sabato 25 settembre 2010

L’ANTICA FESTA DI SANT’ANNA E IL RILIEVO DI QUESTA IN VILLAROSA

Non ero ancor nato quando in Villarosa si svolgeva la prima domenica di settembre di ogni anno la festa campestre in onore di Sant'Anna.
Questa Santa era nell'anima della nostra antica comunità. Della chiesetta dedicata esiste ancora il rudere, mentre, pur mostrando i suoi secoli, resta maestosamente in piedi il Palazzo di Sant'Anna.
  I Notarbartolo fecero il primo passo dalla borghesia alla nobiltà con uno dei capostipiti che acquisì il titolo di Barone di Sant'Anna.
La nostra futura cittadina doveva nascere in quel luogo, ma poi i Notarbartolo si orientarono verso l'attuale sito per una serie di motivi molto validi:
1) Per ottenere la "licentia populandi" dovevano dimostrare che esisteva un antico abitato; nell’attuale sede era esistito il casale San Giacomo di Bombunetto, pare distrutto dal terremoto del 1693;
2) Qui esistevano pozzi di acqua che se pur salmastra era sempre qualcosa. La piccola sorgente che ancora esiste in una delle grotte della contrada Stanzie era insufficiente per un’intera comunità, sia pur piccola;
 3) Di qui passava l'antica regia trazzera, che pur con la cronica impraticabilità, offriva almeno una più precisa collocazione geografica.
Ho fatto questa digressione per evidenziare lo stretto legame che esisteva tra il nostro paese qui ubicato e la località dove sarebbe dovuto nascere.
  Sentivo parlare da bambino con grande nostalgia di quella festa campestre che nella mia infanzia non si celebrava più, senz'altro a seguito del crollo del luogo di culto. 

Si parlava di masse di popolo che a piedi si portavano a quella chiesetta e nello stazzo antistante c’era chi costruiva capanni per ripararsi di giorno dal sole e nella notte da occhi indiscreti, perché la festa a quanto pare arrivava a trasformarsi quasi in un baccanale.
 Si poteva paragonare in certo senso ad un Carnevale estivo dove anche il povero “si sparava” i risparmi accumulati da mesi per quel giorno tanto atteso.
La baldoria carnascialesca era prodotta con i più svariati strumenti popolari come zufoli, trombette e tamburi ed ogni altro corpo che producesse rumori; con l’aggiunta in finale di spari di mortaretti e giochi d’artificio.
 Nel pomeriggio le manifestazioni erano innumerevoli: corse di cavalli, di muli ed ed infine di asini; corse coi sacchi, l’albero della cuccagna, il gioco bendato a colpire pignatte di coccio piene di un raro premio per lo più salsiccia o poteva capitare di vedersi scaricare addosso acqua o cenere, scatenando le risate del popolo divertito. Il tutto  faceva passare in secondo piano i canti, le preghiere e le lodi alla Madre della Madonna.
Era negli eccessi per lo più la festa degli zolfatai, amanti della linfa di Bacco e, dal momento che vivevano costantemente a fianco della morte, erano più portati ad una religione percepita paganamente.
A parte la festa, sant’Anna era sempre presente nella mente dei Villarosani, che stupiti si chiedevano: - Come mai la festa di una Santa così importante non è comandata?
Il popolo quando non trovava una giustificazione ad un fatto, se la creava con la fantasia: la Madonna era adirata con sua madre perchè non si sarebbe doluta  abbastanza della tragica morte di Gesù. Così la tradizione locale, rendendo umani nei difetti più comuni persino i Santi, spiega la mancata festa comandata come una maledizione della Madonna nei riguardi della madre Anna, coniando il seguente detto:
 - Cu nun cridi a la ma dulì, a so festa cumannata nun si’!
Tale detto l'ho sentito da ragazzo, fuori dal contesto religioso, in bocca a donne mature, quasi come una maledizione, quando non si sentivano comprese nella loro sofferenza dalle persone a loro più vicine.
Aggiungo un altro esempio di ingenuità popolare che a me giovane suonava alquanto strana. Dell’ antica trasposizione scenica popolare sulla morte e passione di Gesù, “A Casazza”, che però io non ebbi modo di seguire, sentivo citare una "strana" battuta: durante l’ascesa al Calvario di Cristo sopraffatto dalla pesante croce, un personaggio minore del dramma rappresentato chiedeva ad un altro astante informazione sull’identità del condannato, la risposta era che si trattava “di lu figliu di la figlia di Sant’Anna”.
Per il popolo Anna era santa addirittura prima che sorgesse il Cristianesimo!

martedì 21 settembre 2010

CENNI SUL MONDO SOCIALE ANTERIORE AGLI ANNI ‘50

I segni più vistosi d'una certa distinzione sociale ai tempi della mia infanzia e prima giovinezza erano i copricapo, "cuppuli e cappedda", che però non erano obbligati come una divisa. 
Decenni prima era stato comune un copricapo di panno dalla forma cilindrica coperto in alto e senza fondo in basso per consentirgli di adagiarsi sulla testa, era “a scuzzitta”[Il berretto tipico di Giuseppe Garibaldi, anche se non di origine siciliano, si può considerare una "scuzzitta"] . Il colore della stoffa era scuro ma poco identificabile perché quei pochi che sono riuscito da ragazzo a vedere sul capo di qualche vecchietto erano molto unti per la scarsa igiene praticata in quel tempo. Oggi per sciccheria la porta qualche uomo di cultura legato alle tradizioni della nostra terra. Ricordo che alla celebrazione del Centenario della nascita di Vincenzo De Simone fu invitato il poeta Ignazio Buttitta, grande estimatore ed amico del Nostro. L’ospite si presentò al Cinema Italia dove si svolse la celebrazione con una “scuzzitta” di colore blu tradizionale con dei ricami in filo dorato. Qualche anno più tardi rividi un simile copricapo rosso e fregiato dei soliti ricami dorati indossato da un antiquario di Taormina, amante della cultura e amico di personalità del gotha internazionale e, per citare la più ragguardevole per arte e notorietà, dell’attrice Greta Garbo.
Fino a un decennio dopo la fine dell’ultima guerra, era impensabile che un operaio o un contadino, sia pur benestante, portasse il cappello. Di festa invece qualche artigiano l’indossava.
A tal proposito ho un ricordo indelebile. Era il 1946: prime elezioni amministrative. A Villarosa erano in lizza due liste: quella della Democrazia Cristiana e quella civica con emblema “il Leone” capeggiata da un ex sindaco del periodo prefascista, don Peppino Profeta, a cui s'erano unite le sinistre.
Mio padre fu indotto a candidarsi, non chiese il voto a nessuno, non tanto per superbia ma per il principio della libertà del voto: fu eletto ugualmente e con molti suffragi. Io dodicenne seguivo le manifestazioni democratiche che per me, e non solo, erano assolute novità.
Vinse la lista popolare e subito a scrutinio completato spontaneamente si formò un immenso e composto corteo che fece il giro del paese lungo il tragitto delle processioni.
Mi colpì la frase di un signore che rivolgendosi a mio padre disse: - Nun cc'è mancu un cappiddu!
Io curioso salii su degli scalini d’una casa della via Milano e appurai l'affermazione appena sentita.
Altra distinzione sociale, a parte certe professioni particolari, dottore, professore o avvocato, era il modo di nominare le persone: Don e Donna, Mastru e Gnura. Artigiani, commercianti, impiegati e rispettive mogli erano chiamati col Don e Donna, il resto della popolazione con mastru e gnura.
C'era pure una zona intermedia fra il Don e il Mastro, che si risolveva con “zzi”
, appellativi confidenziali che non presupponevano l'esistenza di parentela: zzi Pe', zzi Turì, zzi Marì, zzi Minichì....
Sconfinare da queste regole comportava biasimo ed ironia.
Ricordo che c'era una donna che proclamava, in italiano: - Io sono la signora Alessi...
Ma la si compativa come persona un po' stramba...
Fino agli anni '60 i contadini, anche i più facoltosi, d'inverno usavano “ a scappulara”, scapolare, una specie di mantello di stoffa pesante di color blu con cappuccio. Gli altri che si volevano distinguere dal popolo minuto usavano “u palittò”, il cappotto. I più poveri s'arrangiavano come potevano...
In tempi più antichi, professionisti e galantuomini, portavano un elegante mantello con borchia dorata a chiusura alla base del collo, u firriulu.
Come si evince c'era una scala sociale variegata che ciascuno rispettava per timore d'essere preso in giro, ma non c'era un obbligo legale: era solamente una convenzione tacitamente rispettata.
In fondo era il reddito che creava il discrimine. In ogni categoria c'era anche una scala di  valori a seconda  delle capacità professionali o dal modo di proporsi al prossimo.
I vari mondi sociali erano poco permeabili, ma si poteva passare dall'uno all'altro nel corso delle generazioni. Importante era la considerazione morale della famiglia, ma il reddito e il potere erano più attraenti, come oggi del resto.
Della scala agricola l'ultimo era, ed è ancora, “u jurnataru”; di quella zolfifera “ u panuttaru”, quello che impastava le polveri inerti miste a scagliette di zolfo che asciugate venivano infornate per trarne un minimo di zolfo liquido. I “panutti” sbriciolati concorrevano a formare “u ginisi”, lo scarto inerte che rimane dalla combustione e liquefazione dello zolfo; esso era un ottimo materiale idrorepellente molto adatto per costruire stradelle.
A proposito “do ginisi” sono ancora visibili sullo sfondo del corso Regina Margherita verso nord dei grandissimi coni di deiezione di color rosa formati da tali rosticci. Oggi hanno perso il color vivo che ancora tengo negli occhi della mente e sono solcati dall’erosione delle piogge nei numerosi decenni.
Sempre a proposito del suolo villarosano tutta la zona ai piedi del monte Respica, a destra dell’ “Ariazza”, appare come un paesaggio lunare, cumuli irregolari e buche sempre di color rosa per via dei rosticci, essi sono “i ginisara” di Verona: così comunemente è chiamata la zona. Da ragazzo mi chiedevo che cosa c’entrasse la città veneta col nostro paese, ma nessuno mi sapeva dare una risposta. Col tempo ho scoperto che Verona era il cognome d’una facoltosa famiglia palermitana di industriali dello zolfo e padroni di miniere nella zona.
Mi compiaccio di citare questi particolari che se non fissati nella forma scritta sono condannati ad inesorabile dimenticanza, come ad esempio l’origine del nome Respica.
Da ragazzino quando a qualcuno si chiedeva che scuola avesse frequentato, questi con un risatella rispondeva: - U quartu ginisaru di Verona!
Io confondevo la parola “ginisaru” con ginnasio, ma i conti non quadravano perché l’interpellato non corrispondeva ai canoni dello studente.
Teoricamente la scuola era aperta  a tutti, nella sostanza ad una striminzita minoranza. Un solo esempio potrà dare un'idea approssimativa. Nella mia prima classe, anno scolastico 1940-41, gli iscritti eravamo 56 [ho la fotocopia del registro]. Non  tutti però i nati del 1934 [si tenga presente che allora al nostro Comune mancavano poche decine di abitanti per arrivare ai 12.000] varcarono quel primo ottobre il portone del novello palazzo scolastico Silvio Pellico”, almeno altrettanti erano per le strade del paese o in campagna. Dei miei 56 compagni originari, quelli che arrivammo in quinta si potevano contare si e no sulle dita d'una mano, gli altri dieci erano i reduci dalle altre prime e poi s’era aggiunto qualche ripetente. Restavano inesorabilmente fuori della scuola i poveri che non possedevano un paio di scarpe.
Fra le gallerie di foto del sito villarosani.it ce n'è una di gruppo dove la metà dei ritratti seduti a terra mostrano con assoluta naturalezza i piedi nudi. La foto mi pare degli anni '50, lascio immaginare quanti piedi scalzi nei decenni precedenti.
Non si finirebbe mai di raccontare aspetti di un tempo che si spera che non torni mai più: voglio lasciare spazio a qualche concittadino di aggiungere particolari nuovi o correggere i miei.

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