lunedì 3 aprile 2017

Da questo BLOG ho estratto 32 post che ho fatto inserire in un primo volume cartaceo, come più volte consigliatomi da tanti assidui lettori, allo scopo di  lasciare una traccia, antiquata rispetto alla Rete, ma in parte più resistente di un file che nel tempo  facilmente può essere involontariamente e inesorabilmente cancellato.
Il volumetto, dello stesso titolo del BLOG, è in vendita nelle edicole e libreria di Villarosa.


sabato 11 marzo 2017

SU DUE PRETI INDEGNI DELL’ ‘800
E ALTRO

Sono vissuti nell’ ‘800 in Villarosa due nostri poeti che hanno scritto in lingua italiana, inspiegabilmente rimasti ignoti ai nostri vecchi: Salvatore Scavone e Giuseppe Albo. Ambedue ottimi poeti, il primo si dichiara allievo del secondo a cui dedica con immensa devozione una sua opera.
Di quest’ultimo spero di parlare in altra occasione.
 Il volumetto “POESIE” di Salvatore Scavone è del 1872, edito in Caltanissetta presso lo Stabilimento Tipografico dell’Ospizio di Beneficenza. In esso sono contenuti anche due sonetti che riguardano la moralità di certi preti suoi contemporanei. Le poesie della stessa silloge sono riprese nella sua opera successiva intitolata “PRIMI FIORI”, ma dei due sonetti che seguono non si trova più traccia alcuna, scomparsi nel nulla. 
Ritengo opportuno citarli in questa sede per completare il discorso iniziato su questo delicato argomento che a suo tempo avrà fatto tanto male alla Chiesa.
Casi di così eclatante mancanza di ritegno per fortuna oggi sono molto più rari, almeno nel nostro ambiente. Questo è chiaro esempio dell’assunto che la fustigazione dei costumi costringe a far rivedere certe posizioni viziose e le induce a modificarle.
Ci si chiede: perché giusto questi due sonetti sono scomparsi nella ristampa dell’opera dello Scavone?
Quali pressioni morali, o altro, avrà subito per indurlo a “far fuori” due sue creazioni?
 A considerare il panorama morale mondiale di quel momento storico, la Chiesa non denunciò mai all’ autorità civile un suo sacerdote colpevole d’immorali azioni, abbandonando le vittime alla loro tragica sorte di feriti nell’anima più che nel corpo.
Non basta il trasferimento di sede del grave peccatore, perché in tal modo si consente di far continuare l’attività criminosa in ambienti inconsapevoli di gravi ignoti fatti.
 La Chiesa, per ipocrita amore di pace, sopisce certe oscenità e continua ad ignorare proprio le parole del Vangelo pronunciate da Gesù: “È necessario che gli scandali avvengano”.
Oggi la Chiesa comincia a comprendere che il sopire non corrisponde col far bene alla sua missione.
Gesù sapeva che la verità, se fa male ai colpevoli, aiuta tutti gli altri, vittime correnti e future.
Per questa ragione, io che sono restio a trattare di problemi attuali, spesso controversi che non si addicono a chi tratta di storia, intervengo come cristiano a dire la mia su questi gravi argomenti.
L’ immoralità smascherata farebbe bene alla stessa Chiesa, perché toglierebbe la protezione ai depravati e darebbe conforto alle vittime, spesso ignorate, ma ferite nell’anima per tutta l’esistenza.
Sempre continuo a chiedermi: perché lo Svavone ha fatto sparire in “Primi fiori” i due precedenti sonetti che io oggi propongo? La risposta ritengo che com’è intuibile per me lo sarà per ogni altro che nutre sentimenti di giustizia.
Dal volumetto “POESIE” di Salvatore Scavone edito nel 1872:

I° Sonetto       LA MORTE DI UNO SFRENATO PRETE
Fra sozze tresche amò la vita, or l’empio,
Stanco per gli anni, in lagrimevol suono,
Ei, che fece di tutto un crudo scempio,
Osa all’Eterno dimandar perdono.

Profanò del Signor l’altare, il tempio,
Fe’ tremare, imprecando, il divin trono.
O delusi credenti, ecco l’esempio
Di chi disse di Dio, Ministro io sono!

Spregiuro ai sacri voti, ebro germano
Di Giuda, il qual con un sol bacio almeno,
Ed ei con mille, a Cristo il seno aprìo.

Sangue innocente imporporò sua mano,
Vergin sedusse e ne corruppe il seno…
Ed or sì tardi vuol placare Iddio!

Questa descrizione si attaglierebbe bene o parrinu bagasciu, come descritto da Vincenzo De Simone, suo parente.

II° Sonetto    UNA STAFFILATA AL PRETE
Mostra all’aspetto d’aver buono il cuore,
Fugge la vanità, giammai s’adira,
Di Bimbo sembra aver l’almo candore,
A venerarlo l’apparenza ispira.

Soffre disprezzi, angustie, ogni dolore
Per amore di Gesù, per cui delira,
E notte e dì con eccessivo ardore
Il devoto fedel piange e sospira…

Oh, ipocrisia di sì malvagia prole,
in volto ha la virtù, mortal veleno
nascosto in core e nell’infida mente.

Molti egli inganna con dolci parole,
Di vergin casta  e pia corrompe il seno…
Povero Cristo e sciagurata gente!

Questo esempio di viscida ipocrisia si adatta a perfezione alla figura del padre naturale d’uno stimatissimo professionista villarosano, di cui da ragazzo sentivo parlare, e che, già prima ch’io nascessi, aveva trasferito la sua attività in una città vicina, dove io lo conobbi anziano, nel 1950. La presunta data di nascita va a quasi coincidere col tempo della pubblicazione delle su esposte poesie di Salvatore Scavone.
I vecchi, nella mia prima gioventù, precisavano che tale professionista, essendo nato in una famiglia povera, non poteva laurearsi e poi impiantare la sua costosa attività; la faccenda appare chiara soltanto grazie all’aiuto materiale del padre naturale, il prete sospettato.
Di recente un nostro concittadino di fuori, più anziano di me e informatissimo dei fatti villarosani, mi ha fatto il cognome di un prete, già “emigrato” tantissimi anni prima in una città siciliana. Io ebbi modo di conoscerlo, già molto vecchio, a Villarosa, dove era rientrato a causa dei continui bombardamenti militari del 1942.
Alla fine della guerra, vi rientrò nell'abituale residenza.
Ricordo la stura delle chiacchiere dei grandi su di lui, delle passate e delle presenti, perché tornò al suo paesello accompagnato dalla perpetua, compresa una famigliola tutta al femminile.
        Siamo ora nel terzo millennio: era già difficile un tempo ingannare il popolo, oggi ancor di più, perché, come gli anziani siamo soliti dire, nun si pô ammucciari u suli cco crivu.



domenica 8 gennaio 2017

U MMIRNU JÈ NFIRNU     

        Al primo segno di freddo d’autunno si era soliti dire: “Prima di Natali né friddu né fami, duppu Natali lu friddu e la fami”.
       Infatti si dice che l’Epifania tutte le feste porta via: e … ci lascia il freddo.
       Questa Befana, datata 2017, si sarà trovata immersa anch’ella nella presente crisi economica e ha voluto far gioire i bimbi con l’abbondante, quanto gratuita, nevicata che non si vedeva da diversi anni.
        Il detto ripetuto spesso da mia nonna Angelina che è citato nel titolo, a me bambino non suonava correttamente, perché vi trovavo una stridente contraddizione: l’inverno freddo non poteva avere nulla a che fare con le fiamme dell’Inferno, minacciato a tutti i cattivi del mondo.
        Crescendo, d’anno in anno, rielaboravo il detto della nonna sopra citato e intuivo che un nesso c’era: se l’Inferno è un terribile tormento, altrettanto lo sono la fame, le disgrazie, il malessere e ogni altra privazione di generi di assoluta necessità.
          Intanto i tempi miglioravano d’anno in anno e lasciavamo indietro le antiche tristezze economiche e, in particolare quelle belliche.
         La nonna era sensibile ai bisogni dei poveri e di ogni altro sventurato. Fu lei che per prima mi parlò dei ragazzini infreddoliti, malnutriti e spesso piangenti che già prima dell’alba lasciavano il calduccio del misero giaciglio nel freddo pianterreno, u catuiu, per andarsi ad infilare nel buco che portava sottoterra e caricarsi sulle gracili e macilente spalle u stirraturi, pieno di dure pietre per portarle dal profondo buio alla luce del giorno. Questi ragazzi guadagnavano qualche soldino che potavano a casa perché avevano un fisico normale per affrontare, col carico addosso, la risalita dalle viscere della terra.
         Tanti altri deboli maschietti e le femmine in genere che non potevano consegnare a mamma un pur misero guadagno, pativano pure loro la triste povertà dei tempi.
         Nelle case di questa umana gente non esistevano riscaldamenti, non dico come quelli odierni, ma nemmeno gli antichi bracieri, a cunculina, o lo scaldino, u tanginu.
       La mancanza di tale minimo conforto, di un’adeguata alimentazione, e conseguentemente di vitamine, favorivano il formarsi alle estremità corporali, maggiormente nei piedi, dei geloni, i rùsuli, che erano, e forse ancor sono, delle tormentose infiammazioni, che finivano col trasformarsi in piaghe dolenti.
          Mi raccontava pure papà che molti ragazzi, disperati per tali stagionali sofferenze, escogitavano strambi, quanto crudeli modi, per cercare scioccamente di scacciarle.
         Le vecchiette, sole in casa, nel clima freddo dell’inverno andavano a letto presto per trovare conforto fisico accovacciate nel loro scarno giaciglio.
        Al contrario i ragazzi si soffermavano ancora insieme sulla via per trarne una comune distrazione alla sofferenza con giochi e monellerie varie.
        Era frequente fra i ragazzi la bizzarra opinione che i propri geloni si potessero scaricare a qualche altro. Ma a chi? Ovviamente a quante nel rione che non avevano l’abilità fisica di rendere loro pane per focaccia: alle povere vecchiette forse di già crogiolate nel confortevole sonno.
       Gli screanzati, che non tenevano conto che un giorno lontano si sarebbero potuti trovare nelle stesse condizioni delle attempate creature, bussavano rumorosamente alla porta dell’infelice solitaria che, svegliatasi di soprassalto, agitata gridava: - Cu jè?... Cu jè?
Gli scostumati rispondevano: - Cci lassu i rùsuli e minni vàjiu!
         Queste storie antiche sembrano sorpassate e che non torneranno mai più…. Lo voglio sperare con tutta l’anima.
Intanto mentre sto scrivendo, s’è fatto buio: la neve di Villarosa stenta a sciogliersi perché resiste per la bassa temperatura.
         Grazie a Dio il riscaldamento di casa mia, al momento, è a posto…

         Il pensiero intanto mi porta lontano, a tutta la parte imprecisa- bile del mondo che vive ancora come ai tempi dei nostri nonni, ma soprattutto ho in cima ai pensieri i terremotati dell’Italia Centrale, che, dopo già tante sofferenze fisiche e morali, sono entrati, con fioche speranze, nno nfirnu do mmirnu.

mercoledì 28 dicembre 2016

TIMIDI SEMI DI UMANA GIUSTIZIA

Qualche anno fa pubblicai per prima volta sul sito www.villarosani.it  il post  “Mastru Gilormu”.
Nei giorni seguenti, mentre ero di ritorno a casa, mi venne incontro un cittadino della mia generazione, che tra amici lo chiamavamo “Sottutto”. Dal sorrisetto ironico che egli sbandierava pronosticai che doveva uscirsene con qualcuna delle sue.
Mi bloccò ed esclamò: - Ccu tanti genti ‘mportanti c' a m’avutu a Villarrosa, d’ unni ti vinni di parlari di mastru Gilormu… a ccu po’ nteressari?”
Non m’ aspettavo proprio da lui una chiosa su un argomento trattato su Internet, lontana mille miglia dalle sue aspirazioni che in genere volano molto in basso. Non l’onorai di una risposta, perché essa sarebbe stata troppo pungente.
La cosa finì lì. Ma non per il mio cervello, che di sua iniziativa scavava in profondità dove il mio stato cosciente non arrivava …
In uno dei mattini seguenti, svegliandomi affiorò prepotentemente alla mia memoria un ricordo di circa 25 anni prima: io sul corso a leggere un annuncio della morte d’un mio anziano amico. Mi ero soffermato più di quanto si è soliti fare in queste circostanze perché mi stupì la reazione di alcuni cittadini che facevano commenti, che benevoli non erano ma nemmeno ostili.
Poco prima che io decidessi d’allontanarmi, si soffermò pure “Sottutto”, che commentò: “Oh, u dutturi Butera morsi? …. Mmah!... Nna so vita nunn’ha fattu mali… , ma mancu bbeni”.
In effetti un po' tutti esprimevano un simile giudizio.
Del resto, un democratico, per giunta giusto, non può piacere al popolo siciliano intriso di clientelismi, spesso odoranti di mafia.
Non era mia intenzione parlare di lui perché la sua figura non avrebbe commosso nemmeno quelli che lo conobbero.
Il dr. Butera non era tipo da trascinare le masse e non amava “bagni di folla”; egli lo sapeva e nulla mai fece per adeguarsi al costume dei tempi e farsi amare dal popolo per far carriera politica: coerentemente non si candidò mai a nessuna carica.
Professionalmente fu medico di buona fama ma per nulla ambizioso tanto che non volle allontanarsi dal piccolo ambiente villarosano. Solo alcuni anni fa, quando già non era più tra noi, appresi che nel passato si era specializzato in radiologia all’Università di Genova. Di tale particolare, anni addietro me ne parlò l’ex primario radiologo dell’Ospedale di Enna dr. Francesco Bonasera, che approdato nella città ligure dieci anni dopo il Butera per la stessa specializzazione, trovò ancora docenti che si ricordavano della competenza professionale e della seria personalità del suo conterraneo.
Per qualche decennio fu anche Ufficiale Sanitario nel nostro paese. La sua seria accuratezza non piaceva ai politici tanto che ridevano di lui, ovviamente in sua assenza, per via del doppio decimetro che teneva in mano nell’atto di esaminare con scrupolosità le pratiche edilizie.
Egli sapeva di non essere attraente alla massa, ma non cambiava i canoni della sua moralità solamente per apparire più gradito.
Io lo accettai così com’era e per me resta sempre un valido punto di riferimento del canone della giustizia e della democrazia.
Oggi voglio riprendere l'argomento riguardante il nostro concittadino per far riflettere quanti lo conobbero e quanti altri che forse non ne avrebbero sentito parlare mai più.
Il tema del mio intervento rimane sempre quello in voga, il favoritismo, che danneggia sempre i più meritevoli, disumanamente scartati dal pieno diritto e mortificati nel più profondo dell'anima e del sacrosanto legittimo interesse.
Uomini come il Butera, portatore di tali principi e lontano dalle interessate ambizioni, lasciano solamente timide tracce nello spirito di pochi.
Il comune cittadino pone ancora, come regola di vita, il detto: “Quantu vali n'amicu 'n chiazza mancu cent'unzi nna cascia”.
La nostra è stata da secoli una terra teoricamente sottoposta ad un Re che viveva in Spagna, a un Viceré mandato a Palermo, che era circondato costantemente da aristocratici nostrani che, salvo qualche eccezione, non avevano visitato nemmeno una volta nella vita le loro terre all'interno dell'isola e le avevano affidate a gabelloti, campieri e mafiosi, che tenevano costantemente sotto torchio un popolo d'affamati speranzosi d'una esistenza, sia pur misera e stentata.
Si sperava tanto, da parte degli spiriti più sani, che qualcosa con l'avvento della democrazia sarebbe cambiata, ma il favoritismo abbarbicato nel secolare costume non dico che potesse essere sradicato, ma che almeno fosse stato leggermente attenuato.
Uscire da questo mondo non può esser facile; di moltiplicare uomini seri che mirano al rinnovamento morale penso che non si possa nemmeno sperare...
Eppure, a costo di tediare i miei sparuti lettori, voglio provare ad introdurre un banalissimo episodio che è il debole segno della vaga speranza che qualche seme di buon senso forse ancora resiste in giro.
Un giorno degli anni '60 mi avvicinò un uomo un po' attempato, tale Cantella, che io conoscevo appena di vista, che, saputo della mia vicinanza col medico, mi chiese se potevo intercedere presso di lui per aver concessa la licenza d'esercizio di un'osteria nel pianterreno del corso Garibaldi, dove oggi esiste il negozio di Arcangelo Profeta, e dove precedentemente nei lontani anni '50 vi era sistemata la “Sala Trieste”, adibita a pista da ballo.
Io senza nulla promettere presi l'impegno di parlare con l'amico Ufficiale sanitario.
Quando cominciai ad esporre il problema, il dottore accennò un sorriso, raro nel suo viso, e bloccò delicatamente ogni altro mio dire: - Prima che lei mi faccia la domanda io le do la risposta. La Sala Trieste non è stata autorizzata da me. Un'osteria anche se accoglie forse meno persone d'una sala da ballo è sempre un pubblico locale. Forse lei non sa che il grande pianterreno sulla retrostante via Crema non è dotato d'alcuna uscita di sicurezza; esiste solamente una finestra munita di robuste e fisse sbarre di ferro, alzata a quasi due metri dal suolo sottostante. Siamo stati altamente fortunati nel passato perchè non si sia mai verificata una situazione tragica, simile a quelle che spesso si leggono sui giornali o si sentono in televisione. Facciamo una malaugurata ipotesi, che mentre si beve e si canta allegramente in osteria, un mezzo pesante che transita a gran velocità di notte sul corso, che, si tenga sempre in debito conto, è anche strada statale, e vada a schiantarsi sull'ingresso del locale incendiandosi...
Qui si fermò con tanta tristezza in viso, io abbassai gli occhi in segno d'acconsentimento.
Quindi riproposi gli stessi motivi delicati al signor Cantella che ben capì l'osservazione suggeritami e mi ringraziò ugualmente.
Il Cantella poco dopo aprì il suo esercizio in via Roma ove oggi sorge il panificio Vaccarella.
Nella storia banalissima che ho esposto c'è un seguito poco significativo, ma che dà un forte senso alla mia tesi. Nella successiva primavera si svolse una campagna elettorale e in tali giorni era comune costume che gli attivisti andassero a consumare cenette nelle osterie.
Una mattina un amico che era stato presente ad una di queste, mi chiese se l'oste Cantella fosse mio parente. Risposi di no. Quello, senza far nome, mi disse che un tale aveva parlato male di me e che l'oste gli si era scagliato contro con dure parole in mia difesa.
Poco tempo dopo non vidi più il mio difensore che suppongo sia andato all'estero.
Oggi è difficile che egli possa essere ancora in vita, ma figli o nipoti che da questi particolari potranno riconoscervi il consanguineo, ritengo di sì: voglio solamente dire che il loro caro era un gran signore, non perché difese me con impeto disinteressato, ma perché egli apparteneva a quella rarissima categoria di persone che non resta grata solo per i favori ricevuti ma anche per quelli non ottenuti per ragioni di giustizia e d'umanità.
Il mio sogno resta sempre quello che siano rimasti sulla terra tanti Butera e tanti Cantella, come semi d'una umanità migliore e che, sia pur lentamente, crescano sempre più di numero e riescano a mutare il nostro non lodevole costume.

In fine vorrei far capire a tanti sapientoni che ci sono in giro, che oltre alle persone su citate, anche Mastru Gilormu è stato un aspetto utile della realtà, checché se ne possa pensare.

giovedì 15 dicembre 2016

MASTRU GILORMU

INTRODUZIONE AL POST

Questo omonimo post fu pubblicato circa nove anni fa, quando ancora non esisteva il blog da me aperto, nel sito nostrano www.villarosani.it , già creato da un gruppo di encomiabili giovani di Villarosa, per lo più residenti al Nord per motivi di studio.
Quando sorse sulla rete il network Facebook ci fu un forte improvviso calo di presenze nel nostro sito. A tanto poi si aggiunse che i volenterosi studenti divennero maturi lavoratori e giovani sposi, venendo loro meno il tempo materiale per curare il comune oggetto d’attenzione posto sulla Rete. Io stesso che avevo pubblicato un bel po’ d’interventi, sono stato costretto a “emigrare” in questo blog personale, ma aperto a chiunque, ricopiandovi quanto vi avevo scritto, senza problema alcuno.
Per quanto riguarda il presente post, già nel vecchio sito erano nate piccole rogne che si contraddicevano con lo spirito della mia iniziativa: “fotografare” Villarosa e villarosani così come erano stati: brutti e belli, costruttivi e distruttivi, encomiabili e riprovevoli.
Un particolare rompiscatole, che fin da ragazzo nella nostra comitiva avevamo soprannominato “Sottutto”, proprio lui chiaramente incompetente in fatto di computer e incapace persino d’entrare in Internet, si permetteva di spargere in giro il mio errore nell’aver offerto rilievo a un siffatto popolano abbastanza noto nel nostro tempo.


MASTRU GILORMU


Quale villarosano della mia generazione, e anche con un decennio meno, non conosceva mastru Gilormu?
Quell’uomo di fatica avanti negli anni, con la schiena piegata ad angolo, che s'incontrava per le vie del paese con addosso un sacco di quattro tumoli di grano o della corrispondente farina. Entrava nelle case di chi avesse grano da far macinare e non disponesse di animali da soma. A casa mia era presente a ciclo quasi fisso per il tempo che non si esaurissero i quattro tumoli di farina che egli ci portava dal mulino.
         Era uomo della massima fiducia che mai e poi mai avrebbe abusato del credito riconosciutogli dai suoi clienti, sottraendo dal sacco qualche junta [giumella] di farina.
         Credente che non frequentava la Chiesa né s’accostava a Sacramenti; era analfabeta puro e, a modo suo, saggio di pochissime parole.
         Da parte di quest’uomo, quasi di casa per il periodico servizio prestatoci, ricevetti il più grave degli affronti che mai avessi potuto immaginare, l’accusa di furto.
         Nella tarda serata d’un Dieci Agosto dei miei 11 o 12 anni, avevo da poco finito d’assaporare il tanto atteso cono gelato e godevo in pace “a musicata n’chiazza” in compagnia di mio padre e di suoi amici, quando s’avvicinò mastru Gilormu che col dito puntato mi accusava del fatto che io avevo rubato del carbone a don Giovanni Albo. Io caddi dalle nuvole e cominciai a difendermi con tutta l’anima. I grandi mi facevano segno di non farci caso, ma io non capivo, tanto che, pieno di vergogna per l’accusa infamante subita in pubblica piazza, scoppiai a piangere. A questo punto mio papà e gli altri rabbonirono l’accusatore promettendo che avrebbero provveduto come di dovere…
         Quando si fu allontanato gli adulti mi spiegarono che il poveretto era ubriaco e che io ero stato uno sciocco a non capire i loro segnali.
         Quella sera scoprii il punto debole di quell’umile e onesta persona che avevo conosciuto da sempre come irreprensibile nel corso della sua quotidiana attività: da ex uomo di miniera nel giorno festivo aveva alzato il gomito più del solito.
         Mio padre in seguito mi parlò a lungo di quell’uomo scarinatu do stirraturi fin dalla tenerissima età e costretto, sempre da vecchio, a carriari ancora sacchi pesanti per poter vivere, non esistendo per i vecchi in quel tempo una pur misera pensione.
         Era un buon padre di famiglia che si sacrificò al massimo anche per far sì che il figlio non lo seguisse nel suo duro lavoro: infatti questi divenne calzolaio e anche musicante nella banda cittadina.
         Da quel momento cominciai a capire che il poveretto aveva fatto esperienze molte diverse dalle mie: per me a sei anni s’era aperto il portone della scuola, mentre per mastru Gilormu, alla stessa età, il buco d’una miniera buia, nella qualità di carusu, condannato a portare alla luce stirratura pieni di materiale da cui si sarebbe ricavato il biondo zolfo.
         Mastru Gilormu amava la musica ma non poté fare ovviamente il musicante perché affaccendato in mansioni per lui vitali.
         Una sera d’estate m’intenerì una scenetta che si presentò ai miei occhi: salendo per la via Solferino sentivo la banda musicale locale che si esercitava nel cortile circondato da un muretto, ove c’era stato ubicato poco tempo prima il Cinema Arena. In piedi su d’una sedia, mastru Gilormu, pur stanco per una giornata di dura fatica, sbirciava al di là della barriera muraria e s’inebriava all’ascolto delle grezze note di prova.
         Gilormu, da zolfataio quale crebbe, era intriso d’una mentalità mille miglia lontana da quella, per fare un esempio, d'un agricoltore, per tradizione più vicino alla Chiesa.
         Il minatore, in genere, viveva a stretto gomito con la morte; sapeva che in caso di disgrazia la sua salma non sarebbe entrata in chiesa e che dritta dritta l’avrebbero calata in una buca scavata alla meglio al cimitero, senza un’aspersione d’acqua benedetta da parte d’un prete: sarebbe stato considerato un morto disgraziato e di conseguenza, ipotizzando che non aveva avuto il tempo di pentirsi dei suoi peccati, primo fra tutti quello di abituale bestemmiatore. I più maliziosi fra i solfatari aggiungevano che nelle famiglie di tali vittime restava solo fame e disperazione e, per spiegare la mancata cerimonia clericale, richiamavano il detto popolare che senza sordi non si nni cantano Missi.
         Tanto però non escludeva che nel profondo dell’animo lo zolfataio coltivasse una sua personale e profonda religiosità.
         Un giorno mastru Gilormu aveva riportato il solito carico di farina a casa mia, chiese una sedia per un breve riposo  e potersi asciugare il sudore con il suo fazzolettone che teneva sempre annodato al collo.
         Era presente un mio cugino, smanciusu per natura, che essendo figlio di commerciante aveva avuto modo di conoscere meglio il vecchio stacanovista, anche nel suo fondo religioso. Così, con molta serietà l’apostrofò:
- Mastru Gilò, asìsti?
         E il povero vecchio accaldato, annuendo più volte col capo rispose:
- Asìsti!... Asìsti sì!
         Mio cugino a questo punto cominciò a far ancor più il burlone calcando su quell’ "asìsti".
         L’anziano comprese a volo lo sfottò; lo fulminò con lo sguardo e sbottò:
- Asìsti la to’ vrigogna!


Cerca nel blog

Lettori fissi

Archivio blog

Informazioni personali

La mia foto

Di Cateno Corbo pare che al momento ne esista uno solo