrminu, della cui esistenza io non ebbi sentore fino agli anni '60.
Improvvisamente, accanto a Peppi Ciciriddu che conoscevo bene, spunta Càrminu. Era un perfetto “Ciciriddu” in tutto e per tutto, ma pazzo di certo non lo era affatto, anche se reduce da alcuni manicomi d’Italia. Subito nell'ambiente chiazzaluru fu accolto dai camerati dell’allora MSI che lo aiutarono ed anche lo sostennero materialmente ad integrazione di quanto gli dava l'ente comunale d'assistenza. Tale generosità poteva far piacere a me e a tanti altri, ma i più anziani di allora resero onore alla vera storia di Càrminu.
           Nel periodo fascista, quando si diceva che si poteva dormire con le “porte aperte”, succedevano dei furti che turbavano l'opinione pubblica e nello stesso tempo infrangevano il mito della sicurezza nel nuovo corso storico. La cosa non garbava al Podestà e nemmeno al Segretario del Fascio. I carabinieri fecero le loro indagini e scoprirono gli autori dei furti con scasso. Prima di procedere all'arresto, prudentemente riferirono, com'era d'uso fare allora, all'autorità politica. I nomi dei responsabili non erano quelli che si aspettavano, erano, a sorpresa, familiari di militi e figli di persone vicine al Partito: furono ammoniti aspramente, ma magnanimamente prosciolti.
Intanto si doveva dare in pasto all'opinione pubblica un nome.
Quale innocente potevano incolpare senza che fosse in grado di difendersi, se non un Ciciriddu? Càrminu del suo sbrigativo processo non capì niente. Espiata la pena , poi lo liberarono ed andarono a posteggiarlo in manicomio, a Palermo, dove si scuttava u panuzzu con tutti i lavoretti più umili ed antipatici che nessuno voleva eseguire.
Quando in seguito alla chiusura dei manicomi, non potevano più tenere un vecchio, che pazzo non lo era affatto, l'avviarono al paese suo, dove non c'era una famiglia che l'accogliesse o parenti che lo potessero almeno guidare.

I nostalgici del vecchio Regime, per non far emergere fattacci del passato, accolsero Càrminu, che non capì, ancora una volta, nulla di quello che succedeva intorno a lui e accettò di buon grado l’atto di “spontanea” carità, sdebitandosi con i più vari piccoli servizi.

P.S. - Noto che gli argomenti relativi al Ventennio della nostra patria appassionano molti giovani. Il caso di Carminu è niente rispetto a quello di Girolimoni, dal quale è stato tratto l'omonimo film interpretato da Nino Manfredi. Per chi volesse approfondire  l'argomento sulla Rete può trovare tantissimo materiale: http://paginedellastoria.splinder.com/post/22454132/il-caso-girolimoni
e altro ancora.

domenica 6 marzo 2011

GIUFÀ E L’ASINO CHE SPARIVA E COMPARIVA

Si sa, Giufà era fatto così, cioè a modo suo. 
Ma non c’è da fare molti sforzi per immaginarlo perché in fondo egli è sempre vivo e i suoi fratelli, nostri contemporanei, sono costantemente in giro.  Non per niente si dice che la madre degli sciocchi è sempre incinta. 
I Giufà di oggi hanno frequentato la scuola e magari hanno imparato a leggiucchiare. Il Giufà dei nostri racconti era analfabeta puro; quello della nostra storiella non faceva eccezione, ma sapeva ben contare fino a dieci, quante erano le dita delle sue mani.
Un ricco
burgisi, riconoscente del fatto che Giufà aveva liberato il territorio dai pericolosi banditi, lo assunse nella sua masseria affidandogli lavoretti semplici ma di fiducia.
Un giorno che il padrone era impegnato in altre faccende, incaricò Giufà d’andare alla fiera d’un paese un po’ lontano per comprargli dieci asini.
Giufà partì a piedi di notte per essere di buon mattino al mercato e qui riuscì, eseguendo pedissequamente le istruzioni del suo principale, ad acquistare tutti e dieci gli asini.
Stanco morto com’era salì in groppa di quello che gli dava più affidamento in quanto a forza e resistenza, quindi riprese la via del ritorno.
Stanco della nottataccia passata a camminare si appisolò qualche istante sempre stando a cavalcioni sul somaro e sognò che gli rubavano gli asini. Si svegliò di soprassalto e cominciò a contarli. Conta e riconta e il risultato era sempre quello: gli asini erano nove!
Disperato scese giù dall’asino e si mise a piangere disperato. Poi datosi conforto un po’, rifece la conta con le dita e il risultato fu di dieci questa volta. Ricontò ancora ed erano sempre dieci.
Felice riprese il cammino in groppa al solito asino.
Il dubbio e la paura di perderne sempre qualcuno l’indusse ad un nuovo accurato controllo: maledizione! Erano di nuovo nove.
Rifece i conti un’infinità di volte, ora cominciando dal primo e poi ricominciando dall’ultimo, ma le bestie risultavano ogni volta nove…. nove…  sempre nove.
Si buttò a terra disperato; bagnò la polvere con le sue lacrime e infine contò per l’ennesima volta e con grande sollievo gli asini ritornarono ad essere dieci.
Saliva ed erano nove scendeva ed erano dieci. Non si sapeva capacitare della stranezza del fatto che un asino scompariva e poi ritornava, allora prese la ferma e brillante decisione di rimanere a terra per non perdere nessun asino.
Così il povero Giufà con dieci asini a disposizione, esausto, avvilito e trafelato, si rifece a piedi, ancora una volta, la strada verso la masseria.

domenica 6 febbraio 2011

L'ACQUA MANUSANTA

Confesso che non sono mai stato all’ Acqua Manusanta forse perché non ce n’è mai stato bisogno impellente in quanto sono cresciuto in epoca in cui, anche se non abbondante, l’acqua potabile era in un modo o l’altro disponibile. Essa sgorgava (non so se ancora) da un piccola fonte giù per la timpa la cui cima è situata in fondo al corso Regina Margherita, direzione nord che guarda nella valle della contrada nominata, anche al Catasto, Santo Rocco Spogliapadrone, sicuramente a causa della eccessiva pendenza e conseguente accentuata sterilità del terreno.
La presenza d’acqua ha condizionato da sempre e in ogni luogo la colonizzazione di nuove terre.
 Quella del centro Sicilia è ugualmente legata alla presenza d’acqua; i Notarbartolo, signori di Sant’Anna, in questa contrada avevano i maggiori interessi in quanto quella terra era molto più fertile rispetto ad altre di loro stesso dominio. L’unica acqua dolce della zona era quella delle Grutti de’ Stanzi, ma sfortunatamente insufficiente per dissetare uomini ed animali appartenenti ad una comunità sia pur piccola.
 Così fu scelto l’attuale sito che era, ed è, ricca d’acqua deci- samente salmastra, ma pur sempre in qualche modo utilizzabile.(*) 
Quand’ero bambino ricordo che alcuni degli antichi pozzi sorgevano anche dentro le case o accostati alle pareti delle stesse; col tempo sono stati coperti e la superficie è stata resa calpestabile.
Fra tanta acqua salmastra la Manusanta manifestava una diversa virtù: faceva cuocere più in fretta i legumi. Mi raccontava mio padre che le mamme mandavano i figlioli a raccogliere quell’acqua per risparmiare tempo e legna nella cottura di lenticchie, ceci e fagioli, decisamente poco cucìvuli.
Intanto, auspico l'intervento attivo di chi è in grado d'aggiungere maggiori particolari al poco che ho scritto. 
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(*) Dal momento che ho accennato alla scelta dell’attuale sito determinata dalla presenza d’acqua dei pozzi, aggiungo che ha favorito tale preferenza anche la vicinanza alla piccola ma fertile chiana di San Franciscu, oggi invaso della diga-lago di Villarosa. Nella sponda est del lago, al di là del ponte che raccorda le due rive, in tempi più antichi sorgeva un convento con annessa chiesa dedicato al Santo che fino a poco tempo fa nominava la piana. È ugualmente supponibile che intorno a questa comunità religiosa doveva necessariamente esisterne un’altra piccolissima di laici, pastori e contadini. Sempre in zona, se non era proprio questo nucleo, sorgeva San Giacomo di Bombunetto, la cui presenza favorì la successiva e tanto contrastata concessione della “licentia populandi”.
Ancora, si ritiene da parte di qualcuno, ma è poco probabile, che la decisione della preferenza per questa località sia stata pure determinata decisamente dal fatto che approssimativamente sul tracciato della odierna SS. 121 passava la regia trazzera Palermo-Catania. Dal nome potrebbe sembrare una vera e propria strada, ma in effetti era un’impraticabile viottolo, fangoso d’inverno e polveroso d’estate, su cui non potevano muoversi carretti ma esclusivamente straguli trainate da animali e solamente nella buona stagione. Ho visto solo una volta da bambino tale mezzo rudimentale di trasporto: era formato da due grosse travi di legno tenute in parallelo da traverse e trascinato da resistenti animali, ovviamente per trasportare covoni di grano o altro da un terreno ad altra destinazione priva di trazzere di congiunzione.

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