lunedì 26 marzo 2012

O DA PORTA O DO PURTIDDU



Qualche giorno fa sono andato al Presidio Sanitario per la prenotazione d’una visita specialistica; Salvatore Maisano mostrava qualche difficoltà a trovare una data libera, quando lo sentii mormorare fra sé: - O da porta o do purtiddu…
M’aspettavo il seguito del detto e lo invitai a continuare, ma mi rispose che intendeva dire solamente che si sarebbe trovata una soluzione in un modo o nell’altro.
Mi fece gran meraviglia che un’espressione quasi centenaria sopravvivesse ancora fra i giovani, anche se incompleta.
Da gran tempo è stata mia intenzione portare a conoscenza dei cittadini il motto in questione, ma mi appariva quasi superfluo dal momento che lo consideravo già decaduto.
Salvatore m’ha fatto ricredere e la circostanza oggi m’induce a trattarne.
Spesso quand’ero ragazzo nei casi in cui ci si aspettava una risoluzione a un pur piccolo problema sentivo ripetere con una punta d’ironia : - O da porta o do purtiddu a vo nnesciri u furmintiddu.
Non capivo il nesso fra la situazione e il detto e quindi chiesi delucidazione, come di solito, a mio padre.
L’espressione era nata a seguito di un fatto di cronaca accaduto una ventina d’anni prima, che per l’indigenza dei tempi di guerra fece molto scalpore.
Don Peppino Profeta, sindaco di Villarosa prima e dopo il Fascismo,  in società col fratello don Filippo, erano i più grossi commercianti di frumento del paese.
Gli agricoltori, trattenuta a casa la mangia che era la quantità di grano che potevano consumare in famiglia fino al nuovo raccolto, al momento in cui il prezzo del grano era ritenuto adeguato, lo portavano a vendere dai Profeta.
L’annata in cui avvenne il fatto fu favorevole agli agricoltori tanto che il grano a stento  poté essere contenuto nei depositi; così veniva creato un grande quadrato formato dai due lati d’un angolo del locale e da altri due serrati con sacchi zeppi di grano; dentro si formava un gran cumolo,  a timugna, che aumentava man mano che arrivava nuovo frumento. Quando poi il mucchio aumentava di volume, per non farlo debordare, si aggiungevano altri sacchi colmi sui due lati aperti.
Era uno spettacolo vedere quel ben di Dio, esposto alla vista di quanti passando vi gettavano ingorde occhiate.
I primi a volerci mettere le mani ovviamente erano gli uomini di fatica che non riuscivano a sfamare come dovuto i figli col misero salario che percepivano. Vari cittadini stuzzicavano in vari modi quei poveretti che stavano vicini al grano: potevano toccarlo, desiderarlo, ma non potevano portarsene a casa nemmeno qualche pugnetto, per fare a cuccì ppi Santa Lucì.
Fra costoro vi era Cola A., molto noto in paese perché sempre in giro a faticare e vivente ancora ai tempi della mia prima giovinezza. Questi, forse perché già pizzicato  per piccoli furti, ma soprattutto per il "vizietto" che aveva di procurarsi carne fresca con poca spesa e fatica, era visto come il più tentato dal grano con cui stava a contatto.
Cola e famiglia vivevano in un catuju piccolo e scuro, dove la sera a stento c’era spazio per far distendere su umili giacigli i suoi occupanti, di conseguenza, a volerlo, non c’era spazio ppi na càggia cche gaddini.
Cola vedeva razzolare per la via le galline del vicinato ma nessuna entrava nella sua casetta per poterla acchiappare. Intanto egli conosceva il proverbio “Jetta a fava ppi pigliari a gaddina” e la sua applicazione pratica pur se meno nota, così s’era procurato qualche fava secca e del filo di cotone sottile e resistente. All’estremità di questo vi legò con un piccolo e stretto nodo una delle fave e la lanciò vicino alla sua porta. Quando la prima gallina ingoiò la fava con annesso filo, Cola cominciò a tenderlo leggermente costringendo il volatile a difendere il legume che aveva intanto raggiunto il gozzo. Appena la poveretta varcò la soglia del catuju, la sua condanna a morte fu eseguita immediatamente.
Nel tempo successivo le galline sparite furono molte e i maggiori sospetti erano indirizzati verso Cola. Molte furono le scenate e il sospettato espediente della fava allacciata si sparse per tutto il paese.
Per tutti questi suoi trascorsi Cola era il maggior stuzzicato dai paesani che lo provocavano per via del grano con cui stava a contatto; a costoro egli rispondeva con una certa stizza:
 - Àiu l’ucchi chini e i manu vacanti.
I fratelli Profeta erano ben consci di quei naturali desideri ma non potevano far nulla di più: quel grano l’avevano pagato al prezzo giusto. Così erano attivi nel tenere le chiavi di particolare sicurezza alla cinta e a non lasciarle in mano ai dipendenti di maggior fiducia nemmeno per un attimo.
A timugna s’alzava sempre più ed era arrivata a qualche metro da una finestrella, purtiddu, munita da una solida grata in ferro. Questa circostanza tranquillizzava i due fratelli, all'oscuro della circostanza che qualcuno con gli occhi prendeva le misure all’intreccio delle sbarre di ferro.
Una mattina si sparse la voce che Cola A. era stato arrestato durante la notte.
Scassà un paisi. Tutti volevano sapere cosa era successo di preciso; le notizie era scarse e contraddittorie. Se in un crocchio qualcuno faceva una ipotesi, essa passava all’altro più prossimo come una certezza che però aveva ben poca durata. Verso mezzogiorno si poté ricostruire nei particolari l’accaduto.
A Cola dopo una lunga giornata di fatica a scaricare, portare o bìlicu i sacchi di frumento, caricarli ad uno ad uno sulla schiena e, salendo su per l’asse ripida di legno, andare a svuotarli in cima a la timugna, gli toccava di fare in proprio un lavoro straordinario nel pieno della notte.
Egli aveva calcolato che attraverso il vuoto quadrato tra la sbarre do purtiddu poteva far passare u cuppinu da pasta: quindi lo legò per il manico ad una canna e fu pronto per la paziente missione notturna che durò per circa una settimana.
Per sua fortuna accanto al magazzino sorgeva una stalla i cui alloggiati non avrebbero parlato né protestato per via degli inevitabili rumorini che si potevano produrre.
Di certo non furono i Profeta a notare il vuoto creato da qualche tumolo di grano sottratto dall’enorme ammasso, ma senz’altro un cittadino che soffriva d’insonnia avrà fatto una soffiata ai legittimi proprietari del frumento.
Fu enorme il clamore, sproporzionato al danno arrecato: i commenti per alcuni giorni furono innumerevoli e fra i tanti quello d’un paesano, rimasto ignoto, che con naturalezza e spontanea rima, messosi nei panni di Cola nell’organizzare il colpo, pronunciò il detto che passò di bocca in bocca e rimase famoso e vivo per circa cento anni ancora:
 - O da porta o do purtiddu a vo nnesciri u furmintiddu.

mercoledì 7 marzo 2012

DUE PRETI INDEGNI DEL XIX SECOLO
Spesso mi chiedo quanti saranno stati nel tempo i fatti scabrosi, relativi a persone che contano o che fanno parte di congreghe, maliziosamente coperti da quella polvere sottile che la falsa Storia lascia depositare silenziosamente.
Per fortuna spesso questa cinerea coltre si rivela  neve che si scioglie pur tardivamente al sole della verità.
Da poco sono venuto a conoscenza di opere di due poeti villarosani dell’ ‘800 che inspiegabilmente sono rimasti ignoti persino ai nostri vecchi: Salvatore Scavone e Giuseppe Albo. Ambedue ottimi verseggiatori in lingua italiana: il primo si dichiara allievo del secondo a cui dedica con immensa devozione una sua opera. Del secondo spero di poter parlare in altro momento.
Il volumetto POESIE” di Salvatore Scavone è del 1872, edito in Caltanissetta dallo Stabilimento Tipografico dell’Ospizio di Beneficenza. In esso sono contenuti fra l'altro due sonetti che riguardano la moralità di innominati preti suoi contemporanei. Molte poesie della stessa silloge sono riprese nella sua opera successiva “PRIMI FIORI”, ma dei due sonetti che seguono non si trova più traccia in quest’ultima. 
Ritengo opportuno citarli in questa sede per completare il discorso iniziato su questo delicato argomento che a suo tempo avrà fatto senz'altro tanto male alla pubblica moralità e soprattutto alla Chiesa.
E’ il caso di far notare ai soliti bacchettoni, che nel momento in cui essi puntano il dito sulla rilassatezza dei costumi della società in genere, ignorano i peccatori della loro Chiesa. Essi si ergono a giudici severi perchè si autoproclamano esclusivi possessori della Verità, puntano il dito sui comuni peccatori e nello stesso tempo coprono le malefatte dei loro congregati.
Spesso la Chiesa, mostrandosi caritatevole e dispensatrice di perdono, nasconde la cruda verità dei fatti che riguardano suoi fedeli, dimenticando di tradire le chiare parole di Gesù: “E' necessario che gli scandali avvengano”.
Quello che non dovrebbe esistere è il peccato, ma una volta che esso c'è dovrà essere messo in luce per far riflettere i membri della società tutta, dei credenti e dei non credenti.
A 140 anni dei fatti narrati nulla è cambiato nell'orientamento morale della Chiesa che nel caso dei preti pedofili, del caso Claps o degli scandali finanziari una chiara risposta non l'ha mai data e la tradizionale coltre di silenzio incancrenisce sempre più la società, Chiesa compresa

Da “POESIE” di Salvatore Scavone pg.7

LA MORTE DI UNO SFRENATO PRETE

Fra sozze tresche amò la vita, or l’empio,
stanco per gli anni, in lagrimevol suono,
ei, che fece di tutto un crudo scempio,
osa all’Eterno dimandar perdono.

Profanò del Signor l’altare, il tempio,
fe’ tremare, imprecando, il divin trono.
O delusi credenti, ecco l’esempio
di chi disse di Dio, Ministro io sono!

Spregiuro ai sacri voti, ebro germano
di Giuda, il qual con un sol bacio almeno,
ed ei con mille a Cristo il seno aprìo.

Sangue innocente imporporò sua mano,
vergin sedusse e ne corruppe il seno…
Ed or sì tardi vuol placare Iddio!

         Questa descrizione si attaglia bene al “parrinu bagasciu”,.di cui si  è parlato
        

Da “POESIE” di Salvatore Scavone pg.8

UNA STAFFILATA AL PRETE

Mostra all’aspetto d’aver buono il cuore,
fugge la vanità, giammai s’adira,
di Bimbo sembra aver l’almo candore,
a venerarlo l’apparenza ispira.

Soffre disprezzi, angustie, ogni dolore
per amore di Gesù, per cui delira,
e notte e dì con eccessivo ardore
il devoto fedel piange e sospira…

Oh, ipocrisia di sì malvagia prole,
in volto ha la virtù, mortal veleno
nascosto in core e nell’infida mente.

Molti egli inganna con dolci parole,
di vergin casta e pia corrompe il seno…
Povero Cristo e sciagurata gente!

Questo esempio di viscida ipocrisia si adatta a perfezione alla figura del padre naturale d’un serio professionista villarosano, di cui da ragazzo sentivo parlare, e che, già prima ch’io nascessi aveva trasferito la sua attività in una città vicina, dove io studente lo conobbi, molto vecchio, nel 1950.
I vecchi della mia infanzia, pur stimandolo, dicevano serenamente, che, nato in una poverissima famiglia, non avrebbe potuto laurearsi ed impiantare la sua costosa attività se non grazie all’aiuto materiale del padre naturale, un prete.
La data di nascita dello stimato concittadino coincide con la pubblicazione dell'operetta originale dello Scavone.

Cerca nel blog

Lettori fissi

Archivio blog

Informazioni personali

La mia foto

Di Cateno Corbo pare che al momento ne esista uno solo