martedì 25 novembre 2014

A carcaredda al tempo delle pirrere


Il mondo della mia infanzia rimane sempre quello che ho descritto a proposito del post che tratta do vuddru, che io accostavo per il suo bollore infiammabile a quello della petra citalena. Quelli erano tempi difficili in ogni senso; i giocattoli che oggi sono nelle mani quasi d’ogni bambino erano impensabili. L’aspetto positivo di quell’epoca tormentata era quello che la privazione ricorrente portava i bambini a creare, con le proprie mani e i pochi strumenti a disposizione, il proprio giocattolo a imitazione degli arnesi degli adulti. Ricordo il solo vero giocattolo regalatomi da un mio zio: era un orsacchiotto di peluche che rimane ancora immortalato in una foto dei miei quattro anni, scattata da un fotografo ambulante; la mamma curò di fare appendere sullo sfondo, sulla parete esterna della strada, la più bella coperta al fine di dare maggiore risalto alla mia, per lei cara, immagine.
Quando cominciai a crescere scoppiò la guerra con le intuibili ristrettezze; successivamente il seguito di pace non fu meno difficile dal punto di vista di un miglioramento del tenore di vita. Si continuò a ricorrere ai giochi semplici e ugualmente allettanti. I giochi erano tanti e molte le escogitazioni: in adiacenza ai muri esterni si costruivamo casette con le pietre piatte con impasto di sterro di strada misto ad acqua, carrettini con le pale dei ficodindia ritagliate a seconda della destinazione d’uso, rotonde le ruote, rettangolari le sponde del carro, quadrato il fondo dello stesso: il tutto veniva montato per mezzo di stecchini di legnetti vari. Tutte queste piccole attività è vero che favorivano altamente la manualità, ma ci facevano permanere sempre nel mondo ristretto del proprio ambiente. Era la società mineraria che permeava, direttamente o indirettamente, tutta la vita dei viventi in quel tempo. Una circostanza importante a favore della fanciullezza però era avvenuta negli ultimi decenni: i figli dei poveri, che erano sempre la maggioranza, non potevano più come prima, al compimento dei sei anni, scendere come carusi a carriàri nelle viscere della terra e, se non andavano ad aiutare nei campi all’aria aperta, erano nelle strade a giocare come me. Purtroppo moltissimi di loro, per i più svariati motivi, non frequentavano la scuola, che era definita, solo nominalmente, “dell’obbligo”; cito un solo esempio illuminante: non vidi mai ragazzo scalzo varcare la soglia di un’aula scolastica e nel contempo le strade, di tali creature a piedi nudi, erano strapiene.
Le strade del tempo erano in terra battuta con varie ondulazioni, con conche più o meno profonde e anche con grosse pietre ben piantate e sporgenti un po’ dal suolo e altre più minute sparse per ogni via.

Intanto, mentre capita di parlare del fondo stradale, mi voglio soffermare su questo argomento un po’ fuori tema: ancora oggi non riesco a capacitarmi come in un ambiente in cui si costruiva poco e si facevano solamente ratteddri, cioè rappezzi di poco conto a gesso, abbondassero tanto pietre compatte e spigolose che costituivano un pericolo costante per via dei lanci facili da parte di ragazzi contro loro coetanei per i contrasti più vari o per puro stupido gioco.

 Le conseguenze erano frequenti e decisamente disastrose, molti ne conobbi di accecati d’un occhio o altri con la cute della testa spaccata con la conseguenza d’ indelebile cicatrice. Ancora mi chiedo: era mai possibile che nessun podestà o sindaco non ebbe allora l’ ordinaria idea di far ripulire le strade di tanti pericolosi cutìcchi?

Un altro gioco infantile della mia infanzia e della quasi totalità dei miei coetanei del tempo era l’imitazione del calcarone, o carcàra, la fornace delle miniere dove venivano bruciate le rocce venate di zolfo per estrarne il materiale fuso che raffreddandosi in recipienti lignei a forma di solido trapezoidale tronco, diveniva na valàta di surfaru.

I ragazzi vollero imitare il lavoro della carcàra, che battezzarono, in quanto, minuscola come carcaredda: non mancava la materia prima che si trovava in briciole più o meno grandi lungo le strade di transito dei carri che trasportavano le valate do pustu di carretto alla stazione ferroviaria, per proseguire da lì il viaggio verso Catania.

Scavare per creare na carcaredda non era un problema: questo quasi sempre, scaturiva, come vedremo, al culmine dell’opera.

Si cercava un punto meno transitato in pendio; si scavavano due fossette a diverso livello, collegate fra loro per mezzo di un solco dritto; sulla superiore erano collocati i pezzetti di zolfo, in quella inferiore si versava dell’acqua. Con molta pazienza si dava fuoco allo zolfo, che liquefacendosi pian piano andava a raffreddarsi nell’acqua della fossetta in basso.

I ragazzi tutti indaffarati osservavano con tensione emotiva lo stesso fenomeno che in grande era eseguito dai grandi ‘nna pirrera; tutti quanti erano in attesa del risultato finale che sarebbe stato maggiormente visibile nella faccia inferiore della piccola piattaforma che si andava formando, raffreddandosi, sull’acqua. Quando c’era poca roba da fondere il capo ciurma affondava la mano nella fossetta dell’acqua, staccava il pezzo che interessava, lo rivoltava e lo mostrava agli altri: s’erano formate tante pallottoline di zolfo non più del colore giallo naturale originario, ma di colore vinaccio, rassomigliante a un grappolo d’uva con acini piccolissimi.

Mentre i piccoli godevano della riuscita, in piccolo, del lavoro della carcàra, l’ odore agro dell’anidride solforosa si diffondeva nell’aria e andava penetrando nelle case. Quasi all’unisono le madri s’affacciavano gridando per far smettere l’esperimento in corso perché esso avrebbe fatto rinsecchire le piantine di basilicò e pitrusìnu nei vasi alle finestre o ai balconi. C’era sempre qualcuna che arrivava con l’acqua che aveva a portata di mano e spegneva quella fonte che intossicava aria e piante.

A me la reazione sembrava esagerata in quanto non ritenevo che quel po’ di cattivo odore avesse così tanto potere intossicante sulle piante. Mi fu spiegato dai grandi che le terre intorno ai calcaroni delle miniere non venivano seminate e lasciate  a tirruzzu e nello stesso tempo i proprietari erano risarciti del mancato guadagno della coltivazione non potuta portare a termine.

Ancora mi sento obbligato ad andare fuori tema per sottolineare un particolare fenomeno oggi irripetibile. Quando mi sposai nel 1961 fra i regali di nozze ricevemmo due pezzi per noi preziosi, due modesti candelabri d’argento. Ancora era attiva qualche miniera di zolfo lontana a diversi chilometri dall’abitato di Villarosa. Ricordo che passava solamente qualche mese e mia moglie era costretta a pulire con l’apposito prodotto i candelabri che risultavano opachi perché ossidati.

Passò qualche anno ancora e notai che mia moglie non la trovai più a lucidare i due pezzi di cui andavamo orgogliosi. Le chiesi spiegazioni di questo cambiamento ma non me le seppe dare. Tenevo in mente quasi costantemente quel problema che per me restava da risolvere, ma non me la sentivo di mettermi in giro a chiedere spiegazione della circostanza.
Dopo qualche tempo e, ripensando alla “temuta” carcarèddra della mia fanciullezza, mi diedi l’appropriata risposta: le miniere avevano chiuso definitivamente la produzione e l’aria si era ripulita dall’anidride solforosa responsabile delle passate costanti ossidazioni.

mercoledì 5 novembre 2014

“Pisciaracìna” e “Pisciapammèntu”

L’idea di questo post m’è venuta improvvisamente giorni fa davanti alla scuola per l’infanzia di Villanova frequentata dal mio nipotino. Tenendo per mano il piccolo mi sono accorto che nel cortile esterno le maestre d’altra classe stavano mostrando, utilizzando strumenti d’ occasione, ai loro alunni il sistema, usato nei tempi passati, per l’estrazione del mosto dall’uva; questo dopo un periodo non lungo di fermentazione sarebbe diventato vino. A terra notai una bacinella con dentro dell’uva che veniva pestata con i piedi da un alunno. A debita distanza, per non distrarre i bimbi dall’ attraente esperimento, stavano immobili e attentissimi i genitori dei piccoli che osservavano le varie fasi del procedimento che si stava protraendo qualche minuto dopo l’orario d’uscita.
Allontanandomi cominciai a ripercorrere nella memoria la mia esperienza visiva ricorrente a ogni autunno dei tempi lontani della mia primissima giovinezza, quando nei pressi di casa mia, andando verso ovest per la via Milano, in uno dei pianterreni a sinistra, a poche porte dopo l’incrocio con la via XX Settembre, c’era un locale allestito a palmento dove si pestava l’uva; poi se ne spremeva la poltiglia in una pressa azionata a braccia per ricavarne il mosto che a San Martino, l’11 novembre, sarebbe stato pronto per un bel brindisi; per questo è noto il proverbio che dice: “Per San Martino ogni mosto è vino”. Chi aveva il desiderio travolgente di gustare il frutto delle sue fatiche qualche settimana prima della proverbiale data, ignorava il proverbio e stappava una piccola botte con vino novello naturale.
Ritornando al locale di mia antica conoscenza per la produzione del mosto, il palmento, che nel nostro dialetto era chiamato “parmìntu”, era sistemato in quell’ ampio locale; il fondo di questo era chiuso sul davanti da un muretto alto circa un metro che era murato ai due muri laterali e perpendicolari all’ingresso, formando un rettangolo di pestaggio. In questo finale senza uscite, veniva versata l’uva da pigiare in ceste, i cufina. Ovviamente, non visibile a me che guardavo da una certa distanza, nel fondo ci doveva essere un condotto, con filtro, da dove potesse defluire, in apposito recipiente, il mosto che si formava a semplice pestaggio. Era la poltiglia rimasta impregnata di mosto che poi veniva pressata per estrarvi il resto del liquido.
Attirava la mia interessata curiosità l’addetto al pestaggio dell’uva che con scarponi pesanti, che potremmo paragonarli a quelli d’alpinista, ma inguardabili perché inzuppati del succo d’uva delle pigiature degli anni passati e di quelle del presente, ai miei occhi apparivano disgustosi. L’operaio preposto a questo primo atto della lavorazione, appoggiandosi ad un bastone che gli evitava di scivolare, con cautela iniziava il compito di sua competenza.
Il vedere la massa melmosa calpestata in modo così grossolano con quelle scarpacce intartarite e sicuramente mal curate nei periodi di inoperosità, produceva in me un certo senso di ripugnanza e la mente mi conduceva in prospettiva temporale e con avversione a quanti erano destinati a bere quel futuro vino e, per di più, goderne.
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“Pisciaracina” e “Pisciapammentu” sono due soprannomi di due diversi paesi della Sicilia. Io non ho mai voluto accennare nei miei post a ngìulii, per il fatto che moltissime di esse sono sommamente offensive, non per niente la parola ha in sé il significato di “ingiuria”. Per il primo dei due sopra menzionati, voglio fare un’ eccezione perché è necessario citarlo per l’interpretazione dei lati oscuri dell’antica lavorazione del vino, per l’altro non cito il nome del paese al fine di evitare che venisse riconosciuto dalla famiglia che ancora lo sopporta e che potrebbe avere abbondanti ragioni per non tollerarlo.
“Pisciaracina” nella mia primissima infanzia era una vecchietta ultraottantenne che era nota a tutti con questo stomachevole soprannome. Io mi volevo dare, col crescere, una risposta sull’origine di tale ngìulia. Poi sentendo parlare di calcoli renali che venivano espulsi con grande dolore e che ce n’erano di forme approssimative a noti piccoli oggetti, arrivai alla conclusione che quella poveretta l’avrebbe ereditato da qualcuno noto per averne espulso uno paragonabile ad un piccolo acino d’uva. Intanto vorrei sperare che oggi nessuno dei viventi si possa ricordare e dolere di questa ngìulia.
Per decenni questa fu la mia spiegazione e smisi di escogitare altre ipotesi, finchè qualche tempo fa, parlando con un amico d’un paese della zona etnea o viciniore, sentii citare un curioso soprannome, pisciapammèntu.
Io citai quello di Villarosa ed esposi la mia ipotesi del calcolo renale. Un sorrisetto malizioso del mio interlocutore bloccò la mia spiegazione. Timidamente ne chiesi la ragione e quello mi confermò che ambedue i soprannomi avevano la stessa base logica: il “pammèntu” è così chiamato perché nel catanese etneo la lettera erre spesso non è pronunciata ed è assimilata a quella vicina (1), quindi tale parola sta per “palmento”, da noi “parmìntu”. Sempre col tono malizioso mi disse che nel suo paese quel nomignolo è affibbiato a quanti in antico avevano avuto in famiglia qualche pestatore d’uva nei palmenti. Fra costoro ce n’erano, di certo non solo quelli di quel paese, alcuni che, per pigrizia d’andare a cercar fuori un luogo più idoneo e soprattutto perché un cesso ai tempi non era facile a trovarlo, per non sottrarre tempo al loro lavoro o per perfida invidia nei riguardi di benestanti proprietari di vigne, mescolavano i liquidi dei propri piccoli bisogni corporali nella dolce massa acquosa del succo d’uva.
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(1)  – Ricordo la prima volta che sentii pronunciare tale assimilazione, con una certa mia non manifestata sorpresa, fu in bocca ad una elegante signora che rivolgendosi alla figlioletta che si attardava nel procedere, la spronava dicendo: - Cammina, Robetta!

sabato 18 ottobre 2014

U VUDDRU


Curioso come tanti bambini e stimolato dall’esperienza che avevo raccolto sulla strada con i granelli residui di carburo di calcio buttati in strada dagli zolfatai nell’atto di preparare le lampade ad acetilene per l’alba del giorno dopo, il sentir parlare do vuddru nella campagna darrì a Cruci, stuzzicava fortemente in me il desiderio di approfondire tale fenomeno, per me misterioso.
Intanto, mentre vagheggiavo questa vecchia voglia, contemporaneamente ero combattuto da un forte contrasto, avvertivo in me un cori d’asinu e un cori di liuni, per via di una esperienza negativa che da qualche tempo tenevo inconfessata, soprattutto ai miei genitori.
Io e miei amichetti da lungo periodo eravamo soliti a mettere le dita fra la materia umidiccia grigio-chiara di scarto delle lampade di miniera per raccogliere qualche piccolissimo granulo di “petra citalena” non consumata. La raccoglievamo in una fossetta sulla strada, vi versavamo un po’ d’acqua e alla fine coprivamo il tutto “ccu na pignatedda” rovesciata, alla quale avevamo prima praticato con un chiodo un forellino al centro del fondo. Avvicinavamo “un pòsparu addrumato” e godevamo del nostro modesto esperimento che ci dava solamente la soddisfazione morale, e nulla più, d’essere riusciti a imitare una forma semplice e rustica “di citalena”.
Durante uno di questi tentativi qualcosa andò storto e al posto della solita fiammella venne fuori un’inattesa vampata che mandò furiosamente in aria il barattolo che, per fortuna, sfiorò solamente i nostri visi, molto concentrati nell’esito già sperimentato, che stavolta risultò assai più preoccupante di quanto ci attendevamo.
Io avevo già prima sognato di poter ripetere la prova con le bolle di gas che scaturivano dalla massa melmosa di cui avevo sentito parlare, ma quando mio padre mi annunciò che il mattino dopo Pino Gurrieri, che dovendo passare da quelle parti, mi avrebbe finalmente fatto conoscere u vuddru, quasi rabbrividii e giurai tacitamente con me stesso che non avrei minimamente pensato a portare fiammiferi con me.
Il tanto decantato vuddru non corrispose però alle mie attese; mi aspettavo qualcosa di più imponente, tuttavia stuzzicò abbastanza la mia aspettativa perché da quel momento iniziò l’infantile osservazione scientifica, chiedendo maggiori ragguagli a quanti potevano offrirmi qualche elementare risposta.
Anni dopo, studente a Caltanissetta e quindi scolasticamente addentrato nello studio di scienze e fisica, volli riesaminare l’analogo fenomeno di Terrapelata, che risultò solamente un po’ più consistente del nostro, ma non tale da stuzzicare ulteriormente le mie ricerche, anche perché appresi, in quell’occasione, che esistevano fenomeni analoghi in Sicilia, ben più apprezzabili dei due da me già visitati.
Il fenomeno è indicato col termine “maccaluba” dalla parola d’origine araba, maqlùb, che in quella lingua vuol dire “rivoltato”, come la massa limacciosa, lanciata in alto e quindi ricadente in basso. Questo misto di sostanze non è formata solamente di terreno e acqua, ma anche di gas, come l’idrogeno, e di liquidi, quale il petrolio, tutti altamente incendiari, che talvolta prendendo fuoco si rendono assai più pericolosi della semplice mole melmosa.
Queste giovanili ricerche erano rimaste da gran tempo interrate in “faldoni” zeppi di pensieri e di ricordi nel mio cervello, quando la recente tragedia della Riserva naturale di Aragona, nell’agrigentino, mi ha riportato indietro nel tempo e mi ha fatto rivivere, nel piccolo, lo scoppio del barattolo che, per buona sorte, ci aveva solamente rasentato.
Il primo sabato d’autunno di quest’anno, due bimbi, accompagnati dal padre, erano andati a visitare la maccaluba di Aragona. Il grandicello dei due, circa della mia stessa età del tempo in cui bramavo di vedere il nostro vuddru, quello stesso giorno compiva nove anni e forse la gita faceva parte anche del regalo di compleanno.
Il mese precedente erano state interdette le visite alla località per prevenire qualche tragedia, dal momento che il ribollente suolo aveva ostentato segni poco rassicuranti. Visto però che nel frattempo nulla di grave era successo, lasciarono affisso il cartello di pericolo, ma come di solito accade, lasciarono passare ugualmente quanti erano interessati al fenomeno.
È tutto italiano il ragionamento, antico quanto il nostro clima intellettuale, quello di affidarci ottimisticamente al nostro “stellone”: in questa terra di per sé e povera d’iniziative industriali non priviamoci almeno del poco che la natura ci offre… E che Dio ci aiuti.
Quando la tragedia colpisce qualcuno, o ripetutamente una zona vasta come Genova e tante località a forte rischio, si è soliti accusare sempre la Fatalità, l’irreperibile dea che residenza non ha! Si cominciano a cercare gli imprudenti responsabili, ma alla fine non si riesce mai a trovarne uno, partendo dall’elasticità tipica delle nostre leggi. Per questo, con serena filosofia, dalle nostre parti si dice: amara cu mori, ca cu campa si marita.
Era “destino” che quella mattina, all’improvviso e senza dare segni di emergenza un mastodontico spruzzo di fango, misto a tanti altri gas, alto circa 20 metri, ribaltò dalla sua sede e nel ricadere seppellì i tre innocenti familiari.

Solo il padre, aiutato dai primi soccorritori, ebbe la fortuna di emergere col busto dalla nauseabonda e pesantissima melma, ma dei due bimbi nessuno ne uscì vivo.

venerdì 10 ottobre 2014

“LU NIDU ANTICU DI TUTTI LI ZANNI”

               Con questo endecasillabo tratto dal suo sonetto “Lu me paisi”, Vincenzo De Simone, il più nostro importante poeta dialettale, sintetizza la composizione particolarmente varia della nostra comunità, che resta ancora una delle più recenti create in Sicilia.

              Ritengo che il termine “zanni” sia ancora a conoscenza dei nostri concittadini più giovani: infatti, qui da noi, così sono denominati gli zingari, che non hanno una residenza fissa e vivono d’espedienti vari muovendosi da una località all’ altra per l’Europa e non solo. I nostri nonni “zingari” in questo senso non lo furono, ma dei migranti sì: erano persone intraprendenti che affrontavano l’ignoto con mezzi di fortuna, con la speranza di trovare un lavoro che offrisse loro l’indispensabile per sostentare, pur in modo frugale, la propria famiglia.

              La collettività villarosana in poco più di 250 anni di vita ebbe la sorte di due immigrazioni considerevoli e di diversissima natura. Non è mia intenzione di rifare la storia, anche se breve, di Villarosa, perché altri l’hanno elaborata prima di me, servendosi di fonti più recenti rispetto a quelli di più antiche città.

           Com’è noto fu merito della famiglia Notarbartolo l’aver dato maggior valore a  un vasto territorio, destinato a modestissimo e  poco redditizio pascolo, trasformandolo in coltura  di frumento, prodotto ben più apprezzato in quel tempo. È noto che la pastorizia si avvale di poche braccia lavorative a differenza della coltura granaria che si serve di più unità umane, di animali da soma e da traino, senza ovviamente ignorare del tutto quelli tipici da pascolo.

        I citati Duchi avevano intelligentemente calcolato che affidare in enfiteusi un feudo scarsamente remunerativo a tante famiglie di agricoltori e facendo loro pagare un modestissimo canone, comunemente indicato dal popolo come ‘ncinsu, avrebbe reso a loro molto di più del tradizionale pascolo. Così servendosi di un vànniu (1), fatto circolare per buona parte della Sicilia, i Notarbartolo fecero accorrere nel loro territorio un discreta quantità di valida gente, fortemente intenzionata a lavorare sodo per sopravvivere decorosamente insieme alla propria famiglia.

      Ovviamente i più numerosi tra quanti affluirono risultarono quelli dei paesi più vicini, con San Cataldo in testa, seguito da altri  in minor numero dai paesi delle Madonie. I primissimi arrivati si contavano a decine, da come risulta dai vecchi registri parrocchiali del tempo.

         Decennio dopo decennio le poche anime divennero qualche centinaio, ma di sicuro non avrebbero forse mai raggiunto la considerevole popolazione del 1861, quando Villarosa arrivò a contare circa 18.000 abitanti, se non fosse “esploso” il fenomeno “zolfo”, richiesto dai paesi industrializzati d’Europa, perché essenziale alla produzione di svariati nuovi prodotti utili principalmente agli eventi bellici e anche all’agricoltura, alla chimica e alla medicina.
Non ci fu più bisogno stavolta di nessun vànniu, a migliaia si precipitarono i nuovi immigrati, ovviamente non solo in Villarosa, ma nella fascia mineraria dell’agrigentino e del nisseno, dove di anno in anno aumentava il numero di nuove miniere attive.

             Quelli erano tempi in cui la documentazione scritta delle generalità dei cittadini era molto rara e avevano talvolta più valore i certificati parrocchiali. In tanti casi i nuovi arrivati, per ragioni personali, finivano col dare per cognome il loro luogo d’origine. Ecco perché sono molto diffusi cognomi come Trapani, Palermo, Messina, Terranova (dal precedente nome di Gela), Àsaro (da Assoro),  Castrogiovanni (dall’ex nome di Enna), Ragusa, Piazza, Daidone, Gagliano, Calascibetta, Nicosia, ecc…

         Durante la mia infanzia e la prima giovinezza, le persone in Villarosa era indicate, a parte i comunissimi soprannomi o ‘ngiulii, col nome del paese della più recente origine: a impurtisa, u catrinaru,  l’arminisa, a ballafranchisa, u favarisi, a rrijsana, u chiazzisi, T. a carrapipana, u camastrisi, e tantissimi altri.

              La mia famiglia paterna era originaria di Delia, quella materna, più lontanamente nel tempo, di Petralia. Parlando con amici e si entrava nell’argomento ognuno dichiarava con naturalezza la pur lontana non dimenticata origine. Curioso sempre di sapere di più, quando mi capitava, chiedevo a tanti di dove fosse originaria la loro famiglia. Non mi capitò mai qualcuno che non sapesse indicare la sua antica provenienza. Da ciò io ne traevo la chiara conclusione che il nostro era un paese d’immigrati bene inseriti nel nuovo ambiente: non per niente si dice ancora che “Villarosa protegge i forestieri”.

           Spesso mi chiedevo e ancor mi chiedo: quanti abitanti conterebbe Villarosa se gli immigrati non avessero ripreso l’esodo per i più svariati paesi della Terra?

         Tanti erano accorsi a Villarosa in cerca di lavoro, prima sulla terra da dissodare e poi nelle più pericolose visceri del suo sottosuolo, ma quando la richiesta internazionale dell’elemento zolfo  entrava in crisi, il villarosano riprendeva la via della ricerca d’altro lavoro anche oltre oceano, portando però, sempre in cuore, l’ultima residenza da dove proveniva e trasmetteva a figli e nipoti l’indimenticabile Sicilia con dentro, al centro, la sempre amata Villarosa. Voglio citare un solo esempio, senza disprezzare tutti gli altri, quello della signora che sul sito dei villarosani si firma “Chianu Di Giugnu”: ci ha fatto conoscere modi di dire e poesie popolari che io, nato e cresciuto qui, non avevo mai sentito.

            Vincenzo De Simone  stesso fu un emigrato della nuova serie perché scelse Milano per esercitare la professione di dentista. Egli portò nel suo cuore vivo il ricordo della sua “Bellarrosa”, tanto che la sua casa fu il luogo d’incontro di villarosani che vivevano nel capoluogo lombardo. La sua sicilianità doveva essere molto nota in quella città tanto che negli anni ’50, a circa un quindicennio dalla sua morte, la rivista scolastica “L’Educatore Italiano”, edita dai Fratelli Fabbri, inseriva, nella parte centrale delle sole copie dirette in Sicilia,  due fogli d’altro colore che parlavano d’argomenti della nostra Isola e come poesie riportava esclusivamente quelle del nostro poeta, milanese d’adozione e sempre villarosano nell’anima.
Nel terzo millennio Villarosa, che di abitanti nel 1861 arrivò a contarne circa 18.000, oggi non arriva nemmeno a 6.000.

           Lo zolfo la portò ai valori più alti e la sua crisi la condusse all’attuale svuotamento. Nei tempi d’oro del nostro paese la Sicilia era quasi l’unica produttrice del biondo elemento, ma quando gli americani riuscirono col metodo Frash a trarlo dal sottosuolo senza bisogno di scenderci personalmente giù, la recessione divenne irreversibile.

         I nostri “zanni” necessariamente hanno lasciato l’amata terra arrivando fino ai confini del mondo: Argentina, U.S.A., Brasile, Canada, Australia e la più vicina Europa. Nella crisi del dopoguerra i meridionali con i villarosani in testa, accettarono in Belgio il lavoro nelle miniere di carbone, rifiutato dai suoi abitanti, in un sottosuolo più perfido di quello siciliano per silicosi e crolli sempre in agguato.

         Oggi i nostri concittadini di lassù si sentono pure loro europei, ma con Villarosa sempre nel cuore.
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(1)              Provando a ritornare indietro con la mente ai tempi del ‘700, forse riusciamo a capire che saper leggere e scrivere era la specialità esclusiva di sacerdoti, notai e pochi altri intellettuali presenti in ogni comunità. Per far conoscere una notizia al popolo si incaricava qualcuno, noto in paese, che girando di strada in strada diffondeva a viva e alta voce la notizia che poteva interessare e che tantissima gente non sarebbe stata in grado di leggere su un manifesto. In tal modo i disperati in cerca di lavoro appresero che nel feudo dei Notarbartolo si davano terre a coltivare dietro il pagamento annuo do ‘ncinsu
Quand’ero ragazzo girava per le strade del paese un vanniaturi che dava qualche notizia importante, ma per lo più delle volte, gridava ad esempio: -Cu à truvaaatu na craaapa… ca s’à piiirsu? O qualche altro annuncio simile. Un altro esempio: i più vecchi dei tempi della mia giovinezza chiamavano ancora vannii le pubblicazioni di matrimonio che venivano affisse in chiesa e al municipio.

venerdì 3 ottobre 2014

“MANCU SI MI SCACCIU”


Scacciàrisi è un termine dialettale tipico di Villarosa e della zona zolfifera della fascia centromeridionale dell’Isola.


Scacciàrisi era la più grande disgrazia che potesse capitare non soltanto al lavoratore della miniera che perdeva la vita, ma a tutta la sua famiglia che da oggi a domani veniva a trovarsi, non solamente senza il proprio caro, ma anche senza il magro salario che egli portava a casa il sabato sera. 


Com’è risaputo non esisteva a quel tempo nessuna forma d’assistenza pensionistica o di sussidio alla famiglia che finiva nella più estrema delle miserie materiali. Solo nel 1903 in Villarosa i lavoratori delle miniere per lenire almeno al minimo la miseria più nera, di loro esclusiva iniziativa e interamente a spese proprie, cercarono di darsi una timida mossa di solidarietà, creando la “Lega di Miglioramento tra Operi e Zolfatai”. Contribuivano gli stessi dipendenti col pagamento mensile di mezza lira se operaio e 25 cent. se “caruso”. Ben poca cosa, perché né Stato né Comune partecipavano con fondi aggiuntivi. Tanto era solamente una goccia d’acqua nel deserto.

La conseguenza pratica era quella che i figlioletti che superavano i sei anni venivano affidati a un pirriaturi che lo portava con sé nelle viscere della terra a caricarsi, sulle spallucce deboli di un malnutrito, uno stirraturi pieno di frammenti di roccia venata di tracce di zolfo; invece le femminucce andavano a criata, presso una famiglia facoltosa: in tal modo gli orfanelli si scuttavano quel pezzetto di pane, essenziale alla sopravvivenza propria, senza in tal modo sottrarre il tozzetto di pane alla stentatissima economia familiare.

L’espressione che titola questo post, nata nel mondo della miniera, era comune ed era usata anche in casi in cui non la riguardavano per nulla, per puntualizzare che una certa azione non si voleva compiere, in modo assoluto.

Si faceva calzare persino spropositatamente in solenni giuramenti come quello arcinoto spesso sulla bocca di un anziano che ad ogni occasione se ne usciva con l’espressione: Sull’anuri di ma figlia Marì… scacciarisi ma figliù Jachinu sutta na valata… e via di seguito. Non ebbi modo di conoscere il roboante e famoso giurante appena citato, ma per decenni sentii ripetere, insieme a nome e ngiulia, la sua inusuale e poco consolante battuta: per questo motivo non cito i veri nomi dei poveri figli messi al bando dal genitore e per non far vergognare ancor oggi i numerosi nipoti, nostri concittadini, di essere discendenti di cotanto loquace avo.

L’esempio che segue chiarisce meglio il concetto, ma in ogni caso è fuor di dubbio che quanti proferivano l’espressione senz’altro in gioventù conobbero il duro lavoro “da pirrera”.

Quand’ero bambino, capitava a mio padre di citare un’espressione che tempo prima gli era stata riferita dal suo fratellino Peppino che, per la sua vivace attrattiva, era quasi ogni anno chiamato a sostenere la parte di Gesù Bambino nelle “Tavolate di San Giuseppe”, che tradizionalmente erano imbandite presso facoltose famiglie, inderogabilmente ogni 19 marzo.

La tavula di San Gisé voleva rievocare la mensa della Sacra Famiglia di Nazareth, ma coloro che la imbandivano dimenticavano di realizzare il contesto storico dell’antica casa del Cristo, e la rievocazione era arricchita d’ogni primizia alimentare che veniva fatta arrivare in genere dalla Piana di Catania, i cui prodotti erano più precoci rispetto a quelli del nostro paese, ove in genere maturavano a maggio.

Cerchiamo ora d’immaginarci per un po’ tutti i visitatori, che spesso non avevano in casa l’essenziale alla sopravvivenza, nel momento in cui assistevano solo con gli occhi a tutto quel ben di Dio, sciorinato sull’amplissima tavolata.

La figura principale della “Tavulata” era ovviamente quella di San Giuseppe, rappresentato sempre da uno dei vecchietti più bisognosi del quartiere.

In quel giorno il poveretto avrebbe sicuramente desiderato che la sua pancia diventasse bisaccia, quasi a poter creare una piccola riserva per i giorni successivi, ma ovviamente tanto poteva avvenire entro un certo margine. (1)

I visitatori, curiosi di esaminare le varietà poco note e fuori stagione dei cibi imbanditi sulla straordinaria tavola, e forse un po’ desiderosi, ovviamente solo per quel momento, di trovarsi nei panni dell’anziano, invitavano il vecchietto, San Giuseppe per l’occasione, dicendogli a ripetizione:

- Mangiati San Gisè!

Poverino voleva far contenti tutti ma in ogni situazione c’è sempre un limite. 

E tutti a ripetere ancora: - Mangiati San Gisè!

Quando non poté in assoluto far contenti tutti, cominciò a reiterare a ogni invito la solita tiritera: 

- Mancu si mi scacciu……Mancu si mi scacciu …

L’espressione esisteva già, era un modo di dire molto comune, ma questa situazione, pur nella sua banalità, l’ha resa più ricorrente.

I tempi sono cambiati, lo zolfo non si estrae più, ma esso fu per quasi due secoli un momento fortunato per l’economia della nostra terra, ma nello stesso tempo altamente tragico per quanti vi lasciarono la vita o gli arti.

Spero di poter tornare sull’argomento e in special modo alla drammaticità dei tempi e delle situazioni.

Auspico ancora che gli eventi sempre più minacciosi in atto in molti paesi del mondo non facciano precipitare eventi che conducano alle atrocità di una sempre più temuta Terza Guerra Mondiale, sicuramente più terribile assai di quanto abbiamo potuto subire settant’anni fa. 

Ritornando al citato zio Peppino, che rappresentava Gesù Bambino nella Tavolata, egli ebbe la fortuna di non conoscere la durezza della pirrera, ma l’atrocità della guerra sì; per colpa di questa concluse la sua trentennale esistenza, assieme a tutti gli altri a bordo, mitragliato senza pietà alcuna sull’ ambulanza, con tanta di Croce Rossa dipinta sul tetto, diretta urgentemente all’ospedale militare, dove non arrivò mai.
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(1) È noto il detto: Panza mi’ fatti visazza! Esso in genere viene pronunciato nel momento in cui si ha l’acquolina in bocca innanzi a una tavola riccamente imbandita o quando si hanno a disposizione stuzzicanti leccornie in abbondanza, in una situazione speciale spesso irrepetibile.

giovedì 7 agosto 2014

I deliranti dolori d’a gnura Gàita

                  
Quando ero molto piccolo e abitavo al n. 2 della via Notarianni, ogni tanto si spargeva la voce che c’era in giro a gnura Gàita che, scatenata sulla strada, gridava da ossessa e costituiva un grande pericolo, specialmente per i bambini e i più deboli.
La poverina abitava a circa duecento metri da casa mia; la vedevo talvolta vagare disperatamente a non molta distanza da me e scorgevo mamme, compresa la mia, che richiamavano in casa i figlioli.
Ero troppo piccolo al punto di non poter intendere parole non comuni come “camicia di forza” e “manicomio”, di cui sentivo ripetutamente parlare, ma intuivo che si trattava di significati non apprezzabili.
L’antico ricordo della mia infanzia oggi s’integra con la lettura di un passo dello scritto di Pino D’Alù che, con i suoi tredici anni in più dei miei, ha potuto inquadrare meglio il tragico squilibrio della mente di quella poveretta.
Essa fu una vittima indiretta di quella Prima Guerra Mondiale che causò la morte prematura di 600.000 italiani e di molti ancora delle diverse altre nazionalità coinvolte in essa.
La povera gnura Gàita, pur rimanendo in vita, fu ugualmente un’altra vittima, fuori dalla conta sol perché tangibilmente non deceduta.
Aveva appena sposato l’amato uomo, quando questi subito dopo fu chiamato alle armi in quella stessa guerra. La giovane moglie, lasciata incinta, divenne madre, ma non poté mai più rivedere l’adorato marito, né lo stesso poté mai abbracciare la figliola, frutto del loro brevissimo amore.
Poverina ne aspettava il ritorno quando le giunse invece lo struggente annuncio, comunicato senza che sia stato messo in pratica il minimo di tatto e d’umana sensibilità, che il consorte era perito in guerra.
La devastante formale notifica mise ancor più in corto circuito il sistema nervoso della meschina che da quel momento non fu più la stessa per il resto della sua esistenza.
A gnura Gàita era pure la nonna di Fifuzzu Lentini che, come me, è ritratto nel gruppo della foto, che ho pubblicato più volte su internet, come ricordo della Prima Comunione dei ragazzi del 1941della nostra Chiesa Madre.
Le pene per l’infelice matura donna non erano finite. Solo due anni dopo quel mattino di maggio, fulgido di gioia religiosa, la Sicilia fu invasa dalle truppe anglo-americane. A Villarosa le truppe occupanti statunitensi si accamparono nell’ampio spiazzo della futura Villanova, ove oggi sorge la scuola e la retrostante area dove più tardi ancora sarà costruito il cosiddetto Asilo Nido, mai destinato allo scopo prestabilito.
Dei fatti che seguono Pino D’Alù non poteva essere al corrente perché anche lui in quel tempo era prigioniero della Seconda Guerra Mondiale in campi di concentramento sparsi per gli USA.
Erano tempi duri e a molti mancava quasi tutto. Tanti ragazzi, per curiosità e soprattutto per bisogno, andavano a visitare il campo dei militari nemici, che ostentavano un tenore di vita molto più agiato dei già noti nostri soldati, per ottenere principalmente qualcosa da mangiare. La visita non era infruttuosa perché il più delle volte ritornavano a casa con le mani piene di caramelle, qualche scatoletta di carne o altro cibo secco da sgranocchiare. (1) Fra costoro c’era il novenne Fifuzzu, che, da quel luogo per lui tragico, non tornò più a casa con i suoi piedi: si disse, ufficialmente, che era stato colpito a morte al cervello dallo scoppio di una bomba a mano che egli avrebbe rinvenuto e incautamente maneggiato. Io che ero coetaneo e conoscente del povero sciagurato, ero sempre interessato a raccogliere notizie sulla sua triste sorte e qualche tempo dopo appresi dal signor Giuseppe Bongiorno, detto u Cadettu, che la ferita di Fifuzzu non era scaturita da uno squarcio al capo, caratteristico di una scheggia, ma da un piccolo tondo foro tipico di una pallottola. (2)
Lascio immaginare lo scombussolamento riversato in quella casa di provate ricorrenti sventure: la mamma del piccolo già orfana della Prima Guerra, col marito ancora prigioniero per la Seconda, e per di più disperata per la mamma sempre squilibrata a causa degli insistenti dolori che la colpivano.
A tanto ora si aggiungeva l’irreparabile perdita del loro unico tenero bene…
Altra guerra, altra tragedia, altra occasione perché la poveretta, vedova e nonna, non ritrovasse più il senno, fino al termine dei suoi giorni, sempre più annientata nei sentimenti più intimi.
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(1)      Prima dell’invasione nemica nei nostri due Corsi sostavano spesso colonne di autocarri militari e avevo sentito più volte ripetere la nota richiesta: - Milità, ma duna na pagnotta? Non vidi però mai passarne una dalla mano di un nostro soldato a quella di un ragazzino.
(2)      L’ipotesi del colpo sparato da qualche soldato ubriaco non è inverosimile, perché è di quegli stessi giorni l’uguale spacconata d’un soldato di colore che sparò dalla jeep un colpo di fucile che sfiorò per puro miracolo la maestra Jole Gallo, affacciata alla finestra dell’ultimo piano, soprastante più o meno la tabaccheria Cammarata.


venerdì 30 maggio 2014

PRIMAVERA 1941 – PRIMA COMUNIONE DEI MASCHI DELLA PARROCCHIA MATRICE




La foto fu scattata, da un fotografo forse forestiero, 

nella scarpata sud tra S. Calogero e la Colonia, da 

pochi anni costruita. In quel tratto non esisteva 

nessuna costruzione; nella scarpata nord, fino al 

valloncello esisteva un ponte che serviva da sedile 

nelle serate calde d’estate.

Dei ragazzi di cui sconosco il nome lo indico con ?; nome e cognome ?? --- di qualche altro con residenza estera lo indicherò con à; i defunti certi con una crocetta +.
Prima fila da sinistra:  ? Campo; ? Restivo, rientrato dall’estero; ? Russo; ?Pepe +; Michele Palmeri, residente; Giuseppe Distefano di Angelo residente; ? Richiuso + in Venezuela; ??; Minicuzzu Torregrossa à; lo scrivente Tino Corbo; Enzo Gurrieri àa Firenze.
Seconda fila sempre da sinistra: ? Lupo; ?? ; ? Laquatra; prof. Giuseppe Magnifico; ? Riggio; dir. Giuseppe Russo àNapoli; ? Capizzi;    ?? ;    ?? ; davanti a suor Teresa: ? Cagnina.
Terza Fila da sin.: ? Scavuzzo; ? ; ??  ; Nicola Barbagallo; ? Zabara ; ? Gennaro ;  ???  ; Vincenzo Sollima à USA; Fifuzzu Lentini, vittima di guerra: due anni dopo, proprio o Cantiri , ufficialmente sarà stroncato dallo scoppio di una bomba a mano, ma secondo alcuni da un colpo di fucile sparato da un soldato statunitense ubbriaco; ? Barberi à a Napoli; sotto di questo ? ?; Ultima fila, da sin.: ? Siciliano; davanti a suor Tommasina ???; a sin. della suora Vicinzu Bognanno, detto Scifuni; ? Di Giugno, ma non sono certo; di dietro ? Malatacca; ?? chiamato u figliu di Caliddu; Peppi Distefano di Pietro; davanti a lui, à?, ma spesso a Villarosa, mi sfugge il cognome: figliu da gnura Tanidda, via Butera; ? mi pare Montagna à(ma non sono certo); col ciuffo ??; ? Barberi à; Michele Anzalone à  + a Torino.


giovedì 15 maggio 2014

Pino D'Alù, un cervello ancora giovane a 92 anni compiuti





                                   Il giovane di questa foto è il nostro concittadino Pino D’Alù come io lo conobbi alla fine della guerra, quando  passò qualche anno nel suo paese, Villarosa,  dove viveva la sua famiglia.

                    Per chi, della mia generazione, leggesse questo post preciso che Pino è figlio di don Turiddu D’Alù, ferroviere in pensione e vecchietto gioviale.

                      Per quanti invece sono più giovani informo che don Pino è fratello della mamma di Maurizio Randazzo e del compianto Giancarlo.

                  Di lui si ricordano bene anche mature persone di qualche anno più giovani di me: Pino D’Alù non era il tipo che potesse passare inosservato neppure agli occhi dei ragazzini, per il fisico impeccabile e per l’austera sobrietà.

                    Qualche tempo dopo, don Pino lasciò Villarosa. Io lo credevo all’estero come tanti altri, ma non lo rividi più, nemmeno quando di tanto in tanto tornava al suo caro paese, dai suoi.

                   Di don Turiddu D’Alù ne ho già parlato, nel post della ” Porta panoramica di San Calò”, a proposito dello scherzo di sfida di “Chilònia” che io, bambino puntiglioso della dizione esatta, correggevo caparbiamente in “Colonia”.

                   Qualche mese fa su facebook incontrai il nome di tale Pino Profeta, originario di Villarosa e residente a Torino, che aveva per amico, sempre su facebook, qualche villarosano residente. Ne dedussi che si doveva trattare di un paesano e mi ricordai di un omonimo ragazzo più giovane di me che avevo perso di vista da gran tempo. Mi presentai a lui in facebook e subito mi rispose che era proprio la persona cui alludevo e che di me conservava un bel ricordo.

                     Fu lui a farmi presente che a Torino viveva un nostro “vecchio” concittadino di brillante memoria che aveva scritto cinque anni fa un libro “Incontri con le ombre”. Quando Pino Profeta mi mandò via e-mail la copia del libro, in documento pdf, ebbi piena conferma della vecchia conoscenza che ammiravo, vedendo  la foto ivi contenuta.

                   Quando gli anni avanzano, don Pino capisce che non potrà tornare più a Villarosa. Così la visita al paesello la realizza soltanto per immaginazione, fingendo di percorrerne le vie, ben salde nella memoria, in compagnia di Maurizio.

                  Le descrizioni dei luoghi e delle persone scomparse negli ultimi 80 anni sono precise. Io ho pensato a degli appunti fissati su carta nel tempo, ma quando più di un mese fa, mi chiamò a telefono scoprii, nella lunghissima conversazione che il cervello dell’ultra novantenne era intatto: le verifiche con i miei ricordi e con quello che avevo sentito e scritto nel tempo erano inappuntabili. Gli dissi che, quand'ero ragazzo lo ammiravo molto e mi permisi di chiedergli se lui si ricordasse di me. Mi rispose che si rammentava perfettamente e mi citò un solo particolare, che nessuno gli avrebbe potuto suggerire, perché era pertinente alla mia persona: mi parlò del mio neo che portavo sulla guancia sinistra fin dalla nascita. Oggi il tempo, con le tante macchie che mi ha appioppato in viso, ha confuso il vecchio neo nativo, che intanto è rimasto indelebile solamente nella mente del giovane d’allora, col quale non ci vediamo da quasi sessantacinque anni.

              Signor Pino, lei che è così impeccabile nella memoria storica paesana, perché non crea un blog o, se non vuole impegnarsi a tanto, o pubblica qualcosa nel blog da me iniziato e aperto a tutti quelli che vi vogliono scrivere, per lasciar tracce d’antico ricordo alle future generazioni, comprese quelle sparse per il mondo che tengono tanto a curare le radici antiche di “Bellarrosa” di Sicilia?

            Questo è lo scopo del mio scrivere e ad esso io invito i villarosani veri, di dentro e di fuori.


lunedì 7 aprile 2014

L’AMORE NON È BRODO DI CECI


              Quando vediamo disfarsi tanti matrimoni spesso si desidera fortemente che essi non siano stati mai celebrati, ma ci sono amori intensi che non arrivano all’altare e nel tempo creano vuoti incolmabili anche nella futura esistenza.

               Spesso mi affiora nella memoria la storia bellissima dei due innamoratissimi giovani che verso la fine degli anni quaranta e nei primi del decennio successivo vivevano un rapporto sentimentale che loro credevano furtivo, ma solamente per modo di dire perché esso era noto a “Ciccu e u pupulu”.  

          Quelli erano tempi difficili per l’amore, specialmente per quello vero e puro, che si esternava con sguardi furtivi, col passare e ripassare sotto la finestra della bella, col seguirla alla Messa domenicale o standole dietro a opportuna distanza nella passeggiata festiva: tutti gesti silenziosi che si ritenevano invisibili, ma erano altamente comunicativi. Insomma prima che il rapporto si consolidasse, con una lettera fatta arrivare a destinazione nei modi più accortamente escogitati, tutto il paese era a conoscenza della novità. Non per niente esiste da noi il proverbio: “Amuri, prinizza e dinari, su tri cosi ca nun si punu ammucciari”.

              Brunella e Gabriele, così li chiamo per rispettare la privacy di ciascuno, appartenevano a due modeste famiglie borghesi. I genitori d’entrambi lasciavano liberi nella scelta i ragazzi; ugualmente la pubblica opinione reputava armoniosa la futura completa unione, anche se, come sempre accade, le immancabili malelingue ci mettevano il consueto pizzico di veleno, come su ogni umana circostanza.

             La cerchia d’amici cui apparteneva Gabriele era vasta e coesa. Io ero più giovane rispetto a loro e quindi non ne facevo parte, ma li ammiravo tanto.

        Per anni il rapporto continuò senza mai ufficializzarsi, forse perché, per le difficoltà dei tempi, Gabriele attendeva un’opportunità di lavoro che gli consentisse di mantenere la futura famiglia.

              A un certo momento tra la gioventù del paese s’inserì un bel giovane, proveniente da una città della Penisola, che era fratello della moglie forestiera di un nostro facoltoso concittadino.
Benedetto, chiamiamolo così, fu accolto nei vari gruppi giovanili con tutte le premure che noi notoriamente siamo soliti offrire ai forestieri.
Bisogna ammettere però che il giovanotto si mostrava da vero signore e meritava ogni attenzione, che egli ricambiava con serena riconoscenza.

                   Una mattina deflagrò, come bomba, per il paese la notizia che il pluriennale fidanzamento tra Gabriele e Brunella si era spezzato e che quest’ultima si era promessa come sposa a Benedetto.
Lascio immaginare i commenti che si espressero a tutti i livelli della popolazione, ma nessuno ovviamente era in grado di ravvisare i dettagli intimi di una scelta tanto discutibile.
La novella copia convolò a nozze e si stabilì nella lontana città dello sposo.

             Quel rapporto durato lunghi anni amareggiò tanto la gioventù villarosana e la massima comprensione fu orientata alla, pur non palesata, amarezza del giovane umiliato.
Passarono alcuni mesi e Gabriele trovò una stabile occupazione fuori Villarosa.

                   Erano passati pochi anni dal periodo di tutte le amarezze alle quali intervennero con spirito di umana partecipazione buona parte della cittadinanza, quando Villarosa approvò con sincero favore il fidanzamento ufficiale di Gabriele con Giusy, una seria e più giovane ragazza di una famiglia locale.

              La nuova coppia di sposi andò a vivere, per motivi di lavoro, in una città siciliana.

                  
          Gli anni scorrevano e le due famiglie in questione erano state allietate da diverse nascite, quando a Villarosa, come fulmine a ciel sereno, si venne a sapere che Benedetto era mancato all’affetto di tutti i suoi cari.

     La notizia sconvolse i parenti e buona parte dell’opinione pubblica. Di certo non mancarono i soliti sapientoni che vedevano, in un fatto naturale come il trapasso ad altra vita, un segno di castigo del destino inesorabile.

              Passarono altri anni ancora e si aggiunse alle già tanto discusse vicende quella della prematura dipartita di Giusy.


                 Questa volta le interpretazioni sulla fatalità incombente sugli esseri umani uscirono dai naturali binari ed entrarono in commenti e soluzioni che sfiorarono persino la meschinità.

                 La più ovvia e la meno infelice delle ipotesi era quella che auspicavano, finalmente, il ritorno all’antico amore, imposto, secondo loro, indiscutibilmente dal destino.

             I più assennati capirono che tal eventualità era, almeno al momento, inopportuna.

            Passò più di un anno dall’ultimo funesto evento, quando due degli amici di sempre furono riconosciuti dagli altri, i più idonei a cimentarsi su quel delicato argomento.

            L’occasione non mancò di certo e quando uno dei due con garbo riprese discorsi antichi, prima ancora che fosse entrato nel cuore della specifica confidenziale proposta, Gabriele, che aveva intuito dove andava a parare quel dire, accennò un triste sorriso e troncò la pur lodevole proposta non ancora proferita, precisando:

            - L’amuri nunn’è brudu di cìciri, speci quannu d’assà timpu jè mucàtu.

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Di Cateno Corbo pare che al momento ne esista uno solo