sabato 10 aprile 2010

Premessa alla nuova discussione di antichi casi di comune miseria


L’antica miseria delle nostre popolazioni è oggi incomprensibile alle nuove generazioni, pertanto ritengo utile e doveroso avviare una ricerca, ovviamente aperta alla collaborazione di tutti, sugli aspetti economici e sociali più tristi della nostra terra nei decenni trascorsi.
Mi sovviene un pensiero di Gesualdo Bufalino che citando ricordi più datati di sua madre, parlava di un tempo in cui si poteva rompere un rapporto di buon vicinato solo a causa della restituzione di un uovo più piccolo rispetto a quello anticipato in prestito. Cos’è oggi un uovo? Una modica spesa. Nel passato no.
In tempi non molto lontani, quasi in ogni casa, si allevavano le galline che di giorno si lasciavano razzolare per le vie alla continua e instancabile ricerca di qualche granello, mollichina, insettuccio, foglia di scarto di verdure ed anche di escrementi di bimbi che venivano deposti con naturalezza al margine della strada.
Le immagini possono dire più delle mie parole: fra le foto delle vie di Villarosa pubblicate sul sito e messe a confronto tra presente e passato, sono ritratte infallibilmente galline intente alla ricerca di cibo, persino nella centralissima via Deodato, parallela del Corso principale, proprio davanti alla vecchia Caserma dei Carabinieri.
Fa più tristezza sapere che quelle uova spesso non nutrivano i figlioli delle proprietarie delle bestiole, ma venivano vendute per ricavarne qualche spicciolo destinato a più urgenti bisogni.
Per il bimbo malato si faceva qualche eccezione. Quando il bimbo a causa dell’inappetenza derivante dal malessere non riusciva a mangiarlo per intero, la madre ne completava il consumo. Anche per questa semplice scenetta familiare, subito nasceva il proverbio appropriato, molto noto in Villarosa: “Cca calunia do figliulu a mamma si mangia l’uvu”.
Ho raccolto, frugando fra la mia memoria, qualche episodio in tema, che spero di pubblicare in seguito. Intanto gradirei che villarosani e non, facessero altrettanto o raccogliessero dalla viva voce di anziani fatti e situazioni che, senza offendere nessuno, riescano a tramandare a chi arriverà dopo questo spaccato di vita del passato, al fine di evitare il rischio che le nuove generazioni possano pensare che il mondo fosse sempre stato come l’avranno trovato.

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