giovedì 4 marzo 2010


CU L'AVI L'AVI DISSI BLANNINU

Fin da bambino, ogni tanto sentivo una frase che mi sembrava lapalissiana e addiritura sciocca: Cu l’àvi l’àvi, dissi Blanninu.
Non osavo esprimere il mio sospetto perché percepivo che senz’altro mi sbagliavo io e non di certo le persone grandi che proferivano quella che a me appariva un’ovvietà.
Man mano che crescevo, continuavo a sentirla, ed io ci riflettevo sempre più per cercare di scoprirci il senso occulto che ancora mi sfuggiva.
Col tempo e la maturità cominciò a farsi strada in me l’idea che non si dovesse trattare del possesso di cose materiali, ma di entità imponderabili quali onestà, pudore, sensibilità, senso del dovere, fede alla parola data, ecc…, insomma le caratteristiche dell’uomo serio, molto raro in ogni tempo.
Blanninu quindi era un uomo saggio e voleva far capire che certe virtù non si improvvisano o possono indossarsi come un abito nuovo. Compresi così che l’ipocrisia dei falsi virtuosi, anche se rende nei rapporti sociali, finisce col durare poco e sempre fra i distratti o i superficiali: in poche parole, i santi uomini e le sante donne se non lo sono in profondo non lo diventeranno mai.
Mia madre usava molto spesso il detto di Blanninu. Un giorno le chiesi chi fosse questo Blanninu. Mi rispose che era un uomo saggio, che però ella non conobbe mai, perché era andato in America, prima che lei nascesse.
Ella di Blandino (così risultava allo Stato civile) non ne ricordava più il nome, ma sapeva che era stato un nostro lontano parente ed anche intimo amico e compare d’un suo prozio, Calogero Casale.
Blandino, a detta di zio Calogero, aveva messo su una bella numerosa famiglia.
I figlioli, divenuti adulti, nei tempi duri di fine ‘800, furono tra i primi a lasciare Villarosa per l’America. Come tanti altri volenterosi affrontarono l’ignota realtà, impararono la nuova lingua e presto fecero una discreta fortuna.
Anni dopo, quando il Blandino rimase vedovo, i figlioli tutti insistettero tanto perché il padre lasciasse il paesello per raggiungere le uniche persone care che gli rimanevano al mondo, anche se oltre Oceano.
Blandino lasciò il paese con la morte nel cuore; da persona sensibile ed intelligente presentiva quello che i giovani figli non potevano intuire.
Per amore obbedì al caro richiamo, confidando agli amici più cari la sua gioia e la sua angoscia.
Nelle prime lettere allo zio Calogero descriveva la meraviglia di quel mondo nuovo inimmaginabile per chi era nato e cresciuto nel cuore profondo della Sicilia ottocentesca.
Ma un uomo della sua età non poteva inserirsi in quel pianeta tanto vasto quanto vario; quello era un universo che egli sapeva di non potere né esplorare né affrontare, perché c’era il rischio di perdersi come un bimbetto fuori dal suo rione.
Così si accontentava appena di vagare come un fantasma nelle vicinanze, dove si parlavano tante lingue tutte a lui ignote, dove si professavano tante religioni diverse dalla sua. Trovare un paisanu era una rara fortuna perché tutti erano impegnati a lavorare sodo: solo la sera quando i figli tornavano a casa poteva sciogliere liberamente la lingua nella sua parlata natìa.
Troppo poco per un uomo che al suo paese era vissuto in un contesto di relazioni ben più vasto, dove egli era stimato per la serietà d’un’intera esistenza, rinvigorita poi dalla saggezza della vecchiaia.
Non è dato sapere quanto tempo durò l’ultimo esilio di Blandino; Zio Calogero ne parlava sempre di persona scomparsa nella giungla urbana d’America e citava sempre il contenuto della lettera più significativa ricevuta da suo compare.
Questi facendo riferimento alla mancata conoscenza della lingua e quindi alla emarginazione di fatto, alla dipendenza dagli altri e all’ozio a cui amorosamente l’avevano obbligato, aveva scritto: “….dacchè ero padre sono diventato figlio….; vivo in una terra dove il fiore non ha odore, il pane non ha sapore e la donna non ha onore”.
Blandino, all’improvviso e senza gradualità, ad un’età in cui è difficile qualsiasi adattamento, aveva fatto un salto socio-culturale e morale con anticipo di quasi un secolo rispetto al paesello da dove proveniva.
La sua generazione, rimasta a Villarosa, cominciava appena a percepire, solo per sentito dire, che esisteva un mondo capovolto nei valori, quale quello sperimentato da Blandino, così continuava a vivere il proprio tempo, assimilando lentamente i minimi e graduali mutamenti della realtà sociale.
Decennio dopo decennio, guerra dopo guerra, anche il “nostro piccolo mondo antico” è andato cambiando e le nuove generazioni si sono adattate alle novità, con qualche ricordo nostalgico di tempi rimpianti perché ritenuti più belli.
La realtà d’allora era sì genuina, ma l’antica estrema miseria incombeva su gran parte della popolazione; oggi abbiamo raggiunto una certa prosperità, ma per essa abbiamo pagato un pesante scotto.
Col benessere abbiamo perso la nostra schietta identità e globalizzandoci ci siamo “americanizzati”, nel bene e nel male.

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