domenica 23 maggio 2010

I MIRICANI... I MIRICANI

Questo grido si diffuse per il paese, ma io riferisco per quanto riguarda la via Milano e giù di lì fino a stratella (così, ancora con l’antico nome, veniva indicato il corso Regina Margherita).
Nella prima porta a scendere a destra della via Butera, c’era una botteguccia con bilancione di rame che vendeva pastigli, passiluna e nuciddi. Era il regno d’una vecchia arcigna che non vidi ridere mai, poco amata dai ragazzi e non solo. Era a Impurtisa.
Era come una lumaca che non usciva dalla sua chiocciola, tutt’al più sedeva a godersi il fresco davanti alla porta.
Quel giorno di luglio si compì un miracolo; quando arrivò alle sue orecchie il grido che annunciava la grande novità, prima uscì la testa dall’uscio e quando i tre soldati li poté scorgere all’incrocio tra via Milano con via Mazzini, mosse i suoi stanchi piedi e si piazzò in mezzo a stratella.
Quando i militari giunsero lì, colpiti dall’ampiezza dell’arteria, si guardarono intorno in tutte le direzioni. Non avevano completato la ricognizione visiva che a Impurtisa fece altri passi avanti ed andò ad abbracciare un dopo l’altro i tre militari, chiamandoli: - Figli mì… figli mì.
Noi ragazzi pensammo subito che avesse riconosciuto in essi dei suoi nipoti d’America, ma quelli accettarono l’inaspettato benvenuto e continuarono giù per la via Butera.
A Impurtisa resta l’icona d’un popolo ch’era stato abbindolato da una propaganda martellante di grandezza della Nazione, di riedizione dell’Impero romano, di nuove e più ricche Colonie, di bimbi che dovevano giocare con le sterline d’oro….
Il nostro popolo nella sua stragrande maggioranza era immaturo, (e temo proprio che lo sia ancora, dopo sessant’anni di democrazia) e non era preparato agli inevitabili sacrifici d’una guerra. La nostra era, ed è ancora, una giovane nazione con scarso senso della comunità. Alle prime difficoltà non stemmo più ai patti e ci siamo svegliati di soprassalto dal sonno dell’intelligenza, ma non siamo entrati in crisi come il popolo tedesco che aveva finto di non sapere e che poi non lo poté più. Noi ci siamo girati dall’altra parte e abbiamo ripreso il sonno: da un estremo siamo passati ad un altro, perdendo ancora la dignità di popolo.
Non dico che dovevamo batterci da eroi, secondo l'invito di un manifesto, dei giorni precedenti allo sbarco di Gela, con cui s'incitava “il popolo dei Vespri” a fare resistenza all'invasore, ma almeno a manifestare un minimo di amor proprio.
La gente comune in quei giorni non pensò tanto alla democrazia riconquistata, alla guerra che non era finita: il suo pensiero corse alla fine delle ristrettezze imposte dalla guerra, all’America che ci avrebbe aiutato. Eravamo sempre il popolo del "Viva Franza, viva Spagna, purché se magna".
Un’altra icona del momento era mastru Jabbicu Profeta, che era stato negli USA e di lì aveva portato la bandiera a stelle e strisce che custodiva ripiegata nel cassetto do cantaranu. Egli teneva pronta una stelletta per il grande giorno dell’arrivo di Joe, John e Sam. Egli abitava sul corso Garibaldi, (pochi giorni dopo, il 25 luglio, la sua casa sarebbe stata bombardata dai tedeschi); quella mattina era appena tornato dal Giurfo in concomitanza con i miricani e s’affrettò ad aggiungere, finalmente, alla sua bandiera la 49^ stella.
Non era il solo, tant’è vero che ebbe subito presa l’idea del M.I.S., il Movimento Indipendentistico Siciliano, foraggiato da agrari e mafiosi, che, con la scusa di far passare la Sicilia dall’Italia agli States, miravano a liberarsi da un’autorità nazionale che in certo modo li imbrigliava.
Arrivarono con gli americani caramelle, cioccolati, gomma da masticare, carne in scatola, Lucky Strike e Chestelfield. Pian piano ci siamo americanizzati, più nel male che nel bene, con la benedizione di tutte le istituzioni morali e religiose.
I ragazzi correvano appresso alle camionette e ricevevano tutte quelle belle cose.
Io sono stato sempre un timido, per natura. Vedevo tutti con le mani piene, ma non osavo farmi avanti. Finalmente mi feci coraggio e tesi pure io la mano: un soldato di colore depose il suo dito sul palmo della mia mano e alla mia sorpresa cominciò a sghignazzare. Arrossii e mogio mogio girai i tacchi, mortificato al punto di voler sprofondare. Quella lezione mi servì: non ho teso mai più una mano nella mia vita!
I ragazzi più grandi di me, ma quelli che ci sapevano fare, colsero al volo quali potessero essere gli appetiti dell’”invasore” e subito si diedero da fare per renderseli amici generosi; non conoscevano l’inglese, dai fumetti (quelli d'argomento anglo-sassone erano proibiti) avevano imparato “señorita” e s’arrangiarono, offrendo: - Senorita fik fik…. Senorita fik fik…
Quelli capivano, i ragazzi più intraprendenti saltavano sulle jeep e li accompagnavano in casa delle mondane locali, che in quei tempi, prima della legge Merlin, praticavano apertamente.

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