venerdì 4 novembre 2011

UN VILLAROSANO SENZA CARISMA: PADRE MICHELE RESTIVO

Ho conosciuto nella mia vita due preti dai modi spicci: del primo che non operò in Villarosa, ma vi era ugualmente noto, ebbi modo di conoscerne il grande animo generoso e disinteressato: non fu ben compreso proprio per ilsuofare spontaneo e sinceramente spregiudicato. 

L’altro, villarosano, fu padre Michele Restivo che venne a mancare circa trentacinque anni fa. In questo lasso di tempo non mi è capitato di sentir parlare di lui né in bene né in male. Non fu mai un sacerdote popolare, ma di lui non sentii mai proferire maliziosità ad esempio in merito alla sua serietà in fatti di sesso, peccato che nella società paesana era considerato il massimo delle perversioni, mentre si era soliti calare sempre un velo di silenzio ipocrita su atteggiamenti ancor più vili di altri sacerdoti. Nella sostanza su padre Restivo gravava solamente una lieve maldicenza riguardo al fatto che avrebbe concesso ad alcuni del denaro in prestito, ma non fu di certo questo suo comportamento sociale ad alienargli il gradimento popolare, perché non fu mai considerato un usuraio.
La sua impopolarità in gran parte gli derivò invece dalla sua franchezza ed originalità intellettuale, cosa rara in un ambiente dove l’ipocrisia e il perbenismo erano considerate virtù.
In un pomeriggio di tardo inverno  d’uno degli ultimi anni ’30, il quartiere Cozzo fu preso da una strana frenesia: una folla di donne si riversava in piccolo catuju senza finestre e con accesso unico dalla porta, rifugio d’uomini e capra, con focolare semplice tipico d’una famiglia di braccianti agricoli. La padrona di casa stava a controllare il bollore della vecchia pentola, resa lucida come da nero smalto per via degli innumerevoli strati di affumicature sovrapposte negli anni, quando il suo sguardo casualmente si posò sul quadro del Sacro Cuore di Gesù sulla cui superficie erano evidenti rivoli rossastri che colavano lentamente. La donna, impietrita considerò l’evento, lo giudicò straordinario, poi cominciò a gridare al miracolo. Corsero per prima le vicine più prossime e poi quelle più distanti: erano tantissime, quelle vicine all’evento prodigioso non s’appagavano dell’inconsueta testimonianza e non pensavano nemmeno di lasciare il luogo “sacro” per fare beneficiare gli altri della circostanza imperdibile. Nondimeno in breve lasso di tempo la notizia straordinaria  si diffuse per il rione e subito dopo fino in piazza.
Padre Restivo cappellano della Chiesa Madre, appena gli pervennero le prime confuse testimonianze, volle accertarsi senza indugio del fenomeno ritenuto non comune; benchè ancora giovane giunse ansimante al Cozzo, si fece strada tra la folla, all’interno del vano terrano le donne gli resero l’ accesso agevole.
Il sacerdote esaminò serenamente l’ambiente circostante le cui pareti grondavano di fuliggini, polvere e umidità; la spiegazione razionale del fenomeno si presentò evidente; scese il quadro dal muro, lo studiò più da vicino, ne tirò fuori dalla cornice l’immagine su cartoncino lucido che appariva alla vista e al tatto come se fosse stata immersa in un bagno di caffè. Deciso il religioso la strappò e ponendo i brandelli nelle mani della proprietaria le disse: - Domani  vieni in chiesa che te ne darò una nuova.
La donna rimase inebetita, ma le altre più prossime, ansiose di conferme miracolose, gridarono al “sacrilegio”; quelle di fuori non capirono niente e padre Restivo, zitto zitto, trovò più agevole la via del rientro in chiesa.
La vicenda non si concluse tanto pacificamente, tant’è vero che la notizia si sparse per il paese e per molti l’onesto uomo di fede fu considerato esecrabile e miscredente dei segni divini. A non perdonargli la sua soluzione energica e sbrigativa furono i più focosi “difensori” della Fede e quegli altri che vedevano nell’evento prodigioso la possibilità d’un rilancio del paese come meta di pellegrinaggio.
Padre Restivo ebbe ad entrare nella mia vita una sola volta e, in quei pochi minuti che mi dedicò, lasciò un segno che ancora sento vivo nel profondo di me stesso.
Provengo da una famiglia di cattolici non eccessivamente praticanti, ma la mia infanzia e la prima gioventù trascorse più che sulla strada nella Chiesa fin da quando ero “pargoletto”, tant’è che mons. Luigi Scelfo suggerì a mia madre di cominciare ad avviarmi all’idea del sacerdozio. Mia madre ne fu entusiasta e volle esplorarne la mia disponibilità. Prima di dare la risposta, posi una precisa domanda:
 - I preti si possono sposare?
Alla risposta negativa della mamma, resi nota la mia intenzione: un giorno avrei voluto prendere moglie ed avere dei figli. Coerente con la mia scelta e per difenderla, non volli mai perfino vestirmi da chierichetto perché vedevo in quella tunichetta una forma di compromissione all’idea di monsignore.
Sono stato e resto della stessa opinione anche oggi che sono anziano e nonno.
Non amavo interminabili rosari e lunghi riti, perché li ritenevo noiosi, ripetitivi e inducenti alla distrazione e al far vagare la mente in sconfinati pensieri non sempre pertinenti al sentimento religioso. Ero attratto dalle prediche semplici e ricche d’aneddoti, parabole, similitudini e racconti allegorici.
Il Giovedì Santo d’ogni anno, subito dopo aver consumato il magro pranzo d’un giorno di Passione, mi precipitavo alla Madrice per occupare i posti migliori, per me e i familiari, per potere seguire meglio le Sette Prediche che erano tenute da un religioso forestiero di anno in anno sempre diverso.
Un anno fu  Padre Restivo a proporsi come oratore del Giovedì Santo; la notizia fu accolta di malanimo dai fedeli, me compreso, perché era lunga tradizione la novità del predicatore forestiero.
Fummo smentiti tutti perché scoprimmo nel prete locale una focosa oratoria e ad un tempo un linguaggio semplice accessibile a tutti.
Fu in quel periodo e sicuramente durante la frequenza della quarta ginnasiale che io entrai in un’inconfessabile crisi spirituale che mi trascinai come pesante fardello per molti mesi. Non indotto da nessuno la mia anima fu sconvolta da pensieri che mettevano in discussione con me stesso certi aspetti della mia religione; ero certo di essere in peccato mortale, tenevo nel cuore il mio segreto e non aprivo il mio dubbio nemmeno ai familiari e agli amici più intimi. Quando il macigno che gravava sul mio petto non accennava a  lasciarmi decisi finalmente di “consegnarmi all’inquisitore”.
Ma quale sacerdote doveva raccogliere  in confessione la vampa che distruggeva l'anima mia? La scelta non era ampia. Monsignore non lo trovavo idoneo per via dell’età avanzata e poi perché non volevo arrecar dolore a chi aveva visto in me un futuro buon sacerdote; padre Callea, il mio professore di religione, affetto da gravissima miopia tanto che lo prendevamo in giro leggendogli  direttamente sul catechismo che egli teneva in mano le risposte: egli non avrebbe capito nulla dell’inferno che turbinava nel mio cuore…
Restava solamente padre Restivo, famoso per le sue messe ridotte all’essenziale, sempre indaffarato e sbrigativo; speravo tanto che fosse più largo di manica e che avrebbe risolto il mio angosciante problema in modo spicciativo. 
Un sabato pomeriggio mi misi in fila per la confessione.
M'ero appena inginocchiato al confessionale, quando mi disse: - Aspetta un momento che torno subito.
L'imprevisto disguido mi fece sperare in una più distratta soluzione al mio dilemma; ne stavo gioendo in cuor mio, ma mi assalì l'altro dubbio: - Potrò ingannare Padre Restivo, ma Dio no. Così giurai a me stesso che nulla avrei fatto per eludere furbescamente il mio penoso dubbio.
Il padre finalmente tornò e disse: - Allora... Dove eravamo giunti?
Ed io: - Padre, non abbiamo ancora cominciato.
Lui:    - Allora dimmi tutto.
Io non fui capace di profferire nemmeno dei monosillabi.
Lui: - Insomma perchè sei venuto?
Io:      - Perchè, Padre, sento di essere in grave peccato mortale.
Un attimo di profondo e pesante silenzio.
Lo ruppe Padre Restivo: - Comincia da capo, punto per punto e senza fretta.
Le sue parole mi fecero male e pensai: lui che va sempre di fretta, stavolta mi vorrà fare la festa e cucinarmi a fuoco lento.
Io, con una vocina umiliata: - Padre, io non credo più con la fede di una volta.
- Continua, mi fa il sacerdote.
- Vorrei spiegarmi tanti punti della religione che mi inchiodano fino al punto che o credo per fede o mi trovo in peccato.
Tacqui e lui: - Continua.
Ed io: - Giudico i riti e le processioni come forme di idolatria; le lunghe preghiere mi sembrano tiritere per ingannarci fra noi credenti mentre la nostra mente vaga per sentieri lontani e non sempre puri.
Padre Restivo: - Della nostra religione cosa ti resta allora?
Ed io: - Tanto mi resta ancora: Gesù col Vangelo, la vita dei Santi, le prediche che non alzano il dito per minacciare sempre castighi eterni…
Seguì un lungo silenzio. Con l'immaginazione mi riportai a quei film in cui la Corte si chiude in Camera di Consiglio per emettere il verdetto.
- Che classe frequenti
- A ottobre frequenterò la quinta ginnasiale...
Ce ne capivo sempre di meno, ma continuai ad attendere per vedere dove andava a parare con quegli argomenti che per me restavano sempre più un mistero fuori tema.
- Quindi tu quest'anno hai studiato una geometria diversa di quella della scuola media, no? 
- Certo… certo – risposi io.
Ed egli: - Finora per te ragazzino la geometria ha affermato un principio e tu l' hai accettato; da quest'anno in poi invece per ogni affermazione sei stato indotto a cercarne la dimostrazione. Così tu trovi naturale trasportare tale criterio nei fatti religiosi; ma in questo campo tutto è diverso. Ricorda però che la tua crisi non è causata dalla geometria,  ma dalla natura umana: tu sei in piena crisi d'adolescenza. Vai tranquillo: non hai peccato. Hai altro da confessare?
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Tra il felice e il confuso cercavo altri argomenti, ma il sacerdote, ritornando ad essere lo sbrigativo che conoscevo, mi licenziò senza che io potessi replicare.
Era un radioso e insolitamente fresco pomeriggio di luglio, uscii dal portone principale della Matrice; sotto me il sagrato, la piazza, la torre dell'orologio e poi un cielo terso.
Da poco avevo incontrato la poesia più breve che abbia conosciuto; allargai le braccia e gridai a gran voce:
- M'illumino d'immenso.
Al prete che strappò la materia del falso miracolo del Cuore di Gesù non fu risparmiato il biasimo, allo  stesso che tempo dopo diede pace ad una giovane anima in pena, nessun merito.
Egli pagò a caro prezzo la sua libertà di spirito perché non divenne mai parroco al suo paese. Proprio lui che per lungo tempo aveva retto materialmente la parrocchia negli ultimi tempi della vecchiaia di mons. Scelfo. Pur se mortificato dai suoi concittadini, non fece cenno alcuno di risentimento.
Come Cristo che non potè essere profeta in patria, padre Restivo non potè formalizzare la mansione che aveva svolto per qualche decennio.
Il suo Vescovo ammirò la sua elegante mancanza di spiacevole reazione e lo propose come cappellano su navi passeggeri. Il maturo sacerdote trascorse sul mare gli ultimi anni della sua esistenza, lontano dalle miserie di sacrestia e visse a contatto di tristi emigranti e allegri turisti, sempre sicuramente pronto a sostenere la parte di sacerdote presente nella gioia e nel dolore.
Ogni estate tornava in ferie al suo paese col suo abito talare fregiato dei galloni di ufficiale di marina. Faceva la sua apparizione in giro per salutare gli amici più sinceri e cari e si ritirava al Giurfo a godersi il fresco delle serate.
A oltre 60 anni da quell'estate di mio tormento interiore oggi sento il dovere di tentare io stesso a ricordarlo ai villarosani: è il meno che si possa fare per non condannare nell’oblio un villarosano senza carisma e senza ipocrisia.
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