mercoledì 21 settembre 2016

LE CASE DEL PASSATO E LA VITA DI RIONE

         Le case del passato differivano notevolmente da quelle d'oggi soprattutto per ampiezza, suppellettili e servizi igienici.

        È preferibile rifarci alla casa di un determinato periodo: quello degli ultimissimi anni ’20 del secolo che abbiamo lasciato da non molto, come Villarosa si presentava prima dell’allacciamento all’energia elettrica. Questa fu la più importante e quasi unica applicazione indirizzata alla casa e a servizio dei suoi abitatori, tanto che tale innovazione contribuì molto alla trasformazione della realtà economica e sociale del nostro paese.

           La casa dei nobili (in verità molto pochi in Villarosa), era un palazzo composto da più piani; ogni stanza aveva alte volte decorate con stucchi dorati e al centro di ciascuna di esse campeggiava una grande pittura; in alto, adiacenti alle pareti, sempre dipinti a mano, spiccavano degli ovali con soggetti vari. (1)

         Ogni stanza aveva uno o più caminetti a seconda dell’ampiezza della stessa e dell’altezza della volta: il personale di servizio ne curava l’alimentazione, l’accensione e lo spegnimento.
L’illuminazione era assicurata da grandi lumi dalle più varie fogge e dimensioni, alimentati da petrolio o da gas acetilene. I primi erano di vetro, grandissimi e decorati a mano con immagini generalmente floreali; gli altri, più grandi, di lucido rame stavano appesi alle pareti e funzionavano col principio di quelli, molto più modesti, che solo in seguito sarebbero stati introdotti in miniera, al posto della tradizionale lumera ad olio.

          I pavimenti erano rivestiti di mattonelle di cotto d'argilla smaltata, ornate da linee geometriche dipinte a mano e da fiori stilizzati di varia misura al centro. La cucina (detta a papùri, cioè a vapore), era in muratura e rivestita da mattonelle del tipo di quelle dei pavimenti ma più piccole; il colore del fondo era celeste, le decorazioni in azzurro. Generalmente essa riempiva tutta una parete d’una grande stanza e talvolta continuava oltre l’angolo adiacente; era a più fornelli posti sul piano orizzontale e con un piccolo forno con apertura frontale in ferro: il tutto alimentato, secondo le esigenze dell’occasione, con pezzi di legna da ardere (i ziccuna), gusci di mandorle (scorci di mìnnula), sansa delle olive (u nùzzulu).

          Sempre nelle case degli abbienti, i servizi igienici erano situati in ampi camerini e, nel periodo di riferimento, già esistevano i “water close” (u cessu ‘nghlisi), il lavandino, il bidet, la vasca da bagno. Il palazzo era fornito di acqua corrente e di attacco alla fogna comunale: erano indicati come impianti pubblici, ma solamente per modo di dire, perché servivano quasi esclusivamente le case del centro del paese, ove risiedevano nobili e borghesi.

          La borghesia locale era generalmente formata da proprietari di miniera che miravano ad emulare gli stili di vita dei nobili e ne imitavano le comodità della casa.

          I proprietari che possedevano terre nel cui sottosuolo si snodavano le gallerie d’estrazione dello zolfo o altri ancora le cui terre erano diventate improduttive a causa dei fumi di anidride solforosa, pur non sostenendo spese di conduzione agraria, ricavavano ugualmente una discreta rendita. A seguito però dell’istituzione dell’Ente Zolfi e dell'introduzione della Legge che fece passare allo Stato la proprietà del sottosuolo, costoro entrarono in reale crisi.

           La casa dei proprietari terrieri, se non proprio povera, era alquanto modesta e non proporzionata al loro reddito perché in questa classe di cittadini vigeva il principio sanzionato nel detto, Casa quantu cci capi, tirrenu quantu nni vidi. I risparmi e la rendita erano indirizzati all’acquisto di nuove terre e mai si pensò di acquistare moderne macchine agricole, come già avveniva al Nord e in altri Paesi: il costo marginale dell’esuberante manodopera non spronava a trovare soluzioni moderne più redditizie.

         I più poveri fra i contadini si dividevano in quanti possedevano un mulo o un asino e quanti dovevano puntare esclusivamente sulla sola propria forza fisica. I primi, di notte, vivevano molto spesso nello stesso unico ambiente con la bestia che era la loro unica risorsa. 

   Le case dei braccianti e degli zolfatai si rassomigliavano per la povertà che le accomunava: un monolocale a piano terra, u catuiu (2), con una sola robusta apertura lignea, divisa orizzontalmente in due sportelli: il superiore di giorno stava quasi sempre aperto per il ricambio dell’aria e per dare luce al vano terreno, quello inferiore stava in genere chiuso per impedire l’agevole accesso in casa ai frequentatori di strada: non per nulla era consueto allora il detto, Gaddrini e picciriddri càcanu li casi. L’apertura inferiore in genere presentava un buco circolare, u gattaluru, a misura del solo animale domestico per eccellenza, l’agile gatto; ma aperto anche ai nemici cronici di questo, topi e ratti. La presenza del felino nella casa era assai giustificata dalla copiosità in giro dei suoi nemici naturali, che infestavano maggiormente le accessibili abitazioni dei poveri.
L’unicità dell’apertura della casa di poveri mi fa sovvenire una sensazione indirettamente “ereditata” da mio padre, che al tempo del terremoto di Messina del 1908 aveva appena compiuto un anno, ma per tutta la sua infanzia e in particolare negli anniversari seguenti ne sentì discorrere tanto. A Villarosa non c’erano stati crolli vistosi e nemmeno vittime, ma molte furono le casette costruite in gesso e pietrame, che in conseguenza dei pur leggeri movimenti tellurici fecero incastrare le porte d’ingresso imprigionando temporaneamente i dimoranti sorpresi nel profondo sonno. Magari molti non avrebbero percepito tali scosse giunte da lontano, ma il gran vociare che arrivava dall’esterno li fece precipitare verso l’uscio che il più delle volte non rispose alla normale aspettativa d’apertura: lascio immaginare la disperazione dei poveretti imprigionati e impossibilitati ad avere la piena cognizione della situazione reale…
Tale stamberga era un vero tugurio dove i suoi dimoranti, per la comune stanchezza di una lunga giornata in faticosa attività, crollavano in un sonno profondo. Era consueta l’espressione di rassegnazione nell’accettare tale miserevole condizione: A ura di bisugnu si curca la matri ccu tutti li figli.
           Chi nel monolocale aveva la possibilità di collocarvi uno scarpisanti, cioè un soppalco dove a stento si poteva stare in piedi senza far cozzare la testa contro il soffitto, si poteva ritenere più fortunato, perché lassù vi si potevano sistemare a dormire ammassati i ragazzi e giù i coniugi potevano trovare un minimo di riservatezza.
In queste abitazioni non c’erano servizi igienici perché spesso mancavano le fogne: la poca acqua sporca inutilizzabile si buttava fuori con disinvoltura; uomini e ragazzi andavano a fare i loro bisogni alla periferia dell’abitato, i bimbi nei pressi dell’uscio di casa; le donne deponevano gli escrementi in un vaso da notte, u rrinali, che veniva svuotato quando si riteneva che tutti i vicini dormissero, cercando di dar loro meno disturbo possibile: molto spesso però si finiva con l’incrociarsi nel medesimo sgradevole servizio.
D’acqua corrente manco a parlarne: le donne di casa andavano alla fontanella (cannulu o  cannuliddu) con secchi e brocche (i quartari). La poca acqua di queste serviva per bere, lavarsi alla meglio nno vacili e mittiri a pignata. (A tal proposito mi affiora alla memoria il ritorno a casa in tarda serata dopo una festa in casa di miei zii, ai tempi della mia primissima giovinezza. Lungo la via Butera, dalla parte do cannulu do Chianu di Giugno, sentivamo, nel silenzio della tarda ora, un forte scroscio d'acqua che si versava. Papà arguì che qualcuno avesse lasciato il rubinetto aperto con conseguente spreco d'acqua; si distaccò da noi per compiere il dovere di cittadino, ma lo vedemmo tornare subito, senza essere nemmeno arrivato alla fontanella. Ci spiegò lì per lì: a gnura Luguìgia l'urbiceddra, approfittando dell'ora tarda e della rara assenza di presenze umane nella piazza, stava eseguendo una profonda abluzione. La poveretta vecchia e cieca, col viso deturpato dagli ultimi casi di vaiolo di fine ‘800, viveva sola al mondo e in assoluta miseria; tuttavia trovava il tempo per curare la pulizia personale, più di quanto avrebbero potuto fare certe altre persone favorite più di lei dalla sorte).

           Erano poche le masserizie della casa dei poveri: a cascia, u stipu, a buffetta, u vanchitiddu, i seggi mmpagliati di zabara, a quadara affumata, u ddaganu di crita, i litti ccu matarazza d’arfa su cui spesso giacevano genitori e piccoli; a naca, l’amaca, fissata con grossi chiodi nelle due pareti formanti l’angolo: con una cordicella che pendeva fino al letto  dei genitori e di qui azionarla ppi annacari u picciriddu ca nun voli dòrmiri,…
La cucina, chiamarla così è un'esagerazione, era per tutti u fucularu o con termine più antico a tannùra (3), composta da due grosse pietre piatte di sopra, fra le quali si accendeva il fuoco e sopra vi si poneva la pentola, a pignata. I poveri non possedevano ramagli o ziccuna, così per tutta l'estate raccoglievano le stoppie di grano (ristucci) ma poi quando queste erano travolte dalla successiva semina, raccoglievano in giro tutto quello che trovavano, purché atto a prendere fuoco. In queste case mancava a maiddra e u maiddruni, perché, nelle quantità minime consentite, i poveri e i giornalieri il pane lo compravano giorno dopo giorno nella bottega, a putìa. Il pane era impastato solamente nelle case degli abbienti: i coltivatori diretti e quanti avevano la possibilità di comprare in estate tutto il grano della cosiddetta mangia che sarebbe bastata fino al successivo raccolto.

            Alle pareti stavano attaccate immaginette di santi lucidate a nero dai fumi del focolare e dall’umido vapore; nella parte interna della porta, in ingenua contiguità col sacro, erano appesi vecchi ferri di cavallo, corni rossi e santini delle varie ricorrenze dell’anno. Nugoli di mosche durante il giorno spadroneggiavano in casa e fuori e le stesse la notte riposavano su oggetti pendenti lontani dal passaggio delle persone. Durante il riposo notturno sempre tali insetti deponevano i loro bisognini, formati da puntini piccolissimi oscuri che seccavano immediatamente per la esiguità della materia espulsa, i cacati de’ muschi.
Di giorno la stamberga era generalmente abitata dalla donna di casa che sbrigava le faccende alla buona per la pochezza della disponibilità d’acqua; scorrazzavano fuori i bimbi, forse di già ben consapevoli che fra qualche anno sarebbero stati destinati ai lavori di miniera, della campagna, a far pascere pecore o capre.

          La strada, quando i rapporti fra i vicini erano buoni, era un’agorà  nel senso classico del termine, dove la casa s'allargava all'esterno, al sole d’inverno e all’ombra d’estate.
Lì si discuteva, ci si scambiava esperienze di vita, si chiedevano consigli a chi ne sapeva di più e, ovviamente, vi trovava posto anche la classica intramontabile maldicenza, secondo il detto nostrano: Ùmini all’antu e fìmmini o suli: liberàtini Signuri!
           Nelle serate estive la coralità era più intensa perché ai personaggi diurni si aggiungevano anche qualche marito, ragazzi e giovinette; si scherzava e si scaccaniava a cuor leggero. Mi risuona ancora negli orecchi il tipico vibrante scàccanu della signora Luigina C. che teneva vive le serate di buona parte della via Mazzini e delle abitazioni limitrofe, dalla tarda primavera all’autunno avanzato: il suo trasferimento a Roma nel secondo dopoguerra "mutilò" la gioia e la vivacità del quartiere.

         Nelle lunghe serate invernali ci si riuniva, portando ciascuno la propria sedia, in casa di chi aveva qualche mozzicone di candela, una lampada ad acetilene ancora carica di carburo in fase d’esaurimento, o una lumera con qualche goccia residua di feccia d’olio. Se poi c’era solo qualche scaldino, tanginu, con scarso fuoco di paglia, ciò aveva poca importanza: poco dopo l’assembramento umano riscaldava l’ambiente nel senso letterale e in quello umano. Si chiacchierava del più e del meno, si recitava il Rosario, poi a richiesta dei piccoli, si cuntàvanu cunti di orchi terribili e cattivissimi, sbaragliati dall’eroe unico, che in Villarosa d’obbligo doveva chiamarsi Pippinu.(4)





____________________________________________

(1) L’ultimo pittore-artigiano che si distanziava dai comuni imbianchini, fu tale don Eugeniu, che non potei conoscere per ragioni anagrafiche e di cui, quand’ero bambino, sentivo ancora esaltarne dagli anziani le doti pittoriche.

(2) La parola del nostro dialetto è ripresa di peso dal greco antico.

(3) Tale parola, completata in tannùra di ‘nfirnu o tizzuni d’infirnu, spiega il detto dialettale per indicare persona cattiva e diabolica, con l’allusione al fuoco perenne, secondo com’ è rappresentato dall’iconografia cristiana.



(4) Non per niente Pè, Jà e Calò sunu tutti di Bellarrò.
LE CASE DEL PASSATO E LA VITA DI RIONE

         Le case del passato differivano notevolmente da quelle d'oggi soprattutto per ampiezza, suppellettili e servizi igienici.

        È preferibile rifarci alla casa di un determinato periodo: quello degli ultimissimi anni ’20 del secolo che abbiamo lasciato da non molto, come Villarosa si presentava prima dell’allacciamento all’energia elettrica. Questa fu la più importante e quasi unica applicazione indirizzata alla casa e a servizio dei suoi abitatori, tanto che tale innovazione contribuì molto alla trasformazione della realtà economica e sociale del nostro paese.
La casa dei nobili (in verità molto pochi in Villarosa), era un palazzo composto da più piani; ogni stanza aveva alte volte decorate con stucchi dorati e al centro di ciascuna di esse campeggiava una grande pittura; in alto, adiacenti alle pareti, sempre dipinti a mano, spiccavano degli ovali con soggetti vari. (1)
Ogni stanza aveva uno o più caminetti a seconda dell’ampiezza della stessa e dell’altezza della volta: il personale di servizio ne curava l’alimentazione, l’accensione e lo spegnimento.
L’illuminazione era assicurata da grandi lumi dalle più varie fogge e dimensioni, alimentati da petrolio o da gas acetilene. I primi erano di vetro, grandissimi e decorati a mano con immagini generalmente floreali; gli altri, più grandi, di lucido rame stavano appesi alle pareti e funzionavano col principio di quelli, molto più modesti, che solo in seguito sarebbero stati introdotti in miniera, al posto della tradizionale lumera ad olio.
I pavimenti erano rivestiti di mattonelle di cotto d'argilla smaltata, ornate da linee geometriche dipinte a mano e da fiori stilizzati di varia misura al centro.
La cucina (detta a papùri, cioè a vapore), era in muratura e rivestita da mattonelle del tipo di quelle dei pavimenti ma più piccole; il colore del fondo era celeste, le decorazioni in azzurro. Generalmente essa riempiva tutta una parete d’una grande stanza e talvolta continuava oltre l’angolo adiacente; era a più fornelli posti sul piano orizzontale e con un piccolo forno con apertura frontale in ferro: il tutto alimentato, secondo le esigenze dell’occasione, con pezzi di legna da ardere (i ziccuna), gusci di mandorle (scorci di mìnnula), sansa delle olive (u nùzzulu).
Sempre nelle case degli abbienti, i servizi igienici erano situati in ampi camerini e, nel periodo di riferimento, già esistevano i “water close” (u cessu ‘nghlisi), il lavandino, il bidet, la vasca da bagno.
Il palazzo era fornito di acqua corrente e di attacco alla fogna comunale: erano indicati come impianti pubblici, ma solamente per modo di dire, perché servivano quasi esclusivamente le case del centro del paese, ove risiedevano nobili e borghesi.
La borghesia locale era generalmente formata da proprietari di miniera che miravano ad emulare gli stili di vita dei nobili e ne imitavano le comodità della casa.
I proprietari che possedevano terre nel cui sottosuolo si snodavano le gallerie d’estrazione dello zolfo o altri ancora le cui terre erano diventate improduttive a causa dei fumi di anidride solforosa, pur non sostenendo spese di conduzione agraria, ricavavano ugualmente una discreta rendita. A seguito però dell’istituzione dell’Ente Zolfi e dell'introduzione della Legge che fece passare allo Stato la proprietà del sottosuolo, costoro entrarono in reale crisi.
La casa dei proprietari terrieri, se non proprio povera, era alquanto modesta e non proporzionata al loro reddito perché in questa classe di cittadini vigeva il principio sanzionato nel detto, Casa quantu cci capi, tirrenu quantu nni vidi. I risparmi e la rendita erano indirizzati all’acquisto di nuove terre e mai si pensò di acquistare moderne macchine agricole, come già avveniva al Nord e in altri Paesi: il costo marginale dell’esuberante manodopera non spronava a trovare soluzioni moderne più redditizie.
I più poveri fra i contadini si dividevano in quanti possedevano un mulo o un asino e quanti dovevano puntare esclusivamente sulla sola propria forza fisica.
I primi, di notte, vivevano molto spesso nello stesso unico ambiente con la bestia che era la loro unica risorsa. 
Le case dei braccianti e degli zolfatai si rassomigliavano per la povertà che le accomunava: un monolocale a piano terra, u catuiu (2), con una sola robusta apertura lignea, divisa orizzontalmente in due sportelli: il superiore di giorno stava quasi sempre aperto per il ricambio dell’aria e per dare luce al vano terreno, quello inferiore stava in genere chiuso per impedire l’agevole accesso in casa ai frequentatori di strada: non per nulla era consueto allora il detto, Gaddrini e picciriddri càcanu li casi. L’apertura inferiore in genere presentava un buco circolare, u gattaluru, a misura del solo animale domestico per eccellenza, l’agile gatto; ma aperto anche ai nemici cronici di questo, topi e ratti. La presenza del felino nella casa era assai giustificata dalla copiosità in giro dei suoi nemici naturali, che infestavano maggiormente le accessibili abitazioni dei poveri.
L’unicità dell’apertura della casa di poveri mi fa sovvenire una sensazione indirettamente “ereditata” da mio padre, che al tempo del terremoto di Messina del 1908 aveva appena compiuto un anno, ma per tutta la sua infanzia e in particolare negli anniversari seguenti ne sentì discorrere tanto. A Villarosa non c’erano stati crolli vistosi e nemmeno vittime, ma molte furono le casette costruite in gesso e pietrame, che in conseguenza dei pur leggeri movimenti tellurici fecero incastrare le porte d’ingresso imprigionando temporaneamente i dimoranti sorpresi nel profondo sonno. Magari molti non avrebbero percepito tali scosse giunte da lontano, ma il gran vociare che arrivava dall’esterno li fece precipitare verso l’uscio che il più delle volte non rispose alla normale aspettativa d’apertura: lascio immaginare la disperazione dei poveretti imprigionati e impossibilitati ad avere la piena cognizione della situazione reale…
Tale stamberga era un vero tugurio dove i suoi dimoranti, per la comune stanchezza di una lunga giornata in faticosa attività, crollavano in un sonno profondo. Era consueta l’espressione di rassegnazione nell’accettare tale miserevole condizione: A ura di bisugnu si curca la matri ccu tutti li figli.
Chi nel monolocale aveva la possibilità di collocarvi uno scarpisanti, cioè un soppalco dove a stento si poteva stare in piedi senza far cozzare la testa contro il soffitto, si poteva ritenere più fortunato, perché lassù vi si potevano sistemare a dormire ammassati i ragazzi e giù i coniugi potevano trovare un minimo di riservatezza.
In queste abitazioni non c’erano servizi igienici perché spesso mancavano le fogne: la poca acqua sporca inutilizzabile si buttava fuori con disinvoltura; uomini e ragazzi andavano a fare i loro bisogni alla periferia dell’abitato, i bimbi nei pressi dell’uscio di casa; le donne deponevano gli escrementi in un vaso da notte, u rrinali, che veniva svuotato quando si riteneva che tutti i vicini dormissero, cercando di dar loro meno disturbo possibile: molto spesso però si finiva con l’incrociarsi nel medesimo sgradevole servizio.
D’acqua corrente manco a parlarne: le donne di casa andavano alla fontanella (cannulu o  cannuliddu) con secchi e brocche (i quartari). La poca acqua di queste serviva per bere, lavarsi alla meglio nno vacili e mittiri a pignata. (A tal proposito mi affiora alla memoria il ritorno a casa in tarda serata dopo una festa in casa di miei zii, ai tempi della mia primissima giovinezza. Lungo la via Butera, dalla parte do cannulu do Chianu di Giugno, sentivamo, nel silenzio della tarda ora, un forte scroscio d'acqua che si versava. Papà arguì che qualcuno avesse lasciato il rubinetto aperto con conseguente spreco d'acqua; si distaccò da noi per compiere il dovere di cittadino, ma lo vedemmo tornare subito, senza essere nemmeno arrivato alla fontanella. Ci spiegò lì per lì: a gnura Luguìgia l'urbiceddra, approfittando dell'ora tarda e della rara assenza di presenze umane nella piazza, stava eseguendo una profonda abluzione. La poveretta vecchia e cieca, col viso deturpato dagli ultimi casi di vaiolo di fine ‘800, viveva sola al mondo e in assoluta miseria; tuttavia trovava il tempo per curare la pulizia personale, più di quanto avrebbero potuto fare certe altre persone favorite più di lei dalla sorte).
 Erano poche le masserizie della casa dei poveri: a cascia, u stipu, a buffetta, u vanchitiddu, i seggi mmpagliati di zabara, a quadara affumata, u ddaganu di crita, i litti ccu matarazza d’arfa su cui spesso giacevano genitori e piccoli; a naca, l’amaca, fissata con grossi chiodi nelle due pareti formanti l’angolo: con una cordicella che pendeva fino al letto  dei genitori e di qui azionarla ppi annacari u picciriddu ca nun voli dòrmiri,…
La cucina, chiamarla così è un'esagerazione, era per tutti u fucularu o con termine più antico a tannùra (3), composta da due grosse pietre piatte di sopra, fra le quali si accendeva il fuoco e sopra vi si poneva la pentola, a pignata. I poveri non possedevano ramagli o ziccuna, così per tutta l'estate raccoglievano le stoppie di grano (ristucci) ma poi quando queste erano travolte dalla successiva semina, raccoglievano in giro tutto quello che trovavano, purché atto a prendere fuoco. In queste case mancava a maiddra e u maiddruni, perché, nelle quantità minime consentite, i poveri e i giornalieri il pane lo compravano giorno dopo giorno nella bottega, a putìa. Il pane era impastato solamente nelle case degli abbienti: i coltivatori diretti e quanti avevano la possibilità di comprare in estate tutto il grano della cosiddetta mangia che sarebbe bastata fino al successivo raccolto.
Alle pareti stavano attaccate immaginette di santi lucidate a nero dai fumi del focolare e dall’umido vapore; nella parte interna della porta, in ingenua contiguità col sacro, erano appesi vecchi ferri di cavallo, corni rossi e santini delle varie ricorrenze dell’anno.
Nugoli di mosche durante il giorno spadroneggiavano in casa e fuori e le stesse la notte riposavano su oggetti pendenti lontani dal passaggio delle persone. Durante il riposo notturno sempre tali insetti deponevano i loro bisognini, formati da puntini piccolissimi oscuri che seccavano immediatamente per la esiguità della materia espulsa, i cacati de’ muschi.
Di giorno la stamberga era generalmente abitata dalla donna di casa che sbrigava le faccende alla buona per la pochezza della disponibilità d’acqua; scorrazzavano fuori i bimbi, forse di già ben consapevoli che fra qualche anno sarebbero stati destinati ai lavori di miniera, della campagna, a far pascere pecore o capre.
 La strada, quando i rapporti fra i vicini erano buoni, era un’agorà
 nel senso classico del termine, dove la casa s'allargava all'esterno, al sole d’inverno e all’ombra d’estate.
Lì si discuteva, ci si scambiava esperienze di vita, si chiedevano consigli a chi ne sapeva di più e, ovviamente, vi trovava posto anche la classica intramontabile maldicenza, secondo il detto nostrano: Ùmini all’antu e fìmmini o suli: liberàtini Signuri!
Nelle serate estive la coralità era più intensa perché ai personaggi diurni si aggiungevano anche qualche marito, ragazzi e giovinette; si scherzava e si scaccaniava a cuor leggero. Mi risuona ancora negli orecchi il tipico vibrante scàccanu della signora Luigina C. che teneva vive le serate di buona parte della via Mazzini e delle abitazioni limitrofe, dalla tarda primavera all’autunno avanzato: il suo trasferimento a Roma nel secondo dopoguerra "mutilò" la gioia e la vivacità del quartiere.
Nelle lunghe serate invernali ci si riuniva, portando ciascuno la propria sedia, in casa di chi aveva qualche mozzicone di candela, una lampada ad acetilene ancora carica di carburo in fase d’esaurimento, o una lumera con qualche goccia residua di feccia d’olio. Se poi c’era solo qualche scaldino, tanginu, con scarso fuoco di paglia, ciò aveva poca importanza: poco dopo l’assembramento umano riscaldava l’ambiente nel senso letterale e in quello umano. Si chiacchierava del più e del meno, si recitava il Rosario, poi a richiesta dei piccoli, si cuntàvanu cunti di orchi terribili e cattivissimi, sbaragliati dall’eroe unico, che in Villarosa d’obbligo doveva chiamarsi Pippinu.(4)





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(1) L’ultimo pittore-artigiano che si distanziava dai comuni imbianchini, fu tale don Eugeniu, che non potei conoscere per ragioni anagrafiche e di cui, quand’ero bambino, sentivo ancora esaltarne dagli anziani le doti pittoriche.

(2) La parola del nostro dialetto è ripresa di peso dal greco antico.

(3) Tale parola, completata in tannùra di ‘nfirnu o tizzuni d’infirnu, spiega il detto dialettale per indicare persona cattiva e diabolica, con l’allusione al fuoco perenne, secondo com’ è rappresentato dall’iconografia cristiana.


(4) Non per niente Pè, Jà e Calò sunu tutti di Bellarrò.

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