mercoledì 23 novembre 2016


UMANE CREATURE ALLO SBARAGLIO


La dolorosa storia che segue, una fra le tantissime, è rivolta principalmente a quanti (e non sono pochi) sostengono che i sindacati sono la causa principale della crisi dell’odierna economia e chiudono gli occhi sui tempi duri in cui i datori di lavoro si arricchivano alle spalle dei lavoratori, che quando perdevano la vita o acquisivano sul lavoro un’invalidità permanente, lasciavano le rispettive famiglie nelle più terribili delle necessità.

Il tragico caso che propongo è del 1913, ma prima d’allora ne erano accaduti di già tantissimi; ancora oggi, sia pure in minor misura, continuano mietendo vittime innocenti anche se sono presenti varie forme di tutela da parte di molteplici attività sindacali.

 L’economia villarosana d’un secolo fa, e anche prima, era in massima parte sostenuta dalle miniere di zolfo che a decine, fra grandi e piccole, offrivano occupazione a molte centinaia di cittadini, dalla puerizia all’avanzata età, nelle varie mansioni attinenti l’industria estrattiva.

Don Carmelo Albanese, meccanico tornitore, lavorava in una di quelle miniere molto distante dall’abitato. Il suo felice matrimonio era stato di già allietato dalla nascita di una bimba e quattro anni dopo la moglie era in imminente attesa di nuovo erede, ovviamente sperato maschio.

I parenti più stretti non erano eccessivamente preoccupati per i gravi pericoli della miniera dal momento che ben sapevano che la sede di lavoro del proprio familiare non era nel ventre della terra ma nell’officina piazzata in superficie.

Raramente fabbri e meccanici erano chiamati ad eseguire lavori nelle gallerie, salvo quando, per lo più rotaie e vagoni, necessitavano di qualche rabberciatura o di sostituzione di pezzi, ma sempre operavano lontani dalla linea di avanzamento.

Don Carmelo scendendo qualche volta giù nel cuore della miniera aveva notato un leggero scricchiolio dei cavi della gabbia, la cui attività era necessariamente quasi continua. Di conseguenza aveva fatto notare più volte a capomastri e proprietari il rischio che poteva scaturire da quel significativo indizio: tutti si mostravano pronti ad assicurare che al più presto si sarebbe provveduto, non appena sarebbero arrivati i “varrà”, il nome sicilianizzato dell’inglese warrant, cioè l’attestato che il corrispettivo in moneta dello zolfo venduto era stato versato in banca e quindi disponibile al prelievo da parte della ditta.

I “varrà” arrivavano, ma di nuove funi, manco a parlarne.

Si risparmiava su tutto, meno che sulle vite umane: i minatori spesso lamentavano il rischio imminente di crolli, ma si lesinava persino sulle armature dei punti avanzati, per le quali spesso erano utilizzate travi logore o rabberciate.

Quando giunse l’ottobre del 2013, centenario della vicenda che segue, più volte mi sono accinto a scrivere in merito, però mi cadeva la penna dalla mano, per usare una espressione oggi quasi in disuso.

Oggi invece non ho più intenzione di indugiare e mi dò forza a far rivivere la presente tragica storia e nello stesso tempo per lasciare memoria delle altre centinaia piombate sull’esistenza di altrettante famiglie nei due secoli di piena attività mineraria siciliana.

La funesta vicenda che segue aveva colpito particolarmente il ramo materno della mia famiglia. Fin da piccolino ogni tanto ne sentivo accennare con brevi e desolanti allusioni, ma io, pur curioso per natura, non osai mai far rievocare il funesto evento.

La triste storia ebbe inizio proprio nello stesso giorno della venuta al mondo di mia madre.

I nove mesi della gestazione erano sullo scoccare: una mattina, già prima dell’alba, il nonno aveva intuito che la cara consorte era prossima al parto.

Stette al lavoro tutta la giornata in forte ansia; poi provò a chiedere di potere anticipare eccezionalmente di qualche ora la fine del turno: l’ottenne. Mentre però si preparava a raccogliere frettolosamente le cosette personali nella sacca d’olona, all’improvviso fu chiamato d’urgenza per un intervento assolutamente improrogabile nella galleria.

Mio nonno e due fabbri avevano appena cominciato a calarsi dentro il gabbione, quando improvvisamente, quelle stesse funi che avevano da tempo dato segni di deterioramento, si spezzarono facendo precipitare il tutto fino in fondo, con la sfrecciante velocità che può imprimere la libera forza di gravità: nessuno dei tre si salvò.

Intanto in quelle funeste ore la nonna aveva partorito la mia mamma, la seconda femminuccia.

         La poverina attendeva l’arrivo del caro marito: le ore passavano e le ansie aumentavano, fino a diventare angoscia e progressivamente completo struggimento.

Intanto la fatale notizia era pervenuta in famiglia, ma nessuno trovava l’ardire di comunicarla alla puerpera, che dal letto bramava per il ritardo inconsueto dell’amato consorte.

La poverina leggeva negli occhi dei familiari che le stavano attorno che qualcosa di grave era avvenuto e cominciò a piangere l’amato sposo come morto. Poi quando s’accorse la sventurata che nessuno osava smentirla, ebbe la chiara conferma dell’immane perdita.

Allorquando la disperazione era arrivata al culmine, toccò alla sua stessa madre di confermare la tremenda sciagura appena accaduta.

La neonata, mia futura mamma, doveva chiamarsi Virginia come la nonna materna, invece le fu imposto il nome, al femminile, del padre che non conobbe mai, Carmela.

Apparirebbe inutile ripetere le tristi conseguenze di questo tragico evento nei riguardi dei familiari che dall’oggi al domani venivano a trovarsi colpiti nel cuore e caduti nella miseria più nera conseguente al mancato, sia pur inadeguato, guadagno.

Forse il Creatore immise nel mondo una percentuale di coppie sterili perché queste si prendessero cura, con pari amore, di quanti avevano perduto i naturali genitori.

La famigliola incompleta di mia nonna Angelina entrò nel numero dei graziati: zia Rosina e zio Calogero furono pronti ad annettere alla propria l’altra delle tre sventurate creature, vittime del destino e soprattutto dell’ingordigia umana.

 Dieci anni prima in Villarosa era stata creata la “Lega di miglioramento tra operai e zolfatai”. Questa a quel tempo sembrò una conquista, ma era sostenuta unicamente dall’apporto mensile di una lira da parte d’ogni operaio e di 50 centesimi di ciascun carusu: i padroni delle miniere non contribuirono a questa magra Cassa nemmeno con nessun pur misero versamento.

Mia nonna ricevette dalla “Lega di Miglioramento”, a seguito dell’incidente mortale del marito, 300 lire soltanto, valevoli per tutta l’intera esistenza sua e delle figlie.

Faccio ora un salto temporale nel successivo mezzo secolo, a metà circa degli anni ’60, quando mia nonna era ormai ultra settantenne e viveva con i mei genitori. L’Italia del cosiddetto boom economico si ricordò di quanti ancora sopravvivevano a quell’immane ingiustizia e volle concedere un contentino riparatore; mia mamma però non volle accettare assolutamente quella tardiva offerta della Stato, dopo un’intera esistenza di sofferenze indescrivibili e quindi non volle categoricamente far inoltrare istanza alcuna alla nonna.

A quanti tra parenti, amici e vicine di casa le facevano notare che nessuno dei presenti governanti si sarebbe accorto del suo sprezzante gesto, rispondeva secca:

 - Troppo tardi! Mia mamma già sta bene con noi: oggi non le manca niente.

Nonna, papà e noi maturi nipoti non c’ intromettemmo nell’ esprimere un pur semplice giudizio relativo all’orgogliosa e sdegnosa decisione di mamma, effettivamente la più martoriata fra tutte.

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