mercoledì 28 dicembre 2016

TIMIDI SEMI DI UMANA GIUSTIZIA

Qualche anno fa pubblicai per prima volta sul sito www.villarosani.it  il post  “Mastru Gilormu”.
Nei giorni seguenti, mentre ero di ritorno a casa, mi venne incontro un cittadino della mia generazione, che tra amici lo chiamavamo “Sottutto”. Dal sorrisetto ironico che egli sbandierava pronosticai che doveva uscirsene con qualcuna delle sue.
Mi bloccò ed esclamò: - Ccu tanti genti ‘mportanti c' a m’avutu a Villarrosa, d’ unni ti vinni di parlari di mastru Gilormu… a ccu po’ nteressari?”
Non m’ aspettavo proprio da lui una chiosa su un argomento trattato su Internet, lontana mille miglia dalle sue aspirazioni che in genere volano molto in basso. Non l’onorai di una risposta, perché essa sarebbe stata troppo pungente.
La cosa finì lì. Ma non per il mio cervello, che di sua iniziativa scavava in profondità dove il mio stato cosciente non arrivava …
In uno dei mattini seguenti, svegliandomi affiorò prepotentemente alla mia memoria un ricordo di circa 25 anni prima: io sul corso a leggere un annuncio della morte d’un mio anziano amico. Mi ero soffermato più di quanto si è soliti fare in queste circostanze perché mi stupì la reazione di alcuni cittadini che facevano commenti, che benevoli non erano ma nemmeno ostili.
Poco prima che io decidessi d’allontanarmi, si soffermò pure “Sottutto”, che commentò: “Oh, u dutturi Butera morsi? …. Mmah!... Nna so vita nunn’ha fattu mali… , ma mancu bbeni”.
In effetti un po' tutti esprimevano un simile giudizio.
Del resto, un democratico, per giunta giusto, non può piacere al popolo siciliano intriso di clientelismi, spesso odoranti di mafia.
Non era mia intenzione parlare di lui perché la sua figura non avrebbe commosso nemmeno quelli che lo conobbero.
Il dr. Butera non era tipo da trascinare le masse e non amava “bagni di folla”; egli lo sapeva e nulla mai fece per adeguarsi al costume dei tempi e farsi amare dal popolo per far carriera politica: coerentemente non si candidò mai a nessuna carica.
Professionalmente fu medico di buona fama ma per nulla ambizioso tanto che non volle allontanarsi dal piccolo ambiente villarosano. Solo alcuni anni fa, quando già non era più tra noi, appresi che nel passato si era specializzato in radiologia all’Università di Genova. Di tale particolare, anni addietro me ne parlò l’ex primario radiologo dell’Ospedale di Enna dr. Francesco Bonasera, che approdato nella città ligure dieci anni dopo il Butera per la stessa specializzazione, trovò ancora docenti che si ricordavano della competenza professionale e della seria personalità del suo conterraneo.
Per qualche decennio fu anche Ufficiale Sanitario nel nostro paese. La sua seria accuratezza non piaceva ai politici tanto che ridevano di lui, ovviamente in sua assenza, per via del doppio decimetro che teneva in mano nell’atto di esaminare con scrupolosità le pratiche edilizie.
Egli sapeva di non essere attraente alla massa, ma non cambiava i canoni della sua moralità solamente per apparire più gradito.
Io lo accettai così com’era e per me resta sempre un valido punto di riferimento del canone della giustizia e della democrazia.
Oggi voglio riprendere l'argomento riguardante il nostro concittadino per far riflettere quanti lo conobbero e quanti altri che forse non ne avrebbero sentito parlare mai più.
Il tema del mio intervento rimane sempre quello in voga, il favoritismo, che danneggia sempre i più meritevoli, disumanamente scartati dal pieno diritto e mortificati nel più profondo dell'anima e del sacrosanto legittimo interesse.
Uomini come il Butera, portatore di tali principi e lontano dalle interessate ambizioni, lasciano solamente timide tracce nello spirito di pochi.
Il comune cittadino pone ancora, come regola di vita, il detto: “Quantu vali n'amicu 'n chiazza mancu cent'unzi nna cascia”.
La nostra è stata da secoli una terra teoricamente sottoposta ad un Re che viveva in Spagna, a un Viceré mandato a Palermo, che era circondato costantemente da aristocratici nostrani che, salvo qualche eccezione, non avevano visitato nemmeno una volta nella vita le loro terre all'interno dell'isola e le avevano affidate a gabelloti, campieri e mafiosi, che tenevano costantemente sotto torchio un popolo d'affamati speranzosi d'una esistenza, sia pur misera e stentata.
Si sperava tanto, da parte degli spiriti più sani, che qualcosa con l'avvento della democrazia sarebbe cambiata, ma il favoritismo abbarbicato nel secolare costume non dico che potesse essere sradicato, ma che almeno fosse stato leggermente attenuato.
Uscire da questo mondo non può esser facile; di moltiplicare uomini seri che mirano al rinnovamento morale penso che non si possa nemmeno sperare...
Eppure, a costo di tediare i miei sparuti lettori, voglio provare ad introdurre un banalissimo episodio che è il debole segno della vaga speranza che qualche seme di buon senso forse ancora resiste in giro.
Un giorno degli anni '60 mi avvicinò un uomo un po' attempato, tale Cantella, che io conoscevo appena di vista, che, saputo della mia vicinanza col medico, mi chiese se potevo intercedere presso di lui per aver concessa la licenza d'esercizio di un'osteria nel pianterreno del corso Garibaldi, dove oggi esiste il negozio di Arcangelo Profeta, e dove precedentemente nei lontani anni '50 vi era sistemata la “Sala Trieste”, adibita a pista da ballo.
Io senza nulla promettere presi l'impegno di parlare con l'amico Ufficiale sanitario.
Quando cominciai ad esporre il problema, il dottore accennò un sorriso, raro nel suo viso, e bloccò delicatamente ogni altro mio dire: - Prima che lei mi faccia la domanda io le do la risposta. La Sala Trieste non è stata autorizzata da me. Un'osteria anche se accoglie forse meno persone d'una sala da ballo è sempre un pubblico locale. Forse lei non sa che il grande pianterreno sulla retrostante via Crema non è dotato d'alcuna uscita di sicurezza; esiste solamente una finestra munita di robuste e fisse sbarre di ferro, alzata a quasi due metri dal suolo sottostante. Siamo stati altamente fortunati nel passato perchè non si sia mai verificata una situazione tragica, simile a quelle che spesso si leggono sui giornali o si sentono in televisione. Facciamo una malaugurata ipotesi, che mentre si beve e si canta allegramente in osteria, un mezzo pesante che transita a gran velocità di notte sul corso, che, si tenga sempre in debito conto, è anche strada statale, e vada a schiantarsi sull'ingresso del locale incendiandosi...
Qui si fermò con tanta tristezza in viso, io abbassai gli occhi in segno d'acconsentimento.
Quindi riproposi gli stessi motivi delicati al signor Cantella che ben capì l'osservazione suggeritami e mi ringraziò ugualmente.
Il Cantella poco dopo aprì il suo esercizio in via Roma ove oggi sorge il panificio Vaccarella.
Nella storia banalissima che ho esposto c'è un seguito poco significativo, ma che dà un forte senso alla mia tesi. Nella successiva primavera si svolse una campagna elettorale e in tali giorni era comune costume che gli attivisti andassero a consumare cenette nelle osterie.
Una mattina un amico che era stato presente ad una di queste, mi chiese se l'oste Cantella fosse mio parente. Risposi di no. Quello, senza far nome, mi disse che un tale aveva parlato male di me e che l'oste gli si era scagliato contro con dure parole in mia difesa.
Poco tempo dopo non vidi più il mio difensore che suppongo sia andato all'estero.
Oggi è difficile che egli possa essere ancora in vita, ma figli o nipoti che da questi particolari potranno riconoscervi il consanguineo, ritengo di sì: voglio solamente dire che il loro caro era un gran signore, non perché difese me con impeto disinteressato, ma perché egli apparteneva a quella rarissima categoria di persone che non resta grata solo per i favori ricevuti ma anche per quelli non ottenuti per ragioni di giustizia e d'umanità.
Il mio sogno resta sempre quello che siano rimasti sulla terra tanti Butera e tanti Cantella, come semi d'una umanità migliore e che, sia pur lentamente, crescano sempre più di numero e riescano a mutare il nostro non lodevole costume.

In fine vorrei far capire a tanti sapientoni che ci sono in giro, che oltre alle persone su citate, anche Mastru Gilormu è stato un aspetto utile della realtà, checché se ne possa pensare.

giovedì 15 dicembre 2016

MASTRU GILORMU

INTRODUZIONE AL POST

Questo omonimo post fu pubblicato circa nove anni fa, quando ancora non esisteva il blog da me aperto, nel sito nostrano www.villarosani.it , già creato da un gruppo di encomiabili giovani di Villarosa, per lo più residenti al Nord per motivi di studio.
Quando sorse sulla rete il network Facebook ci fu un forte improvviso calo di presenze nel nostro sito. A tanto poi si aggiunse che i volenterosi studenti divennero maturi lavoratori e giovani sposi, venendo loro meno il tempo materiale per curare il comune oggetto d’attenzione posto sulla Rete. Io stesso che avevo pubblicato un bel po’ d’interventi, sono stato costretto a “emigrare” in questo blog personale, ma aperto a chiunque, ricopiandovi quanto vi avevo scritto, senza problema alcuno.
Per quanto riguarda il presente post, già nel vecchio sito erano nate piccole rogne che si contraddicevano con lo spirito della mia iniziativa: “fotografare” Villarosa e villarosani così come erano stati: brutti e belli, costruttivi e distruttivi, encomiabili e riprovevoli.
Un particolare rompiscatole, che fin da ragazzo nella nostra comitiva avevamo soprannominato “Sottutto”, proprio lui chiaramente incompetente in fatto di computer e incapace persino d’entrare in Internet, si permetteva di spargere in giro il mio errore nell’aver offerto rilievo a un siffatto popolano abbastanza noto nel nostro tempo.


MASTRU GILORMU


Quale villarosano della mia generazione, e anche con un decennio meno, non conosceva mastru Gilormu?
Quell’uomo di fatica avanti negli anni, con la schiena piegata ad angolo, che s'incontrava per le vie del paese con addosso un sacco di quattro tumoli di grano o della corrispondente farina. Entrava nelle case di chi avesse grano da far macinare e non disponesse di animali da soma. A casa mia era presente a ciclo quasi fisso per il tempo che non si esaurissero i quattro tumoli di farina che egli ci portava dal mulino.
         Era uomo della massima fiducia che mai e poi mai avrebbe abusato del credito riconosciutogli dai suoi clienti, sottraendo dal sacco qualche junta [giumella] di farina.
         Credente che non frequentava la Chiesa né s’accostava a Sacramenti; era analfabeta puro e, a modo suo, saggio di pochissime parole.
         Da parte di quest’uomo, quasi di casa per il periodico servizio prestatoci, ricevetti il più grave degli affronti che mai avessi potuto immaginare, l’accusa di furto.
         Nella tarda serata d’un Dieci Agosto dei miei 11 o 12 anni, avevo da poco finito d’assaporare il tanto atteso cono gelato e godevo in pace “a musicata n’chiazza” in compagnia di mio padre e di suoi amici, quando s’avvicinò mastru Gilormu che col dito puntato mi accusava del fatto che io avevo rubato del carbone a don Giovanni Albo. Io caddi dalle nuvole e cominciai a difendermi con tutta l’anima. I grandi mi facevano segno di non farci caso, ma io non capivo, tanto che, pieno di vergogna per l’accusa infamante subita in pubblica piazza, scoppiai a piangere. A questo punto mio papà e gli altri rabbonirono l’accusatore promettendo che avrebbero provveduto come di dovere…
         Quando si fu allontanato gli adulti mi spiegarono che il poveretto era ubriaco e che io ero stato uno sciocco a non capire i loro segnali.
         Quella sera scoprii il punto debole di quell’umile e onesta persona che avevo conosciuto da sempre come irreprensibile nel corso della sua quotidiana attività: da ex uomo di miniera nel giorno festivo aveva alzato il gomito più del solito.
         Mio padre in seguito mi parlò a lungo di quell’uomo scarinatu do stirraturi fin dalla tenerissima età e costretto, sempre da vecchio, a carriari ancora sacchi pesanti per poter vivere, non esistendo per i vecchi in quel tempo una pur misera pensione.
         Era un buon padre di famiglia che si sacrificò al massimo anche per far sì che il figlio non lo seguisse nel suo duro lavoro: infatti questi divenne calzolaio e anche musicante nella banda cittadina.
         Da quel momento cominciai a capire che il poveretto aveva fatto esperienze molte diverse dalle mie: per me a sei anni s’era aperto il portone della scuola, mentre per mastru Gilormu, alla stessa età, il buco d’una miniera buia, nella qualità di carusu, condannato a portare alla luce stirratura pieni di materiale da cui si sarebbe ricavato il biondo zolfo.
         Mastru Gilormu amava la musica ma non poté fare ovviamente il musicante perché affaccendato in mansioni per lui vitali.
         Una sera d’estate m’intenerì una scenetta che si presentò ai miei occhi: salendo per la via Solferino sentivo la banda musicale locale che si esercitava nel cortile circondato da un muretto, ove c’era stato ubicato poco tempo prima il Cinema Arena. In piedi su d’una sedia, mastru Gilormu, pur stanco per una giornata di dura fatica, sbirciava al di là della barriera muraria e s’inebriava all’ascolto delle grezze note di prova.
         Gilormu, da zolfataio quale crebbe, era intriso d’una mentalità mille miglia lontana da quella, per fare un esempio, d'un agricoltore, per tradizione più vicino alla Chiesa.
         Il minatore, in genere, viveva a stretto gomito con la morte; sapeva che in caso di disgrazia la sua salma non sarebbe entrata in chiesa e che dritta dritta l’avrebbero calata in una buca scavata alla meglio al cimitero, senza un’aspersione d’acqua benedetta da parte d’un prete: sarebbe stato considerato un morto disgraziato e di conseguenza, ipotizzando che non aveva avuto il tempo di pentirsi dei suoi peccati, primo fra tutti quello di abituale bestemmiatore. I più maliziosi fra i solfatari aggiungevano che nelle famiglie di tali vittime restava solo fame e disperazione e, per spiegare la mancata cerimonia clericale, richiamavano il detto popolare che senza sordi non si nni cantano Missi.
         Tanto però non escludeva che nel profondo dell’animo lo zolfataio coltivasse una sua personale e profonda religiosità.
         Un giorno mastru Gilormu aveva riportato il solito carico di farina a casa mia, chiese una sedia per un breve riposo  e potersi asciugare il sudore con il suo fazzolettone che teneva sempre annodato al collo.
         Era presente un mio cugino, smanciusu per natura, che essendo figlio di commerciante aveva avuto modo di conoscere meglio il vecchio stacanovista, anche nel suo fondo religioso. Così, con molta serietà l’apostrofò:
- Mastru Gilò, asìsti?
         E il povero vecchio accaldato, annuendo più volte col capo rispose:
- Asìsti!... Asìsti sì!
         Mio cugino a questo punto cominciò a far ancor più il burlone calcando su quell’ "asìsti".
         L’anziano comprese a volo lo sfottò; lo fulminò con lo sguardo e sbottò:
- Asìsti la to’ vrigogna!


mercoledì 23 novembre 2016


UMANE CREATURE ALLO SBARAGLIO


La dolorosa storia che segue, una fra le tantissime, è rivolta principalmente a quanti (e non sono pochi) sostengono che i sindacati sono la causa principale della crisi dell’odierna economia e chiudono gli occhi sui tempi duri in cui i datori di lavoro si arricchivano alle spalle dei lavoratori, che quando perdevano la vita o acquisivano sul lavoro un’invalidità permanente, lasciavano le rispettive famiglie nelle più terribili delle necessità.

Il tragico caso che propongo è del 1913, ma prima d’allora ne erano accaduti di già tantissimi; ancora oggi, sia pure in minor misura, continuano mietendo vittime innocenti anche se sono presenti varie forme di tutela da parte di molteplici attività sindacali.

 L’economia villarosana d’un secolo fa, e anche prima, era in massima parte sostenuta dalle miniere di zolfo che a decine, fra grandi e piccole, offrivano occupazione a molte centinaia di cittadini, dalla puerizia all’avanzata età, nelle varie mansioni attinenti l’industria estrattiva.

Don Carmelo Albanese, meccanico tornitore, lavorava in una di quelle miniere molto distante dall’abitato. Il suo felice matrimonio era stato di già allietato dalla nascita di una bimba e quattro anni dopo la moglie era in imminente attesa di nuovo erede, ovviamente sperato maschio.

I parenti più stretti non erano eccessivamente preoccupati per i gravi pericoli della miniera dal momento che ben sapevano che la sede di lavoro del proprio familiare non era nel ventre della terra ma nell’officina piazzata in superficie.

Raramente fabbri e meccanici erano chiamati ad eseguire lavori nelle gallerie, salvo quando, per lo più rotaie e vagoni, necessitavano di qualche rabberciatura o di sostituzione di pezzi, ma sempre operavano lontani dalla linea di avanzamento.

Don Carmelo scendendo qualche volta giù nel cuore della miniera aveva notato un leggero scricchiolio dei cavi della gabbia, la cui attività era necessariamente quasi continua. Di conseguenza aveva fatto notare più volte a capomastri e proprietari il rischio che poteva scaturire da quel significativo indizio: tutti si mostravano pronti ad assicurare che al più presto si sarebbe provveduto, non appena sarebbero arrivati i “varrà”, il nome sicilianizzato dell’inglese warrant, cioè l’attestato che il corrispettivo in moneta dello zolfo venduto era stato versato in banca e quindi disponibile al prelievo da parte della ditta.

I “varrà” arrivavano, ma di nuove funi, manco a parlarne.

Si risparmiava su tutto, meno che sulle vite umane: i minatori spesso lamentavano il rischio imminente di crolli, ma si lesinava persino sulle armature dei punti avanzati, per le quali spesso erano utilizzate travi logore o rabberciate.

Quando giunse l’ottobre del 2013, centenario della vicenda che segue, più volte mi sono accinto a scrivere in merito, però mi cadeva la penna dalla mano, per usare una espressione oggi quasi in disuso.

Oggi invece non ho più intenzione di indugiare e mi dò forza a far rivivere la presente tragica storia e nello stesso tempo per lasciare memoria delle altre centinaia piombate sull’esistenza di altrettante famiglie nei due secoli di piena attività mineraria siciliana.

La funesta vicenda che segue aveva colpito particolarmente il ramo materno della mia famiglia. Fin da piccolino ogni tanto ne sentivo accennare con brevi e desolanti allusioni, ma io, pur curioso per natura, non osai mai far rievocare il funesto evento.

La triste storia ebbe inizio proprio nello stesso giorno della venuta al mondo di mia madre.

I nove mesi della gestazione erano sullo scoccare: una mattina, già prima dell’alba, il nonno aveva intuito che la cara consorte era prossima al parto.

Stette al lavoro tutta la giornata in forte ansia; poi provò a chiedere di potere anticipare eccezionalmente di qualche ora la fine del turno: l’ottenne. Mentre però si preparava a raccogliere frettolosamente le cosette personali nella sacca d’olona, all’improvviso fu chiamato d’urgenza per un intervento assolutamente improrogabile nella galleria.

Mio nonno e due fabbri avevano appena cominciato a calarsi dentro il gabbione, quando improvvisamente, quelle stesse funi che avevano da tempo dato segni di deterioramento, si spezzarono facendo precipitare il tutto fino in fondo, con la sfrecciante velocità che può imprimere la libera forza di gravità: nessuno dei tre si salvò.

Intanto in quelle funeste ore la nonna aveva partorito la mia mamma, la seconda femminuccia.

         La poverina attendeva l’arrivo del caro marito: le ore passavano e le ansie aumentavano, fino a diventare angoscia e progressivamente completo struggimento.

Intanto la fatale notizia era pervenuta in famiglia, ma nessuno trovava l’ardire di comunicarla alla puerpera, che dal letto bramava per il ritardo inconsueto dell’amato consorte.

La poverina leggeva negli occhi dei familiari che le stavano attorno che qualcosa di grave era avvenuto e cominciò a piangere l’amato sposo come morto. Poi quando s’accorse la sventurata che nessuno osava smentirla, ebbe la chiara conferma dell’immane perdita.

Allorquando la disperazione era arrivata al culmine, toccò alla sua stessa madre di confermare la tremenda sciagura appena accaduta.

La neonata, mia futura mamma, doveva chiamarsi Virginia come la nonna materna, invece le fu imposto il nome, al femminile, del padre che non conobbe mai, Carmela.

Apparirebbe inutile ripetere le tristi conseguenze di questo tragico evento nei riguardi dei familiari che dall’oggi al domani venivano a trovarsi colpiti nel cuore e caduti nella miseria più nera conseguente al mancato, sia pur inadeguato, guadagno.

Forse il Creatore immise nel mondo una percentuale di coppie sterili perché queste si prendessero cura, con pari amore, di quanti avevano perduto i naturali genitori.

La famigliola incompleta di mia nonna Angelina entrò nel numero dei graziati: zia Rosina e zio Calogero furono pronti ad annettere alla propria l’altra delle tre sventurate creature, vittime del destino e soprattutto dell’ingordigia umana.

 Dieci anni prima in Villarosa era stata creata la “Lega di miglioramento tra operai e zolfatai”. Questa a quel tempo sembrò una conquista, ma era sostenuta unicamente dall’apporto mensile di una lira da parte d’ogni operaio e di 50 centesimi di ciascun carusu: i padroni delle miniere non contribuirono a questa magra Cassa nemmeno con nessun pur misero versamento.

Mia nonna ricevette dalla “Lega di Miglioramento”, a seguito dell’incidente mortale del marito, 300 lire soltanto, valevoli per tutta l’intera esistenza sua e delle figlie.

Faccio ora un salto temporale nel successivo mezzo secolo, a metà circa degli anni ’60, quando mia nonna era ormai ultra settantenne e viveva con i mei genitori. L’Italia del cosiddetto boom economico si ricordò di quanti ancora sopravvivevano a quell’immane ingiustizia e volle concedere un contentino riparatore; mia mamma però non volle accettare assolutamente quella tardiva offerta della Stato, dopo un’intera esistenza di sofferenze indescrivibili e quindi non volle categoricamente far inoltrare istanza alcuna alla nonna.

A quanti tra parenti, amici e vicine di casa le facevano notare che nessuno dei presenti governanti si sarebbe accorto del suo sprezzante gesto, rispondeva secca:

 - Troppo tardi! Mia mamma già sta bene con noi: oggi non le manca niente.

Nonna, papà e noi maturi nipoti non c’ intromettemmo nell’ esprimere un pur semplice giudizio relativo all’orgogliosa e sdegnosa decisione di mamma, effettivamente la più martoriata fra tutte.

martedì 25 ottobre 2016

UN'ESPERIENZA IMPREVISTA
nell’officina  do zzi Turiddu Profeta

I tempi della Guerra furono duri, ma i successivi all'invasione lo furono ancora di più perché le ostilità continuarono per altri due anni nella parte continentale della Penisola, dove erano ubicate quasi tutte le più importanti industrie, comprese le manifatturiere.
Ai tempi della mia infanzia e prima giovinezza le scarpe confezionate erano molto rare, tant'è vero che da noi non esistevano negozi del genere, mentre abbondava il numero dei calzolai che le confezionavano a mano, servendosi di forme lignee della adeguata misura del piede del cliente, sulle quali venivano impunturate le varie componenti.
Protagonisti iniziali di questo post sono le calzature, ovviamente per chi aveva la possibilità economica di procurarsele in un modo o un altro.
Su internet sono tante le foto di gruppo raffiguranti ragazzi scalzi, non solo per colpa della guerra ma per la diffusa povertà che prosperava in tempi non propriamente antichi.
Io stesso ricordo quei poveracci che riparavano le estremità inferiori con scarpi quasati: queste erano costruite con la cotica del maiale, che stagionata a dovere veniva tagliata a misura approssimativa allo scopo di potersene servire più familiari (C’era a tal proposito un detto tra lo scherzoso e l’amaro: Cu si susi ppi prima si mitti i scarpi a matina).
Erano cucite a mano con dei fili di pelle ritagliati dalla cotica stessa; questi stessi, legati alla parte superiore della calzatura, trattenevano degli stracci di vario genere, attorcigliati sugli stinchi.
Questo primitivo tipo di calzature, durante la mia infanzia, restò una rarità per il sopraggiungere di quelle ricavate dagli usurati copertoni di auto abbandonate e poi riusati a protezione delle estremità inferiori di poveri, in gran parte lavoratori della terra.
Le scarpe difficilmente erano buttate via quando avevano concluso il ciclo previsto: si riparavano in ogni scucitura, strappo, risolatura.
Al momento del bisogno, relativa a una mia calzatura la cui tomaia con l’uso era rovinata al massimo, i miei si ricordarono che in casa, da qualche parte, ci doveva essere una vecchia borsa maschile nera in pelle zigrinata, di già fuori uso perché logorata in molta parte della superficie.
Papà fece adattare dal calzolaio un ritaglio della parte della pelle meno compromessa.
Nessuno di noi se l’aspettava, ma alla mia prima uscita domenicale con le scarpine ben lucidate con la crema adatta (in dialetto ciruttu), ottenni un inaspettato figurone nel mio modesto ambiente socio-economico.
Ma non ci fu tanto da stare allegri, perché alle prime piogge furono le suole a "cantarsela": era un vero peccato dismettere le attraenti, per quei tempi, calzature a causa di pericolosi buchi, perché, oltre a bagnarsi i piedi, c'era anche il rischio di ferirsi con chiodi arrugginiti, schegge di vetri o pietruzze acute.
Urgeva quindi trovare due suole.
Rintracciarle di cuoio era pressoché impossibile. Che fare?
Si parlava in giro di suole ricavate da tagli a solette sottili di vecchie grosse gomme di mezzi militari, distrutti di recente da attacchi aerei nemici.
Ma chi poteva possedere tali materiali da adattare a un uso civile? 
A papà la risposta apparve ovvia: il “cugino” Turiddru Profeta, ultimo carrozziere villarosano degli antichi e declinanti mezzi classici, i “carretti siciliani”.
In quel tempo i termini cuscjì , zzi  e cumpà erano molto comuni anche quando non esisteva una forma di parentela o di comparatico, ma, ovviamente, ci doveva essere stato un antico amichevole e durevole rapporto.
U cuscjinu Turiddru diede a papà la conferma d’una favorevole possibilità di risolvere tale problema, così lo invitò a mandare me all’officina.
Il mattino seguente mi presentai nell’officina e mi avvicinai al tanto affaccendato artigiano, che mi rispose che quanto prima mi avrebbe servito.
La prima giornata trascorse in attesa di aver tra le mani le tante desiderate suole da portare al calzolaio. Mi ripresentai sempre speranzoso il mattino seguente e alle mie più frequenti sollecitazioni, u zzi Turiddru, indaffarato com’era sempre, mi rispondeva ogni volta:
- Tecchia di pacinzia, u niputi!
La terza mattina la pazienza resisteva ancora grazie all’impellente bisogno di quelle benedette suole. Ad un certo momento stavo per tagliare la corda, quando fra le tante manovre tecniche all’aperto, una mi colpì particolarmente: vedevo che i giovani aiutanti disponevano a circonferenza, con misurazioni accurate e controlli continui, tantissime pietre annerite dal fumo, ovviamente a causa di numerose bruciature precedenti.
Alla fine della messa in posa di tali massetti, cominciò la collocazione con maggiore cura di neri e lucidissimi pezzi di carbone fossile, che io avevo visto solamente nella forgia di qualche fabbro, dal momento che allora non ero ancora potuto arrivare fino alla Stazione ferroviaria, dove le locomotive a vapore, per quanto avevo sentito, funzionavano a carbone.
La mia fresca curiosità distrasse intensamente la mia pregressa snervante attesa e mi chiedevo, tra me e me, a che mirasse tutto quell’apparato sempre più misterioso.
Tutto il carbone poco dopo fu acceso formando un cerchio di fuoco, per me ancora più incomprensibile. Quando l’inspiegabile braciere a circonferenza divenne abbastanza vivo, vidi avvicinarvisi quattro, tra mastri e apprendisti (i “giùvini), che reggevano con altrettanti tenaglioni un cerchione di ferro che andarono a collocare, con scrupolosa accortezza, sull’ eccezionale rogo circolare infocato.
La mia attenzione era altamente attiva, tanto che non registravo più con impazienza il tempo sprecato nell’ attendere le benedette suole.
Pian piano il fuoco diveniva sempre più vivo e l’anello ferreo più arroventato, quando vidi depositare accanto al rogo circolare una ben nota raggiera lignea di ruota di carretto, priva però della componente marginale in ferro.
Cominciai un po’ a capire, ma mi rimaneva qualche dubbio in merito al fatto che si potesse tenere vicini il ferro infocato accanto all’infiammabile legno: tanto a me appariva come tenere vicini il diavolo e l’Acqua Santa…
Tutti i lavoranti erano lì, sempre allertati, aspettando che il cerchione divenisse incandescente al massimo; poi, pian piano ripresero in mano i tenaglioni, con i quali tolsero dal rogo il rotondo metallo e lo posero con estrema cautela attorno al robusto cerchio ligneo. Con mazze e martelli, accompagnati da maestria e attenzione, i due elementi diametralmente opposti per natura si unirono. Man mano poi che la parte rovente andava raffreddandosi, s’avvinghiava alla parte legnosa, fino a formare un tutt’uno con i due costituenti di natura diversa.
Da quel momento capii perché non vidi mai un tale anellone metallico sfilarsi da una ruota di carretto.
Appresi così prematuramente che il calore dilata i corpi e il successivo restringimento incastra ben bene corpi sia pur dissimili.
Non passò molto tempo che u zzi Turiddu mi mise in mano le sgobbate suole. Ringraziai, salutai e sfrecciai verso il calzolaio.

Quella casuale esperienza adolescenziale nel futuro contribuì molto a farmi capire la necessità dell’accoppiamento dell’impegno scolastico con ogni tipo di conoscenza diretta nella realtà. 

giovedì 13 ottobre 2016

PRIMO TIMIDO GESTO DI SOLIDARIETÀ FRA ZOLFATAI

Potrà sembrare incredibile che la parola della più terribile e frequente disgrazia presente nel mondo zolfifero della fascia centro-meridionale dell’Isola è stata ignorata, nel suo tragico verbo che la indica, nel grande Vocabolario Siciliano in cinque poderosi volumi dei proff. Piccitto e Tropea.
Ancor maggiormente inconcepibile appare l’uso della parola “zolfataio”, molto comune nel nostro mondo minerario, che non si trova nei comuni vocabolari della nostra lingua. Infine, quasi per caparbietà, ho consultato persino Il Grande Dizionario della Lingua Italiana in XXI vol. di Salvatore Battaglia, che di ogni parola riporta l’uso che se ne fa nelle opere letterarie. Ebbene finalmente l’ho trovata: essa è citata in una Gazzetta Ufficiale del 1967 nella quale si trattava della gestione straordinaria della Sezione Autonoma Zolfatai nella Provincia di Agrigento…

Si può pensare a casuali dimenticanze, ma non lo sono sicuramente: il nostro mondo del passato a noi prossimo ci lascia delle tracce ancora vive, ma esse sono in fase di dissolvimento continuo, particolarmente fuori dell’area mineraria.
Gran parte della Sicilia è quasi un altro mondo, lontanissimo dalle tre Province minerarie di Agrigento, Caltanissetta ed Enna; similmente ritengo che nelle altre ci saranno delle predominanze linguistiche e sociali che noi ignoriamo del tutto.

È raro che oggi il verbo scacciàrisi possa essere usato nel senso originario di perdere la vita sotto uno smottamento sotterraneo, tutto al più ci si può schiacciare un dito, un piede e peggio ancora perdere la vita perché finiti sotto da un pesante mezzo meccanico.
Non molti decenni fa il tipico verbo si adattava spropositatamente persino in solenni giuramenti, come quello arcinoto agli attempati, spesso sulla bocca di un anziano villarosano che quasi ad ogni occasione se ne usciva con l’espressione di conferma di quanto si era appena detto: “Sull’anuri di ma figlia Marì… scacciàrisi ma figliu Jachinu sutta na valata…”. [I nomi sono di pura fantasia]

Era pure frequente nella mia prima giovinezza sentire proferire imprecazioni pesanti del tipo: “Ti putìssitu scacciari!”.

In diversi post è stato citato il già nostrano verbo: il vecchio che impersonava San Giuseppe nell'omonima Tavola, per far capire che di cibo non ne poteva più ingerire, tornava a ripetere, impropriamente direi, ad ogni insistente invito: “Mancu si mi scacciu!”: perché era sazio abbastanza e la sua pancia purtroppo non era bisaccia per future provviste.

Nell’altro post, “La vita per un fico secco”, a “scacciarisi” sotto uno smottamento di materiale grezzo misto a venature di zolfo è proprio un carusu di pirrera, stroncato agli inizi della sua umana esistenza.

Com’è risaputo a quel tempo non esisteva nessuna forma d’assistenza o di sussidio alla famiglia colpita da un incidente mortale o da invalidità permanente, così si sfociava nella più estrema delle miserie materiali: le mogli andavano a fare le criate e i ragazzi i carusi di pirrera, che per pochi centesimi al giorno riempivano giù e portavano su alla luce del sole, dall’alba al tramonto, stirratura colmi di materiale.

Mentre da noi la realtà procedeva in tal modo, nel mondo occidentale sorgevano le prime organizzazioni di rivolta al fine di attutire un po’ le sofferenze dei vari popoli soggetti a tali assurde sofferenze; queste miravano a una più moderna visione sindacale che prevedesse contributi da parte di Enti Statali, Comunali, degli industriali e degli stessi lavoratori, finalizzati al miglioramento di vita della società tutta.
Solo nel 1903 in Villarosa i lavoratori delle miniere, per lenire al minimo la miseria più nera, interamente a spese proprie, cercarono di darsi una timida mossa di solidarietà, creando la “LEGA DI MIGLIORAMENTO TRA OPERAI E ZOLFATAI”.

 Contribuivano a formare questo patto unicamente gli stessi dipendenti col contributo mensile di 50 centesimi se si trattava di operaio, e 25 centesimi se “caruso”: ben poca cosa, perché né Stato, né Comune, né datori di lavoro contribuivano con fondi aggiuntivi a impinguare quella cassa.
Tanto risultò solamente come gocce d’acqua sul deserto.

Dell’esistenza di tale Statuto non ebbi notizia fino al 1999, quando l’anziano amico non più tra noi, signor Giacomo Fratantoni, cultore di patrie memorie, non mi concesse in visione per lettura e per copiarlo il succitato documento. Dello stampato originale di questo non ho ovviamente notizia, ma io ritengo doveroso diffonderne una pubblica copia perché rimanga in giro nel nostro ambiente storico-sociale per i vari cultori che oggi ci sono e spero che in avvenire continueranno a trovarsi.
Come ho più volte affermato il mio obiettivo non è tanto quello di scrivere per porsi al centro dell'attenzione, ma per lasciare tracce storiche nel futuro.
A tal proposito ho un’idea vaga relativa al suddetto Statuto, scritto per i disastrati lavoratori, ma certamente non da qualcuno di loro.  Temo proprio che sia stato un contentino per calmare gli animi esasperati dei molti sofferenti in giro e da notizie provenienti da luoghi lontani dove le garanzie di migliore esistenza avanzavano d’anno in anno.

Una collaborazione in proposito è sempre gradita, pertanto invito chi ha qualche idea in proposito da approfondire e confrontare, è pregato di esprimerla.
Per avviare ogni discorso in proposito allego, per il momento, il Programma introduttivo al contenuto dello Statuto.
Anticipo che quale Presidente della Lega di Miglioramento si firma tale G.Milano e come Segretario della stessa Raimondo D’Alù.
Appena riavvieremo il discorso in merito, farò in modo di offrire, a chi lo chiederà, copia dello Statuto, per far sì che questo Documento non vada perduto, come si sta perdendo gran parte della cultura mineraria.

INTRODUZIONE ALLO STATUTO
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L’epoca che attraversiamo è delle più scoraggianti, due grandi forze con accanita lotta si contendono il terreno palmo a palmo, e sono i capitalisti esercenti le miniere di Zolfare, e gli operai lavoratori nelle stesse.
Or siccome nelle amministrazioni l’operaio zolfataio col suo faticoso lavoro, andando incontro di momento in momento alla morte più disgraziata viene malamente retribuito, e possibilmente avvilito ed umiliato, di fronte a questo stato di cose, la libertà dei tempi gli dice di non restare indifferente, svegliarsi e togliersi dall’apatia che per tanti anni lo ha reso umiliato.
A questo scopo in ogni nazione Civile del mondo, si è sollevata una voce che dice allegatevi o fratelli operai.
Una lega che sorge, solamente per il benessere morale ed economico dell’operaio deve essere rispettata da Dio e dalla legge, poiché da tutti è saputo che l’unione fa la forza.

Ritenuto quanto sopra si è detto, è dovere morale che ogni operaio delle Miniere concorra con la sua opera a crescere e sostenere la concentrazione della Lega di Miglioramento, poiché con questo solo mezzo non si può essere sfruttati ed umiliati, ed ogni altra via non sarebbe né onesta né utile.

venerdì 7 ottobre 2016

QUELLE 5000 LIRE CHE NEGAI


Tantissimi anni fa quando ancora insegnavo, sempre nel plesso “Silvio Pellico” ma in altra classe diversa dalla mia, vi frequentava un alunno che io sapevo orfano d’ambedue i genitori e che viveva con la nonna vedova.

Ero certo che, a parte l’affetto genitoriale, non gli mancava sicuramente l’essenziale.

Il bambino gradiva la mia umana attenzione ma non mi chiese mai qualche specifico oggetto, né qualche monetina per i suoi naturali piaceri o per ovvi modesti bisogni confacenti alla sua tenera età.

Un pomeriggio m’incontrò fuori, s’avvicinò, salutò e mi chiese 5.000 lire, che a quel tempo era una notevole sommetta, che incideva non poco sul modesto stipendio di ogni ordinario dipendente statale.

Gli chiesi cosa volesse comprare di così costoso e mi rispose che egli era stato ricoverato in ospedale e che i medici dimettendolo gli avevano consigliato di bere acqua minerale.

A quel tempo l’uso di questa non era consueta come può esserlo oggi, salvo casi particolari, come di certo poteva pur essere quello del ragazzino. La somma richiesta però la ritenevo eccessiva: secondo me tutta quella riserva d’acqua in numerosi fardelli avrebbe occupato di per sé un bel po’ di spazio nella loro angusta abitazione.

In primo momento volevo ridurgli la somma a sole 1000 lire, ma lo esclusi subito perché volevo accertarmi ulteriormente in merito al motivo dichiaratomi: temevo, e ne avevo ben ragione, che il ragazzino fosse vittima di qualche mascalzoncello e che sotto sotto ci fosse qualche immaturo caso di bullismo infantile, frequente nelle classi, compresa la mia e in strada.

Eccezionale era la richiesta ma straordinariamente incredibile fu la conclusione: pochissimi giorni dopo appresi che il ragazzo aveva raggiunti gli Angeli in Cielo, dove acqua e soldini di certo non servivano più.

La notizia mi straziò l’anima e provai intimamente un pizzico di colpevolezza per quella imprevedibile fine.

Non avrei concluso granché con la mia abbondante e incerta carità, ma avrei risparmiato all’animo mio quest’altro rammarico, che si aggiungeva al dolore per la perdita immatura del ragazzo, già abbastanza provato da tanti dolori, principalmente dalla crudele precoce dipartita dei suoi genitori.


A oltre trent’anni da quell’imprevedibile evento, nel mio animo resta ancora una piccola ferita che pur non essendo sanguinante, ha lasciato un incancellabile segno: tant’è che ancora ne parlo con viva sofferenza.

mercoledì 21 settembre 2016

LE CASE DEL PASSATO E LA VITA DI RIONE

         Le case del passato differivano notevolmente da quelle d'oggi soprattutto per ampiezza, suppellettili e servizi igienici.

        È preferibile rifarci alla casa di un determinato periodo: quello degli ultimissimi anni ’20 del secolo che abbiamo lasciato da non molto, come Villarosa si presentava prima dell’allacciamento all’energia elettrica. Questa fu la più importante e quasi unica applicazione indirizzata alla casa e a servizio dei suoi abitatori, tanto che tale innovazione contribuì molto alla trasformazione della realtà economica e sociale del nostro paese.

           La casa dei nobili (in verità molto pochi in Villarosa), era un palazzo composto da più piani; ogni stanza aveva alte volte decorate con stucchi dorati e al centro di ciascuna di esse campeggiava una grande pittura; in alto, adiacenti alle pareti, sempre dipinti a mano, spiccavano degli ovali con soggetti vari. (1)

         Ogni stanza aveva uno o più caminetti a seconda dell’ampiezza della stessa e dell’altezza della volta: il personale di servizio ne curava l’alimentazione, l’accensione e lo spegnimento.
L’illuminazione era assicurata da grandi lumi dalle più varie fogge e dimensioni, alimentati da petrolio o da gas acetilene. I primi erano di vetro, grandissimi e decorati a mano con immagini generalmente floreali; gli altri, più grandi, di lucido rame stavano appesi alle pareti e funzionavano col principio di quelli, molto più modesti, che solo in seguito sarebbero stati introdotti in miniera, al posto della tradizionale lumera ad olio.

          I pavimenti erano rivestiti di mattonelle di cotto d'argilla smaltata, ornate da linee geometriche dipinte a mano e da fiori stilizzati di varia misura al centro. La cucina (detta a papùri, cioè a vapore), era in muratura e rivestita da mattonelle del tipo di quelle dei pavimenti ma più piccole; il colore del fondo era celeste, le decorazioni in azzurro. Generalmente essa riempiva tutta una parete d’una grande stanza e talvolta continuava oltre l’angolo adiacente; era a più fornelli posti sul piano orizzontale e con un piccolo forno con apertura frontale in ferro: il tutto alimentato, secondo le esigenze dell’occasione, con pezzi di legna da ardere (i ziccuna), gusci di mandorle (scorci di mìnnula), sansa delle olive (u nùzzulu).

          Sempre nelle case degli abbienti, i servizi igienici erano situati in ampi camerini e, nel periodo di riferimento, già esistevano i “water close” (u cessu ‘nghlisi), il lavandino, il bidet, la vasca da bagno. Il palazzo era fornito di acqua corrente e di attacco alla fogna comunale: erano indicati come impianti pubblici, ma solamente per modo di dire, perché servivano quasi esclusivamente le case del centro del paese, ove risiedevano nobili e borghesi.

          La borghesia locale era generalmente formata da proprietari di miniera che miravano ad emulare gli stili di vita dei nobili e ne imitavano le comodità della casa.

          I proprietari che possedevano terre nel cui sottosuolo si snodavano le gallerie d’estrazione dello zolfo o altri ancora le cui terre erano diventate improduttive a causa dei fumi di anidride solforosa, pur non sostenendo spese di conduzione agraria, ricavavano ugualmente una discreta rendita. A seguito però dell’istituzione dell’Ente Zolfi e dell'introduzione della Legge che fece passare allo Stato la proprietà del sottosuolo, costoro entrarono in reale crisi.

           La casa dei proprietari terrieri, se non proprio povera, era alquanto modesta e non proporzionata al loro reddito perché in questa classe di cittadini vigeva il principio sanzionato nel detto, Casa quantu cci capi, tirrenu quantu nni vidi. I risparmi e la rendita erano indirizzati all’acquisto di nuove terre e mai si pensò di acquistare moderne macchine agricole, come già avveniva al Nord e in altri Paesi: il costo marginale dell’esuberante manodopera non spronava a trovare soluzioni moderne più redditizie.

         I più poveri fra i contadini si dividevano in quanti possedevano un mulo o un asino e quanti dovevano puntare esclusivamente sulla sola propria forza fisica. I primi, di notte, vivevano molto spesso nello stesso unico ambiente con la bestia che era la loro unica risorsa. 

   Le case dei braccianti e degli zolfatai si rassomigliavano per la povertà che le accomunava: un monolocale a piano terra, u catuiu (2), con una sola robusta apertura lignea, divisa orizzontalmente in due sportelli: il superiore di giorno stava quasi sempre aperto per il ricambio dell’aria e per dare luce al vano terreno, quello inferiore stava in genere chiuso per impedire l’agevole accesso in casa ai frequentatori di strada: non per nulla era consueto allora il detto, Gaddrini e picciriddri càcanu li casi. L’apertura inferiore in genere presentava un buco circolare, u gattaluru, a misura del solo animale domestico per eccellenza, l’agile gatto; ma aperto anche ai nemici cronici di questo, topi e ratti. La presenza del felino nella casa era assai giustificata dalla copiosità in giro dei suoi nemici naturali, che infestavano maggiormente le accessibili abitazioni dei poveri.
L’unicità dell’apertura della casa di poveri mi fa sovvenire una sensazione indirettamente “ereditata” da mio padre, che al tempo del terremoto di Messina del 1908 aveva appena compiuto un anno, ma per tutta la sua infanzia e in particolare negli anniversari seguenti ne sentì discorrere tanto. A Villarosa non c’erano stati crolli vistosi e nemmeno vittime, ma molte furono le casette costruite in gesso e pietrame, che in conseguenza dei pur leggeri movimenti tellurici fecero incastrare le porte d’ingresso imprigionando temporaneamente i dimoranti sorpresi nel profondo sonno. Magari molti non avrebbero percepito tali scosse giunte da lontano, ma il gran vociare che arrivava dall’esterno li fece precipitare verso l’uscio che il più delle volte non rispose alla normale aspettativa d’apertura: lascio immaginare la disperazione dei poveretti imprigionati e impossibilitati ad avere la piena cognizione della situazione reale…
Tale stamberga era un vero tugurio dove i suoi dimoranti, per la comune stanchezza di una lunga giornata in faticosa attività, crollavano in un sonno profondo. Era consueta l’espressione di rassegnazione nell’accettare tale miserevole condizione: A ura di bisugnu si curca la matri ccu tutti li figli.
           Chi nel monolocale aveva la possibilità di collocarvi uno scarpisanti, cioè un soppalco dove a stento si poteva stare in piedi senza far cozzare la testa contro il soffitto, si poteva ritenere più fortunato, perché lassù vi si potevano sistemare a dormire ammassati i ragazzi e giù i coniugi potevano trovare un minimo di riservatezza.
In queste abitazioni non c’erano servizi igienici perché spesso mancavano le fogne: la poca acqua sporca inutilizzabile si buttava fuori con disinvoltura; uomini e ragazzi andavano a fare i loro bisogni alla periferia dell’abitato, i bimbi nei pressi dell’uscio di casa; le donne deponevano gli escrementi in un vaso da notte, u rrinali, che veniva svuotato quando si riteneva che tutti i vicini dormissero, cercando di dar loro meno disturbo possibile: molto spesso però si finiva con l’incrociarsi nel medesimo sgradevole servizio.
D’acqua corrente manco a parlarne: le donne di casa andavano alla fontanella (cannulu o  cannuliddu) con secchi e brocche (i quartari). La poca acqua di queste serviva per bere, lavarsi alla meglio nno vacili e mittiri a pignata. (A tal proposito mi affiora alla memoria il ritorno a casa in tarda serata dopo una festa in casa di miei zii, ai tempi della mia primissima giovinezza. Lungo la via Butera, dalla parte do cannulu do Chianu di Giugno, sentivamo, nel silenzio della tarda ora, un forte scroscio d'acqua che si versava. Papà arguì che qualcuno avesse lasciato il rubinetto aperto con conseguente spreco d'acqua; si distaccò da noi per compiere il dovere di cittadino, ma lo vedemmo tornare subito, senza essere nemmeno arrivato alla fontanella. Ci spiegò lì per lì: a gnura Luguìgia l'urbiceddra, approfittando dell'ora tarda e della rara assenza di presenze umane nella piazza, stava eseguendo una profonda abluzione. La poveretta vecchia e cieca, col viso deturpato dagli ultimi casi di vaiolo di fine ‘800, viveva sola al mondo e in assoluta miseria; tuttavia trovava il tempo per curare la pulizia personale, più di quanto avrebbero potuto fare certe altre persone favorite più di lei dalla sorte).

           Erano poche le masserizie della casa dei poveri: a cascia, u stipu, a buffetta, u vanchitiddu, i seggi mmpagliati di zabara, a quadara affumata, u ddaganu di crita, i litti ccu matarazza d’arfa su cui spesso giacevano genitori e piccoli; a naca, l’amaca, fissata con grossi chiodi nelle due pareti formanti l’angolo: con una cordicella che pendeva fino al letto  dei genitori e di qui azionarla ppi annacari u picciriddu ca nun voli dòrmiri,…
La cucina, chiamarla così è un'esagerazione, era per tutti u fucularu o con termine più antico a tannùra (3), composta da due grosse pietre piatte di sopra, fra le quali si accendeva il fuoco e sopra vi si poneva la pentola, a pignata. I poveri non possedevano ramagli o ziccuna, così per tutta l'estate raccoglievano le stoppie di grano (ristucci) ma poi quando queste erano travolte dalla successiva semina, raccoglievano in giro tutto quello che trovavano, purché atto a prendere fuoco. In queste case mancava a maiddra e u maiddruni, perché, nelle quantità minime consentite, i poveri e i giornalieri il pane lo compravano giorno dopo giorno nella bottega, a putìa. Il pane era impastato solamente nelle case degli abbienti: i coltivatori diretti e quanti avevano la possibilità di comprare in estate tutto il grano della cosiddetta mangia che sarebbe bastata fino al successivo raccolto.

            Alle pareti stavano attaccate immaginette di santi lucidate a nero dai fumi del focolare e dall’umido vapore; nella parte interna della porta, in ingenua contiguità col sacro, erano appesi vecchi ferri di cavallo, corni rossi e santini delle varie ricorrenze dell’anno. Nugoli di mosche durante il giorno spadroneggiavano in casa e fuori e le stesse la notte riposavano su oggetti pendenti lontani dal passaggio delle persone. Durante il riposo notturno sempre tali insetti deponevano i loro bisognini, formati da puntini piccolissimi oscuri che seccavano immediatamente per la esiguità della materia espulsa, i cacati de’ muschi.
Di giorno la stamberga era generalmente abitata dalla donna di casa che sbrigava le faccende alla buona per la pochezza della disponibilità d’acqua; scorrazzavano fuori i bimbi, forse di già ben consapevoli che fra qualche anno sarebbero stati destinati ai lavori di miniera, della campagna, a far pascere pecore o capre.

          La strada, quando i rapporti fra i vicini erano buoni, era un’agorà  nel senso classico del termine, dove la casa s'allargava all'esterno, al sole d’inverno e all’ombra d’estate.
Lì si discuteva, ci si scambiava esperienze di vita, si chiedevano consigli a chi ne sapeva di più e, ovviamente, vi trovava posto anche la classica intramontabile maldicenza, secondo il detto nostrano: Ùmini all’antu e fìmmini o suli: liberàtini Signuri!
           Nelle serate estive la coralità era più intensa perché ai personaggi diurni si aggiungevano anche qualche marito, ragazzi e giovinette; si scherzava e si scaccaniava a cuor leggero. Mi risuona ancora negli orecchi il tipico vibrante scàccanu della signora Luigina C. che teneva vive le serate di buona parte della via Mazzini e delle abitazioni limitrofe, dalla tarda primavera all’autunno avanzato: il suo trasferimento a Roma nel secondo dopoguerra "mutilò" la gioia e la vivacità del quartiere.

         Nelle lunghe serate invernali ci si riuniva, portando ciascuno la propria sedia, in casa di chi aveva qualche mozzicone di candela, una lampada ad acetilene ancora carica di carburo in fase d’esaurimento, o una lumera con qualche goccia residua di feccia d’olio. Se poi c’era solo qualche scaldino, tanginu, con scarso fuoco di paglia, ciò aveva poca importanza: poco dopo l’assembramento umano riscaldava l’ambiente nel senso letterale e in quello umano. Si chiacchierava del più e del meno, si recitava il Rosario, poi a richiesta dei piccoli, si cuntàvanu cunti di orchi terribili e cattivissimi, sbaragliati dall’eroe unico, che in Villarosa d’obbligo doveva chiamarsi Pippinu.(4)





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(1) L’ultimo pittore-artigiano che si distanziava dai comuni imbianchini, fu tale don Eugeniu, che non potei conoscere per ragioni anagrafiche e di cui, quand’ero bambino, sentivo ancora esaltarne dagli anziani le doti pittoriche.

(2) La parola del nostro dialetto è ripresa di peso dal greco antico.

(3) Tale parola, completata in tannùra di ‘nfirnu o tizzuni d’infirnu, spiega il detto dialettale per indicare persona cattiva e diabolica, con l’allusione al fuoco perenne, secondo com’ è rappresentato dall’iconografia cristiana.



(4) Non per niente Pè, Jà e Calò sunu tutti di Bellarrò.

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Di Cateno Corbo pare che al momento ne esista uno solo