venerdì 28 maggio 2010

U "COMMISSARIU AMIRICANU"

È curioso che certi avvenimenti eclatanti vengano rimossi, o quasi, dalla memoria collettiva. Forse una ragione c’è: non fa piacere ricordare qualcosa che si è rivelato spiacevole, a quanti siano stati gabbati dal furbastro di turno.
Io il ricordo ce l’ho nitido forse perché tra i miei familiari non fu beffato nessuno, solo perché non eravamo in commercio né eravamo intrallazzisti.
L’episodio m’era rimasto fisso in memoria, non tanto per il gabbo giocato ai villarosani, quanto per un particolare “teatrale” che allora fece alquanto scalpore.
Prima di mettere su carta questi antichi miei ricordi cercai di trovare qualche altro riscontro tra conoscenti più anziani di me. Nessuno degli interpellati ricordava qualcosa, tranne R.D. che aveva avuto raccontato proprio poco tempo prima il particolare sensazionale da un altro nostro concittadino N.G., qualche anno più grande di me, ca iva o mastru presso il calzolaio che allora andava per la maggiore.
Fine estate 1943: i soldati alleati, già accampati o cantiri, avevano lasciato Villarosa, quando si presentò all’amministrazione provvisoria un signore ben vestito che parlava, oltre che in italiano, in un accettabile inglese, tanto che non destò sospetto alcuno in don Michele Pastorello, che, essendo stato molti anni negli USA, aveva fatto fino a qualche mese prima da interprete tra i soldati anglo-americani e il comitato antifascista, appena creatosi.
Il forestiero si presentò come Commissario americano e fu ricevuto con gran rispetto e timore. Divenne il Personaggio indiscutibilmente più importante di Villarosa e rimase in paese per diversi mesi e senz’altro fino all’inverno, perché il ricordo fisico di lui mi è rimasto impresso: alto, serio, distinto, e, cosa rara per i tempi di guerra, con un cappotto blu d’ottima stoffa e d’ineccepibile confezione.
Frequentava in special modo commercianti e intrallazzisti di Villarosa, i quali facevano a gara per entrare nelle sue grazie.
A tale personaggio non poteva mancare di certo un gesto comune per introdursi negli ambienti borghesi del piccolo centro, che farsi fidanzato. Si dichiarò con la matura cognata di un noto sottufficiale dei carabinieri, da molti anni residente in Villarosa. La scelta allora parve naturale, ma, a pensarci bene, non doveva essere casuale: forse aveva bisogno di scroccare qualche notizia riservata al cognato che in perfetta buona fede poteva procacciargli e così correre in tempo ai ripari in caso di pericolo per lui: ben sapeva che prima o poi si sarebbe dovuta scoprire la grande truffa che stava architettando.
In tutto il paese non si parlava altro che della bella coppia che si era formata, dei cospicui regali che il ricco americano faceva alla fidanzata….
Ma quello che sbalordì i villarosani fu il gesto teatrale della presa della misura del piede per la confezione delle scarpe della futura sposa.
Il Commissario fece venire in casa dell’amata il signor Giovanni D., che al momento era il calzolaio alla moda del paese. Il piedino della sua bella non era degno di posarsi a terra su un cartone o altra materia vile come si usa per le comuni mortali, ma su qualcosa di eccezionalmente prezioso; così, tra lo sbigottimento di tutta la famiglia della futura consorte, do mastru che prendeva le misure e do giùvini che l’accompagnava, egli estrasse da una tasca della giacca un grossa mazzetta di bigliettoni da mille lire (tale moneta cartacea, che poche persone avevano avuta la fortuna di vedere, era chiamata scherzosamente linzulu per l'estensione considerevole), la stese a terra e vi fece posare il piedino della sua fata.
La fiaba era paragonabile a quella di Cenerentola per via della scarpetta e della ricchezza del Commissario, novello Principe.
Purtroppo la fola s’infranse di colpo: nottetempo sparì da Villarosa l’abile Principe, senza lasciare traccia di sé.
Di tale episodio se ne parlò per gran tempo, ma poi sempre meno fino a farlo svanire dalla memoria dei più.
Senz’altro ci sarà stato lo zampino di coloro che avevano tutto l'interesse a coprire con un velo di silenzio tutta la vicenda, poco piacevole specialmente per gli Amministratori provvisori che se l’erano accolto al Municipio e per quanti s’erano lasciati raggirare per l’avida cupidigia di privilegi e la frenesia di maggior guadagno.

domenica 23 maggio 2010

I MIRICANI... I MIRICANI

Questo grido si diffuse per il paese, ma io riferisco per quanto riguarda la via Milano e giù di lì fino a stratella (così, ancora con l’antico nome, veniva indicato il corso Regina Margherita).
Nella prima porta a scendere a destra della via Butera, c’era una botteguccia con bilancione di rame che vendeva pastigli, passiluna e nuciddi. Era il regno d’una vecchia arcigna che non vidi ridere mai, poco amata dai ragazzi e non solo. Era a Impurtisa.
Era come una lumaca che non usciva dalla sua chiocciola, tutt’al più sedeva a godersi il fresco davanti alla porta.
Quel giorno di luglio si compì un miracolo; quando arrivò alle sue orecchie il grido che annunciava la grande novità, prima uscì la testa dall’uscio e quando i tre soldati li poté scorgere all’incrocio tra via Milano con via Mazzini, mosse i suoi stanchi piedi e si piazzò in mezzo a stratella.
Quando i militari giunsero lì, colpiti dall’ampiezza dell’arteria, si guardarono intorno in tutte le direzioni. Non avevano completato la ricognizione visiva che a Impurtisa fece altri passi avanti ed andò ad abbracciare un dopo l’altro i tre militari, chiamandoli: - Figli mì… figli mì.
Noi ragazzi pensammo subito che avesse riconosciuto in essi dei suoi nipoti d’America, ma quelli accettarono l’inaspettato benvenuto e continuarono giù per la via Butera.
A Impurtisa resta l’icona d’un popolo ch’era stato abbindolato da una propaganda martellante di grandezza della Nazione, di riedizione dell’Impero romano, di nuove e più ricche Colonie, di bimbi che dovevano giocare con le sterline d’oro….
Il nostro popolo nella sua stragrande maggioranza era immaturo, (e temo proprio che lo sia ancora, dopo sessant’anni di democrazia) e non era preparato agli inevitabili sacrifici d’una guerra. La nostra era, ed è ancora, una giovane nazione con scarso senso della comunità. Alle prime difficoltà non stemmo più ai patti e ci siamo svegliati di soprassalto dal sonno dell’intelligenza, ma non siamo entrati in crisi come il popolo tedesco che aveva finto di non sapere e che poi non lo poté più. Noi ci siamo girati dall’altra parte e abbiamo ripreso il sonno: da un estremo siamo passati ad un altro, perdendo ancora la dignità di popolo.
Non dico che dovevamo batterci da eroi, secondo l'invito di un manifesto, dei giorni precedenti allo sbarco di Gela, con cui s'incitava “il popolo dei Vespri” a fare resistenza all'invasore, ma almeno a manifestare un minimo di amor proprio.
La gente comune in quei giorni non pensò tanto alla democrazia riconquistata, alla guerra che non era finita: il suo pensiero corse alla fine delle ristrettezze imposte dalla guerra, all’America che ci avrebbe aiutato. Eravamo sempre il popolo del "Viva Franza, viva Spagna, purché se magna".
Un’altra icona del momento era mastru Jabbicu Profeta, che era stato negli USA e di lì aveva portato la bandiera a stelle e strisce che custodiva ripiegata nel cassetto do cantaranu. Egli teneva pronta una stelletta per il grande giorno dell’arrivo di Joe, John e Sam. Egli abitava sul corso Garibaldi, (pochi giorni dopo, il 25 luglio, la sua casa sarebbe stata bombardata dai tedeschi); quella mattina era appena tornato dal Giurfo in concomitanza con i miricani e s’affrettò ad aggiungere, finalmente, alla sua bandiera la 49^ stella.
Non era il solo, tant’è vero che ebbe subito presa l’idea del M.I.S., il Movimento Indipendentistico Siciliano, foraggiato da agrari e mafiosi, che, con la scusa di far passare la Sicilia dall’Italia agli States, miravano a liberarsi da un’autorità nazionale che in certo modo li imbrigliava.
Arrivarono con gli americani caramelle, cioccolati, gomma da masticare, carne in scatola, Lucky Strike e Chestelfield. Pian piano ci siamo americanizzati, più nel male che nel bene, con la benedizione di tutte le istituzioni morali e religiose.
I ragazzi correvano appresso alle camionette e ricevevano tutte quelle belle cose.
Io sono stato sempre un timido, per natura. Vedevo tutti con le mani piene, ma non osavo farmi avanti. Finalmente mi feci coraggio e tesi pure io la mano: un soldato di colore depose il suo dito sul palmo della mia mano e alla mia sorpresa cominciò a sghignazzare. Arrossii e mogio mogio girai i tacchi, mortificato al punto di voler sprofondare. Quella lezione mi servì: non ho teso mai più una mano nella mia vita!
I ragazzi più grandi di me, ma quelli che ci sapevano fare, colsero al volo quali potessero essere gli appetiti dell’”invasore” e subito si diedero da fare per renderseli amici generosi; non conoscevano l’inglese, dai fumetti (quelli d'argomento anglo-sassone erano proibiti) avevano imparato “señorita” e s’arrangiarono, offrendo: - Senorita fik fik…. Senorita fik fik…
Quelli capivano, i ragazzi più intraprendenti saltavano sulle jeep e li accompagnavano in casa delle mondane locali, che in quei tempi, prima della legge Merlin, praticavano apertamente.

giovedì 20 maggio 2010

8 Settembre 1943 a Villarosa

Quanti avvenimenti erano accaduti negli ultimi mesi, precedenti a questa fatidica data! Passano anni per un cambiamento, ma poi bastano pochi giorni per capovolgere il tutto.
Si era soltanto nella primavera di quello stesso 1943 che, almeno dal punto di vista di noi ragazzi, si sperava ancora di vincere la guerra.
Villarosa situata sulla statale n. 121 Catania-Palermo era un punto di transito per uomini e cose. Si fermavano per una sosta lunghe colonne d’autocarri e noi ragazzi sbirciavamo per vedere cosa ci fosse sopra. Scorgevamo delle grosse bombe d’aereo e quello che mi meravigliava era il fatto che sulle stesse di colore verde militare spiccavano stampate delle scritte in bianco, coi nomi di Roosvelt, Churchill, GeorgeVI… La cosa non mi convinceva, ma riflettendo capii che forse era una speranza e un augurio, almeno da parte nostra e tedesca, che quelle armi micidiali, colpissero direttamente sulla testa i capi degli Stati nemici.
I ragazzi cercavano di familiarizzare coi nostri soldati e qualcuno ci provava: - Milità m’a duna na pagnotta?
Non vidi mai pagnotta passare nelle mani di qualche ragazzo fortunato.
Quanta differenza fra i nostri soldati e quegli altri che avremmo conosciuto a metà luglio…
I nostri non erano meno generosi, forse avevano più cuore degli altri, solamente erano poveri in canna quanto tutti gli altri Italiani che avevamo assicurata, pagandola a prezzo calmierato, solo 150 grammi di farina al giorno.
L’argent fait la guerre, dicono i francesi. Mussolini voleva farla a colpi di baionetta… e a pancia vuota.
Malgrado tutto i ragazzi erano allegri e facevano sorridere i soldati, che erano anch’essi figli di mamma, soltanto appena un po’ più grandicelli di loro.
Gli occhi di costoro, com’era naturale, andavano ai balconi dei due corsi lungo i quali sostavano gli autocarri e cercavano di familiarizzare con ragazze dell’altro sesso. I tempi erano diversi degli attuali e le ragazze erano costrette dall’occhio sociale a far le ritrose.
C’era allora, in un primo piano del corso Regina Margherita una giovane donna di buona famiglia che come tutte le sue coetanee non usciva di casa ed era molto riservata. Non so come avrà potuto fare a conoscere, se non si trattava di semplice fantasia infantile, un caporale, dal momento che i militari erano sempre di passaggio. Intanto i ragazzi provocatoriamente cantavano sotto la finestra di questa poverina, sulle note di una canzoncina allora in voga:

Carmelina affacciata a’ finestra,
con la penna e il calamaio,
che scriveva una letterina
per mandarla al caporale…

[c’è un seguito che io non ricordo più: spero che ci sarà senz’altro qualcuno che se lo ricorderà… ]
Comunque siano andate le cose ricordo che Carmelina poco dopo sposò, pare, un militare e andò a vivere fuori Villarosa: si trattava del caporale della canzoncina dispettosa? Forse... Chissà.
Avevamo seppelliti i morti del bombardamento del 25 luglio; agosto era già passato; la gran parte della popolazione che non aveva parenti in armi aveva quasi archiviato la guerra… La guerra ch’era passata da Villarosa aveva lasciato non più di dieci morti in tutto, ma almeno una trentina di cittadini e ragazzi avrebbero perso la vita nei mesi e gli anni successivi a causa dei residuati bellici.
Era il tardo pomeriggio dell’8 settembre, si sente nell'aria qualcosa di nuovo, una voce passa da un crocchio all'altro... che "la radio aveva detto..." Ma quale radio se le poche esistenti in paese tacevano per mancanza di corrente elettrica? C’era nervosismo tra gli adulti, mio padre non lo lasciava trasparire ma il suo pensiero era sempre a suo fratello Peppino, di cui non avevamo notizie da gran tempo e i cui resti li avremmo ricevuti qualche anno dopo composti in una cassetta.
Una voce in piazza passa da un capannello all’altro: - Alla cabina c’è corrente!
I cittadini presenti, ed io con mio padre, moviamo i passi all’estremità nord del corso Regina Margherita, alla unica cabina pubblica di trasformazione, ancora oggi esistente. Su una finestrella in alto viene piazzata una radio, che finalmente riceve la corrente ma si ode soltanto un gracchiare continuo, incomprensibile. Tutti si guardano in faccia sperando che l’altro abbia capito qualcosa. I crocchi così com’erano scesi laggiù ritornano delusi in piazza, senza nulla sapere di più del niente che sapevano.
Nei giorni seguenti si cominciò a sapere dell’Armistizio, ma i termini precisi non li seppe nessuno, del resto forse nemmeno i contraenti responsabili che mandarono l’Italia, il suo esercito e il suo popolo allo sbaraglio, in mano all’ex allegato tedesco, divenuto, dall’oggi al domani, invasore.

sabato 8 maggio 2010

A TURRI

Gran festa in un antico regno mediterraneo, era nato l’atteso erede al trono. I magazzini del regno furono aperti e tutto il popolo ne godette; fiumi di vino per le vie erano offerti a chi ne volesse e i fumi degli stessi venivano sbolliti con canti, danze ed anche spropositi.
Una vecchia d’equivoco aspetto, dai capelli irti, vestita con panni di colori vari e sgargianti che non s’addicevano alla sua età, sbraitava con parole terribili che avrebbero fatto accapponare la pelle a tutti gli astanti, se tutti non fossero stati distratti dall’euforia alcolica di cui erano posseduti.
La donna indispettita dal fatto che nessuno l’ascoltava, s’avvicinò al capo della gendarmeria, che al centro della piazza controllava che la pazza gioia non eccedesse più del dovuto, e lo investì con un precipitare di parole che annunciavano disgrazie per il neonato regale.
Con l’occhio clinico degli sbirri, il graduato la qualificò megera forestiera cui il vino aveva fatto perdere il controllo verbale.
Non se la poté più togliere dai piedi, perché insisteva tanto a voler parlare direttamente col Re o con qualcuno più vicino a lui, tanta era gravità delle sue visioni, a proposito del principino appena arrivato al mondo.
Raccolse il suo atroce vaticinio il Primo Ministro.
A detta della scalmanata un grande fuoco sarebbe caduto dal cielo e avrebbe incenerito l’edificio in cui stava l’erede al trono.
Qualche giorno dopo, con le dovute cautele, il Re fu messo a corrente della orribile profezia.
Questi ne restò sconvolto più del dovuto perché la stessa Regina, durante la gestazione, più volte aveva fatto sogni inquietanti in cui c’era sempre di mezzo il fuoco.
Quella Reggia che fino a qualche giorno prima era stata la casa della gioia, d’improvviso divenne un triste e continuo mortorio.
I pareri dei saggi del Regno furono tanto discordi da non arrivare ad alcuna soluzione.
Infine il Ministro della Fabbrica Reale suggerì di costruire una torre di ferro, comunicante per mezzo di un cunicolo col Palazzo Reale.
Prima di decidere il Re volle sentire sull'argomento un vecchio eremita che viveva in povertà sulle montagne e lo fece venire a corte. Questi, sentita la profezia e la soluzione della torre di ferro ch’era stata proposta, disse:
- U Signuri unni ti voli t’avi.
E tacque.
La Regina, confusa tra il tormento che non allentava e la sibillina risposta, più ansiosa chiese ancora:
-
Cchi vuliti diri?E il saggio: - Chiddu ca dissi.
E inchinandosi devotamente riprese stancamente la via dell’eremo.
La torre fu costruita in ferro con tutte le precauzioni e le migliori tecniche architettoniche note in quel tempo.
Divenne la gabbia del povero bimbo che cresceva bello ed intelligente fra genitori, maestri ed istitutori, giocattoli e trastulli più impensati, ma privo del contatto con coetanei e dei giochi usuali di tutti i bimbi del mondo.
Passarono gli anni tra generale tormento e angoscia, i genitori si ripetevano sempre le scarne parole dell’eremita, che intanto era passato a miglior vita, ma non ebbero mai la risolutezza di cercare consolazione nella volontà di Dio.
La vernata dei tredici anni del principino fu molto fredda ed umida. Una sera, visto che nevicava da più giorni senza lampi e senza tuoni, la Regina, pensando sempre al suo ragazzo triste fra mura metalliche, in un impeto di risolutezza chiese al marito di portare per qualche giorno il ragazzo fra le comodità della reggia. Si trovarono d’incanto tutti d’accordo. Alla neve seguirono piogge incessanti ma lo spirito dei grandi e del piccolo non fu mai così sereno nella loro casa consona alla loro condizione.
Una notte, da poco i coniugi regali erano andati a letto, all'improvviso un tonfo sordo e potente colpisce le orecchie e blocca i battiti del loro cuore. S’alzano di botto, s’interrogano con gli occhi, non sanno darsi una risposta. Chiamano maggiordomo e servitù, tutti avevano sentito, ma nessuno sa dare un parere, anzi qualcuno aggiunge d’aver sentito addirittura tremare il pavimento.
Intanto il tempo era mutato; alla pioggia segue un forte vento e bagliori lontani lasciano presagire l’arrivo di un temporale.
La decisione è immediata: portare il ragazzo nel suo rifugio sicuro; lo svegliano, lo coprono e si infilano nel cunicolo. I servi che li precedono con fiaccole e lumi improvvisamente si bloccano emettendo un grido di forte disappunto.
Che è successo?
Il budello è ostruito da un’enorme quantità di detriti e l’acqua comincia ad invaderlo. Si decide all’istante di tornare indietro perché non c’è al momento altra possibilità di raggiungere la torre dall'esterno in quanto il temporale di già martella la città.
Fra lampi e tuoni rientrano nelle camere; tutti, regali e servi, uniti fra timore e disperazione, si buttano a terra in ginocchioni a pregare.
All’improvviso un accecante bagliore trafigge la stanza attraverso le fessure delle imposte dei balconi e delle finestre, un botto assordante squarcia le orecchie e introna i cervelli… il silenzio che segue li trova tutti abbracciati senza distinzione di rango.
Un fulmine caduto sulla torre ferrea, l’ha spezzata e ne sta incendiando mobili e suppellettili.




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Di Cateno Corbo pare che al momento ne esista uno solo