domenica 27 dicembre 2015

"MA DUNA NA LIRA DI SSA COSA?"

"MA DUNA NA LIRA DI SSA COSA?"

               Lo scoppio della guerra nel giugno 1940 fece rallentare al massimo grado i rapporti commerciali tra Nord e Sud: la ferrovia e le relative stazioni erano bersaglio frequente di mitragliamenti e bombardamenti aerei, le autostrade ancora non esistevano e conseguentemente i prodotti industriali di qualsiasi genere erano pressoché inaccessibili. Al contrario, ad alto rischio, viaggiavano sulle strade soldati, carri blindati, cannoni ed esigue vettovaglie per la truppa.

            Successivamente allo sbarco nella zona di  Gela nel giro di pochi mesi l'Italia fu tagliata in due e  da tanto ne conseguì una scissione totale.
In quella situazione la merce principale che a un ragazzino potesse interessare era ovviamente quella alimentare che quando si era fortunati si riduceva al tozzo di pane, che non sempre si aveva la buona sorte d'avere in casa. Alla domanda del bambino che chiedeva ccu ccu s'aviva a mangiari u pani, cioè il companatico, spesso la risposta amaramente semischerzosa dei genitori era la solita: pani, crusta e muddricuni.

            Ricordo con tristezza quei ragazzini che tra ottobre e novembre chiedevano a vicini di casa proprietari di alberi di ulivo se potevano aiutarli a raccogliere da terra le relative bacche, che notoriamente non sono in quello stato direttamente mangiabili come in genere l'altra frutta: mi fu spiegato dai grandi che l'offerta della propria dura fatica, in apparenza gratuita, sarebbe stata ricompensata col tozzo di pane accompagnato da mezza sarda salata, che ciascuno avrebbe consumato durante la sosta di mezzogiorno.
Ricordo ancora che da scolaro a primavera ogni tanto il direttore consentiva alle scolaresche di andare "a passeggio". Era un tripudio per tutti, ma la maggioranza degli alunni s'infilava nei prati, tirava fuori dalla tasca un coltellino e si dedicava a raccogliere erbette a me sconosciute che divoravano con ingordigia: panipanuzzu, piscialazzi, cardeddra, pidi di gaddru e tante altre delle quali non ricordo più nemmeno il nome.
Contemporaneamente da parte mia vagamente ancora mi ricordavo di certi companatici, tipici di regioni nordiche, che papà, quando non c'erano frigoriferi nelle case, portava in piccole porzioni sera dopo sera e dei quali avevo dimenticato prestissimo i nomi, come un  morbido e gustoso formaggio rivestito all'esterno da carta stagnola, il "gorgonzola", i formaggini …

             Sempre a proposito di queste antiche carenze, mi sovviene un ricordo  recente: in un pomeriggio estivo un signore avanti negli anni, ma vivace, con la telecamera in mano usciva dalla Matrice, inquadrava e riprendeva la piazza, di fianco il Palazzo Ducale e la torre dell'orologio; poi, scendendo giù dalla scalinata, si rivolse all'amico con cui io parlavo e gli disse: - Cce fari vidiri e' ma figli ca cca nun simu propriu rrobba di terzu munnu…
Appena completammo con l'amico il discorso iniziato, ebbi la curiosità di chiedergli chi era quel villarosano tanto orgoglioso del suo paesello.
Appena ne appresi il nome, subito accorsi per raggiungerlo perché si trattava proprio di un mio caro compagno di classe, fra l'altro ritratto nella foto di gruppo della Prima Comunione del 1941, emigrato in qualche stato del Nord europeo alla fine degli anni ‘40. Fu vana la mia corsa, perché era forse ripartito in auto.
Ci rimasi molto male, ma nello stesso tempo fui molto compiaciuto del fatto che Minicuzzu aveva fatto nella vita all'estero passi avanti e difendeva il suo primo borgo agli occhi dei ben pasciuti figli. Di sicuro costoro conservavano ancora l'immagine che s'erano fatta del mondo dei tempi duri trascorsi da papà in Villarosa: chissà se egli aveva raccontato anche a loro quel che un giorno dei tempi  amari egli aveva consigliato a me: - U sa quantu sapi bbunu u pani accumpagnatu ccu na stizziddra d'agliu?

             1945: due tristi anni erano trascorsi dall'invasione Anglo-americana in  Sicilia; il commercio col Nord molto lentamente andava riprendendo il suo ritmo. I primi prodotti alimentari nordici cominciarono ad arrivare a Villarosa. Don Michele Castellano, fu il primo fra i suoi colleghi, che ordinò la già comunissima mortadella di Bologna.
Appena l'ebbe ricevuta, l'espose bene in vista sul bancone frontale.
Non si formò una coda d'acquirenti, ma di curiosi sì. Fra le giovani generazioni pochi capirono di cosa si trattasse.

               Tra costoro c'era u figliu di Caliddru. Egli abitava in un misero tugurio in contrada Garciuddra, col vecchio padre disabile per una marcatissima gobba, sicuramente originata da un precoce e lungo carusatu di pirrera: il ragazzo non aveva per tutti un proprio nome; seppi che era mio coetaneo solamente circa un decennio dopo, quando ci trovammo in uno stanzone della Pretura, nudi tutti insieme i maschi del 1934, quali comuni cittadini italiani, alla visita militare di leva.
Una delle primissime sere dell'arrivo del prodotto bolognese, mio padre, mentre andava a comprare il solito companatico serale, ebbe richiesta sul marciapiede la consueta carità dall' indigente ragazzo.

             Subito dopo si ritrovarono ambedue nella bottega del Castellano, nel momento in cui il figlio di Caliddru, con la misera moneta cartacea quadrata delle AM Lire in mano, indicando la mortadella, chiedeva:
          - Ma duna na lira di ssa cosa?

Il prezzo del dopoguerra di "ssa cosa" era di ben mille lire al chilogrammo, accessibile a pochissime famiglie in quel momento di lentissima ripresa. Don Michele abbozzò un sereno sorriso, tagliò una sottilissima porzione di fettina di mortadella, gliela porse in mano e gli fece cenno di tenere per sé l'altrettanta leggerissima liretta.

           Spesso mi chiedo perché mi ritrovo a evocare questi antichi ricordi e concordo pienamente che questa è la genuina storia del nostro popolo e non solamente quella che apprendiamo dai libri degli studiosi: è pure importante la conoscenza delle gloriose vicende degli Stati e delle Regioni: il Re che diventa Imperatore, la Regione nostra che ottiene l'Autonomia, l'Italia che col Fascismo acquista gran prestigio nel mondo, le due Guerre Mondiali…  ma non dobbiamo dimenticare tutto il cumulo di sofferenze e di morti, che sono stati pesantemente appioppati all'esistenza già triste d'intere popolazioni.
I nostri figli anche questo dovranno imparare a conoscere: non è la momentanea gloria a far grandi i popoli, ma il vivere sereno, senza atroci privazioni e morti violente.              
 In questo momento storico di rimasuglio di benessere che comincia a scemare fortemente a causa delle ingiustizie che nascono dall'ingordigia dei potenti, dalle mafie e dagli sperperi inutili, il mio vorrebbe essere un gesto scaramantico per allontanare la tristezza di quei tempi vissuti, sempre sperando che non tornino mai più.

lunedì 23 novembre 2015


Figure tipiche nel Corso Garibaldi di circa 80 anni fa


Il nostro Corso è da sempre è stato l’anima del paese, a parte che per esso scorre la S.S. n. 121.
Ero bambino e sentivo parlare ancora delle schermaglie verbali di vecchia data fra Vizzichinu e Castillanu, due personaggi che ho conosciuti bene nella loro tarda età, quando non erano più vicini di putìja, tanto da non potersi stuzzicare frequentemente come prima: il Castellano commerciava pane, farina e modesti insaccati, il Vizzichino vendeva stabilmente frutta e verdura.
Inizio a parlare dei personaggi che operavano durante la mia prima infanzia a cominciare dal Castellano che aveva bottega dove oggi è situata la cartoleria Lombardo: don Michele fu molto vicino a mio padre anche per gli ottimi rapporti che questi intratteneva con i figli e i generi del primo. Il più piccolo dei maschi, esile di costituzione, era bravo a scuola al punto che il padre volle che continuasse gli studi per diplomarsi da maestro.
Si chiamava Salvatore, per tutti era Totò, tranne che per il padre che continuò a chiamarlo all’antica, Tatò.
L'elettricità ancora non era arrivata in paese e quindi la stessa radio, oggetto di gran costo di per sé, non poteva esse operativa, soprattutto per quanto riguardavano le notizie di cronaca e di politica generale. Così ogni giorno il padre, cresciuto in più lontani tempi quando la scuola era un lusso non consentito al popolo minuto che avviava fin da ragazzini i figlioli a carriari, dava al piccolo scolaro una moneta perché andasse a comprare il “Giornale di Sicilia” di Palermo da don Peppino Gervasi, che tra la più varia merce che trattava, di sola lettura vendeva esclusivamente tale unico quotidiano che arrivava a Villarosa. Per meglio inquadrare la situazione culturale locale, preciso che nella mia primissima infanzia non esistette nessuna edicola di giornali: la prima fu aperta nei primi anni '40 da un certo Tumia. Solamente un settimanale era pure in vendita nella Tabaccheria del Sindaco Profeta, gestita da don Ciccio Marra, "La Domenica del Corriere", edito a Milano.
Appena Totò tornava in bottega, il papà lo sollevava da sotto le ascelle e lo poneva a sedere sul bancone.
Il ragazzino cominciava con la lettura dei titoli a caratteri cubitali e poi, al cenno del genitore, iniziava a leggere con calma l' intero articolo segnalatogli.
Don Michele rimaneva estasiato nell'atto di ammirare quel raro dono della padronanza della lettura, che fluiva dalla bocca di un minuto ragazzino.
Anni dopo, quando io conobbi i due famosi contendenti, essi di già operavano a distanza: li divideva la piazza e la diversità della merce in vendita.
Vizzichinu, La Posata all'anagrafe, era noto a tutti con questo soprannome, tanto che spesso i forestieri lo chiamavano "signor Vizzichino".  Era una figura minuta che si dava da fare a guadagnarsi da vivere per sé e la famiglia. Io lo ricordo soltanto come attivissimo fruttivendolo, quando già il caffè era divenuto introvabile a causa delle Sanzioni economiche subite dall’Italia. I più anziani, rispetto a me, lo ricordavano ancora nell'atto di girare di prima mattina per le vie del paese, con un trabiccolo spinto a mano, rassomigliante vagamente a quello dei gelatai, a vendere un profumato caffè caldo.
Annunciava la sua presenza in giro, manifestandosi col suono di una tromba:
 - Tuuu... Tutuuu!
E poi, gridando:
 - “Caffè, caffè venuto dall’Oriente “dicètelo” alla gente se non vi dico la verità”
Ora, anche se siamo fuori argomento rispetto al precedente personaggio, ma attigui come locale, voglio trattare della figura simpatica di don Michele Lentini, che io conobbi solamente da vivace pensionato.
Era un  barbiere vecchio stampo che aveva operato anche come cavadenti, senza poter far uso in quel tempo di nessuna forma di anestesia; ugualmente praticava “scarnazzi” , che  consistevano nel tagliuzzare, seconda un’antichissima credenza, la pelle nella zona sottostante la nuca  e aspirarne il sangue mediante coppette in vetro dentro cui bruciava per pochissimi secondi un pezzetto di bambagia, per curare certi disturbi, quali emicranie e generici mal di testa: tale pratica, ormai da molti decenni, è stata rimossa del tutto dai sistemi adottati dalla scienza moderna.
Io lo ricordo come un vecchietto spiritoso e socievole che s’intratteneva anche con i giovani con argomenti allettanti. Fra le tante battute che sentivo spesso riferire, me ne sovviene ancora una scherzosa rivolta a un giovane in difficoltà.
 Questi era un ragazzo vissuto al nord e che passava le ferie presso parenti a Villarosa. Un giorno scendendo in bicicletta dalla piazza dei Quattro Canti verso est, gli si ruppero i freni e cominciò a gridare a gran voce:
 - Chi mi tenga… Chi mi tenga….
A don Michele che era prossimo alla porta, non potendo far nulla per aiutarlo, gli scappò dalla bocca un’impropria espressione, rimasta famosa fino alla mia infanzia:
-Tènghiti tu e cu ti tenghi tenghi!
Ancora ricordo nn'aria nn'aria la gelateria da Cartanittisa, signora Bella di cognome,  che sorgeva nei due pianterreni che concludevano l'isolato dei due  precedenti personaggi e terminavano con l'imbocco di via Poeta.
Da piccolo ne sentivo spesso parlare e tanto rinnovava in me quella labile reminiscenza. Non ricordavo completamente  i visi dei due coniugi, che si trasferirono nella propria città, dove aprirono il Caffè Bella nei pianterreni dell'isolato a fianco di quello dell'ex Standa.
Quando frequentai il Liceo a Caltanissetta davo sempre un sbirciatina nel locale, ma nessuno mi suggeriva qualcosa come l'ombra d'un viso familiare.
Tanto non avvenne nemmeno trovandomi nello studio d'un medico, dove in attesa del mio turno, mi trovai, diciassettenne,  a conversare con un signore d'età avanzata che quando apprese che ero di Villarosa, mi informò che egli aveva gestito per tanti anni un locale proprio nel nostro paese.
Io  subito proruppi: - Allora lei è don Alfredo?
Al che il vecchietto obiettò che era difficile che un giovane della mia fresca età potesse ricordarsi di lui. Io precisai che avevo solamente tanto sentito parlare di lui, ma ovviamente non accennai al particolare, che me lo aveva reso indelebile nella memoria, relativo alla sua non visibile invalidità permanente acquisita nella Prima Guerra Mondiale.
La sua signora ben presto rimase vedova.
Quando questa raggiunse un’età ancora più avanzata suscitò tanto scalpore a Caltanissetta, e non solo nella sua città, per via di certe visioni di lacrimazione della sua statua della Madonna di Lourdes, eretta nel giardino della sua villa in contrada Nìscima. Ebbe il suo momento di notorietà, anche sulla stampa, ma ben presto però ugualmente raggiunse direttamente in Cielo la Madre di Gesù.
Ho cercato su internet traccia di questo evento, che io ricordo benissimo, ma ho trovato soltanto il seguente sito: http://www.preghiereagesuemaria.it/libri/dio%20cammina%20con%20gli%20uomini. htm  che riporta un libro, del quale cito di seguito queste poche parole in merito:
“A Nìscima (Caltanissetta) nella Villa Bella ha pianto moltissime volte la statua della Madonna di Lourdes: una volta un incredulo, che poi è dive­nuto mio amico (Aldo Martorelli di Catania), andato per curiosità sul luogo e presa la statua fra le mani, se la vide piangere e, naturalmente, subito si converti.”

lunedì 16 novembre 2015

“Clò, clò, clò, sutta o pedi di San Calò”


È con immenso piacere rileggere e pubblicare ancora una volta uno scritto dell' emigrato villarosano, Pino Mazzeo.

Per questo motivo continuo ancora ad invitare altri villarosani, residenti, espatriati o oriundi che si vogliano unire a noi, nella ricostruzione del passato socio-culturale di un'epoca irripetibile. Non potrò ad esempio dimenticare l' apporto meraviglioso, benchè breve, di una villarosana "ad honorem" perché figlia d'un concittadino anonimo a noi, che sul sito dei villarosani.it, si firmava "Chianu di giugnu" e citava poesiole popolari in genere di bettola che oggi qui non si recitano più. Aggiungo inoltre il suggerimento del detto antico quanto saggio non più sentito da noi: mìtticci stirru di 'n capu.

In calce al post di Pino stavolta esprimo il mio parere in merito al detto infantile incidentalmente inserito, con insensibilità, dentro la rappresentazione teatrale dei tempi passati di Villarosa.



Ecco ora il testo originale inviatomi da Pino da Modena:

“Clò, clò, clò, sutta o pedi di San Calò”


Quando ero bambino, tanto tempo fa ohimè, sentivo ogni tanto fare questa affermazione: Clò, clò, clò, sutta o pedi di San Calò, ma non riuscivo a collegarlo ad un qualcosa di logico. Mi sembrava che si avvicinasse al suono onomatopeico del verso del tacchino (u papì), che fa : “glù, glù, glù,……..”, o qualcosa di simile, ma non ne ero molto convinto, ed allora cominciai ad indagare, per comprenderne innanzitutto il significato e poi la sua provenienza. Macché, non riuscivo a venirne a capo: molte persone ne avevano sentito parlare, ma erano nella mia stessa situazione: ne ignoravano significato e provenienza. Qualcuno mi suggerì che quella frase iniziale poteva avere attinenza col verso dei checchi (balbuzienti), quando s’intartagliavano, e fin qui lo sospettavo anch’io, ma ciò non era sufficiente a svelare l’arcano, in quanto non spiegava perché “clò, clò, clò” e soprattutto non spiegava il riferimento al piede di San Calogero. Quando finalmente mi imbattei nel Parroco dell’Immacolata Concezione (a Cuncizioni), allora Patri e’ Marinu buon’anima, perché, facendo di nome Calogero, poteva saperne di più, circa il riferimento “o pedi di San Calò”. U Paracu mi spiegò il mistero, in quanto gli era stato raccontato dal suo predecessore Patri e’ Padellaru, anche lui buon’anima, che successivamente fu Parroco da Matrici (la Chiesa Madre), che a sua volta l’aveva appreso dal Parroco precedente Patri ‘e Cammarata, che io non ho conosciuto e anche lui buon’anima a maggior ragione, ed anche l’unico testimone oculare dell’episodio in cui venne pronunciata la famosa frase.

Nel secolo scorso, fino agli anni ’60 inoltrati, che mi ricordi io, in occasione delle festività religiose più importanti vi era l’usanza a Cuncizioni, di tenere delle recite con soggetto religioso. Non so se la medesima usanza ci fosse anche a Matrici, in quanto io ero parrocchiano da chisulidda, come veniva anche chiamata a Cuncizioni (più raramente a ‘Mmaculata), e a Villarosa in quegli anni il Corso Garibaldi era un vero e proprio muro di separazione che isolava le due parti del Paese, tant’è che la parte Nord (a Cuncizioni) ignorava quello che succedesse a Sud (a Matrici) e viceversa.

Ma ritorniamo alle nostre recite nelle quali diversi parrocchiani venivano coinvolti come attori, registi, soggettisti, costumisti: una piéce teatrale in piena regola; quelli che non erano coinvolti nella recita, si recavano allo spettacolo ed erano coloro che ne decretavano il successo maggiore o minore o addirittura il fiasco (u hiascu). Eravamo sul finire degli anni ’30 e si rappresentava il “Quo Vadis”. Non voglio tediarvi con il racconto anche sintetico del capolavoro di Henryk Sinkiewicz, perché troppo lungo: vi basti sapere che vi è un personaggio di nome Chilone Chilonide di mestiere indovino un po’ truffaldino (u ciarlatanu) che è incaricato di trovare Licia (protagonista della piéce), misteriosamente scomparsa. Naturalmente del personaggio doveva essere annunciata l’entrata in scena, ed ecco che siamo al momento clou della serata: l’annunciatore parte, ma s’impiduglia e ed emette la famosa invocazione “Chilò”; tenta un’altra volta, macché viene fuori un altro “Chilò”; al terzo tentativo non riuscito, qualcuno dal fondo della sala gridò: “Sutta o pedi di San Calò” e tutti gli spettatori ripeterono in coro “Sutta o pedi di San Calò”, seguito da rumorosissime risate. Naturalmente l’annunciatore ci arristà fitusu, si chiuse il sipario e venne interrotta la recita: non si poteva proseguire la rappresentazione del dramma, in un ambiente divenuto improvvisamente esilarante. Con il passare del tempo il “Chilò” divenne “Clò” ed ecco svelato l’arcano: si trattò di un involontario chicchiari (balbettìo) seguito da una prontissima rima baciata.

Non vi rivelerò il nome dell’annunciatore che, benché buon’anima, ha ancora degli eredi e parenti in giro. Chi l’avesse capito, lo pregherei di tenilu ammucciuni (tenerlo nascosto), insomma come si dice in dialetto napoletano: Aumm, Aumm. Il nome del rimatore nessuno se lo ricorda più, in quanto i presenti all’episodio sono quasi tutti passati a miglior vita e se qualcuno fosse ancora vivente, il ricordo è molto lontano nel tempo e non credo che ne abbia ancora memoria, per cui lo chiameremo Anonimu Villarusanu.




La ricerca di Pino mi ha fatto pensare a quanto sentivo dire su quel genere di spettacoli compreso quello pasquale della Casazza che, con l'avvento del cinema, pian piano anch'esso decadde; l'ultimo che resistette per poco ancora fu l'opra de'pupi, a cui da piccolo ebbi modo di assistere, ma il suo destino rimaneva ugualmente segnato.
Leggendo il suo post ho avuto un momento d'incertezza e mi sono chiesto se per caso l'espressione del "Clò clò" fosse nata proprio in quella lontana serata "teatrale". Riflettendo un altro po' ho capito che l'espressione senz'altro doveva essere nota molto tempo prima.
        Mi sono interrogato ancora come mai Pino, che ha solamente 13 anni in meno di me non abbia avuto pure lui modo di provare a costruirsi "na sampugneddra", come tanti bimbi, forse anche d'oggi.

        La risposta, dopo un'attenta riflessione, mi è affiorata spontanea in mente: a Pino mancava la materia prima, l' aìna.  
Questa era alla mia portata di mano perché abitavo nei pressi della via Milano, da dove, come in ogni strada di semiperiferia, transitavano in quel tempo a decine i contadini che, con le loro bestie da soma, tornavano a casa la sera. Era assai raro che questi circolassero per le vie del centro del paese dove le stalle erano quasi inesistenti; quindi Pino, che abitava darrì o rralogiu della piazza, non aveva modo di vedere a ogni primavera, verso sera, le solite sfilate di muli e asini carichi di erbe che dovevano servire come nutrimento serale agli stessi animali.
Di queste più frequenti erano la sulla e l'avena selvatica, nel nostro dialetto suddra e aìna.
Quest'ultima era quella che attirava maggiormente i ragazzi, che, al passaggio serale degli animali, scippavamo dai fasci un pugnetto di lunghi steli, senza essere rimproverati dal contadino, che ben capiva lo scopo a cui tale erba sarebbe servita.
Subito mentre ancora l'avena era ben fresca, se ne sceglieva una porzione che iniziava dalla parte superiore d'uno dei nodi e poi si tagliava ancora più giù poco prima del successivo. Quindi si schiacciava tra pollice e indice e con molta delicatezza il calamo sutta u gruppu, per creare delle brevi fenditure verticali lunghe pochissimi centimetri: la parte superiore dell'erba tagliata che comprendeva nodo e lamelle s'infilava in bocca e si serrava fra le labbra, lasciando fuori l'apertura inferiore dell'erba per dar modo di far defluire il fiato trattenuto. A questo punto si soffiava in modo che l'aria insufflata facesse vibrare tali lamelle producendo un suono rauco, ma vivo. L'operazione era più delicata di quel che si possa pensare; a questo punto arrivava la severa minaccia infantile: Clò, clò, clò sutta i pidi di San Calò, o mi suni o ti scacciu.
          Se l'esito era positivo il ragazzino era felice, non tanto per la costruzione del giocattolo di breve durata, ma per la fierezza della prova riuscita e del conseguente pur mediocre divertimento sonoro.

          Per l'anonimo disturbatore della sobria rappresentazione teatrale l'espressione era senz'altro un ricordo di prima giovinezza, tirata fuori per l'occasione per scimmiottare il povero attore dilettante: ovviamente il seguito, o mi suni o ti scacciu, veniva omesso perché non si adattava alla circostanza.
Ora perdonatemi per l' aggiunta di altri due brevi argomenti pertinenti, con i quali non si ha altra valida materia per poter creare due altri completi post, così approfitto di quello di Pino per aggiungere un' altra cosetta relativa all'aìna, come il giochetto stupidello di bimbi,  forse ancora oggi praticato. Il ragazzino scippava con una sola tirata dal lungo stelo di tale erba i semi ancor verdi che somigliano sommariamente a grossi insetti e li scagliava sulla schiena di un altro ragazzino; dal numero dei semi che rimanevano impigliati al vestito, si diceva, scherzosamente, che il colpito avrebbe avute altrettante "muglieri", cioè mogli.
           Ancora voglio aggiungere un breve cenno su Padre Cammarata, che io conobbi solamente di vista, perché  io ero piccolo parrocchiano della Matrice. Era una persona gracile, ma dolce e attiva, per questo la chiamavano "Patri e' lannuzza", ma sono certo che lui, nella sua grande modestia, non si sarà mai offeso per tale antipatico nomignolo.
Di lui me ne parlò, circa un decennio  dopo la sua dipartita terrena,  padre Marino, parroco della Concezione, a cui io fui per anni tanto vicino. Mi riferiva molto commosso che dalla lettura di alcuni manoscritti, lasciati dal suo predecessore in Parrocchia, si poteva chiaramente evincere una sua indiscussa, quanto non proclamata, santità.
          Voglio chiedere scusa a Pino se stavolta mi sono intromesso nel suo argomento a me sconosciuto totalmente, nello stesso tempo invito lui e i giovani d'oggi a provare, nella prossima primavera, a far vibrare con maestria antica na sampugndda d'aìna, sempre presente nei nostri campi.

lunedì 19 ottobre 2015


CCI FU N'ANNATA CA SI MITÌ CCHE SCAPPULARI

                      I capricci della meteorologia offrono spunti quotidiani di anomalie climatiche talvolta spropositate. Nella comune vita d'ogni giorno, specialmente quando viene a mancare  un opportuno  argomento di discussione il vuoto si riempie di confronti con antichi ricordi di strane irregolarità, spesso non vissute di persona.

                      In genere, quasi ad ogni rara diversità non tipicamente stagionale, si finisce sempre col dire che non ci si ricorda di un tempaccio talmente instabile.

                      Quand’ero giovane non c’era mese di giugno con conseguente inizio di calda estate, che a ogni minima variazione dallo stereotipo da tutti atteso, qualcuno non ricordasse che ci fu un’annata in cui si mieté coperti ancora dai pesanti scapolari invernali. Nessuno però era in grado di precisare l’anno in cui tanto era avvenuto. Notavo inoltre che, dal tono con cui tale difformità era citata, non si riferiva a tempi decisamente lontani, né si trovava qualcuno che era in grado di affermare che tale particolare eccezione fosse stata vissuta personalmente dal genitore o dal nonno.

                   Quando più tardi al Liceo studiai nella Geografia Generale le antichissime glaciazioni, mi vennero in mente queste antiche reminiscenze udite nei miei tempi precedenti e mi chiedevo se per caso la diceria fosse legata a ricordi atavici trasmessi da generazione in generazione.

                  Questa supposizione però me la faceva escludere soprattutto il fatto che l'eccezionalità del Diluvio Universale era arrivato fino a noi solo perché ne avevano trattato la Mitologia greca e l'Antico Testamento.

                  Riflettendoci ancora su era facile evincere che l'ipotesi era troppa azzardata: un popolo che non ha memoria, tanto per citarne qualcuna, delle invasioni greche, delle Guerre Puniche, romane, normanne e tante innumerevoli altre, non di certo avrebbe potuto avere, sia pur evanescenti, memorie di fatti naturali diluiti in tempi lunghissimi.

                 Non potendo darmi una risposta soddisfacente, negli appunti di antichi proverbi, che raccolgo da diversi decenni, presi nota di questo detto senza spiegazione. Senza fretta e quando l'argomento si poteva introdurre, chiedevo a persone anziane notizie su questo detto: erano moltissimi quelli che lo conoscevano, ma sempre vagamente.

                 Intanto nel tempo notai un fatto decisamente non trascurabile: l'ondata di terribile freddo  avrà dovuto cogliere necessariamente le popolazioni di gran sorpresa, dal momento che il grano a giugno era di già pronto per la mietitura: se l'eccezionale freddo estivo fosse stato la continuazione di quello invernale le piantine di grano sarebbero rimaste si e no allo stato in cui generalmente si trovano a marzo, o al massimo ad aprile.

                  Leggevo e rileggevo spesso l'appunto, ma una risposta non me la seppi dare mai.
Soltanto nella primavera del vicino 2010, quando si parlò tanto in TV e nella stampa, del grave fenomeno dell'offuscamento dei cieli di tutta l'Europa settentrionale e delle conseguenti immani difficoltà dell' aereonautica continentale, a causa dell'ultima eruzione del vulcano islandese dal nome quasi impronunciabile, l'Eyjafjöll, mi venne in mente l' ipotesi che fece accendere una lucina in un angolino buio del mio cervello. Mi sono chiesto: quale evento simile, in tempi più o meno recenti, sarebbe potuto capitare nella nostra area?
Il primo pensiero è andato all'Etna, ma subito l'ho escluso decisamente perché un tale colossale evento avrebbe lasciato traccia non soltanto nella memoria di umili contadini per via degli scapolari, ma sull'intera economia nazionale e non solo.

                  Riflettendo sempre sull'argomento e allargando l'orizzonte a quello mondiale, mi sovvenne il ricordo di vecchie letture sull'eccezionale esplosione, pur lontanissima da noi, del vulcano asiatico Krakatoa.
Mi sono messo all'opera di ricerca per potere appurare se quella deflagrazione, senz'altro straordinaria, sarebbe stata tanto smisurata da coprire fittamente persino il cielo della lontanissima Sicilia e non solo.

                 Il Krakatoa, dormiente da due secoli, iniziò la prima eruzione il 20 maggio 1883, di conseguenza, quando gli effetti della cenere sospesa giunsero nel cielo del Mediterraneo, il grano era  già maturo.

                Il boato è stato definito come il più forte mai udito sulla Terra e si trasmise a molte centinaia di Km. Per quanto riguarda la roccia polverizzata lanciata in cielo pare che essa ammontasse a 21 Km cubici e la potenza scatenata dalle esplosioni non doveva essere inferiore a 200 megatoni (cioè intorno ai 200 milioni di tonnellate di  tritolo), quasi tredicimila volte più potente della bomba di Hiroshima. La regione circostante rimase al buio completo per due giorni e mezzo e le polveri fini fecero più volte il giro della Terra provocando spettacolari tramonti rosso arancio e facendo da schermo alle radiazioni solari che ovviamente fecero abbassare sensibilmente persino la temperatura estiva.
Molti si chiederanno: è mai possibile che di tutto questo cataclisma il nostro popolo registrò solamente il fatto che la temperatura si era abbassata al punto che fu necessario coprirsi con lo scapolare?

               Sembra strano ma in effetti fu così. I cittadini i lettori di giornali e i frequentatori di circoli avranno discusso a lungo sull'argomento, senza ovviamente scartare l'effetto della temperatura locale. Anche il più umile bracciante avrà intuito che qualcosa di grave sarebbe accaduto in un lontanissimo "Mungibiddu", ma il concreto incancellabile rimaneva sempre quello scapolare che già da mesi era stato riposto nel guardaroba  e ripreso ora con un imprevedibile anticipo.

              Non dobbiamo poi dimenticare che erano i tempi di grande analfabetismo, dei quali si è di già accennato in altri post, che quando si era già nel Regno d'Italia, c'era ancora chi si meravigliava che Alimena, a soli 27 Km da Villarosa, iera sempri Tàlia. Sessant'anni più  tardi, nel 1943, un vecchio contadino della fascia centro-meridionale dell'isola descrive perfettamente la topologia del proprio territorio visibile al sottufficiale americano che lo vuole confrontare con le mappe in suo possesso. Quando poi l'americano chiede all'anziano nativo quali altri paesi ci fossero al di là della linea dell'orizzonte che pare che tocchi la cima dei suoi noti monti, questi, con estrema e franca ingenuità, risponde che non c'è più niente. 

             Intanto c'è da notare che malgrado l'imperante ignoranza una traccia della realtà rimane sempre: è essa che con pazienza ci porta a ricostruire il passato.

domenica 4 ottobre 2015

Si num mi dati lu vucciddatu, vustru maritu vi cadi malatu

Erano tristi i miei tempi passati, ma quelli antecedenti alla mia infanzia ancora peggiori.

I miei cari parlavano spesso del loro vissuto per indurre noi figli a capire meglio il poco di benessere di cui godevamo in atto. Mia nonna Angelina, nella cui casa abitavamo, mi parlava spesso di tanti ragazzini poveri, dai sei anni in su, che, già prima dell’alba, piangenti e dolenti per geloni e altre privazioni che li affliggevano, scendevano giù do Cuzzu per la parte finale della scalinata di via Mazzini, a ridosso della nostra casa. Poi do vaddruni di mastru Silivestru e su per l’erta stradina da Figureddra, raggiungevano l’altra omonima sulla strada, oggi provinciale, che porta a Villapriolo. All’Ariazza però svoltavano a destra per la zona mineraria per presentarsi alla bocca della miniera prima che s’alzasse il sole.

Io non davo problemi di capricci nel mangiare, ma mio fratello e mia sorella, ogni tanto,  sì. Mio padre allora commentava: “Si vidi ca vuatri nonn’ aviti mai fattu u Viaggiu a Madonna do Pitittu”. In principio credevo, che fra tante Madonne, esistesse anche quella: più tardi, da solo, capii…

Nella più importante preghiera, Gesù una sola cosa materiale ci indusse a chiedere a Dio Padre: il pane quotidiano. Oggi esso è spesso considerato quasi un accessorio all’esistenza, tranne che per una bassa percentuale d’italiani e di un’alta delle regioni depresse della Terra.
Ai tempi della mia primissima età in ogni rione esisteva almeno un forno che veniva scaldato a lungo ad alta temperatura con fuoco di paglia di grano o di fave. Era molto difficile che qualche famiglia ne avesse uno nella casa in paese, per via degli ampi spazi che esso richiedeva.

 Al forno professionale in paese non tutte la famiglie si rivolgevano, ma solamente quante avevano una campagna seminata a grano o chi, avendone la possibilità, ne acquistava, al momento della trebbiatura direttamente dagli agricoltori, una certa quantità che bastasse per l’intera annata, la cosiddetta mangia. Tali famiglie preparavano periodicamente la quantità di frumento, in genere 4 tumoli per un peso totale di kg 56, da mandare al mulino caricato sulle spalle di mastru Gilormu; lo stesso più tardi tornava il carico al proprietario in corrispondente farina.

Non posso proprio tralasciare di trattare l’argomento della monda del frumento da mandare al mulino, a munnata do furmintu. Il grano che arrivava in casa dall’aia non era perfettamente pulito, conteneva minuscole pietruzze,  i timpunedda, provenienti dalla stessa aia in terra battuta e qualche raro seme di un’erbaccia, u tregu, che se pur in minima quantità conferiva al pane un leggero sgradito sapore.

Questa operazione talvolta richiedeva qualche giorno perché era compiuta nei ritagli di tempo e a più mani. Si ponevano gli estremi  della màdia (a maìddra) su due solide sedie, poi vi si poneva sopra la spianatoia, u majdduni, lasciando libere le due estremità della prima, perché vi si lasciasse scivolare il grano ripulito. Ricordo che da ragazzino ero invitato, da nonna e mamma, a collaborare e spesso lo facevo con un certo, sia pur breve, piacere. Capitava anche che parenti e amiche delle donne di casa, trovandosi a passare davanti all’uscio avevano il piacere di salutare e trovando la monda in atto, chiacchierando, collaboravano anche loro con interventi sia pur brevi.

Al forno ci si prenotava il giorno prima indicando quale delle tre infornate interessasse. La panettiera, o qualcuno da lei incaricato, chiamando ad alta voce dall’esterno la cliente per cognome, aggiungeva: “D’impastari!”  La massaia, che di già aveva preordinato nella màdia la farina passata al vaglio (cirnuta cco crivu) per toglierle la crusca, il lievito naturale (u cruscenti), prodotto con un impasto di farina fatto inacidire a dovere per qualche giorno e infine il sale; poi cominciava a impastare il tutto con acqua tiepida. Quando la massa diveniva omogenea per via della maestria acquisita negli anni, venivano formate porzioni sferiche di numero  uguale ai pani voluti, che dalla madia si trasferivano sulla spianatoia, ben infarinata per non fare appiccicare l’impasto. Su questa i pani venivano manipolati ancora con altrettanta destrezza, poi appiattiti e posti su un piano stabile; qui subito venivano coperti con una linda tovaglia e poi ancora con pesanti coltri, per non far disperdere il lieve calore che ne avrebbe favorita la lievitazione, molto importante per ottenere un eccellente pane. Dopo qualche ora i pani cominciavano a gonfiare leggermente per effetto dello svilupparsi nella massa pastosa di bollicine di anidride carbonica; la massaia vi batteva sopra delicatamente col palmo della mano e dal suono leggermente ovattato che il pane produceva essa ne deduceva che era al punto giusto,“o puntu”, per essere infornato.

Se tutto era preordinato a dovere arrivava il ragazzo con un asse ligneo tenuto in equilibrio in testa (a tavula), e sotto di esso, per attutirne la pressione, uno straccio avvolto e cucito a corona (a cruna), per portare il pane al forno per la cottura.

 Quando malauguratamente avveniva un imprevedibile ritardo, cominciavano “le dolenti note”, perché il pane spesso perdeva il naturale gonfiore, per via delle crepe che vi si formavano sulla superficie, donde sfuggiva l’ impalpabile gas naturale; tale pane dopo la cottura risultava piatto per la poca mollica e leggermente acidulo al sapore: lascio immaginare la disperazione della massaia.

Il popolo, che viveva di stenti, comprava il pane giornalmente nelle bottegucce, le cui gestrici si alzavano alle quattro di notte per poter mandare a tempo il pane crudo al forno, al fine di averlo pronto alla vendita già nella prima mattinata.

Era molto comune in quel tempo il detto: Pani a vilanza nunn’ ìnchi la panza. Conseguentemente era una vergogna comprare il pane come i poveri, tant’è vero che quando in famiglia a pranzo ritardava la consegna del pane, si ricorreva al prestito presso una parente della cui igienicità si era consapevoli, oppure la massaia, in previsione di tale ritardo al pranzo, tratteneva con sé una ridotta quantità d’impasto con la  quale ne facevano tante piccole schiacciate (cuddruruneddra) da friggere in padella con olio e poi cospargerle di  zucchero: esse fungevano, per quel giorno, da pane e secondo piatto, dopo l’immancabile pasta. A proposito del citato zucchero, esso era per quei tempi un irreperibile elemento nelle famiglie povere: in caso di un mal di pancia in quelle case, si cercava di lenirlo con un po' d’acqua bollita assieme a una foglia di alloro e, immancabilmente, si ricorreva a una vicina più agiata per avere un cucchiaio di quello stesso zucchero, che oggi è alla portata di tutti.

I giovanissimi lavoratori nei forni, rispetto a quanti erano carusi di pirrera, dovevano essere un tantino meno miseri se si potevano permettere di scegliere un lavoro ancor meno pagato di quanti trascorrevano la prima gioventù nelle viscere della terra. Generalmente essi erano figli degli stessi panettieri o di madri, già provate dalle disgrazie minerarie, che si contentavano di andare loro stesse a criate e non mettere ancora a repentaglio la vita delle loro creature.
Intanto le panettiere, che ricche non erano, non avevano nemmeno il tempo di preparare dolci e buccellati (i vucciddrati). Lo  stesso valeva per le mamme dei poveri altri ragazzi del forno, che un ritaglio di tempo l’avrebbero trovato, solo che mancava loro la materia prima. Lascio immaginare l’acquolina in bocca che si formava allo sfornato di tali leccornie a loro negate…
Mi raccontava mio padre che durante la sua infanzia non mancavano vogliosi ragazzi d’aiuto ai forni che, alla consegna in casa dei dolci natalizi, sussurravano alle padrone di casa, tra il serio e il faceto: Si nun mi dati lu vucciddatu, vustru maritu vi cadi malatu…
A tale terribile predizione pronunciata, ppi scherzu o ppi rraggia di cori, la donna spezzava un buccellato, che allora era una grossa articolata pagnotta ripiena di fichi secchi, e senza indugio ne offriva un pezzo al maledicente giovanetto.

I tempi della mia infanzia dovevano essere meno duri rispetto a quelli testé descritti, ma quando cominciai a capire eravamo in piena guerra: l’inflazione fece sparire le monete metalliche in rame, nichel e argento, il razionamento alimentare fece conoscere le tessere annonarie che consentivano l’acquisto giornaliero di 150 grammi di farina per ogni componente familiare; furono annunciate le prime vittime di guerra; arrivavano gli sfollati dalle grandi città, principali obiettivi dei bombardamenti aerei, che, dopo poco l’invasione anglo-americana noi conoscemmo persino quelli dei nostri ex alleati tedeschi, che sbagliando obiettivo diretto ai loro nemici, colpirono nostre case e uccisero nostri concittadini.

Da questo triste quadro ambientale è ovvio dedurre che a soffrirne di più furono i più poveri con numerosa figliolanza, i nuovi disoccupati delle miniere i cui padroni dovettero interrompere la produzione di zolfo non sapendo più a chi venderlo e persino i prudenti piccoli risparmiatori che persero il potere d’acquisto delle loro sudate lirette, accumulate negli anni.

Cento e poi altri cento tristi episodi si potrebbero citare, ma mi limito a uno solo che fece uno spropositato scalpore, non tanto a causa di chi subì sostanzialmente il furto, quanto dalla pubblicità scaturita a seguito del pianto straziante e disperato del ragazzo che si vide sottrarre dalla tavula un caldo e fragrante pane e che temeva chissà quali pesanti responsabilità che, secondo lui, gli sarebbero state addossate.

A un povero padre di numerosa prole, disperato per i suoi bimbi che invocavano “pane”, sulla via gli arriva alle narici l’inconfondibile odore del caldo alimento quotidiano appena sfornato e subito dopo se lo trova visivamente davanti a sé sulla tavula: preso da improvviso raptus si appropria d’una delle tonde forme, la pone sotto il braccio come libro, che mai possedette, e via per casa sua.
Il ragazzo vittima di quella inusuale sottrazione comincia a strillare e fa accorrere dai catoia sulla via tante persone che conosciuto l’accaduto si prodigano a consolarlo; i ragazzi della strada gli stanno intorno e poi lo accompagnano a corteo per la consegna dei pani rimasti sulla tavula.

La proprietaria appena capì di cosa si trattava gli porse u nsiru con l’acqua per rasserenarlo e poi strappò per lui da un altro pane un bel pezzo, continuando a consolarlo ancora.

I commenti nel rione non si quietarono presto e  giunsero persino nel mio. Fino a non molto tempo fa quando si parlava di quei tempi disperati, si finiva sempre col citare proprio questo episodio minore e non altri più terribili assai: tanto forse per rimarcare lo stato di disperazione che induceva persone oneste a compiere simili gesti, inconcepibili in tempi normali.


Oggi quando ci incontriamo col mio amico, figlio minore del “ladro di necessità”,  mi compiaccio in cuor mio, del suo attuale stato di benessere.

lunedì 28 settembre 2015


PINO MAZZEO: UN VILLAROSANO CHE CI LEGGE DA LONTANO


È con immenso piacere che per la prima volta un villarosano, per giunta di fuori, mi manda uno scritto che tratta di un personaggio noto a tantissimi di una certa età e ad altri che ne avranno sentito parlare.

Ammetto la mia insufficienza per il fatto che non sono riuscito a indicargli il modo per entrare nel blog direttamente, senza la mia intermediazione. Nondimeno riporto, anche perchè non ne ha di bisogno, lo scritto senza la minima correzione o aggiunta.

Chi è Pino Mazzeo? Si può dire che lo conosco dalla nascita perchè ha 13 anni meno di me. Vive a Modena da molti decenni e in atto è in pensione. Si è diplomato a suo tempo all'Istituto Industriale di Piazza Armerina e poi come tantissimi altri ha cercato lavoro lontano da qui. Inoltre è su Facebook.

Mi ha colpito la chiarezza del suo scritto. Gli sono tanto grato che, dopo tanto tempo che non ci vediamo, ha avuto tanta costanza nel raggiungermi  tramite la rete, malgrado le difficoltà di carattere familiare, da parte mia, e di internet che si sono intromessi fra noi.

Gradirei infine che qualche lettore mi suggerisse il modo in cui un lettore possa entrare come scrivente nel blog aperto a tutti, dal momento che non riesco a farcela da solo. Grazie.


ECCO  IL TESTO ORIGINALE:

‘U DACANU

Vorrei  raccontarvi un episodio che si riferisce ad un personaggio della nostra Villarosa, del quale non ho mai conosciuto gli effettivi nome e cognome. Nel Paese era universalmente conosciuto con il soprannome (a ‘ngiulia) de“u dacanu” (di bassa statura). Da cosa derivasse questo soprannome non è dato sapere, perché il termine italiano più vicino, almeno foneticamente, sarebbe stato “decano” che, però non ha riferimento alcuno con la statura, ma vuole più semplicemente dire il più anziano soprattutto in ambito ecclesiastico. Probabilmente, come mi suggerisce l’amico Tino, il passo da “decano”a “dacanu” non è poi così lungo e potrebbe anche essere che, anni prima, qualche “decano” della parrocchia fosse di bassa statura e che poi, per approssimazioni successive, il soprannome sia stato riferito più alla sua fisicità che non alla sua anzianità. Sta di fatto che, in dialetto “villarusanu”, “dacanu” è sinonimo di “nanu”. Ed in effetti  la statura fisica del nostro personaggio non era elevata talché si poteva definire con una perifrasi in uso anche nel nostro dialetto: “Si fa prima a satallu ca a girarici ‘nturnu”. Io “u dacanu” l’ho conosciuto, ma dell’episodio che sto per raccontarvi non ho diretta contezza, in quanto a quell’epoca non ero ancora nato, e la cosa mi fu raccontata da mio padre.

A quei tempi non c’era il cinema e l’unica occasione di assistere ad uno spettacolo a Villarosa era quella di andare a “L’Òpra dî Pupi” (L’opera dei Pupi), cui non ho fatto in tempo ad assistere, quantomeno nel nostro Paese. Ho visto qualche spettacolo a Palermo e fa parte a pieno titolo della tradizione e del folklore siciliano: Come è noto è un tipo di teatro delle marionette i cui protagonisti sono Carlo Magno e i suoi “Palatini” in costante lotta contro i “Saracini” in difesa della Cristianità. Le gesta di questi personaggi sono trattate attraverso la rielaborazione del materiale contenuto nei romanzi e nei poemi del  ciclo Carolingio. Le marionette sono appunto dette “pupi”. L’eroe per antonomasia dei “Palatini” era “Orlandu”. Torniamo dunque all’episodio che coinvolse il nostro personaggio che si era appunto recato a “L’Òpra dî Pupi”. Siamo nel pieno della rappresentazione e nella fase più drammatica e cioè quando “Orlandu” è circondato a Roncisvalle dalle orde dei “Saracini”, ormai prossimo ad essere catturato e alla morte.

Il pubblico in sala assiste commosso e silente e non si sente “vulari ‘na musca” a parte la voce “do puparu” ( il burattinaio). Prima ancora che “Orlandu” inizi a soffiare nell’Olifante (una specie di corno), fino a farsi scoppiare le cervella (così è la storia), all’improvviso dalla platea si alza un grido disperato che dice: “Teni Orlandu addifinniti” e contemporaneamente viene lanciato un coltello sul palco: si tratta “do dacanu” che va in soccorso del povero “Orlandu” , nel modo  che ritiene più opportuno. “U puparu”, sbigottito dagli avvenimenti, interrompe la narrazione, mentre dalla sala si alza un applauso fragoroso all’indirizzo “do dacanu”, il quale anche lui non sa cosa dire e alla fine alza i pugni chiusi in alto in segno di vittoria.

Il vero trionfatore della serata è proprio lui.

Poi ci prese gusto ed in epoca più recente, quando c’era già il cinematografo a Villarosa, amava recarvisi; aveva una passione speciale per i film western, durante i quali amava prendere le parti dei bianchi, contro i pellerossa: “Ammazzali tutti ‘ssi bastardi, unna d’a ‘ristari nuddu vivu”e si divertiva a contare i caduti uno per uno.

Se il film aveva un soggetto diverso, il cliché  era sempre lo stesso con l’eroe (‘u picciuttu) che prendeva il posto dei bianchi e con i cattivi al posto degli indiani. Di questa ultima parte ne sono testimone. Alla fine anche lui passò a miglior vita, ed in specie quelli che si recavano spesso al Cinema, non ne sentirono troppo la mancanza.

mercoledì 2 settembre 2015

AH…! TUTTA CURPA DI DDRA PAPARINA….!


Dicembre 1939. Da pochi mesi la Germania aveva invaso la Polonia e continuava a sbalordire il mondo con azioni militari a sorpresa. L’Italia era inebriata per le vittorie del suo alleato ancora in pectore;  intanto godeva da pochi anni dell’onore che il suo Re era divenuto Imperatore d’Etiopia, occupata senza un giustificato motivo. Gli Stati democratici, con l’Inghilterra in testa, avevano inflitto all’Italia le Sanzioni economiche, isolandola di fatto dall’economia internazionale e non solo. Inoltre nella stessa terra Fleming aveva scoperto la miracolosa penicillina, che a noi giunse soltanto dopo il 1945… Quindi ai milioni di morti causati dalla guerra, vanno aggiunti le centinaia di migliaia di esseri umani, malati comuni e feriti di guerra, che non poterono beneficiare del potente e prodigioso farmaco, ampiamente noto nel resto mondo non nazi-fascista.
A tanto spreco di vite umane se ne poteva aggiungere una che dipendeva da un introvabile pugno di vero caffè.
Il 5 di quel mese era nato il mio cuginetto Guido. Dopo alcuni giorni, per inspiegabili motivi il bimbo cominciò a piangere di continuo, senza riuscire a prendere sonno in modo totale: genitori, zia e nonna erano disperati per quel pianto ininterrotto e per il sonno che non arrivava. Fu chiamato il medico che consigliò di attendere ancora per un po’, ma tutti, zio compreso, vollero ricorrere all’antica saggezza popolare e così chiesero lumi a Micuzza, madre di numerosa prole e di quindi di provata esperienza. Questa consigliò di servirsi della capsula di papavero bianco,  i cui minutissimi semi sono usati per ornare il pane cotto in forno, senza specificare però la quantità da utilizzare nel caso del particolare bollito.
Il bimbo si acquietò e poi si addormentò. Dormì per tutto il pomeriggio, la notte e non si svegliò nemmeno al mattino seguente.
Furono chiesti ancora consigli a Micuzza, la quale precisò che della grossa capsula doveva esserne usata soltanto una piccola parte.
La situazione era giudicata abbastanza preoccupante, tanto che si dovette ricorrere ancora al medico. Questi si trovò alquanto imbarazzato e non poté far altro, come unica risorsa, che provare a far bere al bimbo nel biberon del caffè ristretto, ovviamente preparato con quello originale di una volta, prodotto nei paesi tropicali.
Oggi il problema sarebbe stato subito risolvibile, ma non allora, a seguito dei i fatti politici internazionali sopra esposti.
L’Italia intanto per il momento non era ancora entrata in guerra a fianco della Germania di Hitler e quindi i rapporti con gli Stati Uniti, al momento, erano normali: la posta, le rimesse degli emigranti, i pacchi e tutto il resto arrivavano regolarmente.
Lo zio interpellò quanti egli supponeva che ricevessero merce d’oltre Oceano; ma pareva che i villarosani avessero perso il gusto d’un buon caffè, quasi ignorandolo.
La situazione appariva alquanto disperata, così lo zio arrivò al punto di mendicare, col cuore in mano e le lacrime agli occhi,  alle impiegate postali una manciatina di vero prodotto esotico, che riuscisse a compiere l’ invocato miracolo.
La richiesta era alquanto indiscreta in quanto, accettandola, si sarebbe tratta la facile e indiscutibile conclusione che quelle pubbliche dipendenti erano avvezze a violare i sigilli dei pacchi e sottrarne i prodotti più rari e prelibati.
Dio renda merito alle coraggiose responsabili  postali perché molto probabilmente, con il loro umanissimo gesto, avranno salvato un creatura umana, che oggi a 75 anni, vive ancora a Pioltello, in provincia di Milano.
Quanto sopra detto è una vicenda oggi fuori del comune. L’ho voluta citare sempre con quello spirito storico che sta tanto a cuore ai lettori del blog “Bellarrosa”. Per come si evince da quanto esposto voglio sottolineare che quasi tutta la mia generazione non conobbe, per oltre un decennio,  il vero caffè che oggi è alla portata di quasi ogni famiglia. Il “caffè” d’allora era il comune orzo brustolino in casa che aveva una  lontanissima verosimiglianza con quello che noi oggi ben conosciamo.
Questo arrivò da noi solamente, in minime quantità, nel tardo dopo guerra. Tanto è vero che nel 1950, quando frequentavo il Liceo a Caltanissetta, un giorno di vacanza (allora si tornava in paese soltanto per le vacanze natalizie, pasquali ed estive), venne a trovarmi mia madre, desiderosa di vedermi. Mentre si trovava in quella città volle comprare una caffettiera MOKA, a me del tutto sconosciuta persino nel nome. Fino a quel momento il vero caffè macinato si versava nell’acqua bollente e subito dopo si filtrava col comune colino.
Ma torniamo a Guido. Forse per la differenza d’età col fratello e la sorella più grandi, il piccolo crebbe un po’ viziato e voleva sempre essere accontentato, facendo spesso degli indisponenti capricci.
Noi tutti, ovviamente scherzando, gli gridavamo: - Ah…! Tutta  curpa di ddra paparina!
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N.B. - Forse potrà sembrare eccessivo precisare quanto segue, cioè l’aver mescolato la vicenda vitale d’un fragile bimbo con la storia mondiale. Se però ci riflettiamo bene quest’ultima è sempre la somma degli eventi di ciascuno di noi, presenti e trapassati, anche se essa registra i nomi e gli eventi più memorabili, più nel male che nel bene.

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