martedì 17 gennaio 2012

Ipotesi su come una stratella possa diventare un ampio e luminoso corso

Un nostro lettore che si firma Huge, leggendo il mio post “Una lenta incruenta vendetta” che così inizia “La nostra via Milano, la più lunga dopo  il Corso Garibaldi, si estende “da muramma”, oggi via Cossa, fino “a stratella”, il corso Regina Margherita…” , mi chiede: “ Ma c'è qualche motivo particolare per cui Corso Regina Margherita veniva detto a stratella???”. Sulla “muramma” non c’è tanto mistero perché la via Cossa nasceva dal Corso Garibaldi lato sud con a destra una casetta singola abitata da un sola famiglia; appresso a  questa modesta costruzione iniziava un muro a secco che tratteneva i terreni a salire fino alla “vanidduzza” ; di sera la zona, complice il buio, era frequentata da quanti non avevano servizi igienici in casa.
Tutte le persone nate e cresciute nel quartiere del corso Regina Margherita e non solo, compresi i ragazzi, continuavamo a chiamarlo “stratella”. Io non ero per nulla convinto che una via così larga non poteva indicarsi con un nome così ristrettivo, ma alla mia osservazione nessuno seppe mai dare una soddisfacente risposta.
Quando il vecchio nome di già era caduto in disuso tra le nuove generazioni, compresa la mia, scattò in me la reminiscenza di una vecchia ipotesi scaturita da un dettaglio non trascurabile che avevo sentito formulare da un anziano che a sua volta da ragazzo ne aveva avuta notizia da persone di più avanzata età: gli ingressi principali del Palazzo Ducale e della Chiesa Madre erano in antico sistemati allo stesso livello, uniti da un unico monticello senza l’infossamento attuale del corso Regina Margherita.
Avevo lasciato tale ricordo nel cantuccio del mio cervello perché non mi convinceva in quel contesto una concepibile sistemazione della vicina piazza e dell’orologio civico. Un giorno casualmente sentii citare il comune detto che “Roma non fu costruita in un solo giorno” e subito pensai alla pittrice Rosa Ciotti che nella seconda metà del ‘700 aveva tracciato la lineare topografia del nostro paese, che rimase per quasi due secoli modello scrupolosamente rispettato. Era relativamente facile rappresentare una futura cittadina sulla carta, ma c’era da fare i conti con la realtà materiale del suolo in tempi in cui erano impensabili ruspe a motore e mezzi meccanici oggi d’uso comune.
Cercando d’immaginare scenari del passato cominciai col notare che sul frontale tutto della chiesa e poi sulla fiancata maggiore, è ben visibile una larga reseca che va a perdersi gradualmente quasi fin dove arriva la costruzione sacra. Considerando poi la conformazione della porta secondaria (a porta fausa) sul corso notiamo degli scalini a scendere all’interno di essa e altrettanti all’esterno. Da tanto si desume che nei tempi iniziali della chiesa appena costruita l’uscita secondaria doveva essere a livello della strada. Nel fronte opposto ebbi in tempi passati possibilità di appurare che i pianterreni oggi esistenti sotto il Palazzo Ducale sono dei seminterrati senza sbocco nella retrostante parallela via Genco: la conclusione mi è sembrata ovvia, reseca e pianterreni erano un tutt’uno, coperti da un monticello che partiva più o meno dall’altezza dell’odierna Banca San Paolo e univa gli accessi alle due antiche e prestigiose costruzioni, la civile e la religiosa.
La planimetria della futura Villarosa, ispirata al neoclassicismo settecentesco, fu rispettata con scrupolosità e ogni nuova costruzione seguiva quel piano regolatore originario senza le furberie dei tempi successivi.
Ora volgiamo lo sguardo più in alto, oltre la linea delle odierne via Milano e via Genco. Esse appaiano in leggera pendenza verso est, ma se saliamo sempre più su notiamo che a mano destra le vie che si riversano nel corso vanno diventando sempre più ripide fino alla scalinata di via Giordano e il bastione che affianca il Monumento ai Caduti in guerra, sorto sui ruderi d’una vecchia chiesetta dedicata a San Giuseppe, che dava il nome a tutto il quartiere .
Dal lato sinistro del corso invece notiamo uno scoscendimento delle vie verso est e nello stesso tempo un rialzamento della sede stradale ottenuto con un’opera muraria eccellente che ci ha consegnato il meraviglioso corso che oggi ammiriamo. A tale proposito è il caso di elogiare gli antichi costruttori del muro ad est che sostiene il piano stradale, costruito per i carretti e si mantiene ancora solido al passaggio di furgoni ed autotreni.
S’è detto che anche Villarosa non è nata nel breve tempo in cui fu ideata, quindi immaginiamo la zona tutta con la collina che scende dal Cozzo che veniva edificata casa dopo casa nel corso di più d’un secolo, sempre seguendo le linee indicate dalla Ciotti. Come poteva apparire ai nostri antenati quel territorio? Il versante d’una collina fangosa d’inverno ed arida d’estate. Su di essa i carretti che trasportavano il pietrame per le case in costruzione, le zampe degli animali da soma e i piedi dei cittadini ne avevano tracciato col continuo uso un viottolone, a stratella, così nominata ancora fino alla mia infanzia.
Questa è la mia ipotesi elaborata su scarsi frammenti di memoria antica.
Ringrazio Huge per l’occasione offertami e invito tutti gli amatori del proprio paese a collaborare suggerendo ricordi destinati a disperdersi  nel nostro blog tutto villarosano  www.bellarrosa.blogspot.com .

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