martedì 26 marzo 2013

UN SINGOLARE TEST DI ONESTÀ


 Il momento critico che attraversa oggi il nostro Paese in merito alla crisi morale della Politica (e non solo), mi riporta agli inizi della mia adolescenza.

Primavera 1946, io, ex Balilla, m’avviavo a compiere dodici anni ed ero interessato alla novità della riconquistata democrazia ed in particolare dell’imminente referendum istituzionale tra Monarchia o Repubblica.

Ascoltavo quasi tutti i comizi dell’una e dell’altra parte e mi convinsi a simpatizzare per la seconda dopo aver seguito il comizio di un noto avvocato della nostra Provincia, di cui oggi mi sfugge il cognome. In poche parole la sua argomentazione base era la seguente: se il figlio primogenito del Re è sostanzialmente un cretino, egli necessariamente un giorno diverrà sovrano di tutti noi; al contrario, è difficilissimo, addirittura impossibile, che un comune sciocco possa arrivare all’alta carica di Presidente della Repubblica.

Cercavo conferme nei discorsi dei grandi e molti di loro, come mio padre, erano ben convinti dell’argomentazione repubblicana ma temevano di fare un “salto nel buio” specialmente per via del fatto che il Partito Comunista, allora d’ispirazione sovietica, era un deciso sostenitore della forma repubblicana: eravamo appena usciti da una dittatura e si temeva fortemente di andare a sfociare in un’altra.

Laddove c’era un crocchio di persone che trattava simili argomenti, in particolare comodamente seduti fuori al fresco accanto ad associazioni come la Società dei Combattenti e Reduci, la Società “Umberto I°” o altre ancora, io vi mi soffermavo per seguire le varie tesi. Tante erano le discussioni che s’intrecciavano e fra queste un particolare argomento affiorava più spesso, quello dell’onestà dei politici. Alcuni sostenevano che, entrati nel contesto pluripartitico in cui ora ci trovavamo, il controllo si sarebbe raggiunto più facilmente per mezzo del voto popolare che avrebbe castigato, con l’eliminazione, gli indegni alla successiva elezione.
Molti pensavano come me, ma non tutti però erano d’accordo.
Uno di costoro era don Turiddu Palumbo, sfortunato “principale” di pirreri, che circa un decennio dopo sarebbe stato costretto ad emigrare in Brasile con tutta la famiglia. Il suo pensiero era quello che difficilmente la natura umana potesse mutare perchè “munnu à statu e munnu jè”.

Conoscevo don Turiddu fin da quando ero bambino e con lui avevo avuto più occasioni d’interloquire e sentivo che egli mi ammirasse proprio per via degli interessi da me manifestati, che in genere si addicono ai più grandi. L’anziano signore cercava in ogni modo di convincermi che l’umanità è sempre la stessa in democrazia o in dittatura; è vero sì che la prima è maggiormente da preferire, ma le magagne sono similmente presenti in un modo o l’altro.
Ad un certo punto don Turiddu si mostrò ancora più suadente e mi disse:
- Tinuzzu, mittiti n’testa chiddru ca ti staiu dicinnu: si vo vidiri si na pirsuna jè veramenti onesta, cci à taliari la chianta di li manu. Si cci criscinu pila, chiddu jè sicuramenti n’omu perbeni.
Restai un po’ smarrito ma subito mi ripresi, sorrisi e tacqui.

Mentre sono in argomento voglio citare un distico dialettale, ugualmente pessimistico, che qualche decennio dopo mi fece conoscere don Pippiniddu Casali, l’elettricista, che abitava nella parte alta del corso Regina Margherita. Egli era stato dirimpettaio d’un fratello di mio nonno che purtroppo io non arrivai a conoscere, u zzi Vastianu, che si dilettava di poesia ed era solito citare questi due suoi versi:
Cu mitti i pidi n’terra e nunn’è latru
O jè di stuccu o jè di vitru.


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