lunedì 3 aprile 2017

Da questo BLOG ho estratto 32 post che ho fatto inserire in un primo volume cartaceo, come più volte consigliatomi da tanti assidui lettori, allo scopo di  lasciare una traccia, antiquata rispetto alla Rete, ma in parte più resistente di un file che nel tempo  facilmente può essere involontariamente e inesorabilmente cancellato.
Il volumetto, dello stesso titolo del BLOG, è in vendita nelle edicole e libreria di Villarosa.


sabato 11 marzo 2017

SU DUE PRETI INDEGNI DELL’ ‘800
E ALTRO

Sono vissuti nell’ ‘800 in Villarosa due nostri poeti che hanno scritto in lingua italiana, inspiegabilmente rimasti ignoti ai nostri vecchi: Salvatore Scavone e Giuseppe Albo. Ambedue ottimi poeti, il primo si dichiara allievo del secondo a cui dedica con immensa devozione una sua opera.
Di quest’ultimo spero di parlare in altra occasione.
 Il volumetto “POESIE” di Salvatore Scavone è del 1872, edito in Caltanissetta presso lo Stabilimento Tipografico dell’Ospizio di Beneficenza. In esso sono contenuti anche due sonetti che riguardano la moralità di certi preti suoi contemporanei. Le poesie della stessa silloge sono riprese nella sua opera successiva intitolata “PRIMI FIORI”, ma dei due sonetti che seguono non si trova più traccia alcuna, scomparsi nel nulla. 
Ritengo opportuno citarli in questa sede per completare il discorso iniziato su questo delicato argomento che a suo tempo avrà fatto tanto male alla Chiesa.
Casi di così eclatante mancanza di ritegno per fortuna oggi sono molto più rari, almeno nel nostro ambiente. Questo è chiaro esempio dell’assunto che la fustigazione dei costumi costringe a far rivedere certe posizioni viziose e le induce a modificarle.
Ci si chiede: perché giusto questi due sonetti sono scomparsi nella ristampa dell’opera dello Scavone?
Quali pressioni morali, o altro, avrà subito per indurlo a “far fuori” due sue creazioni?
 A considerare il panorama morale mondiale di quel momento storico, la Chiesa non denunciò mai all’ autorità civile un suo sacerdote colpevole d’immorali azioni, abbandonando le vittime alla loro tragica sorte di feriti nell’anima più che nel corpo.
Non basta il trasferimento di sede del grave peccatore, perché in tal modo si consente di far continuare l’attività criminosa in ambienti inconsapevoli di gravi ignoti fatti.
 La Chiesa, per ipocrita amore di pace, sopisce certe oscenità e continua ad ignorare proprio le parole del Vangelo pronunciate da Gesù: “È necessario che gli scandali avvengano”.
Oggi la Chiesa comincia a comprendere che il sopire non corrisponde col far bene alla sua missione.
Gesù sapeva che la verità, se fa male ai colpevoli, aiuta tutti gli altri, vittime correnti e future.
Per questa ragione, io che sono restio a trattare di problemi attuali, spesso controversi che non si addicono a chi tratta di storia, intervengo come cristiano a dire la mia su questi gravi argomenti.
L’ immoralità smascherata farebbe bene alla stessa Chiesa, perché toglierebbe la protezione ai depravati e darebbe conforto alle vittime, spesso ignorate, ma ferite nell’anima per tutta l’esistenza.
Sempre continuo a chiedermi: perché lo Svavone ha fatto sparire in “Primi fiori” i due precedenti sonetti che io oggi propongo? La risposta ritengo che com’è intuibile per me lo sarà per ogni altro che nutre sentimenti di giustizia.
Dal volumetto “POESIE” di Salvatore Scavone edito nel 1872:

I° Sonetto       LA MORTE DI UNO SFRENATO PRETE
Fra sozze tresche amò la vita, or l’empio,
Stanco per gli anni, in lagrimevol suono,
Ei, che fece di tutto un crudo scempio,
Osa all’Eterno dimandar perdono.

Profanò del Signor l’altare, il tempio,
Fe’ tremare, imprecando, il divin trono.
O delusi credenti, ecco l’esempio
Di chi disse di Dio, Ministro io sono!

Spregiuro ai sacri voti, ebro germano
Di Giuda, il qual con un sol bacio almeno,
Ed ei con mille, a Cristo il seno aprìo.

Sangue innocente imporporò sua mano,
Vergin sedusse e ne corruppe il seno…
Ed or sì tardi vuol placare Iddio!

Questa descrizione si attaglierebbe bene o parrinu bagasciu, come descritto da Vincenzo De Simone, suo parente.

II° Sonetto    UNA STAFFILATA AL PRETE
Mostra all’aspetto d’aver buono il cuore,
Fugge la vanità, giammai s’adira,
Di Bimbo sembra aver l’almo candore,
A venerarlo l’apparenza ispira.

Soffre disprezzi, angustie, ogni dolore
Per amore di Gesù, per cui delira,
E notte e dì con eccessivo ardore
Il devoto fedel piange e sospira…

Oh, ipocrisia di sì malvagia prole,
in volto ha la virtù, mortal veleno
nascosto in core e nell’infida mente.

Molti egli inganna con dolci parole,
Di vergin casta  e pia corrompe il seno…
Povero Cristo e sciagurata gente!

Questo esempio di viscida ipocrisia si adatta a perfezione alla figura del padre naturale d’uno stimatissimo professionista villarosano, di cui da ragazzo sentivo parlare, e che, già prima ch’io nascessi, aveva trasferito la sua attività in una città vicina, dove io lo conobbi anziano, nel 1950. La presunta data di nascita va a quasi coincidere col tempo della pubblicazione delle su esposte poesie di Salvatore Scavone.
I vecchi, nella mia prima gioventù, precisavano che tale professionista, essendo nato in una famiglia povera, non poteva laurearsi e poi impiantare la sua costosa attività; la faccenda appare chiara soltanto grazie all’aiuto materiale del padre naturale, il prete sospettato.
Di recente un nostro concittadino di fuori, più anziano di me e informatissimo dei fatti villarosani, mi ha fatto il cognome di un prete, già “emigrato” tantissimi anni prima in una città siciliana. Io ebbi modo di conoscerlo, già molto vecchio, a Villarosa, dove era rientrato a causa dei continui bombardamenti militari del 1942.
Alla fine della guerra, vi rientrò nell'abituale residenza.
Ricordo la stura delle chiacchiere dei grandi su di lui, delle passate e delle presenti, perché tornò al suo paesello accompagnato dalla perpetua, compresa una famigliola tutta al femminile.
        Siamo ora nel terzo millennio: era già difficile un tempo ingannare il popolo, oggi ancor di più, perché, come gli anziani siamo soliti dire, nun si pô ammucciari u suli cco crivu.



domenica 8 gennaio 2017

U MMIRNU JÈ NFIRNU     

        Al primo segno di freddo d’autunno si era soliti dire: “Prima di Natali né friddu né fami, duppu Natali lu friddu e la fami”.
       Infatti si dice che l’Epifania tutte le feste porta via: e … ci lascia il freddo.
       Questa Befana, datata 2017, si sarà trovata immersa anch’ella nella presente crisi economica e ha voluto far gioire i bimbi con l’abbondante, quanto gratuita, nevicata che non si vedeva da diversi anni.
        Il detto ripetuto spesso da mia nonna Angelina che è citato nel titolo, a me bambino non suonava correttamente, perché vi trovavo una stridente contraddizione: l’inverno freddo non poteva avere nulla a che fare con le fiamme dell’Inferno, minacciato a tutti i cattivi del mondo.
        Crescendo, d’anno in anno, rielaboravo il detto della nonna sopra citato e intuivo che un nesso c’era: se l’Inferno è un terribile tormento, altrettanto lo sono la fame, le disgrazie, il malessere e ogni altra privazione di generi di assoluta necessità.
          Intanto i tempi miglioravano d’anno in anno e lasciavamo indietro le antiche tristezze economiche e, in particolare quelle belliche.
         La nonna era sensibile ai bisogni dei poveri e di ogni altro sventurato. Fu lei che per prima mi parlò dei ragazzini infreddoliti, malnutriti e spesso piangenti che già prima dell’alba lasciavano il calduccio del misero giaciglio nel freddo pianterreno, u catuiu, per andarsi ad infilare nel buco che portava sottoterra e caricarsi sulle gracili e macilente spalle u stirraturi, pieno di dure pietre per portarle dal profondo buio alla luce del giorno. Questi ragazzi guadagnavano qualche soldino che potavano a casa perché avevano un fisico normale per affrontare, col carico addosso, la risalita dalle viscere della terra.
         Tanti altri deboli maschietti e le femmine in genere che non potevano consegnare a mamma un pur misero guadagno, pativano pure loro la triste povertà dei tempi.
         Nelle case di questa umana gente non esistevano riscaldamenti, non dico come quelli odierni, ma nemmeno gli antichi bracieri, a cunculina, o lo scaldino, u tanginu.
       La mancanza di tale minimo conforto, di un’adeguata alimentazione, e conseguentemente di vitamine, favorivano il formarsi alle estremità corporali, maggiormente nei piedi, dei geloni, i rùsuli, che erano, e forse ancor sono, delle tormentose infiammazioni, che finivano col trasformarsi in piaghe dolenti.
          Mi raccontava pure papà che molti ragazzi, disperati per tali stagionali sofferenze, escogitavano strambi, quanto crudeli modi, per cercare scioccamente di scacciarle.
         Le vecchiette, sole in casa, nel clima freddo dell’inverno andavano a letto presto per trovare conforto fisico accovacciate nel loro scarno giaciglio.
        Al contrario i ragazzi si soffermavano ancora insieme sulla via per trarne una comune distrazione alla sofferenza con giochi e monellerie varie.
        Era frequente fra i ragazzi la bizzarra opinione che i propri geloni si potessero scaricare a qualche altro. Ma a chi? Ovviamente a quante nel rione che non avevano l’abilità fisica di rendere loro pane per focaccia: alle povere vecchiette forse di già crogiolate nel confortevole sonno.
       Gli screanzati, che non tenevano conto che un giorno lontano si sarebbero potuti trovare nelle stesse condizioni delle attempate creature, bussavano rumorosamente alla porta dell’infelice solitaria che, svegliatasi di soprassalto, agitata gridava: - Cu jè?... Cu jè?
Gli scostumati rispondevano: - Cci lassu i rùsuli e minni vàjiu!
         Queste storie antiche sembrano sorpassate e che non torneranno mai più…. Lo voglio sperare con tutta l’anima.
Intanto mentre sto scrivendo, s’è fatto buio: la neve di Villarosa stenta a sciogliersi perché resiste per la bassa temperatura.
         Grazie a Dio il riscaldamento di casa mia, al momento, è a posto…

         Il pensiero intanto mi porta lontano, a tutta la parte imprecisa- bile del mondo che vive ancora come ai tempi dei nostri nonni, ma soprattutto ho in cima ai pensieri i terremotati dell’Italia Centrale, che, dopo già tante sofferenze fisiche e morali, sono entrati, con fioche speranze, nno nfirnu do mmirnu.

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Di Cateno Corbo pare che al momento ne esista uno solo