lunedì 23 novembre 2015


Figure tipiche nel Corso Garibaldi di circa 80 anni fa


Il nostro Corso è da sempre è stato l’anima del paese, a parte che per esso scorre la S.S. n. 121.
Ero bambino e sentivo parlare ancora delle schermaglie verbali di vecchia data fra Vizzichinu e Castillanu, due personaggi che ho conosciuti bene nella loro tarda età, quando non erano più vicini di putìja, tanto da non potersi stuzzicare frequentemente come prima: il Castellano commerciava pane, farina e modesti insaccati, il Vizzichino vendeva stabilmente frutta e verdura.
Inizio a parlare dei personaggi che operavano durante la mia prima infanzia a cominciare dal Castellano che aveva bottega dove oggi è situata la cartoleria Lombardo: don Michele fu molto vicino a mio padre anche per gli ottimi rapporti che questi intratteneva con i figli e i generi del primo. Il più piccolo dei maschi, esile di costituzione, era bravo a scuola al punto che il padre volle che continuasse gli studi per diplomarsi da maestro.
Si chiamava Salvatore, per tutti era Totò, tranne che per il padre che continuò a chiamarlo all’antica, Tatò.
L'elettricità ancora non era arrivata in paese e quindi la stessa radio, oggetto di gran costo di per sé, non poteva esse operativa, soprattutto per quanto riguardavano le notizie di cronaca e di politica generale. Così ogni giorno il padre, cresciuto in più lontani tempi quando la scuola era un lusso non consentito al popolo minuto che avviava fin da ragazzini i figlioli a carriari, dava al piccolo scolaro una moneta perché andasse a comprare il “Giornale di Sicilia” di Palermo da don Peppino Gervasi, che tra la più varia merce che trattava, di sola lettura vendeva esclusivamente tale unico quotidiano che arrivava a Villarosa. Per meglio inquadrare la situazione culturale locale, preciso che nella mia primissima infanzia non esistette nessuna edicola di giornali: la prima fu aperta nei primi anni '40 da un certo Tumia. Solamente un settimanale era pure in vendita nella Tabaccheria del Sindaco Profeta, gestita da don Ciccio Marra, "La Domenica del Corriere", edito a Milano.
Appena Totò tornava in bottega, il papà lo sollevava da sotto le ascelle e lo poneva a sedere sul bancone.
Il ragazzino cominciava con la lettura dei titoli a caratteri cubitali e poi, al cenno del genitore, iniziava a leggere con calma l' intero articolo segnalatogli.
Don Michele rimaneva estasiato nell'atto di ammirare quel raro dono della padronanza della lettura, che fluiva dalla bocca di un minuto ragazzino.
Anni dopo, quando io conobbi i due famosi contendenti, essi di già operavano a distanza: li divideva la piazza e la diversità della merce in vendita.
Vizzichinu, La Posata all'anagrafe, era noto a tutti con questo soprannome, tanto che spesso i forestieri lo chiamavano "signor Vizzichino".  Era una figura minuta che si dava da fare a guadagnarsi da vivere per sé e la famiglia. Io lo ricordo soltanto come attivissimo fruttivendolo, quando già il caffè era divenuto introvabile a causa delle Sanzioni economiche subite dall’Italia. I più anziani, rispetto a me, lo ricordavano ancora nell'atto di girare di prima mattina per le vie del paese, con un trabiccolo spinto a mano, rassomigliante vagamente a quello dei gelatai, a vendere un profumato caffè caldo.
Annunciava la sua presenza in giro, manifestandosi col suono di una tromba:
 - Tuuu... Tutuuu!
E poi, gridando:
 - “Caffè, caffè venuto dall’Oriente “dicètelo” alla gente se non vi dico la verità”
Ora, anche se siamo fuori argomento rispetto al precedente personaggio, ma attigui come locale, voglio trattare della figura simpatica di don Michele Lentini, che io conobbi solamente da vivace pensionato.
Era un  barbiere vecchio stampo che aveva operato anche come cavadenti, senza poter far uso in quel tempo di nessuna forma di anestesia; ugualmente praticava “scarnazzi” , che  consistevano nel tagliuzzare, seconda un’antichissima credenza, la pelle nella zona sottostante la nuca  e aspirarne il sangue mediante coppette in vetro dentro cui bruciava per pochissimi secondi un pezzetto di bambagia, per curare certi disturbi, quali emicranie e generici mal di testa: tale pratica, ormai da molti decenni, è stata rimossa del tutto dai sistemi adottati dalla scienza moderna.
Io lo ricordo come un vecchietto spiritoso e socievole che s’intratteneva anche con i giovani con argomenti allettanti. Fra le tante battute che sentivo spesso riferire, me ne sovviene ancora una scherzosa rivolta a un giovane in difficoltà.
 Questi era un ragazzo vissuto al nord e che passava le ferie presso parenti a Villarosa. Un giorno scendendo in bicicletta dalla piazza dei Quattro Canti verso est, gli si ruppero i freni e cominciò a gridare a gran voce:
 - Chi mi tenga… Chi mi tenga….
A don Michele che era prossimo alla porta, non potendo far nulla per aiutarlo, gli scappò dalla bocca un’impropria espressione, rimasta famosa fino alla mia infanzia:
-Tènghiti tu e cu ti tenghi tenghi!
Ancora ricordo nn'aria nn'aria la gelateria da Cartanittisa, signora Bella di cognome,  che sorgeva nei due pianterreni che concludevano l'isolato dei due  precedenti personaggi e terminavano con l'imbocco di via Poeta.
Da piccolo ne sentivo spesso parlare e tanto rinnovava in me quella labile reminiscenza. Non ricordavo completamente  i visi dei due coniugi, che si trasferirono nella propria città, dove aprirono il Caffè Bella nei pianterreni dell'isolato a fianco di quello dell'ex Standa.
Quando frequentai il Liceo a Caltanissetta davo sempre un sbirciatina nel locale, ma nessuno mi suggeriva qualcosa come l'ombra d'un viso familiare.
Tanto non avvenne nemmeno trovandomi nello studio d'un medico, dove in attesa del mio turno, mi trovai, diciassettenne,  a conversare con un signore d'età avanzata che quando apprese che ero di Villarosa, mi informò che egli aveva gestito per tanti anni un locale proprio nel nostro paese.
Io  subito proruppi: - Allora lei è don Alfredo?
Al che il vecchietto obiettò che era difficile che un giovane della mia fresca età potesse ricordarsi di lui. Io precisai che avevo solamente tanto sentito parlare di lui, ma ovviamente non accennai al particolare, che me lo aveva reso indelebile nella memoria, relativo alla sua non visibile invalidità permanente acquisita nella Prima Guerra Mondiale.
La sua signora ben presto rimase vedova.
Quando questa raggiunse un’età ancora più avanzata suscitò tanto scalpore a Caltanissetta, e non solo nella sua città, per via di certe visioni di lacrimazione della sua statua della Madonna di Lourdes, eretta nel giardino della sua villa in contrada Nìscima. Ebbe il suo momento di notorietà, anche sulla stampa, ma ben presto però ugualmente raggiunse direttamente in Cielo la Madre di Gesù.
Ho cercato su internet traccia di questo evento, che io ricordo benissimo, ma ho trovato soltanto il seguente sito: http://www.preghiereagesuemaria.it/libri/dio%20cammina%20con%20gli%20uomini. htm  che riporta un libro, del quale cito di seguito queste poche parole in merito:
“A Nìscima (Caltanissetta) nella Villa Bella ha pianto moltissime volte la statua della Madonna di Lourdes: una volta un incredulo, che poi è dive­nuto mio amico (Aldo Martorelli di Catania), andato per curiosità sul luogo e presa la statua fra le mani, se la vide piangere e, naturalmente, subito si converti.”

lunedì 16 novembre 2015

“Clò, clò, clò, sutta o pedi di San Calò”


È con immenso piacere rileggere e pubblicare ancora una volta uno scritto dell' emigrato villarosano, Pino Mazzeo.

Per questo motivo continuo ancora ad invitare altri villarosani, residenti, espatriati o oriundi che si vogliano unire a noi, nella ricostruzione del passato socio-culturale di un'epoca irripetibile. Non potrò ad esempio dimenticare l' apporto meraviglioso, benchè breve, di una villarosana "ad honorem" perché figlia d'un concittadino anonimo a noi, che sul sito dei villarosani.it, si firmava "Chianu di giugnu" e citava poesiole popolari in genere di bettola che oggi qui non si recitano più. Aggiungo inoltre il suggerimento del detto antico quanto saggio non più sentito da noi: mìtticci stirru di 'n capu.

In calce al post di Pino stavolta esprimo il mio parere in merito al detto infantile incidentalmente inserito, con insensibilità, dentro la rappresentazione teatrale dei tempi passati di Villarosa.



Ecco ora il testo originale inviatomi da Pino da Modena:

“Clò, clò, clò, sutta o pedi di San Calò”


Quando ero bambino, tanto tempo fa ohimè, sentivo ogni tanto fare questa affermazione: Clò, clò, clò, sutta o pedi di San Calò, ma non riuscivo a collegarlo ad un qualcosa di logico. Mi sembrava che si avvicinasse al suono onomatopeico del verso del tacchino (u papì), che fa : “glù, glù, glù,……..”, o qualcosa di simile, ma non ne ero molto convinto, ed allora cominciai ad indagare, per comprenderne innanzitutto il significato e poi la sua provenienza. Macché, non riuscivo a venirne a capo: molte persone ne avevano sentito parlare, ma erano nella mia stessa situazione: ne ignoravano significato e provenienza. Qualcuno mi suggerì che quella frase iniziale poteva avere attinenza col verso dei checchi (balbuzienti), quando s’intartagliavano, e fin qui lo sospettavo anch’io, ma ciò non era sufficiente a svelare l’arcano, in quanto non spiegava perché “clò, clò, clò” e soprattutto non spiegava il riferimento al piede di San Calogero. Quando finalmente mi imbattei nel Parroco dell’Immacolata Concezione (a Cuncizioni), allora Patri e’ Marinu buon’anima, perché, facendo di nome Calogero, poteva saperne di più, circa il riferimento “o pedi di San Calò”. U Paracu mi spiegò il mistero, in quanto gli era stato raccontato dal suo predecessore Patri e’ Padellaru, anche lui buon’anima, che successivamente fu Parroco da Matrici (la Chiesa Madre), che a sua volta l’aveva appreso dal Parroco precedente Patri ‘e Cammarata, che io non ho conosciuto e anche lui buon’anima a maggior ragione, ed anche l’unico testimone oculare dell’episodio in cui venne pronunciata la famosa frase.

Nel secolo scorso, fino agli anni ’60 inoltrati, che mi ricordi io, in occasione delle festività religiose più importanti vi era l’usanza a Cuncizioni, di tenere delle recite con soggetto religioso. Non so se la medesima usanza ci fosse anche a Matrici, in quanto io ero parrocchiano da chisulidda, come veniva anche chiamata a Cuncizioni (più raramente a ‘Mmaculata), e a Villarosa in quegli anni il Corso Garibaldi era un vero e proprio muro di separazione che isolava le due parti del Paese, tant’è che la parte Nord (a Cuncizioni) ignorava quello che succedesse a Sud (a Matrici) e viceversa.

Ma ritorniamo alle nostre recite nelle quali diversi parrocchiani venivano coinvolti come attori, registi, soggettisti, costumisti: una piéce teatrale in piena regola; quelli che non erano coinvolti nella recita, si recavano allo spettacolo ed erano coloro che ne decretavano il successo maggiore o minore o addirittura il fiasco (u hiascu). Eravamo sul finire degli anni ’30 e si rappresentava il “Quo Vadis”. Non voglio tediarvi con il racconto anche sintetico del capolavoro di Henryk Sinkiewicz, perché troppo lungo: vi basti sapere che vi è un personaggio di nome Chilone Chilonide di mestiere indovino un po’ truffaldino (u ciarlatanu) che è incaricato di trovare Licia (protagonista della piéce), misteriosamente scomparsa. Naturalmente del personaggio doveva essere annunciata l’entrata in scena, ed ecco che siamo al momento clou della serata: l’annunciatore parte, ma s’impiduglia e ed emette la famosa invocazione “Chilò”; tenta un’altra volta, macché viene fuori un altro “Chilò”; al terzo tentativo non riuscito, qualcuno dal fondo della sala gridò: “Sutta o pedi di San Calò” e tutti gli spettatori ripeterono in coro “Sutta o pedi di San Calò”, seguito da rumorosissime risate. Naturalmente l’annunciatore ci arristà fitusu, si chiuse il sipario e venne interrotta la recita: non si poteva proseguire la rappresentazione del dramma, in un ambiente divenuto improvvisamente esilarante. Con il passare del tempo il “Chilò” divenne “Clò” ed ecco svelato l’arcano: si trattò di un involontario chicchiari (balbettìo) seguito da una prontissima rima baciata.

Non vi rivelerò il nome dell’annunciatore che, benché buon’anima, ha ancora degli eredi e parenti in giro. Chi l’avesse capito, lo pregherei di tenilu ammucciuni (tenerlo nascosto), insomma come si dice in dialetto napoletano: Aumm, Aumm. Il nome del rimatore nessuno se lo ricorda più, in quanto i presenti all’episodio sono quasi tutti passati a miglior vita e se qualcuno fosse ancora vivente, il ricordo è molto lontano nel tempo e non credo che ne abbia ancora memoria, per cui lo chiameremo Anonimu Villarusanu.




La ricerca di Pino mi ha fatto pensare a quanto sentivo dire su quel genere di spettacoli compreso quello pasquale della Casazza che, con l'avvento del cinema, pian piano anch'esso decadde; l'ultimo che resistette per poco ancora fu l'opra de'pupi, a cui da piccolo ebbi modo di assistere, ma il suo destino rimaneva ugualmente segnato.
Leggendo il suo post ho avuto un momento d'incertezza e mi sono chiesto se per caso l'espressione del "Clò clò" fosse nata proprio in quella lontana serata "teatrale". Riflettendo un altro po' ho capito che l'espressione senz'altro doveva essere nota molto tempo prima.
        Mi sono interrogato ancora come mai Pino, che ha solamente 13 anni in meno di me non abbia avuto pure lui modo di provare a costruirsi "na sampugneddra", come tanti bimbi, forse anche d'oggi.

        La risposta, dopo un'attenta riflessione, mi è affiorata spontanea in mente: a Pino mancava la materia prima, l' aìna.  
Questa era alla mia portata di mano perché abitavo nei pressi della via Milano, da dove, come in ogni strada di semiperiferia, transitavano in quel tempo a decine i contadini che, con le loro bestie da soma, tornavano a casa la sera. Era assai raro che questi circolassero per le vie del centro del paese dove le stalle erano quasi inesistenti; quindi Pino, che abitava darrì o rralogiu della piazza, non aveva modo di vedere a ogni primavera, verso sera, le solite sfilate di muli e asini carichi di erbe che dovevano servire come nutrimento serale agli stessi animali.
Di queste più frequenti erano la sulla e l'avena selvatica, nel nostro dialetto suddra e aìna.
Quest'ultima era quella che attirava maggiormente i ragazzi, che, al passaggio serale degli animali, scippavamo dai fasci un pugnetto di lunghi steli, senza essere rimproverati dal contadino, che ben capiva lo scopo a cui tale erba sarebbe servita.
Subito mentre ancora l'avena era ben fresca, se ne sceglieva una porzione che iniziava dalla parte superiore d'uno dei nodi e poi si tagliava ancora più giù poco prima del successivo. Quindi si schiacciava tra pollice e indice e con molta delicatezza il calamo sutta u gruppu, per creare delle brevi fenditure verticali lunghe pochissimi centimetri: la parte superiore dell'erba tagliata che comprendeva nodo e lamelle s'infilava in bocca e si serrava fra le labbra, lasciando fuori l'apertura inferiore dell'erba per dar modo di far defluire il fiato trattenuto. A questo punto si soffiava in modo che l'aria insufflata facesse vibrare tali lamelle producendo un suono rauco, ma vivo. L'operazione era più delicata di quel che si possa pensare; a questo punto arrivava la severa minaccia infantile: Clò, clò, clò sutta i pidi di San Calò, o mi suni o ti scacciu.
          Se l'esito era positivo il ragazzino era felice, non tanto per la costruzione del giocattolo di breve durata, ma per la fierezza della prova riuscita e del conseguente pur mediocre divertimento sonoro.

          Per l'anonimo disturbatore della sobria rappresentazione teatrale l'espressione era senz'altro un ricordo di prima giovinezza, tirata fuori per l'occasione per scimmiottare il povero attore dilettante: ovviamente il seguito, o mi suni o ti scacciu, veniva omesso perché non si adattava alla circostanza.
Ora perdonatemi per l' aggiunta di altri due brevi argomenti pertinenti, con i quali non si ha altra valida materia per poter creare due altri completi post, così approfitto di quello di Pino per aggiungere un' altra cosetta relativa all'aìna, come il giochetto stupidello di bimbi,  forse ancora oggi praticato. Il ragazzino scippava con una sola tirata dal lungo stelo di tale erba i semi ancor verdi che somigliano sommariamente a grossi insetti e li scagliava sulla schiena di un altro ragazzino; dal numero dei semi che rimanevano impigliati al vestito, si diceva, scherzosamente, che il colpito avrebbe avute altrettante "muglieri", cioè mogli.
           Ancora voglio aggiungere un breve cenno su Padre Cammarata, che io conobbi solamente di vista, perché  io ero piccolo parrocchiano della Matrice. Era una persona gracile, ma dolce e attiva, per questo la chiamavano "Patri e' lannuzza", ma sono certo che lui, nella sua grande modestia, non si sarà mai offeso per tale antipatico nomignolo.
Di lui me ne parlò, circa un decennio  dopo la sua dipartita terrena,  padre Marino, parroco della Concezione, a cui io fui per anni tanto vicino. Mi riferiva molto commosso che dalla lettura di alcuni manoscritti, lasciati dal suo predecessore in Parrocchia, si poteva chiaramente evincere una sua indiscussa, quanto non proclamata, santità.
          Voglio chiedere scusa a Pino se stavolta mi sono intromesso nel suo argomento a me sconosciuto totalmente, nello stesso tempo invito lui e i giovani d'oggi a provare, nella prossima primavera, a far vibrare con maestria antica na sampugndda d'aìna, sempre presente nei nostri campi.

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Di Cateno Corbo pare che al momento ne esista uno solo