domenica 27 dicembre 2015

"MA DUNA NA LIRA DI SSA COSA?"

"MA DUNA NA LIRA DI SSA COSA?"

               Lo scoppio della guerra nel giugno 1940 fece rallentare al massimo grado i rapporti commerciali tra Nord e Sud: la ferrovia e le relative stazioni erano bersaglio frequente di mitragliamenti e bombardamenti aerei, le autostrade ancora non esistevano e conseguentemente i prodotti industriali di qualsiasi genere erano pressoché inaccessibili. Al contrario, ad alto rischio, viaggiavano sulle strade soldati, carri blindati, cannoni ed esigue vettovaglie per la truppa.

            Successivamente allo sbarco nella zona di  Gela nel giro di pochi mesi l'Italia fu tagliata in due e  da tanto ne conseguì una scissione totale.
In quella situazione la merce principale che a un ragazzino potesse interessare era ovviamente quella alimentare che quando si era fortunati si riduceva al tozzo di pane, che non sempre si aveva la buona sorte d'avere in casa. Alla domanda del bambino che chiedeva ccu ccu s'aviva a mangiari u pani, cioè il companatico, spesso la risposta amaramente semischerzosa dei genitori era la solita: pani, crusta e muddricuni.

            Ricordo con tristezza quei ragazzini che tra ottobre e novembre chiedevano a vicini di casa proprietari di alberi di ulivo se potevano aiutarli a raccogliere da terra le relative bacche, che notoriamente non sono in quello stato direttamente mangiabili come in genere l'altra frutta: mi fu spiegato dai grandi che l'offerta della propria dura fatica, in apparenza gratuita, sarebbe stata ricompensata col tozzo di pane accompagnato da mezza sarda salata, che ciascuno avrebbe consumato durante la sosta di mezzogiorno.
Ricordo ancora che da scolaro a primavera ogni tanto il direttore consentiva alle scolaresche di andare "a passeggio". Era un tripudio per tutti, ma la maggioranza degli alunni s'infilava nei prati, tirava fuori dalla tasca un coltellino e si dedicava a raccogliere erbette a me sconosciute che divoravano con ingordigia: panipanuzzu, piscialazzi, cardeddra, pidi di gaddru e tante altre delle quali non ricordo più nemmeno il nome.
Contemporaneamente da parte mia vagamente ancora mi ricordavo di certi companatici, tipici di regioni nordiche, che papà, quando non c'erano frigoriferi nelle case, portava in piccole porzioni sera dopo sera e dei quali avevo dimenticato prestissimo i nomi, come un  morbido e gustoso formaggio rivestito all'esterno da carta stagnola, il "gorgonzola", i formaggini …

             Sempre a proposito di queste antiche carenze, mi sovviene un ricordo  recente: in un pomeriggio estivo un signore avanti negli anni, ma vivace, con la telecamera in mano usciva dalla Matrice, inquadrava e riprendeva la piazza, di fianco il Palazzo Ducale e la torre dell'orologio; poi, scendendo giù dalla scalinata, si rivolse all'amico con cui io parlavo e gli disse: - Cce fari vidiri e' ma figli ca cca nun simu propriu rrobba di terzu munnu…
Appena completammo con l'amico il discorso iniziato, ebbi la curiosità di chiedergli chi era quel villarosano tanto orgoglioso del suo paesello.
Appena ne appresi il nome, subito accorsi per raggiungerlo perché si trattava proprio di un mio caro compagno di classe, fra l'altro ritratto nella foto di gruppo della Prima Comunione del 1941, emigrato in qualche stato del Nord europeo alla fine degli anni ‘40. Fu vana la mia corsa, perché era forse ripartito in auto.
Ci rimasi molto male, ma nello stesso tempo fui molto compiaciuto del fatto che Minicuzzu aveva fatto nella vita all'estero passi avanti e difendeva il suo primo borgo agli occhi dei ben pasciuti figli. Di sicuro costoro conservavano ancora l'immagine che s'erano fatta del mondo dei tempi duri trascorsi da papà in Villarosa: chissà se egli aveva raccontato anche a loro quel che un giorno dei tempi  amari egli aveva consigliato a me: - U sa quantu sapi bbunu u pani accumpagnatu ccu na stizziddra d'agliu?

             1945: due tristi anni erano trascorsi dall'invasione Anglo-americana in  Sicilia; il commercio col Nord molto lentamente andava riprendendo il suo ritmo. I primi prodotti alimentari nordici cominciarono ad arrivare a Villarosa. Don Michele Castellano, fu il primo fra i suoi colleghi, che ordinò la già comunissima mortadella di Bologna.
Appena l'ebbe ricevuta, l'espose bene in vista sul bancone frontale.
Non si formò una coda d'acquirenti, ma di curiosi sì. Fra le giovani generazioni pochi capirono di cosa si trattasse.

               Tra costoro c'era u figliu di Caliddru. Egli abitava in un misero tugurio in contrada Garciuddra, col vecchio padre disabile per una marcatissima gobba, sicuramente originata da un precoce e lungo carusatu di pirrera: il ragazzo non aveva per tutti un proprio nome; seppi che era mio coetaneo solamente circa un decennio dopo, quando ci trovammo in uno stanzone della Pretura, nudi tutti insieme i maschi del 1934, quali comuni cittadini italiani, alla visita militare di leva.
Una delle primissime sere dell'arrivo del prodotto bolognese, mio padre, mentre andava a comprare il solito companatico serale, ebbe richiesta sul marciapiede la consueta carità dall' indigente ragazzo.

             Subito dopo si ritrovarono ambedue nella bottega del Castellano, nel momento in cui il figlio di Caliddru, con la misera moneta cartacea quadrata delle AM Lire in mano, indicando la mortadella, chiedeva:
          - Ma duna na lira di ssa cosa?

Il prezzo del dopoguerra di "ssa cosa" era di ben mille lire al chilogrammo, accessibile a pochissime famiglie in quel momento di lentissima ripresa. Don Michele abbozzò un sereno sorriso, tagliò una sottilissima porzione di fettina di mortadella, gliela porse in mano e gli fece cenno di tenere per sé l'altrettanta leggerissima liretta.

           Spesso mi chiedo perché mi ritrovo a evocare questi antichi ricordi e concordo pienamente che questa è la genuina storia del nostro popolo e non solamente quella che apprendiamo dai libri degli studiosi: è pure importante la conoscenza delle gloriose vicende degli Stati e delle Regioni: il Re che diventa Imperatore, la Regione nostra che ottiene l'Autonomia, l'Italia che col Fascismo acquista gran prestigio nel mondo, le due Guerre Mondiali…  ma non dobbiamo dimenticare tutto il cumulo di sofferenze e di morti, che sono stati pesantemente appioppati all'esistenza già triste d'intere popolazioni.
I nostri figli anche questo dovranno imparare a conoscere: non è la momentanea gloria a far grandi i popoli, ma il vivere sereno, senza atroci privazioni e morti violente.              
 In questo momento storico di rimasuglio di benessere che comincia a scemare fortemente a causa delle ingiustizie che nascono dall'ingordigia dei potenti, dalle mafie e dagli sperperi inutili, il mio vorrebbe essere un gesto scaramantico per allontanare la tristezza di quei tempi vissuti, sempre sperando che non tornino mai più.

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