lunedì 18 ottobre 2010

STORIA DI MAFIA E D’EMIGRAZIONE

Don Turiddu Calabrese era un fine fabbro: cito una curiosità di interesse locale, che circa cento anni fa fu lui ad essere incaricato dal Comune di realizzare la banderuola in ferro battuto della torre dell'orologio civico: essa per tutto questo tempo ha ben eseguito e continua il suo compito ad ogni cambiar dei venti. 
Persona gentile, stimato da vicini e clienti, che non si sarebbe mai e poi mai sognato di sgarrare ai doveri della legalità e della buona creanza. Suo padre,attenendosi a detti antichi, gli aveva insegnato di tenersi lontano da "galantumini, ca cumu i muli, tiranu cauci quannu menu ti l’aspitti" e "di nun fari amicizia ccu sbirri, pirchì si cci appizza lu vinu e li sicarri".
S’era tenuto pure lontano dalla politica locale al fine di evitare di dover scendere agli inevitabili compromessi che essa comporta; poi anche perché un suo stretto parente s’era trovato in situazione spinosa, tant’è che era stato costretto, per pagare debiti non da lui contratti, ad emigrare in Argentina.
Egli abitava da gran tempo nella casa ch’era stata dei suoceri, defunti da gran tempo, ch’era toccata in eredità ad un cognato, il quale viveva di commercio a Catania e, da vero galantuomo qual  era, trovava sconveniente chiedere la pigione a sua sorella.
I coniugi Calabrese avevano messo in conto che prima o poi dovevano acquistare l’abitazione dal congiunto e per questo scopo da tempo tenevano una somma da parte per il momento tanto atteso.
 La casa per i tempi in cui si svolsero i fatti, agl’inizi degli anni ’20 dello scorso secolo, si presentava ancora d’ ottima costruzione; poi, don Turiddu, in considerazione del fatto che non pagava affitto, non lesinava affatto sulle spese di manutenzione e sull’abbellimento.
Questa sorgeva nella strada dei Santi e dominava un’ampia piazza del paese, e faceva gola a tanti benestanti locali, ma tutti erano consapevoli che don Turiddu non si sarebbe fatto sfuggire quell’acquisto, vitale per la sua famiglia, perché comprendeva casa e putìa.
Un giorno Rosa Spalletta in Calabrese ricevette una lettera dal fratello Jachino che la informava di essere intenzionato a vendere la sua proprietà e che voleva passare la Pasqua in Villarosa tra i suoi.
Quando don Jachino, provenendo in carrozza dalla stazione, giunse o rivìlu, i facchini si precipitarono a prendere le sue valige di morbida pelle.
L’arrivo del concittadino che aveva fatto èbbica a Catania, sconvolse la quiete della parte di paese da dove egli passava: chi non lo conosceva ammirava il forestiero in bombetta e bastone col loden ripiegato sul braccio, quanti lo riconobbero andavano ad ossequiarlo. La notizia giunse in piazza e alla Società Umberto I di cui era ancora socio puntualissimo nei pagamenti delle mensilità sempre anticipate. Amici e altri solamente curiosi si precipitarono per vie traverse per incrociare il tragitto che don Jachino doveva percorrere.
Giunse nella casa dei suoi cari circondato da un folto gruppo di cittadini e da vicini di casa che s’unirono ai primi.
Il mattino dopo don Jachino cominciò a fare qualche domanda ad amici sul mercato delle case in Villarosa.
La notizia si diffuse in paese e giunse agli orecchi di un miricanu da poco rientrato in paese, desideroso di fare la vita da signore con il bel gruzzolo guadagnatosi negli States.
Questi consapevole delle mire del Calabrese, offrì allo Spalletta una somma più del doppio del valore di mercato della casa.
 Don Jachino a tavola, tenendo bassi gli occhi sul piatto, confidò che aveva subito un tracollo economico e sperava, con la generosa offerta di quell’emigrante, di comprarsi a Catania almeno un tetto sia pure più modesto.
Rosa Spalletta si sentì venir meno per la disastrosa duplice notizia che colpiva l’amato fratello e la proprietà della casa della sua infanzia e di tutta la successiva esistenza.
 Il gelo più disarmante avvolse quell' abitazione; tutti si parlavano a monosillabi e nessuno ardiva d'affrontare il discorso che ciascuno rripitiava nella propria mente sconvolta.
Don Jachino per svariare la mente confusa andava a far finta di leggere il giornale all’ Umberto I; don Turiddu furibondo lanciava improperi e maledizioni verso ddu piducchiu rivinutu di miricanu, partito morto di fame e che ora era capace di comprarsi mezzo paese…
Un mattino di una di quelle notti insonni don Turiddu prese la sua decisione, che egli giustificò di dover fare per il bene della famiglia.
Andò a bussare ad un portone e chiese udienza al padrone di casa.
Questi ruppe il silenzio vedendo l’ospite in grave imbarazzo e disse:
-   Don Turiddu carissimo, quale motivo vi porta a fare onore alla mia casa?
L’altro, dopo una lunga pausa imbarazzata:
-   Don Calojiru caro, sta Mèrica ni sta rovinannu a tutti; un tintu carriaturi torna cc’on carrettu di scuti e n’ accatta a mmassa. Chisti sordi miricani nun su’ scuttati ppi nnenti!
Don Calojiru ascoltò per filo e per segno, non promise nulla di certo ma il tono lasciava trasparire la sicurezza che solo un “uomo d’onore” era capace di dare.
Più tardi, come di solito don Calojiru andò all’Umberto I; prese amichevolmente al braccio don Jachino e se lo portò nella sala di lettura. I soci presenti fecero finta d’aver completato il rito della scorsa al giornale e lasciarono gli altri due ai loro discorsi…
Don Jachino quel giorno fu più tetro del solito a pranzo; disse che gli era passato l’appetito e si ritirò nella sua stanza a preparare il bagaglio.
Salutò in fretta la sorella per l’ultima volta e le disse che avrebbe mandato per posta la procura a vendere.
La nave sulla quale don Jachino s’era imbarcato per l’Argentina solcava già l’Oceano, quando una mattina, prima che all’officina arrivassero i giùvini, don Turiddu ricevette una visita inaspettata: Don Calojiru tirò fuori da scappulara con gelosa delicatezza tre piastre di cera vergine su cui erano impresse i calchi di altrettante chiavi di quelle con profili articolati che servivano a chiudere i magazzini delle masserie e che il padrone teneva sempre alla cinta… salvo quell’istante bastevole a lasciarne un' impronta su delle malleabili tavolette di cera d’api. 
Su di esse don Turiddu nottetempo avrebbe realizzato preziosi duplicati in ferro…
Sulla reciprocità dei favori mi sovviene un nostro proverbio: Na manu lava l'autra. Con ironica tristezza si è soliti aggiungere: E tutti dui allordanu a facci!

   P.S. – La presente storia è assolutamente vera e mi è stata raccontata alcuni anni fa, fin nei minimi particolari, da un figlio di don Turiddu, personaggio molto noto in Villarosa e da pochi anni passato all’altra vita. Sono stati cambiati i cognomi per rispetto di altri familiari viventi, i nomi sono rigorosamente gli originali.

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