mercoledì 16 giugno 2010

Il 25 luglio 1943 a Villarosa

Avevamo lasciato le grotte, gli anfratti, le gallerie e i buchi delle miniere ed eravamo tornati a casa. L’invasore ci stava bene perché faceva star bene. Scoprimmo che i soldati americani erano in buona parte figli o nipoti di siciliani e parlavano, un antiquato dialetto siciliano. Mio padre aveva conosciuto per caso un giovane soldato siculo-americano di Pittsburg, che era della stessa zona della città in cui abitava la propria sorella maggiore, ma che non  conosceva. Mio padre gli consegnò un appunto per poterla rintracciare e per rassicurarla che stavamo tutti bene e non avevamo subito danni (almeno fino a quel momento, perchè l'anno seguente mio zio Peppino, fratello di papà, sarebbe perito dentro un'ambulanza delle Croce Rossa mitragliata da aerei americani, a Castel S.Giovanni di Piacenza).
La situazione di Villarosa era identica a quella d’ogni altro angolo della Sicilia occupata; i tre soldati che percorsero la via Milano sereni e tranquilli come se passeggiassero avevano avuta identica esperienza positiva dei paesi “conquistati” qualche giorno prima. Anche in quelli c’erano stati tante "Impurtise", tanti "mastri Jabbicu Profeta" e tanto giubilo di popolo.
Gli americani in Villarosa s’erano accampati o cantìri, il cantiere incompleto delle case per gli zolfatai, abbandonato allo scoppio della guerra, che era ubicato proprio nello spiazzale ove oggi sorge la scuola Villanova e l’Asilo Nido, mai entrato in funzione.
Io non andai mai da quelle parti, prima perché non ero di quelli che andavano in giro ed anche perché già San Calogero a quel tempo era considerato fuori paese. Prudenti come me altri non furono, fra questi Fifuzzu Lentini, di nove anni come me, figlio d’un amico di mio padre, lontano da casa perchè ancora militare. In quel posto Fifuzzu trovò la morte; si disse che fu ferito mortalmente dallo scoppio d’una bomba a mano, ma persone che videro il cadaverino affermarono che la ferita alla testa era tipica d’un colpo di fucile: pare che sia stato sparato da un soldato ubriaco.

Erano frequenti incidenti di tal genere: in quei giorni da una jeep ferma sul corso Garibaldi la maestra Gallo, affacciata ad una finestra, per poco non ci restava secca per via d’una fucilata sparata da un soldato di colore, senz’altro pure ubriaco.
Fra cioccolati e caramelle si trovavano anche avventati colpi di fucile.
Al far dell’alba del 25 luglio, il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciava Mussolini e nella stessa mattinata il Re lo faceva arrestare.
Di tutto questo i Villarosani non seppero niente; le poche radio che c’erano in paese non potevano funzionare per mancanza assoluta di energia elettrica.
I cittadini ignari e sereni s’apprestavamo alla meglio a celebrare la prima domenica del nuovo corso.
Erano le 13,15 circa, io con mio padre ci trovavamo sul corso Garibaldi, nei pressi delle Società Umberto I, che allora sorgeva fin dalle sue origini laddove oggi c'è la farmacia Carletta, quando si scatenò un pauroso bombardamento; ci addossammo al muro con la paura che lascio immaginare. Appena cessarono gli orribili scoppi e ci girammo per scappare verso casa, vidi il corso immerso in un fitto polverone. Non era il momento di fare domande e così mi sono data una risposta: credevo che fossero stati gli Americani a prenderci a cannonate…
Erano stati invece bombardieri tedeschi che cercavano senz’altro di colpire u cantìri, dove sorgeva l’accampamento dei soldati americani, senza centrarlo per niente.
Una bomba caduta verso il convento uccise un signore, mi pare si chiamasse Lombardo, che s’era sposato il giorno prima. L’altra bomba cadde su una casa sul corso, fino a pochi anni fa proprietà della famiglia Palermo. Allora vi abitavano due vecchietti, mi pare che si chiamassero Cusimano, che dal secondo piano si trovarono al primo per il crollo del pavimento, rimanendo miracolosamente illesi. Il danno maggiore la bomba l’ha fatto dirimpetto: erano al balcone il signor Pietro Patti con la figliola dodicenne, ambedue uccisi; al balcone a fianco fu ferito ad un polmone il mio coetaneo e amico, Michele Vitello.
Gli unici segni di quella maledetta bomba oggi sono ben visibili sulla facciata in cotto di fronte, sul limite con la via Capponi.
Le vittime civili di tale bombordamento furono 7 e i feriti 25.

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