martedì 11 dicembre 2012

COSA DI FEMMINE


Da qualche tempo, soprattutto nella Rete, si parla della non presenza di bidet nei bagni di molti Paese nordici; nella sua stessa patria, la Francia, il “cavalluccio”, traduzione letterale del termine, è alquanto raro.

Questa presunta “anomalia” nordica induce frettolosamente molti giovani a concludere che noi in Italia siamo più puliti delle suddette popolazioni.

Non sono in grado di dare una risposta indubbia, ma di certo tale argomentazione avrà senz’altro una spiegazione diversa da quella sbrigativamente fornita: ad esempio il bidè sarà stato sostituito con l’uso più frequente della doccia, come del resto ci si va orientando in tal senso da noi.

Questa oziosa disputa m’ha fatto scoperchiare il relitto antico, quasi del tutto seppellito dalla polvere del tempo, d’un banale episodio riferitomi oltre sessant’anni fa da un mio coetaneo ex seminarista.
Nel secondo dopoguerra ci fu nel nostro paese un’ondata di vocazioni sacerdotali; quasi una ventina di ragazzi entrò nel Seminario vescovile di Piazza Armerina. Per dare un curioso resoconto dell’esito di tali numerose inclinazioni preciso che di tutti costoro solo uno, il parroco Salvatore Stagno, prese i voti.
In casa di uno di tali giovanissimi seminaristi, chiamiamolo per tutelarne la privacy Pinuzzu, avvenne un lieto avvenimento al cui festeggiamento il chierichetto non poteva mancare. Per quei tempi averlo a casa era un vero problema per la frequenza scolastica, per la scarsità dei mezzi di trasporto e per le possibilità finanziarie alquanto ristrette per poter consentire il noleggio doppio d’un taxi.
La madre di Pinuzzu volle provare a parlarne col parroco del tempo, monsignore Luigi Scelfo,  fratello maggiore dell’ingegnere Antonio fondatore dell’ancora famosa società di autolinee, la SAIS.
Il problema, che appariva difficoltoso, fu risolto con agevolezza da “monsignorino”, così era chiamato dagli anziani di Villarosa il parroco Scelfo, persino quand’era avanti negli anni quando lo conobbi io. Proprio per quei giorni il presule era stato convocato dal Vescovo e quindi gli fu facile riportare il ragazzo a casa, e per giunta senza spesa.

Al ritorno, al cambio di corriera ad Enna, il parroco sentì il dovere e il piacere di far vista al fratello e ai nipoti. Pinuzzu durante la sosta in quella abitazione, splendida per lui perché non aveva mai visto di meglio, sentì impellente la necessità di fare pipì. Aveva messo in conto di rimandare il bisognino fino a casa sua, ma calcolò che non ce la poteva fare, così si fece coraggio e arrossendo in volto dichiarò il suo stato di disagio al suo esimio accompagnatore.

Il giovane, entrato in quel che si attendeva un ottimo gabinetto, restò doppiamente abbacinato dal luminoso locale grande come una stanza di lusso rivestita di maioliche e arricchita di mastodontici  pezzi di porcellana sormontati d’abbondanti  e luccicanti cromature.
Non aveva mai visto un locale così ricco di componenti: un lavabo di porcellana troppo mastodontico per lui che era abituato alla bacinella di lamiera smaltata; una vasca da bagno seconda in grandezza solamente “a brivatura”; un water bianco e lucido che emergeva dal pavimento, eccezionale per lui che il cesso in casa l’aveva a livello di pavimento vicino all’uscio, già tanto per lui perché lo faceva  sentire un privilegiato rispetto a quanti, ed erano numerosi, facevano i bisogni intimi nell’orinale per poi svuotarlo all’esterno; una doccia circondata da pannelli di vetro martellato e poi tante tovaglie di lusso appese alle mattonelle di maiolica ricche di decorazioni.

D’ognuno dei pezzi riuscì ad interpretarne la destinazione, restò attonito invece dinnanzi ad un elemento di porcellana più basso degli altri a cui non sapeva attribuire l’uso. Inoltre, in esso come pure negli altri visti poco prima, giudicò uno spreco inutile la presenza di due rubinetti in un solo componente di ceramica, non immaginando minimamente che in uno dei due rubinetti potesse scorrere acqua calda.

Confuso e stordito dalla enorme quantità del genere di roba mai vista non s’avvide del tempo che trascorreva, tanto che monsignore temendo che il ragazzo fosse stato colto da qualche imprevisto problema fisiologico, decise d’entrare: lo trovò perplesso dinnanzi al pezzo per lui indecifrabile.

Pinuzzu appena s’avvide della presenza del suo parroco, indicò l’oggetto della sua curiosità e gli chiese cosa fosse.
“Monsignorino” pose delicatamente le sue mani all’apice delle spalle del chierichetto e avviandolo verso l’uscio disse:
 - Cosa di femmine.

venerdì 23 novembre 2012

RITAGLIO PIU' LEGGIBILE DELL'ARTICOLO SU SALVATORE GIOIA


RITAGLIO PIU' LEGGIBILE E RICOPIA SU FILE DELL’ARTICOLO PUBBLICATO SUL QUOTIDIANO “L’ISOLA”
DEL 21 GENNAIO 1956, cronaca di Enna,  su SALVATORE GIOIA A FIRMA DI G.R.


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LA ECCEZIONALE CARRIERA DEL GIOVANE TENORE SALVATORE GIOIA
Giocò centravanti nel Villarosa
il prodigioso “Bellini del canto”
Entusiastico giudizio di Ildebrando Pizzetti: “Sono voci che nascono a distanza di secoli”
Villarosa, 20
Due mesi or sono tutti i giornali della Toscana, dell’Emilia e dell’Umbria annotarono la scoperta di un nuovo artista del campo lirico, destinato a continuare le più belle tradizioni dell’arte canora italiana: Salvatore Gioia.
Egli aveva cantato il 23 e 24 ottobre del 1955 al “Teatro del Giglio” di Lucca, presenti le più insigni  personalità del mondo artistico, a chiusura del II Concorso Nazionale del  Canto Lirico, bandito dal Centro Sperimentale di Lucca. I critici parlarono di lui come di un’autentica rivelazione, come di un tenore di cui si può tentare l’accostamento con i grandi vessilliferi del canto italiano, avendo il Gioia una impostazione, una dolcezza e una finezza di voce che non trova facili confronti.
Chi è Salvatore Gioia? Il pubblico siciliano ancora non conosce questo autentico figlio della nostra isola, salito così rapidamente ai cieli dell’arte e della gloria.
Nato a Villarosa (En) 22 anni fa, egli ha qui la sua residenza, assieme ai parenti e alla famiglia. Fino a qualche anno addietro era un comune studente liceale che giocava a foot-ball nella squadra cittadina, dove si faceva ammirare per le sue finezze stilistiche e per la sua classe, nel ruolo di centrattacco. Dai suoi piedi si aspettava sempre il goal, che doveva dare la vittoria e la gioia ai suoi ammiratori, nei vivaci confronti provinciali. Adesso forse il Gioia non ricorda più questi piccoli episodi, che sapevano di provincia, lanciato come è alla conquista di altri e ben diversi luminosi traguardi, su scala internazionale.
Fin da piccolo nutriva la segreta speranza  di fare il cantante, ma la famiglia non aveva i mezzi per mandarlo in conservatorio. Fu per un caso che il Gioia incontrò la fortuna. Nel 1951 frequentava la prima liceo a Caltanissetta, quando saputo di un concorso provinciale per nuovi cantanti, bandito dall’ENAL, si presentava nella stessa città e lo vinceva. Ne seguiva un altro regionale e quindi quello nazionale di Bologna, che egli superava senza difficoltà, aggiudicandosi la rispettiva borsa di studio, stanziata dal Consiglio dei Ministri; la qual cosa gli dava la possibilità di studiare all’Accademia di S. Cecilia in Roma.
Per cinque anni consecutivi il Gioia ha varcato il grande parco del “Comunale” di Bologna, affermandosi e trionfando su tutti, sbalordendo la commissione e il pubblico, che accompagna ogni sua interpretazione con religioso silenzio per poi prorompere in un subisso di applausi e di acclamazioni, per cui ogni volta è costretto a concedere più di un bis, che la commissione benevolmente concede, pur sapendo di fare una eccezione ai regolamenti.
Il presidente della commissione, V. Bellezza, ha posto nelle sue mani ben cinque diplomi, e Schipa, con il quale  il giovane si è incontrato, in un clima di cordialità e di vera amicizia, parla di lui come ”di un suo degno continuatore. Più lusinghiero è il giudizio del compianto maestro F. Alfano, il quale dopo averlo ascoltato all’ accademia di S, Cecilia lo definì: “Il Bellini del canto”. E l’altro insigne maestro-compositore Ildebrando Pizzetti, ebbe a ripetere: “Sono voci che nascono a distanza di secoli”.
Nel luglio del 1954, su designazione del Ministero della Pubblica Istruzione, fu inviato a Londra, a rappresentare il canti italiano, nel concerto internazionale, tenutosi la sera del 25 luglio 1954, alla  “Royal Festival Hall”. In quella occasione il nostro amico dovette faticare non poco per sostenere l’entusiasmo della ammiratrici che lo pigiavano, a caccia dell’autografo. L’ambasciatore d’Italia a Londra, Brosio ne fu talmente impressionato che non seppe come prodigarsi nei ricevimenti e nelle presentazioni.
Nell’ottobre dello stesso anno partecipò e vinse il I Concorso Nazionale per nuovi cantanti, bandito dal Centro Sperimentale di Lucca, aggiudicandosi il primo premio assoluto. Nell’ottobre dell’anno scorso la commissione del II Concorso del Centro Sperimentale di Lucca non seppe trovare più degno invitato per chiudere in bellezza il suddetto concorso. Nel 1954 come concorrente, nel 1955 quale invitato d’onore, il Gioia ha fatto risentire al pubblico lucchese di quale dolcezza e di quale armonia si modula il sua canto.
Tito Gioia continuava a mietere successi, nei giorni seguenti, in una serie di concerti, organizzati dall’ENAL, nei principali teatri dell’Emilia, della Toscana e dell’ Umbria. Al teatro “D. Alighieri” di Ravenna, la sera del 27 novembre, mentre eseguiva il “Sogno” della “Manon” di Massenet, si ebbe l’impressione che non si potesse continuare, talmente il pubblico si era elettrizzato, interrompendo il tenore e applaudendolo a scena aperta.
Quale consolazione per i suoi parenti e per il padre in specie, che dopo una vita di stenti e di sacrifici, vede nl figlio coronato un sogno che un tempo fu il suo, ma che per delle circostanze non favorevoli dovette troncare.
Come già detto il Gioia studia all’Accademia S. Cecilia in Roma, dove egli è l’alunno prediletto del tenore Maurita, ed è all’ultimo anno di corso. Fra non molto assisteremo al suo primo debutto in un’opera lirica. Egli ha dovuto rifiutare numerose richieste di noti impresari italiani ed esteri (come dalla Svezia e dalla Norvegia) perché impegnato negli studi.
La Sicilia ed Enna va orgogliosa dei questo grande figlio, legato alla sua terra natale, Villarosa, come ogni buon siciliano. Egli farà sempre più conoscere ed apprezzare la nostra bella isola, poiché presto sarà l’idolo di tutte le folle, come lo è già dell’Italia Centrale. Ma nei grandi teatri, affollati di pubblico che attendono il nostro tenore, ci sarà sempre una poltrona vuota, la poltrona della cara mamma volata troppo presto ad udire altra musica, la musica divina degli angeli fra cori celesti.
                                                                                                                     G. R.


giovedì 15 novembre 2012

Salvatore Gioia in un articolo del 1956


Il nostro concittadino Giuseppe Russo, amico e collega residente nella provincia di Napoli, mi ha fatto pervenire la fotocopia d’un articolo da lui pubblicato oltre  56 anni fa sulla cronaca di Enna del quotidiano “L’ Isola” di Catania, dove si riassumono le qualità, i primi successi del tenore Salvatore Gioia e i conseguenti giudizi espressi da critici e insigni musicisti.
Innanzi tutto ringrazio Peppe Russo per la sua cortese e doverosa segnalazione dei preziosi elementi riguardanti la figura di Totò, sempre viva nei nostri cuori.
Nel contempo vorrei stimolare i lettori tutti a collaborare nella raccolta di notizie sulle storie dei villarosani  per tramandare a quelli che verranno le figure più ragguardevoli non solo per cultura, prestigio o particolari doti, ma pure quelle dei più umili e senza fascino manifesto che possono insegnarci tanto se osservati in particolarità che ai distratti potranno apparire frivole ed insignificanti.
L’articolo in fotocopia non si presenta di facile lettura, ma se qualcuno ha la pazienza di ricopiarlo in un file, farà cosa gradita a tanti. Grazie 




Aggiungo la prima pagina del quotidiano "L'Isola" su cui fu pubblicato l'articolo per ben visualizzare la data e il giornale non più in edicola da gran tempo.




sabato 10 novembre 2012

U CHIAMU, poesia della concittadina Rosa Bianca Cosentino

U CHIAMU è una poesia della nostra concittadina Rosa Bianca Cosentino già pubblicata nel sito dei villarosani.it.
La poesia fu prima in classifica nel Concorso "Botteghelle" indetto dal Comune di Fiumefreddo di Sicilia e quarta al Premio "V. De Simone" indetto dal Comune di Villarosa

U CHIAMU
U chiamu era un disperato quanto ingenuo appello a persona cara che da tempo non dava notizie e praticato fino a qualche tempo fa da madri o spose della nostra gente. Queste in luogo aprico e solitario di notte lanciavano un accorato richiamo il cui eco di ritorno veniva quasi sempre interpretato come fausto segno. Non di rado però, un casuale passante, per pietà o per burla, completando l'eco, alimentava una disperata speranza.



L'aria sirena nun smovi ‘na foglia,
sintu cantari fistusi li griddi,
mentri d'atturnu ccu vuci suavi
parlano e jocanu li picciriddi.

Sugnu ‘ncampagna, ‘n cuntrata Li Pira,
cca ma famíglia sugnu assittatu,
omu anzianu, ma omu cuntentu
d'aviri tanti niputi a lu latu.

Tutt'a na vota, Pinuzzu, u picciddu,
dici a Giuànni: - Gridamu, gridamu,
jucamu a l’eccu ca duppu tanticchia
li nustri stessi paroli ascutàmu.

Grida Pinuzzu, grida Giuànni
e l'eccu sempri fìdeli rispunni;
mentri ca jòcanu i cari ‘nnuccenti,
mi ‘nfoca u cori, mi curri la menti:

lu ma pinziri mi porta luntanu,
mi veni mmenti la ‘zzi Mariedda,
quannu, carusu pigliava a ma manu
e mi diciva: - Cci vini a Purtedda?

Facìmu u chiamu a ma figliu Pippinu,
ca nun mi scrivi e si trova a la guerra;
chidìmu a l'eccu e vidìmu s’un gnurnu
torna lu giuvini nni la so terra!

La vicchiaredda gridava e chianciva,
gridava forti: - Mi turni, Pippinu?
Mentri darrì la muntagna luntana
vuci piatùsa accussì rispunniva:

- Ritorna... torna... torna Pippinu,
timpu ‘a spittari iuncinnu li manu
e certu u’ gnurnu lu po' rincuntrari,
forsi ssu iurnu u gne tantu luntanu…

La vicchiaredda turnava cuntenti
e mi stringíva cchiù forti la manu
e lu so passu nun gnera cchiu lentu,
iva dicinnu: - Mi torna Pippinu!

Passà lu timpu e Pippinu 'un turnà,
murì di lacrimi la vicchiaredda;
e sulu tannu nno munnu dei giusti,
ncuntrà lu figliu la zzi Mariedda.

Chianciu, a sugliuzzu ‘n cuntrata Li Pira
ccu l’ucchi chini di lacrimi amari,
guardu scantatu li ma niputíddi,
sempri ‘ i vulissi ccu l’eccu jucari...

Mai vulissi ca un rre Ciccupeppi
issi chiamannu li figli da genti
ppi la so gloria e ppi lu so putìri
mentri a li matri 'un ci arristassi nenti!

Rosa Bianca Cosentino

domenica 7 ottobre 2012

SU SALVATORE D’ALBERTO - SECONDA PARTE –


A POCHE ORE DELLA MIA PUBBLICAZIONE DEL POST SU SALVATORE D’ALBERTO, MEGLIO NOTO COME TURIDDU CINCHILIRI, L’AMICO GIACOMO LISACCHI HA SENTITO IL DOVERE DI AGGIUNGERE PARTICOLARI NON TRASCURABILI SULL’ESISTENZA DEL NOSTRO CONCITTADINO.

Caro Tino, ho letto con molto piacere, così come gli altri, il tuo ultimo scritto dal titolo “Quel che mi insegnò Salvatore D’Alberto”. Ebbene, quello che i villarosani ritenevano un ‘relitto umano’ oggi si trova ospite in una casa di riposo di Mazzarino gestita da suore dove finalmente ha trovato quell’amore forse negato nella sua Villarosa. Quella Villarosa che nonostante non lo riconoscesse come ‘creatura umana’ a lui invece è rimasta nel cuore e nella mente. “Purtatimi a Villarosa, purtatimi o me paisi”- ci invocò per tutto il tempo che siamo stati con lui, qualche anno fa, quando lo andammo a trovare io, Gabriele Zaffora, Piergiovanni Zaffora e padre Giulio Scuvera di Butera, scomparso un anno fa. Fu una visita improvvisa e fatta per caso perchè trovandoci in quella cittadina nissena venne in mente a Piergiovanni che se non ricordava male forse in una casa di riposo doveva esserci ‘Turiddu Cinchiliri’. Decidemmo di andare a verificare e in effetti era lì. Siamo rimasti contenti per come l’abbiamo trovato: era vestito bene e coccolato dalle suore che lo accudiscono. E non possiamo dire che era stato preparato anche perchè siamo arrivati all’improvviso. Siamo stati con lui per più di un’ora e nonostante Piergiovanni cercava di fargli ricordare qualcosa del passato, lui ripeteva continuamente: “Purtatimi a Villarosa, purtatimi o me paisi”. E non ha smesso neanche davanti ai dolcini che nel frattempo Gabriele era andato a comprare offrendoli a tutta la comunità.

Segue il mio ringraziamento in risposta e l’aggiunta di un piccolo episodio di oltre cinquanta anni fa, da cui si evince che Turiddu era capace di essere uomo di spirito e stare al gioco dei grandi:
La tua nota m'ha fatto gran piacere. Ero impacciato nell'atto di preparare il post sulla sorte di Turiddu di cui non avevo notizia da gran tempo e mi sembrava fuor di luogo chiedere ai parenti notizie sull'esistenza del congiunto. Ancora la vostra osservazione di Turiddu vestito degnamente mi porta lontano ad un banale episodio molto significativo.
A cavallo fra gli anni '50 e '60 dove oggi sorge il bar Leone c'era un negozio di abbigliamento gestito dalla buon'anima di Nino Patti, prima che si trasferisse a Calascibetta. Non so chi fra gli amici ebbe l'idea di far mettere in vetrina vestito con un completo di classe il nostro tormentato concittadino. Egli capì e recitò perfettamente la sua parte; molti passanti distratti non s’accorsero neanche del personaggio che faceva da manichino. Stette immobile gran parte del pomeriggio e della prima serata senza dar segno della minima insofferenza: aveva capito e portato a termine il suo ruolo con intelligenza e fermezza di nervi.
Il commento serio di quanti ci fermammo era che Turiddu sapeva recitare con intelligenza un’ impegnativa parte senza contropartita e con spirito e autocontrollo. Una persona strana non avrebbe sopportato e capito lo scherzo che si stava realizzando.
L’altro commento più comune fu: “Visti furcuni ca pari baruni
Scoprimmo che u furcuni aveva un cervello e senso dell’umorismo che a molti boriosi manca.
Altra osservazione: come la maggioranza degli anziani in casa di riposo desiderano tornare alla loro abitazione: Turiddu al suo paese, che buono con lui non fu.

sabato 29 settembre 2012

QUEL CHE M’INSEGNO’ SALVATORE D’ALBERTO



           Pochissimi villarosani sapranno chi era Salvatore D’Alberto.

         Era una creatura umana, un cittadino, o almeno tale sarebbe dovuto essere considerato.

          Per tanti invece era un relitto umano; per alcuni scriteriati soltanto oggetto di una crudeltà continua che veniva esercitata fino alla nausea in pubblica piazza.

          Io e pochi altri abbiamo potuto verificare che era solamente il portatore di un cumulo di esclusivi handicap prettamente fisici insistenti su una sola martoriata persona.

         Un uomo con tali gravi disturbi visivi, vocali e uditivi non può in nessuno modo comunicare e mostrare agli altri le proprie capacità mentali.

         La circostanza che vengo a rilevare chiarirà le capacità intellettive nascoste nel nostro personaggio. 
Negli anni ’50 si diffuse l’uso del gas in bombola.

           Fu una rivoluzione sociale e economica dal momento che si passò al nuovo combustibile  dal carbone e le “ramaglie” per le classi più abbienti e dalla “ristuccia” per le famiglie povere. Quel fuoco liquido imprigionato in un resistente contenitore aveva quasi del magico e per di più incuteva l’insicurezza di una diavoleria estremamente pericolosa.

          Per più d’un decennio anch’io io stetti lontano da quell’oggetto rischioso  e infido, nondimeno seguivo con applicazione ed interesse le fasi del montaggio per mano di persona esperta.

         Un giorno ordinai una bombola alla ditta Di Cara e più tardi si presentò alla mia porta con il pericoloso contenitore sulla spalle il soggetto che accumulava in sé tutte le predette menomazioni. 
Rimasi interdetto perché non c’era con lui il tecnico capace di mettere in opera il delicato compito.

         Scaricò il recipiente e cominciò ad armeggiare
con la chiave appropriata. Cercai di fermarlo ma quello iniziò a farfugliare parole incomprensibili, mentre al contrario i gesti apparivano decisamente idonei e mirati allo scopo. 

         Lo lasciai fare e solo così fui in grado di scoprire che Turiddu Cinchiliri non era per nulla un minorato psichico, come anch’io fin allora avevo ritenuto.

         Da quel lontanissimo giorno io monto e smonto ogni tipo di bombola, ovviamente sempre con la dovuta prudenza.

         L’episodio in sé non sarebbe meritevole di menzione alcuna se non fossi stato indirettamente stimolato dalla pubblicazione d’una foto di Turiddu per opera di un ignoto concittadino che si nasconde su facebook sotto lo pseudonimo di “villarosano fiero”. 

         Premetto che non trovo delicato mostrare ai villarosani quel poveraccio col bastone in mano nell’atto di tastare il suolo per non andare a finire a terra.

         Ancora mi torna in mente che fino a qualche anno fa una masnada di screanzati sporchi e avvinazzati tormentavano il povero Turiddu nella piazza principale. 

         Lo sventurato con pietre in mano cercava di individuare il gruppo che lo martoriava. Ma con la sua vista precaria non poteva; intanto rimaneva il rischio di poter involontariamente colpire qualche altro che non c’entrava per niente nella vigliaccata.

         Nessun vigile urbano, nessun eletto dal popolo, nessun “mastro di piazza” mai si mosse, non dico per andare a minacciare i mascalzoni, ma per evitare almeno danni a qualche malcapitato che non ci entrasse per nulla.

        La mancanza di carità umana non è sola di questo tempo. 

        Voglio citare un analogo caso dell’ ’800 per due motivi: il primo che richiama l’argomento appena trattato, l’altro per ricordare Vincenzo De Simone che non fu solo poeta ma anche prosatore che narrò fatti del tempo della sua infanzia; nel medesimo tempo invogliare i villarosani a cercare in biblioteca, o altrove, e leggere i libri del nostro più illustre cittadino.

        La memoria mi porta ad una pagina, la 197, del suo libro “Bellarrosa: uomo serio!” dove parla dello sfortunato Patuni che era fatto oggetto delle più pesanti angherie senza che nessuno movesse un dito per fermare le bande di mascalzoni che lo picchiavano persino a sangue.

Un episodio di questi avvenne in una via malfamata del paese.

        Alle grida disperate del minorato accorse con un coltellaccio in mano una prostituta che minacciò i farabutti di sgozzarli come agnelli.

     “Ella sola, la donna di malaffare, si piegò sul ferito, lo sollevò, se lo strinse al petto, lo baciò nel sangue che gli colava dal ciglio aperto, rosso come un fiore di granato, e se lo tirò sulla soglia con tanto amore che parve la Maddalena, quando baciò, e inondò di lacrime i piedi del Cristo”

        Poche nel passato e in atto sono le Maddalene, in compenso abbondano moralisti e baciapile che davanti ad una ragazza in minigonna storcono il muso, per trasformarlo in compiaciuto sorriso man mano che le figlie avranno raggiunto pure loro l’età di mostrare le cosce.

lunedì 10 settembre 2012

Poesia di Carmelo D'Accardo

Il nostro concittadino Enzo Provinzano mi ha segnalato un'opera del grande poeta contadino Carmelo D'Accardo che ha avuto da un nipote residente a Torino.
Aggiungo a quanto ho presentato di già di don Carminu che io conobbi quando ero ragazzo.
Pubblicherò le poesie ricevute, che fra l'altro si trovano nella nostra Biblioteca Comunale, a spezzoni. Buona lettura.


Catanzaro lido 22 Febbraio 1974

Le presenti liriche saranno un ricordo per chi li trova. Peccato che si disperderanno perché penso bene che nessuno dei restanti potrà gelosamente conservarli con la stessa cura da me adoperata.

Saranno dei versi buttati al vento e si perderanno proprio per la mia povertà. Ho un grave dolore al cuore pensando alla fine. Comunque scrivo ancora e scrivo con la speranza di vedere la luce e che il Sommo Iddio benedicesse questo mio lavoro instancabile.

Carmelo D’accardo



AMORE DI MAMMA


1
Non vedo al cielo stella     
più bella di mia madre
perché per me fu quella
più buona di mio padre
2
lei col cuore puro
benigno e generoso
se il mio tormento è duro
lo calma e lo riposa,
3
vera colomba bianca
per me rinuncia il fiele
baciandomi non stanca
dolce più che del miele,
4
pronta nei miei dolori
con quella sua carezza
spegne con mille ardori
quel male che mi spezza,
5
tutto quanto possegga
me lo donasse in vita
Dio che la protegga
per me sovrana ardita,
6
seppur che non è santa
per me è santa vera
miracolosa tanta
per la mia casa e spera,

7
se viene in casa mia
e le domando grazia
clemente amata e pia
pure i miei figli sazia,

8
capisce a batter d’occhio
mentre il mio cuore tace
col mio buon Dio in ginocchio
se vivo in guerra o in pace

9
e con tutta la calma
devia ogni divergenza
pure se c’è la salma
conforta, spera e pensa,

10
mia madre e la Madonna
le raffiguro uguale
come disse mia nonna
nell’ultima morale,

11
che pure Cristo santo
cercò alla madre aiuto
sotto la croce al pianto
cadde nel mondo muto.


Per ricordo e per omaggio al Consolato Generale d’Italia in Belgio
LIEGI 18.1.1964
AVVISO A LETTORI E COLLABORATORI

QUALCUNO ANCORA LAMENTA DIFFICOLTA' DI COLLEGAMENTO AL BLOG SPECIALMENTE CON EXPLORER...
IL BROWSER OPERA INVECE RESTA L'IDEALE PER ENTRARCI.
BUONA COLLABORAZIONE. GRAZIE

sabato 11 agosto 2012

PINUZZA


Non ebbi mai occasione di conoscere personalmente Pinuzza G. e d'apprezzarne la decantata bellezza, perchè ero ancora ragazzo ed abitavo in un quartiere lontano dal suo. Però ebbi necessariamente cognizione della sua chiacchierata vicenda perché la crudele canzoncina, che si canticchiava in ogni angolo del paese, era nota persino ad innocenti bambini. Di essa rimasero impresse nella mia memoria un paio di versi che per decenni risuonavano nelle mie orecchie, forse perchè citavano il personaggio maschile che, anche se solo di vista, conoscevo di già:

Pinuzza la G. cchi facisti?
ccu Carminu D. ti nni scappasti...

Circa vent'anni fa venne a scuola per un certificato di studio una concittadina del mio quartiere, di qualche anno più giovane di me e da tempo trasferitasi in Palermo. Questa, felice di ritrovarsi sia pur di passaggio nella segreteria della scuola che aveva frequentato e a contatto con villarosani, diede la stura ai suoi ricordi che io, avido di storia popolare, avrei voluto in buona parte registrare al volo.
Al caso di Pinuzza aggiunse qualche altro verso che sono riuscito a serbare nella memoria:

Cincu mila liri ti li purtasti
ma o stessu nne tavuli durmisti...

I pretendenti della giovane erano tanti e di ceti sociali diversi, ma il suo cuore era impegnato ad un giovane avvenente zolfataio, pur egli a me sconosciuto e che ora indico come Tano. Questi, alla scoppio della guerra, s'aspettava di giorno in giorno il richiamo militare, così propose prima a Pinuzza e quindi alle rispettive famiglie, d'accelerare i tempi del matrimonio.
Gli sposini vissero in coppia pochi giorni fin quando giunse l'odiata cartolina.
Nei primi tempi ogni tanto Tano otteneva una licenza o un breve permesso che faceva per il momento attenuare la tristezza della lontananza. L'unico conforto per i due innamorati rimaneva la corrispondenza epistolare e la quasi matematica certezza che la guerra si sarebbe conclusa di lì a poco, considerate le celeri avanzate degli alleati tedeschi.
Pinuzza poi per qualche tempo aspettò una lettera che tardava ad arrivare; ogni mattina “si mittiva e talai” per intercettare il postino ed aver subito l'eventuale attesa missiva. Poi per molte settimane allungò invano il collo per scorgere il latore della cartacea felicità; finalmente una mattina, al colmo della tensione, ebbe in mano quanto attendeva.
Tano raccontava che era stato destinato alla campagna di Russia; avanzava verso est su un lento treno per una ignota e lontanissima destinazione; raccontava alla cara sposa che non c'era nessun paragone con le distanze di Sicilia o d'Italia.
Da quel momento la corrispondenza divenne sempre più rada finchè venne meno per sempre.
Luglio 1943, gli anglo-americani sbarcano nella Sicilia centro-meridionale; ci si rifugia nelle grotte e nelle gallerie di vecchie miniere...
Erano anni tristi per centinaia di migliaia di spose e madri. Pinuzza non era meno delle altre, anzi per molti animi sensibili di vicine e parenti era considerata una sepolta viva e nessuno riusciva a farla uscire di casa nemmeno per le feste principali, un funerale o una cerimonia in chiesa.
Addirittura alcuni per vile egoismo auspicavano che Tano non tornasse più, per potere un giorno impalmare la giovane vedova; altri ronzavano intorno alla casetta della sposina per meno nobili motivi.
Due anni ancora passarono fra le angosce delle attese e le difficoltà dell'esistenza stentata.
Giunse con la primavera del 1945 la tanto attesa pace mondiale; a poco a poco giungevano dai lager tedeschi o dai campi di prigionia anglo-americani i militi superstiti, ma di Tano in assoluto nessuna notizia.
Pinuzza rimaneva sempre più chiusa nel suo tacito dolore.
Si parlava dei circa ottanta mila prigionieri italiani dispersi nelle steppe dell'URSS e i familiari di Pinuzza si sforzavano in ogni modo di non far giungere tali notizie alla sposina sempre più sconsolata e chiusa nella sua pena.
Molti giovani del paese cumu lapuna gironzolavano in ogni ora del giorno e della sera intorno alla casa della giovane al centro della loro attenzione, sperando di intravederla e, in un modo o l'altro, farle conoscere, sia pur con una semplice attenzione d'un incrocio d' occhiate, la loro più o meno onesta intenzione. Altri speravano nell'intermediazione di qualche amica e arrivavano persino a proporre un'unione di fatto dal momento che i tempi della morte presunta rimanevano lontani.
Di certo non mancavano le anime buone che si dolevano delle afflizioni della poveretta, ma la loro comprensione non faceva, per nulla, proseliti nel vicinato.
Nel rione abitava Carminu D., baldo giovane meno maturo dell'avvenente Pinuzza; egli tempo dopo avrebbe sposato una gioviale coetanea dalla quale ebbe bei figlioli, la più giovane dei quali vive in atto a Villarosa.
Una di quelle tristi mattine del tardo dopoguerra si sparse la voce che Carminu non si vedeva in giro da qualche giorno. Invece di chiedere alla notizie alla famiglia si cominciò a creare una piccante storia di fuga d'amore, di na fujtina.
Subito le ciarliere del quartiere si misero all'opera e crearono un'orecchiabile canzoncina impietosa con nomi e cognomi che ebbe la “fortuna” che non meritava.
Ancora oggi miei coetanei, e forse altri, più giovani, canticchieranno:

Pinuzza la G. cchi facisti?
ccu Carminu D. ti nni scappasti...
Cincu mila liri ti li purtasti
ma o stessu nne tavuli durmisti...

eccetera, eccetera...

Pinuzza vittima vivente di due guerre, della Mondiale e di quella di Cortile, lasciò, di notte e per sempre, l'ingrato paese.


martedì 29 maggio 2012

UNA FREDDA CRUENTISSIMA VENDETTA

             UNA FREDDA CRUENTISSIMA VENDETTA      

         Abbiamo avuto modo di conoscere la patetica vicenda di don Vannuzzu Milano che a freddo ebbe a subire la mortificante vendetta conseguente al suo vizietto di devastare i pomposi ciuffi ostentati dai giovani villarosani di fine ‘800.

        Don Vannuzzu partendo per l’America lasciò in Villarosa un figlio naturale, tale Jabbicu Cianciana. Questi cresciuto in un nucleo familiare molto modesto ebbe nondimeno l’opportunità di frequentare la scuola e di metter su un emporio molto fornito, in special modo di attrezzature e materiali di consumo in uso nelle decine di miniere, grandi e piccole, del territorio.
Egli era un personaggio benestante e molto noto in paese, tanto che  gli era pure consentito di essere un permissanti, cioè aveva avuto rilasciato dalle autorità di polizia un regolare porto d’armi.
Questi particolari li ho raccolti dalla viva voce di un mio amico il cui padre era imparentato con la moglie del Cianciana.
A quel tempo le liti violente erano all’ordine del giorno e le stesse spesso si risolvevano con ferimenti spesso mortali.
Un triste mattino scoppiò una lite tra don Jabbicu e un malandrino della famiglia dei B. I presenti e i passanti occasionali ben conoscendo i soggetti cercarono di interporsi fra i due; ma il B. ebbe l’opportunità di appioppare un sonoro schiaffo sul viso dell’avversario.
Il  gruppo che tratteneva il B. lo trascinò verso la sua abitazione, l’altro capannello che teneva a freno il Cianciana cercò di non farselo sfuggire per evitare il peggio, conseguente ad una più pesante reazione. 
A questo punto scesero in campo i “pezzi da novanta” del paese, che dopo lunghissime trattative fra le ragioni dei due contendenti pervennero ad un accordo accettato dalle parti: il Cianciana rinunciava alla sua vendetta in difesa del suo onore solamente alla condizione che il B. avesse lasciato Villarosa e non vi avesse posto più piede per tutta la vita: in caso contrario l’offeso si sarebbe ripreso il diritto di eliminare l’offensore.
I tempi erano abbastanza duri; da poco s’era conclusa la Prima Guerra mondiale con una vittoria che non risolvette un bel niente dal punto di vista economico e sociale. L’epoca precedente non era stata meno triste perché il banditismo, di costume e di protesta, era stata e rimaneva una piaga sempre viva; ora specialmente che le bande si erano rafforzate per via dei numerosi casi di renitenza in genere alla lunga leva militare e al rifiuto al richiamo alle armi per  i motivi strettamente bellici.
In quel clima di crudele azione e reazione era d’obbligo che ogni offesa si lavasse col sangue.
In Villarosa nessuno credeva che uno dei più baldi rappresentanti del clan dei B. potesse accettare una condizione così umiliante; dall’altro versante ugualmente si era certi di un’analoga aspra reazione pronta a scattare.
Passò qualche anno e la cittadina quasi dimenticò la temuta resa dei conti, ritenendo che il B. avesse varcato l’Oceano.
Una mattina come di consueto don Jabbicu Cianciana lasciò nel negozio u giùvini e si avviò o rrivìlu, cioè alla fermata della carrozza che collegava il paese alla Stazione ferroviaria, per ritirare la sua copia del “Giornale di Sicilia” a cui era abbonato, quando si trovò faccia a faccia col suo indimenticato offensore.
Gli astanti non ebbero il tempo di percepire il tanto temuto tragico incontro, solamente se ne resero conto quando furono scossi dai colpi secchi della pistola ancora fumante che don Jabbicu aveva estratta dalla fondina e usata con fredda matura determinazione.
L’onore era salvo, la libertà compromessa.
Gli restava aperta solamente la via della macchia; ripose l’arma nel suo fodero, s’immise nella via Poeta, rasentò u chianu di Giugnu e attraverso u pasciuguagliu si cacciò nel segreto mondo di una malavitosa esistenza.
Nei primi tempi nulla si seppe di lui, ma tutti pensarono che non gli sarebbe mancato l’appoggio materiale e morale degli oppositori alla banda a cui aderivano i B.
Don Jabbicu Cianciana presto diventò il punto di riferimento e capo indiscusso d’un cospicuo segmento della malavita della zona e mantenne saldo il potere per qualche anno.
L’epilogo di questa triste faida ebbe come tragico teatro il cinquecentesco palazzo sant’Anna, nell’omonima contrada del nostro territorio.
Sentii i primi accenni a questa atroce vicenda nella Pasquetta dei miei quindici anni quando la mia famiglia fu invitata a trascorrere la giornata di festa in quell’antica dimora. Fu allora che mi fu indicato con raccapriccio un comunissimo forno a legna e mi fu fatto il nome di tale Cianciana di cui sentivo ancora parlare come famoso bandito del primo dopoguerra.
Si dice comunemente che la vendetta è un piatto che si serve freddo, ma spesso per amore di pace si vuole dimenticare il profondo e spietato significato del detto e si spera che il tempo possa essere riuscito a spegnere i distruttivi bollori originari.
Ciascuna delle bande era braccata dai carabinieri e contemporaneamente dagli avversari. Il desiderio di pace sordamente si faceva strada negli animi che erano ora più disponibili a possibili aperture a qualche forma di tregua.
Questa umana ed intima voglia di tregua dovette essere il grimaldello che fece scattare la subdola trappola tesa dai malvagi più impenitenti.
È comune il detto nostrano che “la porta si apre dal di dentro”; non è facile espugnare una città fortificata senza un manipolo pur piccolo di traditori.
Sedicenti pacieri sparsero la voce che l’accordo era stato raggiunto e che l’evento si sarebbe festeggiato nel palazzo di sant’Anna. Un gruppo di sostenitori di Cianciana raggiunsero il luogo fissato; furono accolti con esultanza e  nel contempo appresero che il loro capo aveva fatto sapere che sarebbe arrivato con qualche ora di ritardo e che intanto li invitava a cominciare a pranzare, considerata la circostanza che erano stati in viaggio e digiuni da diverse ore.
Il gaudio sprizzava dai volti esultanti degli ex avversari; la mensa era imbandita con addobbi principeschi; la fragranza di carne con patate al forno si spandeva per l’immensa sala; le caraffe di vino abbondavano sulla tavola.
Per ore gozzovigliarono da allegri compagnoni dimentichi dell’odio che li aveva divisi per molti anni e delle armi che per la prima volta avevano potuto lasciare nell’attiguo camerino, senza distinzione della cosca d’appartenenza.
Quando i fumi dell’alcol ebbero fatto il loro prevedibile effetto, gli invitanti si distanziarono dagli ospiti, mentre il capo della banda rivolgendosi a quest’ultimi comunicò loro che avevano mangiato i pezzi delle carni più pregiate dell’amato Jabbicu Cianciana.
Mentre gli ospiti, storditi dalle bevande e trasecolati per l’inimmaginabile annuncio, si guardavano inebetiti, cominciarono ad essere passati tutti per le armi.

lunedì 26 marzo 2012

O DA PORTA O DO PURTIDDU



Qualche giorno fa sono andato al Presidio Sanitario per la prenotazione d’una visita specialistica; Salvatore Maisano mostrava qualche difficoltà a trovare una data libera, quando lo sentii mormorare fra sé: - O da porta o do purtiddu…
M’aspettavo il seguito del detto e lo invitai a continuare, ma mi rispose che intendeva dire solamente che si sarebbe trovata una soluzione in un modo o nell’altro.
Mi fece gran meraviglia che un’espressione quasi centenaria sopravvivesse ancora fra i giovani, anche se incompleta.
Da gran tempo è stata mia intenzione portare a conoscenza dei cittadini il motto in questione, ma mi appariva quasi superfluo dal momento che lo consideravo già decaduto.
Salvatore m’ha fatto ricredere e la circostanza oggi m’induce a trattarne.
Spesso quand’ero ragazzo nei casi in cui ci si aspettava una risoluzione a un pur piccolo problema sentivo ripetere con una punta d’ironia : - O da porta o do purtiddu a vo nnesciri u furmintiddu.
Non capivo il nesso fra la situazione e il detto e quindi chiesi delucidazione, come di solito, a mio padre.
L’espressione era nata a seguito di un fatto di cronaca accaduto una ventina d’anni prima, che per l’indigenza dei tempi di guerra fece molto scalpore.
Don Peppino Profeta, sindaco di Villarosa prima e dopo il Fascismo,  in società col fratello don Filippo, erano i più grossi commercianti di frumento del paese.
Gli agricoltori, trattenuta a casa la mangia che era la quantità di grano che potevano consumare in famiglia fino al nuovo raccolto, al momento in cui il prezzo del grano era ritenuto adeguato, lo portavano a vendere dai Profeta.
L’annata in cui avvenne il fatto fu favorevole agli agricoltori tanto che il grano a stento  poté essere contenuto nei depositi; così veniva creato un grande quadrato formato dai due lati d’un angolo del locale e da altri due serrati con sacchi zeppi di grano; dentro si formava un gran cumolo,  a timugna, che aumentava man mano che arrivava nuovo frumento. Quando poi il mucchio aumentava di volume, per non farlo debordare, si aggiungevano altri sacchi colmi sui due lati aperti.
Era uno spettacolo vedere quel ben di Dio, esposto alla vista di quanti passando vi gettavano ingorde occhiate.
I primi a volerci mettere le mani ovviamente erano gli uomini di fatica che non riuscivano a sfamare come dovuto i figli col misero salario che percepivano. Vari cittadini stuzzicavano in vari modi quei poveretti che stavano vicini al grano: potevano toccarlo, desiderarlo, ma non potevano portarsene a casa nemmeno qualche pugnetto, per fare a cuccì ppi Santa Lucì.
Fra costoro vi era Cola A., molto noto in paese perché sempre in giro a faticare e vivente ancora ai tempi della mia prima giovinezza. Questi, forse perché già pizzicato  per piccoli furti, ma soprattutto per il "vizietto" che aveva di procurarsi carne fresca con poca spesa e fatica, era visto come il più tentato dal grano con cui stava a contatto.
Cola e famiglia vivevano in un catuju piccolo e scuro, dove la sera a stento c’era spazio per far distendere su umili giacigli i suoi occupanti, di conseguenza, a volerlo, non c’era spazio ppi na càggia cche gaddini.
Cola vedeva razzolare per la via le galline del vicinato ma nessuna entrava nella sua casetta per poterla acchiappare. Intanto egli conosceva il proverbio “Jetta a fava ppi pigliari a gaddina” e la sua applicazione pratica pur se meno nota, così s’era procurato qualche fava secca e del filo di cotone sottile e resistente. All’estremità di questo vi legò con un piccolo e stretto nodo una delle fave e la lanciò vicino alla sua porta. Quando la prima gallina ingoiò la fava con annesso filo, Cola cominciò a tenderlo leggermente costringendo il volatile a difendere il legume che aveva intanto raggiunto il gozzo. Appena la poveretta varcò la soglia del catuju, la sua condanna a morte fu eseguita immediatamente.
Nel tempo successivo le galline sparite furono molte e i maggiori sospetti erano indirizzati verso Cola. Molte furono le scenate e il sospettato espediente della fava allacciata si sparse per tutto il paese.
Per tutti questi suoi trascorsi Cola era il maggior stuzzicato dai paesani che lo provocavano per via del grano con cui stava a contatto; a costoro egli rispondeva con una certa stizza:
 - Àiu l’ucchi chini e i manu vacanti.
I fratelli Profeta erano ben consci di quei naturali desideri ma non potevano far nulla di più: quel grano l’avevano pagato al prezzo giusto. Così erano attivi nel tenere le chiavi di particolare sicurezza alla cinta e a non lasciarle in mano ai dipendenti di maggior fiducia nemmeno per un attimo.
A timugna s’alzava sempre più ed era arrivata a qualche metro da una finestrella, purtiddu, munita da una solida grata in ferro. Questa circostanza tranquillizzava i due fratelli, all'oscuro della circostanza che qualcuno con gli occhi prendeva le misure all’intreccio delle sbarre di ferro.
Una mattina si sparse la voce che Cola A. era stato arrestato durante la notte.
Scassà un paisi. Tutti volevano sapere cosa era successo di preciso; le notizie era scarse e contraddittorie. Se in un crocchio qualcuno faceva una ipotesi, essa passava all’altro più prossimo come una certezza che però aveva ben poca durata. Verso mezzogiorno si poté ricostruire nei particolari l’accaduto.
A Cola dopo una lunga giornata di fatica a scaricare, portare o bìlicu i sacchi di frumento, caricarli ad uno ad uno sulla schiena e, salendo su per l’asse ripida di legno, andare a svuotarli in cima a la timugna, gli toccava di fare in proprio un lavoro straordinario nel pieno della notte.
Egli aveva calcolato che attraverso il vuoto quadrato tra la sbarre do purtiddu poteva far passare u cuppinu da pasta: quindi lo legò per il manico ad una canna e fu pronto per la paziente missione notturna che durò per circa una settimana.
Per sua fortuna accanto al magazzino sorgeva una stalla i cui alloggiati non avrebbero parlato né protestato per via degli inevitabili rumorini che si potevano produrre.
Di certo non furono i Profeta a notare il vuoto creato da qualche tumolo di grano sottratto dall’enorme ammasso, ma senz’altro un cittadino che soffriva d’insonnia avrà fatto una soffiata ai legittimi proprietari del frumento.
Fu enorme il clamore, sproporzionato al danno arrecato: i commenti per alcuni giorni furono innumerevoli e fra i tanti quello d’un paesano, rimasto ignoto, che con naturalezza e spontanea rima, messosi nei panni di Cola nell’organizzare il colpo, pronunciò il detto che passò di bocca in bocca e rimase famoso e vivo per circa cento anni ancora:
 - O da porta o do purtiddu a vo nnesciri u furmintiddu.

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Di Cateno Corbo pare che al momento ne esista uno solo