mercoledì 22 luglio 2015

U TIRNU DO ZZI PEPPI

Ebbi il modo d'incontrare da vicino u zzi Peppi T. quando egli era già circa ottantenne. Era un vecchietto un po’ strano, perché non lo vedemmo quasi mai avere contatti con individui della sua generazione: nessuno, dei figli allora viventi e dei nipoti e pronipoti oggi tra noi, ha manifestato altrettanti segni di inadeguata socievolezza.

Il suo hobby era il gioco da pignateddra, una scatolina e due dadi che tirava fuori dalla tasca quando dei ragazzi gli si avvicinavano e lo invitavano a giocare.

Il gioco che proponeva ovviamente era di entità monetaria minima perché i giovanissimi clienti, in quel mio tempo, non possedevano somme con più zeri,  ma semplicemente degli spiccioli postbellici in AM lire di carta.

I giovani ponevano sullo scalino la somma che mettevano in gioco e u zzi Peppi agitava i dadi dintra a pignateddra. Quindi la rovesciava sullo stesso gradino e subito le due parti del gioco passavano a eseguire la somma dei punti rilevati sulle due facce superiori dei cubetti; poi si ripeteva il rimescolamento di essi nella scatolina con lo stesso procedimento: se i punti del giocatore giovane risultavano inferiori a quelli del vecchietto, quest’ultimo intascava la posta giacente sullo scalino; in caso contrario ovviamente era l’anziano che sborsava l’equivalente sommetta, con imparzialità.

Un tardo pomeriggio d’inizio di un’estate del dopoguerra, io con un gruppetto di amici ci eravamo avviati tranquillamente verso San Calogero, che era allora la meta abituale delle passeggiate, camminando con estrema sicurezza nel mezzo dello stradale, su cui eccezionalmente si trovavano a passare veicoli a motore o carretti a trazione animale, e inoltre perché, pur essendo rispettata la planimetria tracciata da Rosa Ciotti, non esistevano ancora invitanti marciapiedi, che erano solamente di terra battuta.


Giunti all’altezza della porta della chiesetta del Santo, scorgemmo seduto sullo scalino u zzi Peppi. A questo punto i jucatura spizzati della compagnia si precipitarono a invogliare il noto giocatore. Questi ne fu sommamente felice un po’ per scacciare la noia e poi, perché no, per provare a intascare qualche non prevista liretta.




Si procedette serenamente fino a quando forse vennero meno i soldini con i quali continuare le puntate.

I giocatori si ritirarono dal gioco, che li aveva appassionati tanto, e cominciammo a scummàttiri bonariamente il vecchietto.

A un tratto uno della compagnia, che forse conosceva la fissazione dell’anziano di predire l’avvenire, se ne uscì con una domanda, che a me apparve del tutto fuori luogo, oltre che stupidamente cattiva: - Zzi Pe’, vossì quannu a vo mòriri?

Il vecchio, senza scomporsi affatto, serenamente rispose: - U quìnnici di maju do millinovicintusittantadui.

Tutti, dopo aver riflettuto un istante, scoppiammo a ridere perché i venticinque anni circa che ci separavano dalla lontana data, aggiunti a quelli superati dell’ottuagenario avanzato, non glieli prevedevamo da vivere ancora.

Fu a questo punto che io proposi alla compagnia di ricordarci bene di quella data per verificare in avvenire, se per caso, u zzi Peppi possedesse realmente tale capacità divinatoria.

Intanto cercavo di escogitare un sistema sicuro per memorizzare quella predizione alquanto azzardata. Mi giravo intorno per esaminare la situazione quando gli occhi si posarono proprio sulla facciata della chiesetta che era stata restaurata da poco con gesso colorato di rosa in vista della festa del Santo, che era prossima. Cominciai a muovermi intorno finché non trovai un grosso chiodo, storto e arrugginito, col quale graffiai il liscio e morbido intonaco con la scritta: U ZZI PEPPI T. MORIRÀ IL 15 MAGGIO 1972.

Andammo via certi che il graffito sarebbe durato almeno fin quando la facciata non fosse stata rifatta, non potendo prevedere che al posto del luogo sacro sarebbe sorto anni dopo un moderno edificio in cemento armato.

Avevo quasi dimenticato la poco probabile profezia. Sul finire dell’estate, a settembre, s’erano ripresi a celebrare i matrimoni, che in quel tempo, per tradizione tutta villarosana, erano fermamente interdetti in due mesi dell’anno, maggio e agosto.

I trattenimenti allora si svolgevano in casa e un’ orchestrina locale allietava l’evento, il ricevimento e dava ritmo all’ immancabile ballo. Io, quella volta invitato con i miei genitori al matrimonio d’amici di famiglia, avevo scelto la compagnia di ragazzi della mia età in prossimità del complessino, il cui violinista era un amico di mio padre, u zzi Mariu Pipa, che io ammiravo molto da tanti punti di vista, principalmente da quelli della bravura musicale e della vivacità di carattere.

Durante il rinfresco il piccolo gruppo musicale sospese l’esecuzione e u zzi Mariu, tra un biscotto e un bicchierino di rosolio, volle menzionare un fatto sorprendente accaduto nelle ultime settimane in paese: un certo Regatuso aveva letto, incisa sulla facciata della Chiesetta di San Calogero, una scritta che trattava d’un insolito e insensato argomento relativo alla previsione della morte do zzi Peppi T., tanto che pensò di giocare al Lotto su tutte le Ruote i tre numeri rilevati sull’ anonima incisione, 15 - 19 - 72, vincendo un discreta sommetta, che in parte volle destinarla agli amici, presenti alla scoperta della scritta, invitandoli all’osteria. Ospite d’onore ovviamente fu l’inconsapevole protagonista, u zzi Peppi T., che poverino della faccenda non capì niente, ma in compenso fece onore alla tavola, accettando di buon gradimento.

Mentre io ero intontito per quelle insolite coincidenze che avevo vissuto in posizione di primo piano e nello stesso tempo ero attento a ogni parola e commento, u zzi Mariu riprese a stupirci quando aggiunse che lo stesso terno, ancora non scoperto né giocato, era uscito in altra “ruota” del lotto la settimana precedente a quello vincente e che un ambo con due degli stessi tre numeri, ovviamente non vincente, fu estratto nella settimana seguente in altra terza “ruota” ancora.

Avrei voluto inserirmi nella discussione e raccontarne il retroscena, ma tacqui perché sentivo forte il disagio per aver deturpato la liscia facciata da poco rifatta in onore del Santo.

Tutte quelle coincidenze non erano certamente poche e io ero molto curioso di sapere se in avvenire l’ultima, sia pur lontana, si sarebbe potuta avverare.

Poco tempo dopo invece, u zzi Peppi continuò Lassù il gioco da pignateddra, con gli Angioletti.




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