domenica 21 dicembre 2014

MASTRO PIETRO E IL DECOROSO FIGLIO


“Dalla rosa nasce la spina e dalla spina nasce la rosa”.

Questa massima molto comune ben si addice a seguire il mio precedente post intitolato, “Nobile gesto di un pover uomo”, ispiratomi da un amico, pronipote del protagonista mastro Gesualdo, che per vari motivi non ha potuto esser lui a presentarlo sulla Rete. Mi sono assunto con vero piacere l’incarico di raccontarlo, impegnandomi a non lasciar trasparire l’identità del parentado discendente dal bisnonno.

Debbo confessare che mi ha molto sconcertato la figura del primogenito Pietro che tenne sotto torchio tutta una numerosa e ramificata famiglia.

Nel tempo che ho riflettuto sull’avvenimento onorevole attribuito al capostipite e sulle azioni poco degne del suo primogenito, mi ha sfiorato nella mente il sospetto che le notizie su quest’ultimo siano state esageratamente calcate allo scopo di presentarlo come persona ributtante per via dei vari malintesi che possono accadere in ogni parentela.

Una prima manifestazione di un certo dubbio sul temperamento ringhioso di mastro Pietro nella sua famiglia era presente in me da gran tempo. Mi appariva esagerato che una persona squisita come Aldo, amico intimo di mio padre, fosse nato da un uomo così orribilmente descritto. Egli era l' unico maschio della prole di mastro Pietro e al contrario del genitore risultò un gran signore, serio, rispettoso e con una impalcatura fisica meravigliosa. Lavorava da gran tempo in miniera e intorno ai vent’anni, come tutti i cittadini di sesso maschile di quel tempo, fu chiamato per la prevista visita militare di leva.

Il capitano medico che lo esaminava, mentre ne ammirava la statuaria proporzionata mole e la compostezza della sua espressione, gli propose di inoltrare domanda per essere ammesso nell'Arma dei Carabinieri. Aldo, entusiasta e felice di cambiar vita e poter abbandonare per sempre la detestata pirrera, finita la visita, si precipitò verso casa. Sprizzante di gaiezza, annunciò al padre la splendida proposta appena accolta; mentre si aspettava da parte del genitore un corrispondente entusiasmo, vide il viso paterno corrugarsi e subito dopo percepì sulla propria ridente faccia un abbondante sputo e subito di seguito gli giunsero alle orecchie le insolenti parole alle quali, in verità, era da sempre abituato: 
-Sdisanuràtu, mi vo’ mìttiri sta màscara davanti a tuttu lu paisi?

Mastro Pietro non era un mafioso, ma non voleva essere catalogato nel suo ambiente come amico degli sbirri; a maggior ragione non voleva assolutamente divenire, proprio lui, padre di uno di quelli.

Aldo, mortificato ma ubbidiente, tornò alla poco amata miniera.

Gli avvenimenti degli ultimi tempi avevano cambiato l’umore del giovane bistrattato dal cocciuto padre. La sua tradizionale ubbidienza formalmente sembrava intatta, ma la madre e le sorelle intuivano che Aldo non era più quello di prima.

La povera mamma, quando il marito era assente, cercava di carpire al figliolo quali fossero le sue intenzioni, temendo una sua fuga dalla casa paterna per ribellione contro i metodi fortemente grevi del genitore.

Aldo era un gran signor nato e tali gesti di disubbidienza non pensava nemmeno di metterli in conto, ben sapendo che si sarebbe scatenato verso le donne di casa un  inimmaginabile inferno, perché il prepotente le avrebbe accusate senz’altro di connivenza. Il giovane soltanto fece capire che avrebbe preferito emigrare negli U.S.A. La povera madre temeva che si sarebbe scatenato un nuovo interminabile scontro, ma, contro ogni pessimistica previsione, la creatura orribile dalle fattezze umane si dichiarò favorevole.

Il suo assenso imprevisto derivò dal fatto che oltre oceano da tempo viveva una sua nipote, sposata e senza prole, che di certo avrebbe ben avviato il caro cugino nella nuova vita in un paese straniero, del tutto sconosciuto al giovane. Inoltre, mastro Pietro aveva avuto ben modo di notare che quanti rientravano da quel mitico paese compravano le migliori terre e  do catùju, dove erano nati e cresciuti, passavano nne càmmari.

Nel suo nuovo mondo gli fu di grande aiuto la collaborazione dei due cugini, ma, nel giro di pochi anni, l’intelligenza e le capacità proprie consentirono al giovanotto di inserirsi efficacemente nel mondo commerciale e affaristico con straordinaria destrezza.

Contemporaneamente il tenore di vita della famiglia di mastro Pietro cambiò conside-revolmente, più di quanto fosse avvenuto in tante altre case con familiari emigrati nel Nuovo Mondo, perché non passava il mese che non arrivasse un sostanzioso vaglia di  scuti, come erano chiamati i dollari nel nostro dialetto.

Passò circa un quindicennio e sopravvenne la famosa crisi economica del ’29 che presto si estese in Europa.

Aldo, che aveva accumulato un apprezzabile patrimonio, intuì che con il cambio favorevole degli scuti  rispetto alle lire italiane, avrebbe potuto realizzare una maggior fortuna in patria.

Così tornò in Italia e decise di stabilirsi in una grande città siciliana nelle cui vicinanze in seguito avrebbe acquistato molti ettari di fertili agrumeti e nello stesso tempo curato altri generi d’affari.

Questi fatti avvennero prima che io nascessi. Più tardi quand’ero ragazzino conobbi il signor Aldo, come caro amico di mio padre, che quand’era in visita ai suoi parenti in Villarosa andavamo a salutare e ricordo ancora le dieci lire, di colore grigio-azzurro con l’effige del Re Vittorio Emanuele III, che ogni volta mi donava.

Qualche anno fa, da grande, pensando a mastro Pietro, dalla discutibile personalità e defunto da gran tempo, ebbi l’insolita pensata di sentire una buona volta un’altra campana, attingendo notizie su di lui, dalla fonte opposta, quella dei parenti della moglie.

Conosco da gran tempo uno di costoro, di età più avanzata della mia, col quale ogni tanto, incontrandoci e parlando del più o del meno, finiamo quasi sempre col parlare dei suoi parenti, nostri antichi amici di famiglia.

Del vario chiacchiericcio che si fa m’è rimasta particolarmente impresso nella memoria, fra altre cosette, un episodio riguardante il rientro dagli USA del cugino Aldo.

Tutti in paese chiacchieravano sul particolare benessere del miricano rientrato in patria, che ci tenne tanto a festeggiare, nell’ambito parentale, il suo ritorno in patria.

I parenti d’ambo i genitori erano numerosi. Il festino fu allietato da un’orchestrina locale.

L’aria di festa riusciva a coprire le larvate ansie della madre e delle sorelle di Aldo, mentre alla cupa riottosità del vecchio mastro Pietro nessuno faceva caso, conoscendone ognuno la naturaccia che lo aveva caratterizzato nella sua lunga esistenza: egli pretendeva al ritorno del figlio che questi gli consegnasse tutto il frutto dei suoi sacrifici in terra straniera, perché per lui era tassativo che gli spettasse l’amministrazione dei beni, in quanto indiscusso capofamiglia.

Tutti con gioia avevano consumato dolcini e bevande, la musica era ripresa, qualche coppia aveva aperto le danze, quando mastro Pietro, imperiosamente, battendo il bastone sull’ impiantito ordinò un drastico silenzio.

Mandò tutti ai loro posti, si pose al centro della sala e, lui che era noto come discreto rimatore, cominciò a declamare i versi un po’ bislacchi che l’allora giovanissimo nipote della moglie ricordava ancora come meglio poteva, dopo circa sessant’anni:

Prima ca jera virdi cumu n’aglia
davu a a mangiari a tutta la famiglia.
Ora ca sugnu siccu cchiu di la paglia
e scalculatu assai cchiu di la muniglia… (1)
…mo', di  unni vinni stu sirpenti a sunagli
ca mi vota e sbota 'n capu la gradiglia?....
Ora c’arrivu o campu di battaglia…
Tiru la spata e jè un piglia piglia.


           Inflessibile mastro Pietro tornò al suo seggio. Nel silenzio tetro di quello che doveva essere un festino si udiva solamente il lieve singhiozzare d’un grand’uomo, Aldo.


          Si riprese la musica, ancor più timidamente si riaprirono le danze. Più tardi la festa si chiuse, senza più la gaiezza iniziale.


          Stavolta però Aldo non cedette all’autorità paterna: gli consegnò nella tarda mattinata un sostanzioso libretto postale e partì per la nuova patria siciliana, da dove di tanto in tanto tornava per far visita ai suoi, sempre cari, e all’amata terra.

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(1)             Vari sono i significati del termine a seconda  dei paesi, ma si tratta sempre di materiali esigui e  di poco conto come i granelli minuti del carbone o anche di frasche leggere per accendere il fuoco.

lunedì 8 dicembre 2014

NOBILE GESTO DI UN POVER UOMO


Persino i nipoti del protagonista di questa rarissima e antica umana vicenda non sono più su questa terra, tantissimi discendenti invece, in parte a me noti, sono fra noi e altri sparsi per il mondo. Solo uno di essi, Borino, s’è curato di far conoscere l’esemplare storia che segue, pregandomi di narrarla sulla Rete con lo stesso spirito virtuoso e modesto dell’antenato, che io chiamerò Gesualdo, e di tacere ogni riferimento che possa condurre al parentado, a molti di ordinaria conoscenza.

Mastro Gesualdo era genitore di una numerosa prole a prevalenza maschile, sempre alla ricerca di fortuna nei paesi dell’area zolfifera. Diverse furono le sue peregrinazioni: sul finire dell’ottocento fu la volta di Villarosa, ma presto tutti insieme passarono a Barrafranca.

Di lui, salvo che era una bravissima persona, fu tramandato poco e meno della moglie Assuntina.

Di tutt’altra natura si rivelò invece la figura prepotente del primogenito maschile, Pietro, che in ogni attività familiare e nell’amministrazione dei comuni miseri guadagni, si comportò da disdicevole despota.

Basterebbe un solo esempio per rifinire la sua torva personalità: forse dopo la dipartita terrena dell’anziano padre, cominciò ad esigere che i tre fratelli minori, in atto carusi di miniera, gli dessero del “vossì ”, come allora era d’obbligo rivolgersi solamente a genitori, nonni, zii e persone anziane in genere. Tale grintosa pretesa non fu un fatto solamente formale, ma la causa, assieme ad altre dolorose, di una tacita guerriglia familiare che durò per tutta la loro esistenza.

Questo sordo rancore, non apertamente manifestato, era dovuto al caratteraccio del prepotente, che indusse a ribellioni frequenti soprattutto il piccolo tra i fratelli, Caluzzo, che antepose, per contraccolpo, la vita d’osteria e il gioco d’azzardo, alle abitudini equilibrate degli altri familiari. Fu in una di queste bettole che durante una lite con un baro, smascherato sul fatto, il giovane ultimogenito centrò mortalmente con la lama di un coltellino di poco conto il cuore del truffatore.

A seguito di questa tragedia la famiglia tutta dovette ritrasferirsi a Villarosa.
I quattordici anni di galera di Caluzzo fecero accrescere sempre più la ruggine nei rapporti parentali. Il mio informatore ricorda che nella sua prima infanzia il nonno e tutti gli altri fratelli abitavano nello stesso rione, ma nello spirito del gruppo c’era una pace affettata e un livore inestinguibile: da una parte il despota e dall’altra i minori che si erano scelti come solidi punti di riferimento la secondogenita Santina, sposata e senza prole, e il secondo nato tra i maschi, Liborio.

Mi sto dilungando sul quadro familiare di mastro Gesualdo perché il nobile episodio che mi accingo a esporre trova in esso, secondo il pronipote Borino, la più probabile delle interpretazioni del grande gesto d’onestà che seguirà.

Erano trascorsi circa quarant’anni dal rientro della famiglia in argomento a Villarosa. Uno dei nipoti, padre del mio riferente, anch’egli di nome Gesualdo, come il nonno, era uno stimato artigiano, che spesso era chiamato a operare in casa di don Ciccio Milano, fratello dell’ex sindaco don Vannuzzu, che abbiamo conosciuto come protagonista del mio post che tratta di “una incruenta vendetta”.

Era da parecchi anni che il giovane Gesualdo frequentava per motivi di lavoro la casa di quel “galantuomo”, che di certo già aveva avuto il tempo e l’occasione di verificarne l’assoluta fiducia. Un giorno, alla conclusione di un incarico, Don Ciccio gli manifestò che aveva conosciuto, quasi cinquant’anni prima, il suo omonimo nonno: una onestissima e rarissima persona, tant’è che un altro simile non l’aveva incontrato più nella sua lunga esistenza.

Gesualdo rimase inebetito temendo che quel signore, nell’atto di prendere in considerazione la figura di un umile zolfataio, avesse quasi voglia di prenderlo in giro o l’avesse scambiato come nipote di qualche altro uomo del suo ceto, così restò  muto e prese tempo che don Ciccio completasse l’argomento appena accennato. Un istante dopo l’anziano signore ne riprese l’ esposizione e raccontò che nonno Gesualdo aveva avuto in mano una grande fortuna e non volle approfittarne: aveva trovato per la strada un portafoglio a mantice pieno di bigliettoni di gran valore, che in vita sua non aveva avuto modo nemmeno di vederli tutti insieme. Con quei soldi, nell’epoca in cui la moneta di carta era ancora convertibile in oro, egli avrebbe potuto comprarsi una decorosa abitazione della quale doveva avere sicuramente bisogno, invece si preoccupò, con serena determinazione, di rintracciare il sicuro legittimo proprietario per restituirgli quanto casualmente aveva rinvenuto.

Mentre l’onesto uomo di miniera rifletteva sul modo come mettersi in contatto con lo sconosciuto che aveva perso quella gran somma, s’accorse che in piazza un piccolo assembramento di persone stava attorno a un noto “principale” di pirrera, che si strappava i capelli per la disperazione, perché aveva smarrito l’importo che doveva versare alla conclusione di un affare presso il notaio, ammontante a settecento lire, cifra sostanzialmente molto più corposa rispetto all’ uguale valore nominale di circa cinquant’anni dopo.

Don Ciccio ancora precisò che a mastro Gesualdo l’istinto gli suggeriva, dinanzi al quadro disperato di quella creatura, di restituire immediatamente la somma, ma si trattenne dal fare quel gesto, perché egli lo giudicava oltremodo esibizionistico; così, soprattutto per appurare che si trattasse dello stesso smarrimento o di uno simile, con naturalezza si mescolò tra il crocchio dei curiosi e dei consolanti che accompagnavano a casa il “galantuomo”.

Mastro Gesualdo, resosi conto che si trattava propriamente del suo demoralizzato perdente, fece passare qualche po’ di tempo e bussò al portone di casa chiedendo di poter parlare col disperato. I familiari, frastornati com’ erano, gli risposero seccamente che il “principale” non era in casa. Quando però l’umile zolfataro precisò che era lì per restituire quanto aveva trovato, la felicità ripiombò in quella casa; fu accolto con tutti gli onori, gli fu promessa ogni ricompensa, ma l’anziano ringraziò e chiese solamente un piacere: non si doveva parlare completamente del suo gesto, perché egli stava compiendo soltanto il suo dovere d’uomo dabbene, quale riteneva di essere sempre stato.

Di sicuro l’onesto uomo tornò sereno a casa, da un canto, contento d’aver liberato da un’ angoscia profonda un essere umano e, dall’altro, fiducioso che a seguito del suo raro generoso gesto incognito non sarebbe stato giudicato un vero citrullo dai tantissimi conoscenti che avrebbero desiderato di trovarsi al suo posto per potere arraffare l’ingente somma, senza rimorso alcuno.

Quasi nessuno seppe di quel nobile gesto fra la popolazione di Villarosa, ma al “Casino dei Civili”, fra quella ristrettissima classe di cittadini, della quale don Ciccio e pochi altri facevano parte, se ne discusse tanto e con somma ammirazione.

Dopo quasi cinquant’anni il Milano capì che non si trattava più di svelare un segreto ma di dover rendere, almeno tramite i discendenti, il giusto onore a un provato umile galantuomo e offrire alla nuova generazione di cittadini un alto esempio di rara correttezza.

Il giovane Gesualdo rimase sconvolto dalla inaspettata notizia e, riflettendo, trovò che l’unica persona dalla quale poter attingere qualche ragguaglio era unicamente la sua anziana madre. Questa precisò che non aveva mai avuto sentore di tale straordinaria vicenda, ma ammise che il suocero, uomo fondamentalmente virtuoso, era capacissimo di comportarsi in segretezza assoluta nella circostanza appena venuta a conoscere. La nuora aggiunse che egli era un individuo speciale rispetto alla comune umanità che gli stava attorno, ad esempio, a quanti, amici e parenti, gli facevano notare la sua scarsa frequenza delle funzioni religiose o della recita collettiva del Santo Rosario, egli rispondeva che Dio stava nel suo cuore e nella sua mente in ogni momento della giornata. In poche parole egli stigmatizzava ogni eccessivo formalismo rituale e in quanto a preghiere gliene bastavano solamente due, il Segno della Croce e il Padre Nostro. Raramente entrava in chiesa e la sua presenza era tassativa nel pomeriggio del Giovedì Santo per ascoltare con somma partecipazione le famose Sette Prediche, declamate sempre da un sacerdote forestiero, d’anno in anno sempre differente; tale puntuale frequenza era giustificata unicamente dallo scopo di potere apprendere e approfondire le parabole del Vangelo, dal momento che, da analfabeta totale qual era, non aveva altra possibilità d’accedervi diversamente. 

Negli anni spesso il nipote Gesualdo tornava a riformulare tra sé le più varie ipotesi, ma sempre ne affiorava una che avrebbe potuto sminuire la figura del nonno: non avrà per caso taciuto per non trovarsi impetuosamente in urto col tralignato  primogenito? E  poi, gli altri figlioli, pur non ribellandosi apertamente, come avrebbero giudicato, egoisticamente in cuor loro, il nobile gesto paterno?

Intanto, malgrado qualche dubbio, una cosa era certa: suo nonno si era comportato da vero cristiano e il suo tacere poteva essere giustificato alla luce delle parole di Gesù che disse: “Non sappia la mano destra quello che fa la sinistra”. 

Passavano intanto i decenni e Gesualdo spesso tornava a parlare ai figli del gesto rarissimo compiuto serenamente dal loro bisnonno. Fra di essi il maggiore, Borino, ha risolutamente tenuto a far pubblicare a me sulla Rete l’esemplare ignoto gesto e a far sapere che, sia pure oltre un secolo prima, è esistito un modestissimo individuo dall’animo notevolmente generoso. Questi non ha ceduto alla frequente umana avidità e  saggiamente ha eluso la prepotenza dell’aberrato figlio e ubbidito al volere del Creatore.

martedì 25 novembre 2014

A carcaredda al tempo delle pirrere


Il mondo della mia infanzia rimane sempre quello che ho descritto a proposito del post che tratta do vuddru, che io accostavo per il suo bollore infiammabile a quello della petra citalena. Quelli erano tempi difficili in ogni senso; i giocattoli che oggi sono nelle mani quasi d’ogni bambino erano impensabili. L’aspetto positivo di quell’epoca tormentata era quello che la privazione ricorrente portava i bambini a creare, con le proprie mani e i pochi strumenti a disposizione, il proprio giocattolo a imitazione degli arnesi degli adulti. Ricordo il solo vero giocattolo regalatomi da un mio zio: era un orsacchiotto di peluche che rimane ancora immortalato in una foto dei miei quattro anni, scattata da un fotografo ambulante; la mamma curò di fare appendere sullo sfondo, sulla parete esterna della strada, la più bella coperta al fine di dare maggiore risalto alla mia, per lei cara, immagine.
Quando cominciai a crescere scoppiò la guerra con le intuibili ristrettezze; successivamente il seguito di pace non fu meno difficile dal punto di vista di un miglioramento del tenore di vita. Si continuò a ricorrere ai giochi semplici e ugualmente allettanti. I giochi erano tanti e molte le escogitazioni: in adiacenza ai muri esterni si costruivamo casette con le pietre piatte con impasto di sterro di strada misto ad acqua, carrettini con le pale dei ficodindia ritagliate a seconda della destinazione d’uso, rotonde le ruote, rettangolari le sponde del carro, quadrato il fondo dello stesso: il tutto veniva montato per mezzo di stecchini di legnetti vari. Tutte queste piccole attività è vero che favorivano altamente la manualità, ma ci facevano permanere sempre nel mondo ristretto del proprio ambiente. Era la società mineraria che permeava, direttamente o indirettamente, tutta la vita dei viventi in quel tempo. Una circostanza importante a favore della fanciullezza però era avvenuta negli ultimi decenni: i figli dei poveri, che erano sempre la maggioranza, non potevano più come prima, al compimento dei sei anni, scendere come carusi a carriàri nelle viscere della terra e, se non andavano ad aiutare nei campi all’aria aperta, erano nelle strade a giocare come me. Purtroppo moltissimi di loro, per i più svariati motivi, non frequentavano la scuola, che era definita, solo nominalmente, “dell’obbligo”; cito un solo esempio illuminante: non vidi mai ragazzo scalzo varcare la soglia di un’aula scolastica e nel contempo le strade, di tali creature a piedi nudi, erano strapiene.
Le strade del tempo erano in terra battuta con varie ondulazioni, con conche più o meno profonde e anche con grosse pietre ben piantate e sporgenti un po’ dal suolo e altre più minute sparse per ogni via.

Intanto, mentre capita di parlare del fondo stradale, mi voglio soffermare su questo argomento un po’ fuori tema: ancora oggi non riesco a capacitarmi come in un ambiente in cui si costruiva poco e si facevano solamente ratteddri, cioè rappezzi di poco conto a gesso, abbondassero tanto pietre compatte e spigolose che costituivano un pericolo costante per via dei lanci facili da parte di ragazzi contro loro coetanei per i contrasti più vari o per puro stupido gioco.

 Le conseguenze erano frequenti e decisamente disastrose, molti ne conobbi di accecati d’un occhio o altri con la cute della testa spaccata con la conseguenza d’ indelebile cicatrice. Ancora mi chiedo: era mai possibile che nessun podestà o sindaco non ebbe allora l’ ordinaria idea di far ripulire le strade di tanti pericolosi cutìcchi?

Un altro gioco infantile della mia infanzia e della quasi totalità dei miei coetanei del tempo era l’imitazione del calcarone, o carcàra, la fornace delle miniere dove venivano bruciate le rocce venate di zolfo per estrarne il materiale fuso che raffreddandosi in recipienti lignei a forma di solido trapezoidale tronco, diveniva na valàta di surfaru.

I ragazzi vollero imitare il lavoro della carcàra, che battezzarono, in quanto, minuscola come carcaredda: non mancava la materia prima che si trovava in briciole più o meno grandi lungo le strade di transito dei carri che trasportavano le valate do pustu di carretto alla stazione ferroviaria, per proseguire da lì il viaggio verso Catania.

Scavare per creare na carcaredda non era un problema: questo quasi sempre, scaturiva, come vedremo, al culmine dell’opera.

Si cercava un punto meno transitato in pendio; si scavavano due fossette a diverso livello, collegate fra loro per mezzo di un solco dritto; sulla superiore erano collocati i pezzetti di zolfo, in quella inferiore si versava dell’acqua. Con molta pazienza si dava fuoco allo zolfo, che liquefacendosi pian piano andava a raffreddarsi nell’acqua della fossetta in basso.

I ragazzi tutti indaffarati osservavano con tensione emotiva lo stesso fenomeno che in grande era eseguito dai grandi ‘nna pirrera; tutti quanti erano in attesa del risultato finale che sarebbe stato maggiormente visibile nella faccia inferiore della piccola piattaforma che si andava formando, raffreddandosi, sull’acqua. Quando c’era poca roba da fondere il capo ciurma affondava la mano nella fossetta dell’acqua, staccava il pezzo che interessava, lo rivoltava e lo mostrava agli altri: s’erano formate tante pallottoline di zolfo non più del colore giallo naturale originario, ma di colore vinaccio, rassomigliante a un grappolo d’uva con acini piccolissimi.

Mentre i piccoli godevano della riuscita, in piccolo, del lavoro della carcàra, l’ odore agro dell’anidride solforosa si diffondeva nell’aria e andava penetrando nelle case. Quasi all’unisono le madri s’affacciavano gridando per far smettere l’esperimento in corso perché esso avrebbe fatto rinsecchire le piantine di basilicò e pitrusìnu nei vasi alle finestre o ai balconi. C’era sempre qualcuna che arrivava con l’acqua che aveva a portata di mano e spegneva quella fonte che intossicava aria e piante.

A me la reazione sembrava esagerata in quanto non ritenevo che quel po’ di cattivo odore avesse così tanto potere intossicante sulle piante. Mi fu spiegato dai grandi che le terre intorno ai calcaroni delle miniere non venivano seminate e lasciate  a tirruzzu e nello stesso tempo i proprietari erano risarciti del mancato guadagno della coltivazione non potuta portare a termine.

Ancora mi sento obbligato ad andare fuori tema per sottolineare un particolare fenomeno oggi irripetibile. Quando mi sposai nel 1961 fra i regali di nozze ricevemmo due pezzi per noi preziosi, due modesti candelabri d’argento. Ancora era attiva qualche miniera di zolfo lontana a diversi chilometri dall’abitato di Villarosa. Ricordo che passava solamente qualche mese e mia moglie era costretta a pulire con l’apposito prodotto i candelabri che risultavano opachi perché ossidati.

Passò qualche anno ancora e notai che mia moglie non la trovai più a lucidare i due pezzi di cui andavamo orgogliosi. Le chiesi spiegazioni di questo cambiamento ma non me le seppe dare. Tenevo in mente quasi costantemente quel problema che per me restava da risolvere, ma non me la sentivo di mettermi in giro a chiedere spiegazione della circostanza.
Dopo qualche tempo e, ripensando alla “temuta” carcarèddra della mia fanciullezza, mi diedi l’appropriata risposta: le miniere avevano chiuso definitivamente la produzione e l’aria si era ripulita dall’anidride solforosa responsabile delle passate costanti ossidazioni.

mercoledì 5 novembre 2014

“Pisciaracìna” e “Pisciapammèntu”

L’idea di questo post m’è venuta improvvisamente giorni fa davanti alla scuola per l’infanzia di Villanova frequentata dal mio nipotino. Tenendo per mano il piccolo mi sono accorto che nel cortile esterno le maestre d’altra classe stavano mostrando, utilizzando strumenti d’ occasione, ai loro alunni il sistema, usato nei tempi passati, per l’estrazione del mosto dall’uva; questo dopo un periodo non lungo di fermentazione sarebbe diventato vino. A terra notai una bacinella con dentro dell’uva che veniva pestata con i piedi da un alunno. A debita distanza, per non distrarre i bimbi dall’ attraente esperimento, stavano immobili e attentissimi i genitori dei piccoli che osservavano le varie fasi del procedimento che si stava protraendo qualche minuto dopo l’orario d’uscita.
Allontanandomi cominciai a ripercorrere nella memoria la mia esperienza visiva ricorrente a ogni autunno dei tempi lontani della mia primissima giovinezza, quando nei pressi di casa mia, andando verso ovest per la via Milano, in uno dei pianterreni a sinistra, a poche porte dopo l’incrocio con la via XX Settembre, c’era un locale allestito a palmento dove si pestava l’uva; poi se ne spremeva la poltiglia in una pressa azionata a braccia per ricavarne il mosto che a San Martino, l’11 novembre, sarebbe stato pronto per un bel brindisi; per questo è noto il proverbio che dice: “Per San Martino ogni mosto è vino”. Chi aveva il desiderio travolgente di gustare il frutto delle sue fatiche qualche settimana prima della proverbiale data, ignorava il proverbio e stappava una piccola botte con vino novello naturale.
Ritornando al locale di mia antica conoscenza per la produzione del mosto, il palmento, che nel nostro dialetto era chiamato “parmìntu”, era sistemato in quell’ ampio locale; il fondo di questo era chiuso sul davanti da un muretto alto circa un metro che era murato ai due muri laterali e perpendicolari all’ingresso, formando un rettangolo di pestaggio. In questo finale senza uscite, veniva versata l’uva da pigiare in ceste, i cufina. Ovviamente, non visibile a me che guardavo da una certa distanza, nel fondo ci doveva essere un condotto, con filtro, da dove potesse defluire, in apposito recipiente, il mosto che si formava a semplice pestaggio. Era la poltiglia rimasta impregnata di mosto che poi veniva pressata per estrarvi il resto del liquido.
Attirava la mia interessata curiosità l’addetto al pestaggio dell’uva che con scarponi pesanti, che potremmo paragonarli a quelli d’alpinista, ma inguardabili perché inzuppati del succo d’uva delle pigiature degli anni passati e di quelle del presente, ai miei occhi apparivano disgustosi. L’operaio preposto a questo primo atto della lavorazione, appoggiandosi ad un bastone che gli evitava di scivolare, con cautela iniziava il compito di sua competenza.
Il vedere la massa melmosa calpestata in modo così grossolano con quelle scarpacce intartarite e sicuramente mal curate nei periodi di inoperosità, produceva in me un certo senso di ripugnanza e la mente mi conduceva in prospettiva temporale e con avversione a quanti erano destinati a bere quel futuro vino e, per di più, goderne.
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“Pisciaracina” e “Pisciapammentu” sono due soprannomi di due diversi paesi della Sicilia. Io non ho mai voluto accennare nei miei post a ngìulii, per il fatto che moltissime di esse sono sommamente offensive, non per niente la parola ha in sé il significato di “ingiuria”. Per il primo dei due sopra menzionati, voglio fare un’ eccezione perché è necessario citarlo per l’interpretazione dei lati oscuri dell’antica lavorazione del vino, per l’altro non cito il nome del paese al fine di evitare che venisse riconosciuto dalla famiglia che ancora lo sopporta e che potrebbe avere abbondanti ragioni per non tollerarlo.
“Pisciaracina” nella mia primissima infanzia era una vecchietta ultraottantenne che era nota a tutti con questo stomachevole soprannome. Io mi volevo dare, col crescere, una risposta sull’origine di tale ngìulia. Poi sentendo parlare di calcoli renali che venivano espulsi con grande dolore e che ce n’erano di forme approssimative a noti piccoli oggetti, arrivai alla conclusione che quella poveretta l’avrebbe ereditato da qualcuno noto per averne espulso uno paragonabile ad un piccolo acino d’uva. Intanto vorrei sperare che oggi nessuno dei viventi si possa ricordare e dolere di questa ngìulia.
Per decenni questa fu la mia spiegazione e smisi di escogitare altre ipotesi, finchè qualche tempo fa, parlando con un amico d’un paese della zona etnea o viciniore, sentii citare un curioso soprannome, pisciapammèntu.
Io citai quello di Villarosa ed esposi la mia ipotesi del calcolo renale. Un sorrisetto malizioso del mio interlocutore bloccò la mia spiegazione. Timidamente ne chiesi la ragione e quello mi confermò che ambedue i soprannomi avevano la stessa base logica: il “pammèntu” è così chiamato perché nel catanese etneo la lettera erre spesso non è pronunciata ed è assimilata a quella vicina (1), quindi tale parola sta per “palmento”, da noi “parmìntu”. Sempre col tono malizioso mi disse che nel suo paese quel nomignolo è affibbiato a quanti in antico avevano avuto in famiglia qualche pestatore d’uva nei palmenti. Fra costoro ce n’erano, di certo non solo quelli di quel paese, alcuni che, per pigrizia d’andare a cercar fuori un luogo più idoneo e soprattutto perché un cesso ai tempi non era facile a trovarlo, per non sottrarre tempo al loro lavoro o per perfida invidia nei riguardi di benestanti proprietari di vigne, mescolavano i liquidi dei propri piccoli bisogni corporali nella dolce massa acquosa del succo d’uva.
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(1)  – Ricordo la prima volta che sentii pronunciare tale assimilazione, con una certa mia non manifestata sorpresa, fu in bocca ad una elegante signora che rivolgendosi alla figlioletta che si attardava nel procedere, la spronava dicendo: - Cammina, Robetta!

sabato 18 ottobre 2014

U VUDDRU


Curioso come tanti bambini e stimolato dall’esperienza che avevo raccolto sulla strada con i granelli residui di carburo di calcio buttati in strada dagli zolfatai nell’atto di preparare le lampade ad acetilene per l’alba del giorno dopo, il sentir parlare do vuddru nella campagna darrì a Cruci, stuzzicava fortemente in me il desiderio di approfondire tale fenomeno, per me misterioso.
Intanto, mentre vagheggiavo questa vecchia voglia, contemporaneamente ero combattuto da un forte contrasto, avvertivo in me un cori d’asinu e un cori di liuni, per via di una esperienza negativa che da qualche tempo tenevo inconfessata, soprattutto ai miei genitori.
Io e miei amichetti da lungo periodo eravamo soliti a mettere le dita fra la materia umidiccia grigio-chiara di scarto delle lampade di miniera per raccogliere qualche piccolissimo granulo di “petra citalena” non consumata. La raccoglievamo in una fossetta sulla strada, vi versavamo un po’ d’acqua e alla fine coprivamo il tutto “ccu na pignatedda” rovesciata, alla quale avevamo prima praticato con un chiodo un forellino al centro del fondo. Avvicinavamo “un pòsparu addrumato” e godevamo del nostro modesto esperimento che ci dava solamente la soddisfazione morale, e nulla più, d’essere riusciti a imitare una forma semplice e rustica “di citalena”.
Durante uno di questi tentativi qualcosa andò storto e al posto della solita fiammella venne fuori un’inattesa vampata che mandò furiosamente in aria il barattolo che, per fortuna, sfiorò solamente i nostri visi, molto concentrati nell’esito già sperimentato, che stavolta risultò assai più preoccupante di quanto ci attendevamo.
Io avevo già prima sognato di poter ripetere la prova con le bolle di gas che scaturivano dalla massa melmosa di cui avevo sentito parlare, ma quando mio padre mi annunciò che il mattino dopo Pino Gurrieri, che dovendo passare da quelle parti, mi avrebbe finalmente fatto conoscere u vuddru, quasi rabbrividii e giurai tacitamente con me stesso che non avrei minimamente pensato a portare fiammiferi con me.
Il tanto decantato vuddru non corrispose però alle mie attese; mi aspettavo qualcosa di più imponente, tuttavia stuzzicò abbastanza la mia aspettativa perché da quel momento iniziò l’infantile osservazione scientifica, chiedendo maggiori ragguagli a quanti potevano offrirmi qualche elementare risposta.
Anni dopo, studente a Caltanissetta e quindi scolasticamente addentrato nello studio di scienze e fisica, volli riesaminare l’analogo fenomeno di Terrapelata, che risultò solamente un po’ più consistente del nostro, ma non tale da stuzzicare ulteriormente le mie ricerche, anche perché appresi, in quell’occasione, che esistevano fenomeni analoghi in Sicilia, ben più apprezzabili dei due da me già visitati.
Il fenomeno è indicato col termine “maccaluba” dalla parola d’origine araba, maqlùb, che in quella lingua vuol dire “rivoltato”, come la massa limacciosa, lanciata in alto e quindi ricadente in basso. Questo misto di sostanze non è formata solamente di terreno e acqua, ma anche di gas, come l’idrogeno, e di liquidi, quale il petrolio, tutti altamente incendiari, che talvolta prendendo fuoco si rendono assai più pericolosi della semplice mole melmosa.
Queste giovanili ricerche erano rimaste da gran tempo interrate in “faldoni” zeppi di pensieri e di ricordi nel mio cervello, quando la recente tragedia della Riserva naturale di Aragona, nell’agrigentino, mi ha riportato indietro nel tempo e mi ha fatto rivivere, nel piccolo, lo scoppio del barattolo che, per buona sorte, ci aveva solamente rasentato.
Il primo sabato d’autunno di quest’anno, due bimbi, accompagnati dal padre, erano andati a visitare la maccaluba di Aragona. Il grandicello dei due, circa della mia stessa età del tempo in cui bramavo di vedere il nostro vuddru, quello stesso giorno compiva nove anni e forse la gita faceva parte anche del regalo di compleanno.
Il mese precedente erano state interdette le visite alla località per prevenire qualche tragedia, dal momento che il ribollente suolo aveva ostentato segni poco rassicuranti. Visto però che nel frattempo nulla di grave era successo, lasciarono affisso il cartello di pericolo, ma come di solito accade, lasciarono passare ugualmente quanti erano interessati al fenomeno.
È tutto italiano il ragionamento, antico quanto il nostro clima intellettuale, quello di affidarci ottimisticamente al nostro “stellone”: in questa terra di per sé e povera d’iniziative industriali non priviamoci almeno del poco che la natura ci offre… E che Dio ci aiuti.
Quando la tragedia colpisce qualcuno, o ripetutamente una zona vasta come Genova e tante località a forte rischio, si è soliti accusare sempre la Fatalità, l’irreperibile dea che residenza non ha! Si cominciano a cercare gli imprudenti responsabili, ma alla fine non si riesce mai a trovarne uno, partendo dall’elasticità tipica delle nostre leggi. Per questo, con serena filosofia, dalle nostre parti si dice: amara cu mori, ca cu campa si marita.
Era “destino” che quella mattina, all’improvviso e senza dare segni di emergenza un mastodontico spruzzo di fango, misto a tanti altri gas, alto circa 20 metri, ribaltò dalla sua sede e nel ricadere seppellì i tre innocenti familiari.

Solo il padre, aiutato dai primi soccorritori, ebbe la fortuna di emergere col busto dalla nauseabonda e pesantissima melma, ma dei due bimbi nessuno ne uscì vivo.

venerdì 10 ottobre 2014

“LU NIDU ANTICU DI TUTTI LI ZANNI”

               Con questo endecasillabo tratto dal suo sonetto “Lu me paisi”, Vincenzo De Simone, il più nostro importante poeta dialettale, sintetizza la composizione particolarmente varia della nostra comunità, che resta ancora una delle più recenti create in Sicilia.

              Ritengo che il termine “zanni” sia ancora a conoscenza dei nostri concittadini più giovani: infatti, qui da noi, così sono denominati gli zingari, che non hanno una residenza fissa e vivono d’espedienti vari muovendosi da una località all’ altra per l’Europa e non solo. I nostri nonni “zingari” in questo senso non lo furono, ma dei migranti sì: erano persone intraprendenti che affrontavano l’ignoto con mezzi di fortuna, con la speranza di trovare un lavoro che offrisse loro l’indispensabile per sostentare, pur in modo frugale, la propria famiglia.

              La collettività villarosana in poco più di 250 anni di vita ebbe la sorte di due immigrazioni considerevoli e di diversissima natura. Non è mia intenzione di rifare la storia, anche se breve, di Villarosa, perché altri l’hanno elaborata prima di me, servendosi di fonti più recenti rispetto a quelli di più antiche città.

           Com’è noto fu merito della famiglia Notarbartolo l’aver dato maggior valore a  un vasto territorio, destinato a modestissimo e  poco redditizio pascolo, trasformandolo in coltura  di frumento, prodotto ben più apprezzato in quel tempo. È noto che la pastorizia si avvale di poche braccia lavorative a differenza della coltura granaria che si serve di più unità umane, di animali da soma e da traino, senza ovviamente ignorare del tutto quelli tipici da pascolo.

        I citati Duchi avevano intelligentemente calcolato che affidare in enfiteusi un feudo scarsamente remunerativo a tante famiglie di agricoltori e facendo loro pagare un modestissimo canone, comunemente indicato dal popolo come ‘ncinsu, avrebbe reso a loro molto di più del tradizionale pascolo. Così servendosi di un vànniu (1), fatto circolare per buona parte della Sicilia, i Notarbartolo fecero accorrere nel loro territorio un discreta quantità di valida gente, fortemente intenzionata a lavorare sodo per sopravvivere decorosamente insieme alla propria famiglia.

      Ovviamente i più numerosi tra quanti affluirono risultarono quelli dei paesi più vicini, con San Cataldo in testa, seguito da altri  in minor numero dai paesi delle Madonie. I primissimi arrivati si contavano a decine, da come risulta dai vecchi registri parrocchiali del tempo.

         Decennio dopo decennio le poche anime divennero qualche centinaio, ma di sicuro non avrebbero forse mai raggiunto la considerevole popolazione del 1861, quando Villarosa arrivò a contare circa 18.000 abitanti, se non fosse “esploso” il fenomeno “zolfo”, richiesto dai paesi industrializzati d’Europa, perché essenziale alla produzione di svariati nuovi prodotti utili principalmente agli eventi bellici e anche all’agricoltura, alla chimica e alla medicina.
Non ci fu più bisogno stavolta di nessun vànniu, a migliaia si precipitarono i nuovi immigrati, ovviamente non solo in Villarosa, ma nella fascia mineraria dell’agrigentino e del nisseno, dove di anno in anno aumentava il numero di nuove miniere attive.

             Quelli erano tempi in cui la documentazione scritta delle generalità dei cittadini era molto rara e avevano talvolta più valore i certificati parrocchiali. In tanti casi i nuovi arrivati, per ragioni personali, finivano col dare per cognome il loro luogo d’origine. Ecco perché sono molto diffusi cognomi come Trapani, Palermo, Messina, Terranova (dal precedente nome di Gela), Àsaro (da Assoro),  Castrogiovanni (dall’ex nome di Enna), Ragusa, Piazza, Daidone, Gagliano, Calascibetta, Nicosia, ecc…

         Durante la mia infanzia e la prima giovinezza, le persone in Villarosa era indicate, a parte i comunissimi soprannomi o ‘ngiulii, col nome del paese della più recente origine: a impurtisa, u catrinaru,  l’arminisa, a ballafranchisa, u favarisi, a rrijsana, u chiazzisi, T. a carrapipana, u camastrisi, e tantissimi altri.

              La mia famiglia paterna era originaria di Delia, quella materna, più lontanamente nel tempo, di Petralia. Parlando con amici e si entrava nell’argomento ognuno dichiarava con naturalezza la pur lontana non dimenticata origine. Curioso sempre di sapere di più, quando mi capitava, chiedevo a tanti di dove fosse originaria la loro famiglia. Non mi capitò mai qualcuno che non sapesse indicare la sua antica provenienza. Da ciò io ne traevo la chiara conclusione che il nostro era un paese d’immigrati bene inseriti nel nuovo ambiente: non per niente si dice ancora che “Villarosa protegge i forestieri”.

           Spesso mi chiedevo e ancor mi chiedo: quanti abitanti conterebbe Villarosa se gli immigrati non avessero ripreso l’esodo per i più svariati paesi della Terra?

         Tanti erano accorsi a Villarosa in cerca di lavoro, prima sulla terra da dissodare e poi nelle più pericolose visceri del suo sottosuolo, ma quando la richiesta internazionale dell’elemento zolfo  entrava in crisi, il villarosano riprendeva la via della ricerca d’altro lavoro anche oltre oceano, portando però, sempre in cuore, l’ultima residenza da dove proveniva e trasmetteva a figli e nipoti l’indimenticabile Sicilia con dentro, al centro, la sempre amata Villarosa. Voglio citare un solo esempio, senza disprezzare tutti gli altri, quello della signora che sul sito dei villarosani si firma “Chianu Di Giugnu”: ci ha fatto conoscere modi di dire e poesie popolari che io, nato e cresciuto qui, non avevo mai sentito.

            Vincenzo De Simone  stesso fu un emigrato della nuova serie perché scelse Milano per esercitare la professione di dentista. Egli portò nel suo cuore vivo il ricordo della sua “Bellarrosa”, tanto che la sua casa fu il luogo d’incontro di villarosani che vivevano nel capoluogo lombardo. La sua sicilianità doveva essere molto nota in quella città tanto che negli anni ’50, a circa un quindicennio dalla sua morte, la rivista scolastica “L’Educatore Italiano”, edita dai Fratelli Fabbri, inseriva, nella parte centrale delle sole copie dirette in Sicilia,  due fogli d’altro colore che parlavano d’argomenti della nostra Isola e come poesie riportava esclusivamente quelle del nostro poeta, milanese d’adozione e sempre villarosano nell’anima.
Nel terzo millennio Villarosa, che di abitanti nel 1861 arrivò a contarne circa 18.000, oggi non arriva nemmeno a 6.000.

           Lo zolfo la portò ai valori più alti e la sua crisi la condusse all’attuale svuotamento. Nei tempi d’oro del nostro paese la Sicilia era quasi l’unica produttrice del biondo elemento, ma quando gli americani riuscirono col metodo Frash a trarlo dal sottosuolo senza bisogno di scenderci personalmente giù, la recessione divenne irreversibile.

         I nostri “zanni” necessariamente hanno lasciato l’amata terra arrivando fino ai confini del mondo: Argentina, U.S.A., Brasile, Canada, Australia e la più vicina Europa. Nella crisi del dopoguerra i meridionali con i villarosani in testa, accettarono in Belgio il lavoro nelle miniere di carbone, rifiutato dai suoi abitanti, in un sottosuolo più perfido di quello siciliano per silicosi e crolli sempre in agguato.

         Oggi i nostri concittadini di lassù si sentono pure loro europei, ma con Villarosa sempre nel cuore.
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(1)              Provando a ritornare indietro con la mente ai tempi del ‘700, forse riusciamo a capire che saper leggere e scrivere era la specialità esclusiva di sacerdoti, notai e pochi altri intellettuali presenti in ogni comunità. Per far conoscere una notizia al popolo si incaricava qualcuno, noto in paese, che girando di strada in strada diffondeva a viva e alta voce la notizia che poteva interessare e che tantissima gente non sarebbe stata in grado di leggere su un manifesto. In tal modo i disperati in cerca di lavoro appresero che nel feudo dei Notarbartolo si davano terre a coltivare dietro il pagamento annuo do ‘ncinsu
Quand’ero ragazzo girava per le strade del paese un vanniaturi che dava qualche notizia importante, ma per lo più delle volte, gridava ad esempio: -Cu à truvaaatu na craaapa… ca s’à piiirsu? O qualche altro annuncio simile. Un altro esempio: i più vecchi dei tempi della mia giovinezza chiamavano ancora vannii le pubblicazioni di matrimonio che venivano affisse in chiesa e al municipio.

venerdì 3 ottobre 2014

“MANCU SI MI SCACCIU”


Scacciàrisi è un termine dialettale tipico di Villarosa e della zona zolfifera della fascia centromeridionale dell’Isola.


Scacciàrisi era la più grande disgrazia che potesse capitare non soltanto al lavoratore della miniera che perdeva la vita, ma a tutta la sua famiglia che da oggi a domani veniva a trovarsi, non solamente senza il proprio caro, ma anche senza il magro salario che egli portava a casa il sabato sera. 


Com’è risaputo non esisteva a quel tempo nessuna forma d’assistenza pensionistica o di sussidio alla famiglia che finiva nella più estrema delle miserie materiali. Solo nel 1903 in Villarosa i lavoratori delle miniere per lenire almeno al minimo la miseria più nera, di loro esclusiva iniziativa e interamente a spese proprie, cercarono di darsi una timida mossa di solidarietà, creando la “Lega di Miglioramento tra Operi e Zolfatai”. Contribuivano gli stessi dipendenti col pagamento mensile di mezza lira se operaio e 25 cent. se “caruso”. Ben poca cosa, perché né Stato né Comune partecipavano con fondi aggiuntivi. Tanto era solamente una goccia d’acqua nel deserto.

La conseguenza pratica era quella che i figlioletti che superavano i sei anni venivano affidati a un pirriaturi che lo portava con sé nelle viscere della terra a caricarsi, sulle spallucce deboli di un malnutrito, uno stirraturi pieno di frammenti di roccia venata di tracce di zolfo; invece le femminucce andavano a criata, presso una famiglia facoltosa: in tal modo gli orfanelli si scuttavano quel pezzetto di pane, essenziale alla sopravvivenza propria, senza in tal modo sottrarre il tozzetto di pane alla stentatissima economia familiare.

L’espressione che titola questo post, nata nel mondo della miniera, era comune ed era usata anche in casi in cui non la riguardavano per nulla, per puntualizzare che una certa azione non si voleva compiere, in modo assoluto.

Si faceva calzare persino spropositatamente in solenni giuramenti come quello arcinoto spesso sulla bocca di un anziano che ad ogni occasione se ne usciva con l’espressione: Sull’anuri di ma figlia Marì… scacciarisi ma figliù Jachinu sutta na valata… e via di seguito. Non ebbi modo di conoscere il roboante e famoso giurante appena citato, ma per decenni sentii ripetere, insieme a nome e ngiulia, la sua inusuale e poco consolante battuta: per questo motivo non cito i veri nomi dei poveri figli messi al bando dal genitore e per non far vergognare ancor oggi i numerosi nipoti, nostri concittadini, di essere discendenti di cotanto loquace avo.

L’esempio che segue chiarisce meglio il concetto, ma in ogni caso è fuor di dubbio che quanti proferivano l’espressione senz’altro in gioventù conobbero il duro lavoro “da pirrera”.

Quand’ero bambino, capitava a mio padre di citare un’espressione che tempo prima gli era stata riferita dal suo fratellino Peppino che, per la sua vivace attrattiva, era quasi ogni anno chiamato a sostenere la parte di Gesù Bambino nelle “Tavolate di San Giuseppe”, che tradizionalmente erano imbandite presso facoltose famiglie, inderogabilmente ogni 19 marzo.

La tavula di San Gisé voleva rievocare la mensa della Sacra Famiglia di Nazareth, ma coloro che la imbandivano dimenticavano di realizzare il contesto storico dell’antica casa del Cristo, e la rievocazione era arricchita d’ogni primizia alimentare che veniva fatta arrivare in genere dalla Piana di Catania, i cui prodotti erano più precoci rispetto a quelli del nostro paese, ove in genere maturavano a maggio.

Cerchiamo ora d’immaginarci per un po’ tutti i visitatori, che spesso non avevano in casa l’essenziale alla sopravvivenza, nel momento in cui assistevano solo con gli occhi a tutto quel ben di Dio, sciorinato sull’amplissima tavolata.

La figura principale della “Tavulata” era ovviamente quella di San Giuseppe, rappresentato sempre da uno dei vecchietti più bisognosi del quartiere.

In quel giorno il poveretto avrebbe sicuramente desiderato che la sua pancia diventasse bisaccia, quasi a poter creare una piccola riserva per i giorni successivi, ma ovviamente tanto poteva avvenire entro un certo margine. (1)

I visitatori, curiosi di esaminare le varietà poco note e fuori stagione dei cibi imbanditi sulla straordinaria tavola, e forse un po’ desiderosi, ovviamente solo per quel momento, di trovarsi nei panni dell’anziano, invitavano il vecchietto, San Giuseppe per l’occasione, dicendogli a ripetizione:

- Mangiati San Gisè!

Poverino voleva far contenti tutti ma in ogni situazione c’è sempre un limite. 

E tutti a ripetere ancora: - Mangiati San Gisè!

Quando non poté in assoluto far contenti tutti, cominciò a reiterare a ogni invito la solita tiritera: 

- Mancu si mi scacciu……Mancu si mi scacciu …

L’espressione esisteva già, era un modo di dire molto comune, ma questa situazione, pur nella sua banalità, l’ha resa più ricorrente.

I tempi sono cambiati, lo zolfo non si estrae più, ma esso fu per quasi due secoli un momento fortunato per l’economia della nostra terra, ma nello stesso tempo altamente tragico per quanti vi lasciarono la vita o gli arti.

Spero di poter tornare sull’argomento e in special modo alla drammaticità dei tempi e delle situazioni.

Auspico ancora che gli eventi sempre più minacciosi in atto in molti paesi del mondo non facciano precipitare eventi che conducano alle atrocità di una sempre più temuta Terza Guerra Mondiale, sicuramente più terribile assai di quanto abbiamo potuto subire settant’anni fa. 

Ritornando al citato zio Peppino, che rappresentava Gesù Bambino nella Tavolata, egli ebbe la fortuna di non conoscere la durezza della pirrera, ma l’atrocità della guerra sì; per colpa di questa concluse la sua trentennale esistenza, assieme a tutti gli altri a bordo, mitragliato senza pietà alcuna sull’ ambulanza, con tanta di Croce Rossa dipinta sul tetto, diretta urgentemente all’ospedale militare, dove non arrivò mai.
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(1) È noto il detto: Panza mi’ fatti visazza! Esso in genere viene pronunciato nel momento in cui si ha l’acquolina in bocca innanzi a una tavola riccamente imbandita o quando si hanno a disposizione stuzzicanti leccornie in abbondanza, in una situazione speciale spesso irrepetibile.

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