domenica 21 marzo 2010

COME DONNA CLOTILDE SALVÒ IL SUO MATRIMONIO - Parte I


PARTE PRIMA

Ricordo che già frequentavo le prime classi della scuola media.
Si festeggiava a casa mia un compleanno; i più grandi, seduti a un angolo della stanza, commentavano un fatto accaduto di fresco in paese. Lo facevano con cautela in modo che io, intento a leggere un album di Topolino, non capissi. In effetti non riuscii a captare nulla.
Quando però zio Peppino, per una certa analogia con l’avvenimento in discussione, introdusse l’argomento di un antico episodio capitato in paese durante la sua prima giovinezza, che fece molto scalpore, la circospezione venne meno.
Quello che ascoltai sul caso mi colpì fortemente tanto che restò impresso nella mia memoria, compreso il cognome del protagonista maschile, un “galantuomo” villarosano, e il nome della moglie.
La storia che mi accingo a esporre nel tempo si è incrociata con una molto simile, quella di Matirda raccontata da Vincenzo De Simone nel suo bellissimo libro di “Bellarrosa: Uomo Serio!”. Notai subito che c’era una forte corrispondenza tra il fatto raccontato da zio Peppino e quello esposto nel libro.
Bella e affascinante la vicenda di Matirda, nella cui novella si leggono bellissime descrizioni dei tempi più antichi; il contrasto di mentalità e religiosità fra i due mondi sociali, il contadino e quello zolfifero; vi sono citati i luoghi originari, le usanze rigide dei matrimoni secondo il ceto degli sposi, e tante altre interessanti notizie. I protagonisti della storia del De Simone non sono borghesi, sono zolfatai e contadini. I tempi dei due fatti appaiono pressoché contemporanei; ma mi sembra poco probabile che si tratti di due episodi diversi, coevi e simili fino a quasi coincidere.
Curioso per tale coincidenza chiesi notizie sull’episodio di Matirda allo zio Peppino che rispose di non aver mai sentito parlare di tale storia con protagonisti popolari e convalidò il mio ricordo di ragazzino, anzi vi aggiunse tanti nuovi particolari. Il vecchietto mi precisò che per tanti anni seguenti si continuò maliziosamente a parlare della crisi matrimoniale, ben risolta, dei personaggi in vista in paese; che essi erano assai più anziani di lui, ma che ebbe modo di conoscere, anche se solo di vista.
Sono anni che mi chiedo: perché il nostro maggior poeta non ha raccontato i fatti reali?
Solo da quando ho cominciato a raccontare fatti di villarosani, ho sperimentato di persona la difficoltà che avrà avuto il poeta a citare un episodio piccante e poco edificante, con precisi riferimenti a protagonisti “galantuomini”, assai influenti nella comunità cittadina.
Per evitare rogne don Vincenzo ha preferito vestirli, opportunamente, con i modesti panni di zolfatai e contadini.
Con la stessa precauzione indicherò i maggiori protagonisti come don Bartolo e donna Clotilde.
Il lettore ha tre possibilità: se vuole leggere una bella novella scritta da un letterato raffinato, assapori la vicenda di Matirda [il volume si trova nella biblioteca comunale]; se vuole conoscere un fatto borghese ma reale si accosti all’antico ricordo di zio Peppino da me rivisitato; se vuole leggerli entrambi, non farà nessun male né sgarbo ad alcuno.
Bartolo unico rampollo maschile di famiglia benestante crebbe un po’ scapestrato e cerca rogne. Amava il lusso, le belle donne e i viaggi. Era stato a Parigi da turista e ne era rimasto incantato tanto che ne parlava a iosa agli amici che non erano stati più lontano di Palermo. Per questo lo chiamavano il “parigino”.
La famiglia era facoltosa ma viveva sobriamente; il padre curava gli interessi delle sue terre, la madre soprintendeva con cura al lavoro delle serve di casa, le sorelle molto ritirate passavano le giornate fra ricamo e Chiesa.
La seducente vita di Bartolo qualche volta riservava qualche triste sviluppo quando ad esempio lasciava a rotta di collo il paese o altre volte era costretto a rimanere a letto o in poltrona per “una caduta per le scale di casa”. Gli amici, e non i soli, traducevano che qualche padre o fratello di una sua conquista o di una destinataria di un tentato malaccorto approccio “cci aviva ammaccatu u ippuni”.
La famiglia tutta temeva il peggio e non faceva sonni tranquilli. A queste paure si aggiungeva il fattore economico; non c’erano soldi che bastassero al “parigino”, così quando non aveva la faccia di andare a bussare al portafoglio di papà o la madre che lo foraggiava sottobanco gli allargava le braccia, firmava cambiali. Tante volte il povero padre, vergognandosi di tale figlio, ne aveva onorate le firme.
Tutti convenivano nell’idea che per lui ci voleva una brava moglie che lo tenesse più vicino al focolare domestico piuttosto che nei luoghi equivoci del lupanare e che lo facesse smettere di andare per tetti come gatto in amore.
Tutto il parentado di Villarosa e di fuori fu informato del loro assillante problema e si chiedeva loro di “ammiari” non solo un buon partito di pari ceto sociale ed economico, ma una donna di polso e intelligente che fosse in grado di tenere vicino a lei lo sposo, allontanandolo dalle indecorose abitudini di gioventù.
La proposta più possibile fu quella degli zii di Castrogiovanni che vedevano nella giovane Clotilde, appartenente a una facoltosa famiglia locale, la donna adatta a tenere a bada uno sfrenato come Bartolo.
Le pari condizioni socio-economiche delle due famiglie favorirono l’intesa, che trovò consenzienti anche i due giovani.
Sia all’uno che all’altra non mancavano doti fisiche attraenti. Quelle di Bartolo erano sperimentate, considerato il successo che aveva avuto con le donne; Clotilde era d’una bellezza tipica della città d’origine, di carnagione chiara, occhi castani, capelli tendenti leggermente al rosso, altezza tale da “stare a spalla” al promesso sposo.
All’aria sbarazzina di Bartolo si contrapponevano la posatezza e lo sguardo vivo della fidanzata. Clotilde aveva avuto precisi ragguagli sulla circostanza che il promesso sposo non aveva rigato dritto in gioventù, ma non si perdette d’animo: si sentiva certa di poter controllare ogni situazione critica.
Ciascuno dei due ebbe come dote dalle rispettive famiglie un ottimo patrimonio, in terre fertili, case e moneta contante: la dote di Bartolo era superiore a quella delle sorelle, messe insieme; eccellente anche quella di Clotilde perché i suoi genitori non avevano avuto la benedizione di un figlio maschio che perpetuasse il cognome di famiglia.
Il matrimonio si celebrò sfarzosamente a Castrogiovanni e fu un avvenimento non comune per quella città; l’eco che ebbe a Villarosa fu strabiliante: tutto il paese fremeva di vedere a passeggio la coppia di cui tanto si favoleggiava.
I villarosani dovettero aspettare un bel po’ perché gli sposi partirono subito per il viaggio di nozze che li portò per le più belle città d’Italia e d’Europa, ovviamente con una più lunga sosta a Parigi.
Al rientro gli sposi furono avari di mostrarsi in pubblico, ma non potevano sottrarsi allo sguardo dei cittadini la domenica all’uscita dalla Chiesa dopo la Santa Messa. I commenti dei villarosani furono benevoli nei riguardi di donna Clotilde che col portamento signorile e maestoso sbalordì i semplici paesani. Il commento dei più maliziosi fu orientato verso Bartolo che per la prima volta si vedeva uscire dalla chiesa, lui che frequentava di solito luoghi innominabili. Qualcuno scommetteva che quell’idilliaco quadretto sarebbe durato qualche mese, altri erano certi che con una donna tanto bella quel rompicollo avrebbe messo la testa a posto.
Le famiglie degli sposi di mese in mese aspettavano il gioioso annuncio di “nova rreda”. Passavano i mesi e non succedeva niente.
Al Circolo dei Civili Bartolo non si vide per più di un mese; poi cominciò a frequentare ma si accostava poco ai tavoli da gioco.
A casa la notte rientrava tardi e giustificava tali orari inconsueti per un novello sposo con le lunghe e accese discussioni con gli amici al Circolo, d’inverno attorno alla stufa, d’estate fra le frescure del giardino del Circolo. [Il ritrovo dei Civili in quel tempo sorgeva dove oggi c’è il Municipio; negli anni ’30 il Circolo fu requisito, abbattuto e sull’area fu costruita la Casa del Fascio, che nel ’43, con la caduta del Fascismo, divenne il Municipio della Città; l’annesso giardino iniziava a ridosso del fabbricato e si estendeva dall’odierna Piazza Umberto I, all’area del plesso scolastico “Silvio Pellico” e fino alla piazza “Vittorio Veneto” dov’è sistemato il busto di Vincenzo De Simone].
Don Bartolo giustificava la sua freddezza sessuale col fatto che trovava la moglie addormentata. In effetti la poverina fingeva di dormire.
[continua]

COME DONNA CLOTILDE SALVO' IL SUO MATRIMONIO - Parte II

PARTE SECONDA

Donna Clotilde dalla gente comune era considerata felice perché ricca e rispettata da tutti. Non tutti conoscevano il suo dramma. I suoceri quasi le attribuivano la colpa di non saper dare loro un nipotino; la credevano sterile poiché il figlio era maschio riconosciuto per via dei suoi trascorsi di don Giovanni.
La sventurata moglie intuiva che il trattenersi al circolo era una scusa e che la sua freddezza sessuale era dovuta a sfoghi fuori di casa. Avrebbe voluto fare una pazzia: uscire da casa di notte per andare a cercare il marito al circolo e controllare la veridicità della sua affermazione; capiva bene però che tanto sarebbe stata una pura pazzia, perché gesto molto sconveniente per una signora perbene.
Guardava dal balcone di casa sua la torre di Federico, che al tempo era l’unica costruzione che troneggiava sull’acrocoro della sua città natale, e bagnava le rosee gote di calde lacrime. Vedeva stormi di rondini svolazzanti davanti ai suoi occhi che quasi volessero farle dispetto col fatto che esse potevano raggiungere Castrogiovanni e lei no. Nella città sulla montagna che le appariva di fronte c’erano gli affetti più cari, avrebbe voluto raggiungerli volando per confidarsi con loro, per chiedere consiglio, per dare sfogo alla rabbia che teneva in corpo e poi piangere, piangere e piangere ancora.
In paese non si parlava d’altro se non dell’infedeltà di don Bartolo che aveva ripreso l’antica vita. Le donne che si davano a lui non erano innamorate; quando lo erano, sapendolo ricco, pretendevano splendidi doni.
La frequenza della casa di Mariannina era molto più costosa della semplice avventuretta con donnette facili, perché le femmine che questa gli procurava erano bellissime e raffinate cittadine che non si accontentavano del normale costo d’una marchetta.
Aveva esaurito le sue riserve in denaro e già aveva venduto di nascosto presso un notaio di Caltanissetta alcuni poderi. La povera martire non sapeva niente di tutto ciò; solo i genitori e le sorelle di Bartolo erano preoccupati e si chiedevano quanto le potesse costare questa vita dissipata e a qual punto fosse scemata la dote in denaro. Finalmente i genitori si resero conto che la mancanza di eredi molto probabilmente era dovuta all’esistenza dissoluta del loro rampollo.
Si tennero più vicine alla povera Clotilde; la riempivano di doni e attenzioni; la portavano con loro a ogni avvenimento mondano o a visite a signore del loro rango.
Questo diverso atteggiamento da un canto dava qualche conforto alla sfortunata moglie, dall’altro tradiva la conferma indiretta dell’infedeltà del marito.
Una notte prossima al Natale donna Clotilde aveva finito di recitare l’ultima posta di rosario e si accingeva a mettersi a letto quando trasalì al rumore di colpi violenti battuti al portone di casa. Rimase immobile col respiro in sospensione e col cuore che seguiva il ritmo degli scossoni all’uscio; poiché il fracasso non scemava, si sentì obbligata a vedere di cosa si trattasse; si fece coraggio e si sporse al balcone per vedere cosa succedeva giù. Alla luce flebile del lampione ad olio vide ombre di più persone che si agitavano, ma non riuscì a decifrare altro. Rimase immobile incerta sul da fare, quando sentì la voce lamentosa del marito che la informava d’esser caduto facendosi male. Scese giù quasi a precipizio con la paura d’inciampare e creare altri seri problemi per via del lume a petrolio acceso; giunta in basso aprì il portone e vide il marito su una sedia sostenuto da due prestanti giovani; altre persone che seguivano il terzetto entrarono e tolsero la stanga all’altra anta del portone, fecero togliere di mezzo donna Clotilde e consentirono che l’infortunato, sempre sulla sedia sorretta, giungesse alla sua stanza da letto. Intanto sopraggiunse il medico di famiglia che era stato informato da uno dei volenterosi soccorritori.
Il dottor Federici diagnosticò una frattura ad ambedue le gambe; lo fece adagiare sul letto, dove avrebbe passato la notte alla meglio; il mattino seguente avrebbe proceduto alle ingessature.
Andati via medico e soccorritori la povera Clotilde cominciò a fare tutte le domande che di solito si fanno in questi casi; l’infortunato lamentandosi sempre tagliava corto nelle risposte.
La notte passò come Dio vuole. La mattina presto il dottore completò le due ingessature, stimando una convalescenza di non meno di quaranta giorni.
L’infortunio di don Bartolo suscitò tanto scalpore da far scatenare in paese la ridda delle più varie ipotesi, ma tutte convergenti su un fatto: il luogo dell’incidente parlava chiaro: era avvenuto in una strada (l’odierna via De Simone) nella quale il “parigino” non c’era motivo che si trovasse e dove abitava un’sua antica amante che da qualche mese era convolata a nozze con un forestiero in servizio presso un’azienda agricola locale. Le interpretazioni erano numerose, due le principali: una che all’arrivo improvviso dello sposo don Bartolo si sia buttato dal balconcino, l’altra che sarebbe stata scaraventato fuori dal marito inferocito.
Tutti i testimoni convergevano su dei punti incontestabili: alle grida di dolore e alle richieste di soccorso tutte le porte si aprirono, tranne una.
Molti vicini, passanti e i soliti nottambuli della vicina piazza richiamati dalle grida del malcapitato e dal vocio dei primi soccorritori, si misero a disposizione.
Vicini curiosi si misero di nascosto alla posta per verificare la presenza o meno di qualcuno nella casa la cui porta era rimasta sbarrata. Prima dell’alba scorsero i due sposi che quatti quatti salivano ambedue sul cavallo e andavano via.
A Natale le due famiglie si trovarono insieme e per la prima volta Bartolo, come già per antica tradizione, non onorò il tavolo da gioco del circolo.
L’infortunio era stato doloroso per tutti, in particolare per i parenti villarosani che avevano raccolto dalla piazza, dai circoli, dalle botteghe tutte le dicerie, in compenso, però erano tutti uniti e fu la più bella festa degli ultimi anni.
Quando gli sposi erano soli in casa nell’aria c’era una serena armonia; ogni tanto don Bartolo perdeva la pazienza e cominciava a “santiari”. La moglie si faceva un segno di croce e biascicava preghiere per esorcizzare le parole blasfeme di quello screditato. I rapporti intimi erano difficoltosi ma frequenti come non mai. La poveretta era dispiaciuta per l’incidente ma in cor suo pregava Iddio che quel mo-mento magico durasse anche dopo la convalescenza: donna Clotilde, malgrado avesse subito le più gravi umiliazioni era sempre innamoratissima di quell’ingrato.
Quando don Bartolo prese l’aria i primi giorni furono normali per via del bastone con cui s’aiutava. Appena però si resse bene sulle sue gambe ritornò a essere il vizioso di prima.
Un pomeriggio donna Clotilde aspettava le cognate per andare a far visita a una parente; l’abito per l’occasione era pronto sul letto; lei si stava rifacendo un leggero trucco, quando, tornando da fuori, entrò il marito. Questi si soffermò nella stanza e chiese con arroganza:
- Che cosa vuol dire questa novità?
- Cosa c’è di male? Solo tu ti devi agghindare? rispose la signora.
Di contro il marito: - Il posto della donna è in casa, essa può solamente abbigliarsi in tal modo quando esce col marito. La donna “pittata” vuole lanciare un messaggio: - Voglio fare cornuto mio marito
- Sono una donna libera, come lo sei tu! Secca rispose donna Clotilde.
A questo punto volò un manrovescio che lascio un appariscente segno nel delicato viso.
Le cognate trovarono la sventurata piangente e in uno stato pietoso. Il loro arrivo servì solo a consolare l’afflitta.
Le giornate passavano sempre più tristi e tutto rimaneva come prima, anzi peggio di prima.
Così decise di saper qualcosa sul conto del marito da persona fidata, a gnura Minica, la lavandaia, che da anni aveva servito la sua casa con assiduità e serietà.
Prima che questa si mettesse al lavoro, donna Matilde, cosa inconsueta, scese giù “nno catuiu” e a bassa voce chiese alla donna di essere sincera con lei, rassicurandola che mai e poi mai a lei sarebbero dervivate molestie a causa delle sue informazioni.
La poveretta rispose alla domanda della signora, scusandosi col dire che lei sapeva solo quello che la gente ripeteva: don Bartolo fin da ragazzo andava dietro alle gonnelle che le piacevano; che aveva avuto noie da parte di genitori o fratelli delle donne che si era “passate”; che era frequentatore assiduo della casa d’appuntamento di Mariannina che abitava alla periferia del paese, che la stessa riceveva i clienti a cui procurava le più belle donne del luogo e anche di fuori in sul far della notte.
Una mattina donna Clotilde si ricordò che le mestruazioni quel mese erano in ritardo; aspettò qualche altro giorno e non vi fu novità alcuna. Avrebbe voluto saltare al collo del suo amato per dargli la tanto attesa notizia … quando si chiese: - Ma la sua vita cambierà? Già sembrava cambiato dopo l’incidente, abbiamo trascorso una seconda luna di miele e poi …
Intanto nascose con gioia e dolore quel primissimo sintomo di nuova vita. Il suo timore massimo era che se fosse nato un maschietto avrebbe seguito la tradizione del padre e lui sarebbe stato orgoglioso d’un maschione come lui. Se fosse nata una femminuccia si sarebbe aggiunta una nuova schiava come lei.
Fuggire a Castrogiovanni col nascituro ed allevarlo secondo i propri principi morali della sua famiglia? No! La legge non lo avrebbe consentito.
Una mattina prese una decisione: - Sono una signora che porta nel suo grembo il figlio di don Bartolo: tra una vita da schiava e quella di ribelle, scelgo quest’ultima; mi farò valere. È sì, lo so, se fallisco, la mia condizione non sarà splendida, ma senz’altro non peggiore dell’attuale.
Una sera don Bartolo andò da Mariannina impeccabile nel vestito e ben profumato. La tenutaria lo avvertì che la forestiera avrebbe avuto l’incontro con i clienti solo ed esclusivamente al buio più assoluto, perché si trattava di una nobildonna di Caltanissetta il cui marito era fallito, riducendo la famiglia al lastrico con figli che dall’oggi al domani non potevano condurre neppure al minimo l’antico tenore di vita.
Nella collezione di Bartolo nobili non ce n’erano state perciò si sentiva più impegnato a non presentarsi da “paesanotto”.
Entrò nella stanza e la porta si chiuse alle sue spalle. C’era il buio più assoluto perché a quei tempi tutte le luci erano fioche e non potevano filtrare da nessuna fessura. Don Bartolo si diresse verso il lettone che ben conosceva. Non c’era arrivato che la nobile “signora” gli si parò contro e l’avvinse in un caldo e prolungato abbraccio. Quest’ approccio Bartolo lo trovò inconsueto ma originale. La donna si era presentata invisibile ma completamente nuda e mentre sfrusciava sul corpo di lui, lo andava svestendo. Il tanto navigato Bartolo, denudato dall’abile mano femminile, cominciò a sentirsi più a suo agio: dalla maestria dell’inconsueta presentazione, dalle maniere diverse delle altre donne conosciute, dal profumo per nulla comune, dedusse che si trovava di fronte una donna eccezionale, di quelle che non possono trovarsi in quelle case di provincia. Bartolo felice dedusse che l’esperienza che stava vivendo era degna delle grandi città, nelle suite di alberghi della massima categoria, insomma in luoghi che lui poteva solamente sognare e nulla più. Arrivarono al letto, si avvinghiarono, ambedue felici di quell’amplesso. Quando furono stanchi e soddisfatti don Bartolo cominciò ad accarezzare le forme che gli stavano accanto e pensava: si vede che non è una di quelle sono stato all’altezza e l’ho soddisfatta pienamente; ha partecipato con l’anima, non ha fatto finta come le altre; il suo ardore è stato uguale al mio
Tentò un piccolo colloquio con la portatrice di tanta beltà, ma la signora prima gli mise una mano sulla bocca e poi gliela chiuse con un lungo caldo bacio.
Dal momento che non poteva parlare, continuò con le sue fantasticherie e pensava al marito della nobile nissena; sapeva di essere cornuto? Era pacifico o inconsapevole?
Poi col pensiero tornava al profumo: dove l’aveva sentito? Non certo sulle donne del paese; nemmeno nei casini di Caltanissetta o di Palermo…
La donna non faceva cenno di finire la prestazione e don Bartolo pensò che per quella serata egli dovesse necessariamente essere l’unico cliente ed essendosi sentita ben soddisfatta da lui, si attardava con pieno piacere.
Giacquero ancora fra amplessi e languide carezze e così avrebbero continuato per tutta la notte, quando furono richiamati alla realtà da Mariannina:
- Sveglia, ragazzi! Sveglia!
A malincuore don Bartolo si rivestì, uscì dalla stanza era passando davanti a Mariannina e disse: - Metti ancora in conto.
Uscì. Era una nottataccia: si alzò il bavero del mantello, si coprì col cappuccio e dritto al circolo. I pochi che ancora erano al tavolo di gioco ascoltarono le meraviglie dell’esperienza fresca di Bartolo. A un certo punto qualcuno disse: - E ora basta, conosciamo bene le tue fantasie erotiche, non ci distrarre.
Don Bartolo ci resto male; voleva rispondere per le rime, ma non volle guastarsi la gioia di quella notte; rimase a fantasticare sulla sua esperienza appena trascorsa, facendo finta di leggere il giornale.
Quando uscirono tutti dal circolo don Bartolo si diresse verso casa, alla solita minestra, com’era solito dire.
Salì i primi scalini e percepì un sottile odore delizioso, mentre saliva quel delicato profumo aumentava. Allora pensò che avesse ancora le narici piene di quell’indimenticabile esperienza.
Nella stanza da letto la fragranza era più intensa. Quando si fu spogliato e s’infilò sotto le coperte da dentro gli arrivava un effluvio troppo carico che conduceva fino alla nausea.
Clotilde dormiva, Bartolo si chiese se per caso si fosse rotta sotto le lenzuola qualche boccetta di profumo; allungò le mani sotto e toccò le nude carni della moglie. Trovò strano che lei, tanto riservata e pudica, si fosse messa a letto completamente nuda.
Colto da atroce dubbio, cominciò a tastarne il corpo tutto
Clotilde fingeva di dormire e si lasciava palpare.
Bartolo perse il sonno e cominciò a riflettere sull'imprevista e strana situazione; si alzò e cominciò a passeggiare, in camicia da notte, col freddo pungente di fine inverno.
Clotilde smise fi fingere di dormire, accese il lumino del comodino e cominciò ad osservare la scena.
Bartolo le chiese: - E questo profumo?
Di rimando la moglie: - È vecchio, ma è quello che mi hai regalalo durante il viaggio di nozze, a Parigi. I buoni profumi sono come i vini, migliorano col tempo se ben trattati, non ti pare?
Bartolo ancora: - Dove sei stata stasera?
E Clotilde, serena: - Con te!
Il povero marito provato da tante esperienze tutte in una serata, restò sbalordito e non sapeva cosa dire… La moglie lo vide spasimare, perdere l’equilibrio, appoggiarsi ai mobili …
Cominciò a prendersela con Mariannina che gli aveva preparato quella trappola.
Lo rassicurò la paziente moglie: - Anche lei non ne poteva più di te, a causa del credito che diveniva sempre più enorme, tanto che lei temeva che tu non ci saresti mai riuscito a saldarlo. Ho chiuso il conto io, abbondantemente.
Smarrito, cominciò a farfugliare; la moglie gli fece cenno di venire a letto. Non ne aveva il coraggio, così cadde in ginocchio a terra e con la testa sulla sponda del letto e cominciò a gridare: - Sono uno stronzo, sono uno stronzo. Avevo l’oro e ho cercato, pagandolo bene, il piombo.
La moglie lo fece parlare e straparlare.
Il primo chiarore dell’alba li colse in quella incomoda posizione.
Alla fine Clotilde affondò la mano fra i capelli del marito; gli scosse la testa fortemente e poi:
Su! Non abbiamo più tempo da perdere più, è finita la ricreazione dobbiamo pensare alla creatura che verrà. Spero che ci porterà finalmente la felicità, non solo a noi, ma ai quattro nonni e alle zie.
Bartolo, stranito, ancora non capiva.
Hai capito, stronzo, che sarai padre? Sono incinta di te!
A quello, sempre più intronato, Clotilde urla a squarciagola:
SONO INCINTA …. INCINTA …. LO VUOI CAPIRE? …
ASPETTIAMO UN BIMBO!
La conversione di don Bartolo colpì tutti: nessuno credeva più al ruolo di premuroso padre e amoroso marito.
Come fu, come non fu, anche la parte più riservata della storia, che sarebbe dovuta rimanere segreta, è arrivata a noi.
Non per nulla si dice: niente fare che niente si sa.


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Di Cateno Corbo pare che al momento ne esista uno solo