venerdì 20 maggio 2016

LA VITA PER UN FICO SECCO


              La storia che segue è autentica anche se rimane ignoto il nome della povera vittima.

              Raccoglitrice del racconto originale fu mia madre che da ragazzina lo sentì rivivere personalmente dalla viva voce del  protagonista sopravvissuto, rilevandolo con duplice diretta commozione.
 
             Ella poverina era particolarmente sensibile ai quei tristi problemi minerari dal momento che non poté provare  la ordinaria evenienza di ricevere una carezza dal proprio padre, anch'egli vittima estrema dell’ angosciante lavoro della miniera, proprio  nello stesso giorno  in cui ella veniva al mondo, in una imprecisabile delirante data dell’ottobre del 1913: mio nonno, nella qualità di meccanico fresatore, si sentiva al sicuro dal rischio di una disgrazia nel cuore della terra perché il suo era un lavoro che si svolgeva in superficie: ma quando la sorte crudele ci mette lo zampino  non c'è logica che tiene.

            Sono anni che io vorrei raccontare quella tremenda tragedia familiare, ma non ho trovato mai, più che il coraggio, la forza di riportare  alla memoria questo centenario di già compiutosi  oltre due anni fa. Dopo questa triste storia  che mi accingo a far conoscere, in cui il protagonista materiale è un fico secco, forse avrò profonda disposizione d'animo a riportare a conoscenza delle giovani generazioni questa nostra intima pur remota tristezza, frequente nel passato in molte famiglie nostrane.

           Fece da padre a mia mamma l’anziano  zio di sua madre, don Calò Casale.
Un altro Calogero, compare di questi, fu il miracolato del fico secco, che di tanto in tanto rievocava la nota triste della propria fortuna che pose al suo posto un innocente a “scacciarisi” sotto una valanga  di minerale,  smottato proprio nell’istante in cui stava per riempire u stirraturi.

            Quando la mia mamma seguì con commozione la triste vicenda del narrante, che lei chiamava pure zio come avveniva con tutti gli amici maturi di famiglia, non poteva immaginare che lo stesso, fortemente toccato dalla tragedia, nel tempo  a venire sarebbe divenuto quasi suo parente: era  di già padre del proprio futuro cognato, Arcangelo Profeta, che successivamente avrebbe sposato Vincenzina Corbo, sorella di mio padre, i cui figli, tranne il caro Lillo, non più tra noi, sono in Villarosa.

           U zzi Calò Profeta ogni tanto era colto da una grande tristezza pensando al suo sfortunato compagno di carusato e si commuoveva per quel tragico indelebile ricordo di primissima gioventù.

            La stragrande maggioranza dei ragazzini dei centri minerari, compreso il nostro, per impellenti bisogni familiari erano costretti a scendere giù nelle viscere della terra alle dirette dipendenze di un pirriaturi; questi era un maturo zolfataio che scippava a colpi di piccone e paletto dal profondo della terra le rocce venate di zolfo; l' incombenza di portare alla luce del giorno il minerale era affidata a carusi che cco stirraturi n' cuddru lo scaricavano nno carcaruni, per farsi sì che ne venisse estratto col fuoco il biondo elemento.
             Talvolta questi ragazzini per incombenti necessità di famiglia come la morte o invalidità del padre, una  numerosa presenza al femminile, erano dati “a soccorso morto” a un pirriaturi o a un capomastro: questi consegnava un certa somma ai familiari e teneva alle sue dipendenze  il caruso per un lavoro che si protraeva fintanto che non gli venisse restituita la somma anticipata; tale figura giuridica corrispondeva al tipico" godi e godi" di beni immobili contro una somma data in prestito. Avveniva molto raramente che la somma venisse restituita: esemplare resta il caso descritto nel mio post, “L’ultimo schiavo di Villarosa”.

             Questi  poveri ragazzi, malnutriti e d’inverno tormentati dal freddo e dai frequenti geloni (i rùsuli),   oggi rarissimi, s’alzavano prima dell’alba per recarsi al passaggio del loro capo e avviarsi per vari chilometri verso la miniera. Arrivati lì, ognuno riprendeva il proprio stirraturi e scendeva giù nel cuore della terra, alla fioca luce di una misera lumera ad olio; unici loro gratuiti conforti, offerti  dalla natura, erano quelli che d'inverno laggiù non  trovavano il terribile gelo e d'estate si risparmiavano la soffocante afa dell’esterno, potendosi liberare d'ogni indumento, dal momento che erano tutti lavoratori di sesso maschile.

             Ogni lavoratore,  grande  o piccolo, portava con sé un pezzo di pane ppi pigliarisi un mizzicuni nella breve sosta di mezzogiorno. Anche  u carusu nella piccola saccoccia di consunta tela teneva u bummuliddru chinu d’acqua chiusu cco stuppagliu di ferla e un pezzetto di pane spesso raffermo, raramente accompagnato da un frutto, sia pure un po' marcio o ancora acerbo.

            La mattina del tragico destino il giovanissimo Caluzzo Profeta accompagnava il solito tozzetto di pane con due fichi secchi di quelli che, spaccati e lasciati asciugare al sole d'estate erano poi infilzati in due stecche  di canna: erano un residuo del modesto Natale appena trascorso. Il ragazzo masticava il mozzicone di pane accompagnandolo con un piccolo morso dato al fico secco; ogni tanto aiutava a far calare  il bolo con una bevutina d'acqua do bummuliddru. Durante uno di questi sorsetti i suoi occhi s'incrociarono con quelli pietosi del suo compagno di malasorte, che già prima aveva mostrato segni d'interesse goloso verso il frutto essiccato.

             Caluzzo intuì il motivo di tanta tristezza  perché non ci voleva tanto per capire che la gola gli faceva nnicchinnicchi, ma non si sentiva di essere generoso al punto di offrirgli l'altro fico secco ancora intatto. Quando il voglioso ragazzo capì che il suo compagno non era per niente ben disposto a un gesto benefico, volle provare a ottenere quanto fervidamente desiderava con un'offerta assai invogliante, proponendogli di compiere lui  il prossimo viaggio cco stirraturi  al posto di Caluzzo, a cui toccava d'obbligo. A questi, come si suol dire, "cci spunnà a bruccetta" e piacevolmente accettò la proposta.

              Poco dopo, appena ebbero terminato il magro spuntino, quel giorno coronato dal dolce fico, Caluzzo si distese a terra per assaporare quell'imprevisto  relax e il compagno, ugualmente soddisfatto per essersi fatta la bocca dolce col frutto tanto desiderato, s'avviò a riempire u stirraturi, per portare a termine l'impegno che s'era assunto.

             La bieca malasorte sogghignava silenziosamente perché era a conoscenza che la sotterranea frana era in agguato, tant'è che all'improvviso sommerse il povero ragazzo, colpendolo dritto al capo.

             Lascio immaginare ai lettori l'unanime disperazione nell'immediato crollo omicida e quella, ancora più straziante, di qualche ora dopo, nell'umile stamberga della vittima.
Il giovanissimo Caluzzo Profeta, testimone diretto della tragedia, trascinò per tutta l'esistenza il rimorso e, contemporaneamente, l'egoistico appagamento d'essersi involontariamente sottratto alla penosa fine a lui rivolta.

                                       ****************

             Questa era l'esistenza, dura e spesso tragica, dei numerosi poveracci che vivevano su questo nostro territorio il più vile sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
L'inumano egoismo di quanti potevano alleviare tali sofferenze specialmente ai giovanissimi sfruttati al massimo, predominava alto e potente.

            La politica era assente e chiudeva orecchie e cuore per non dispiacere agli egoisti fruitori del frutto di tanta ingiustizia e sostenevano che se avessero alzato il compenso dei miseri operai e dei carusi, avrebbero potuto "chiudiri putia".

           I politici d'opposizione erano più propensi rispetto a quelli di governo a mettere a nudo la questione del carusato.

          I deputati di destra Franchetti e Sonnino vollero prendere di petto la cosiddetta Questione Meridionale, scesero anche nella nostra lontana terra, trattando il problema del carusato nell'ultimo capitolo della loro inchiesta, "La Sicilia nel 1876". La loro voce rimase sterile, un altro grido nel deserto: persino i familiari dei poveri ragazzi, non trovando altri approdi di lavoro, si accontentavano del misero guadagno piuttosto che morire di fame.

         Rimaneva, ovviamente inascoltata, la cocente, ma solamente verbale, protesta dei poeti dialettali siciliani, fra i quali il villarosano Vincenzo De Simone e il noto bagheriota Ignazio Buttitta: toccavano i cuori di quanti nulla potevano fare, ma non i crudi egoismi dei fruitori dei tangibili tornaconti.

domenica 1 maggio 2016

E CCHI JÈ ARTI DI PINNA…?

L'arti di pinna era la capacità di saper scrivere e ovviamente anche di leggere.

Tale espressione che io da giovane sentivo spesso ripetere aveva perso però il significato specificatamente originario dei tempi precedenti all'Avviso pubblico del 1864 emanato dal Comune di Castrogiovanni, oggi Enna,  riprodotto in calce, che, in mancanza d’altro a noi più prossimo, tengo quale punto di riferimento del mutamento culturale avvenuto nella nostra terra e non solo.

 Ad avere questa abilità di scrittura fra la popolazione fino all'Unità d'Italia erano in pochissimi: notai, avvocati, sacerdoti, maestri, figli di genitori benestanti, altri giovani che dopo qualche anno di studi in seminario avevano rinunciato a prendere i voti. (Parlando di questi ultimi si era soliti dire che "avevano rubato gli studi al Vescovo").

Per quasi tutto il resto della cittadinanza tale competenza era soltanto una irraggiungibile meta.

Erano i tempi in cui persino molti benestanti rimanevano analfabeti e così, spesso per non fare conoscere questa loro comunissima incapacità, non firmavano nemmeno gli atti  pubblici, facendo apporre al connivente notaio, la nota: “Non sottoscrive perché galantuomo”.

L'espressione citata nel titolo del post era comune ne
i casi in cui qualcuno mostrava forte incertezza nel portare a termine un certo compito e il compagno, che se ne reputava capace, si meravigliava fortemente, dal momento che non si trattava di un'abilità complessa come l'arte dello scrivere.

Lo scopo precipuo del nostro blog resta sempre quello di far conoscere, alla presente e alle successive generazioni, quali erano i modi di vivere di quanti ci hanno preceduti su questo territorio e non solo.

Non tutti però i conoscitori di tale rara "arte" necessariamente si rivelavano dei fortunati, forse perché molto spesso l'insuccesso derivava da  inabilità personali.

Quand'ero giovanissimo sentivo parlare tanto "do maistru menza lira", un poveretto a cui "l'arti di pinna" non poté tanto giovare. Io non ebbi modo di conoscerlo direttamente perché aveva lasciato questo mondo poco prima che io nascessi, solamente conobbi l'anziana sorella, ch'era mia vicina di casa. Era chiamato "maestro" solamente perché sapeva leggere e scrivere, ma per il resto non ebbe nemmeno un incarico minimo al Municipio, quale poteva essere quello di messo,  o essere assunto quale scritturale alla contabilità di una delle tante miniere nel nostro territorio.

L'eccezionale "allittratu" si  dava da fare la sera per impartire qualche sporadica lezione privata a qualche rarissimo volenteroso lavoratore di miniera, ansioso di lasciare  quella pericolosa attività: la ricompensa pecuniaria ovviamente era da giudicare assai scarsa, dal momento che la stessa era stata accorpata al nomignolo.

Il poveraccio esercitava anche attività di doposcuola a rari bimbi di famiglie benestanti: la signora M., nota a Villarosa per la sua pubblica funzione, mi parlava, tempo addietro, pure delle lezioni impartite a suo tempo dallo stesso alla sua defunta madre e della circostanza che il tapino uomo di lettere all'ora del pranzo ogni tanto si presentava con qualche scusa in casa dei piccoli clienti, con l'intuibile speranza che i genitori lo invitassero a mensa dicendogli: "a ppiacissi!"
È il caso di menzionare il noto motto latino: "Litterae non dant panem"

La fine do maistru menzalira fu assai tragica. Un mattino d'inverno il poveretto fu trovato morto sul suo letto vittima do fitu do carbuni, come era inteso popolarmente l'ossido di carbonio.

Rimase il tragico dubbio: fu  una disgrazia o comprò, con l'ultima mezza lira stentatamente guadagnatasi, il carbone per il braciere, lasciato acceso durante la lunga notte, per porre fine, con un espediente indolore, alla sua triste e misera esistenza?

Torniamo al problema scolastico come fatto sociale, che dopo l'Unità d'Italia, molto lentamente si avviò.

Il primo Ottobre di uno degli ultimi anni ‘30, si apriva a molti giovanissimi villarosani il primo giorno di scuola elementare nel nuovo plesso "Silvio Pellico", chiamato da tutti per antonomasia "Palazzo scolastico". Prima d'allora le poche aule esistenti erano sparse in varie aree cittadine, solamente la parallela al corso Regina Margherita a salire, partendo a ridosso della sacrestia della Matrice, porta ancora il nome di "Via Scuole", perché vi erano situate più di una classe nel suo tratto.

Non ho notizie specifiche dell'istruzione nel nostro paese in tempi precedenti all'Unità d'Italia, ma il detto da me raccolto dalla viva voce dei nostri più anziani cittadini, qui anni addietro postato, "Granni Ddì quant'è rranni sta Tàlia, jiu a l'Armena e sempri Tàlia jera", lascia intuire qual era la cognizione geografica e politica del nostro popolo.

Circa trent'anni fa nell’ufficio del Direttore del Circolo "S.Chiara" di Enna, notai incorniciato e appeso alla parete un esemplare dell' annuncio in fondo riportato. Chiesi al collega se gentilmente ne potevo avere una riproduzione; lì per lì fece tirar fuori lo storico avviso dalla cornice e cortesemente me ne consegnò la fotocopia.

Ovviamente nel periodo post-unitario sarà stato emanato un corrispondente annuncio nel nostro Comune, ma dal momento che non ne siamo in possesso e per dare un'idea storica dell'avvenimento che concluse il lungo periodo d'ignoranza diffusissima, invito i nostri lettori a leggere l'omologo ennese, con la viva preghiera di rifletterci sopra, tenendo presente che lo spirito socio-culturale di tali iniziative era analogo in ogni città e in ogni comunità, piccola o grande che sia.



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