giovedì 20 maggio 2010

8 Settembre 1943 a Villarosa

Quanti avvenimenti erano accaduti negli ultimi mesi, precedenti a questa fatidica data! Passano anni per un cambiamento, ma poi bastano pochi giorni per capovolgere il tutto.
Si era soltanto nella primavera di quello stesso 1943 che, almeno dal punto di vista di noi ragazzi, si sperava ancora di vincere la guerra.
Villarosa situata sulla statale n. 121 Catania-Palermo era un punto di transito per uomini e cose. Si fermavano per una sosta lunghe colonne d’autocarri e noi ragazzi sbirciavamo per vedere cosa ci fosse sopra. Scorgevamo delle grosse bombe d’aereo e quello che mi meravigliava era il fatto che sulle stesse di colore verde militare spiccavano stampate delle scritte in bianco, coi nomi di Roosvelt, Churchill, GeorgeVI… La cosa non mi convinceva, ma riflettendo capii che forse era una speranza e un augurio, almeno da parte nostra e tedesca, che quelle armi micidiali, colpissero direttamente sulla testa i capi degli Stati nemici.
I ragazzi cercavano di familiarizzare coi nostri soldati e qualcuno ci provava: - Milità m’a duna na pagnotta?
Non vidi mai pagnotta passare nelle mani di qualche ragazzo fortunato.
Quanta differenza fra i nostri soldati e quegli altri che avremmo conosciuto a metà luglio…
I nostri non erano meno generosi, forse avevano più cuore degli altri, solamente erano poveri in canna quanto tutti gli altri Italiani che avevamo assicurata, pagandola a prezzo calmierato, solo 150 grammi di farina al giorno.
L’argent fait la guerre, dicono i francesi. Mussolini voleva farla a colpi di baionetta… e a pancia vuota.
Malgrado tutto i ragazzi erano allegri e facevano sorridere i soldati, che erano anch’essi figli di mamma, soltanto appena un po’ più grandicelli di loro.
Gli occhi di costoro, com’era naturale, andavano ai balconi dei due corsi lungo i quali sostavano gli autocarri e cercavano di familiarizzare con ragazze dell’altro sesso. I tempi erano diversi degli attuali e le ragazze erano costrette dall’occhio sociale a far le ritrose.
C’era allora, in un primo piano del corso Regina Margherita una giovane donna di buona famiglia che come tutte le sue coetanee non usciva di casa ed era molto riservata. Non so come avrà potuto fare a conoscere, se non si trattava di semplice fantasia infantile, un caporale, dal momento che i militari erano sempre di passaggio. Intanto i ragazzi provocatoriamente cantavano sotto la finestra di questa poverina, sulle note di una canzoncina allora in voga:

Carmelina affacciata a’ finestra,
con la penna e il calamaio,
che scriveva una letterina
per mandarla al caporale…

[c’è un seguito che io non ricordo più: spero che ci sarà senz’altro qualcuno che se lo ricorderà… ]
Comunque siano andate le cose ricordo che Carmelina poco dopo sposò, pare, un militare e andò a vivere fuori Villarosa: si trattava del caporale della canzoncina dispettosa? Forse... Chissà.
Avevamo seppelliti i morti del bombardamento del 25 luglio; agosto era già passato; la gran parte della popolazione che non aveva parenti in armi aveva quasi archiviato la guerra… La guerra ch’era passata da Villarosa aveva lasciato non più di dieci morti in tutto, ma almeno una trentina di cittadini e ragazzi avrebbero perso la vita nei mesi e gli anni successivi a causa dei residuati bellici.
Era il tardo pomeriggio dell’8 settembre, si sente nell'aria qualcosa di nuovo, una voce passa da un crocchio all'altro... che "la radio aveva detto..." Ma quale radio se le poche esistenti in paese tacevano per mancanza di corrente elettrica? C’era nervosismo tra gli adulti, mio padre non lo lasciava trasparire ma il suo pensiero era sempre a suo fratello Peppino, di cui non avevamo notizie da gran tempo e i cui resti li avremmo ricevuti qualche anno dopo composti in una cassetta.
Una voce in piazza passa da un capannello all’altro: - Alla cabina c’è corrente!
I cittadini presenti, ed io con mio padre, moviamo i passi all’estremità nord del corso Regina Margherita, alla unica cabina pubblica di trasformazione, ancora oggi esistente. Su una finestrella in alto viene piazzata una radio, che finalmente riceve la corrente ma si ode soltanto un gracchiare continuo, incomprensibile. Tutti si guardano in faccia sperando che l’altro abbia capito qualcosa. I crocchi così com’erano scesi laggiù ritornano delusi in piazza, senza nulla sapere di più del niente che sapevano.
Nei giorni seguenti si cominciò a sapere dell’Armistizio, ma i termini precisi non li seppe nessuno, del resto forse nemmeno i contraenti responsabili che mandarono l’Italia, il suo esercito e il suo popolo allo sbaraglio, in mano all’ex allegato tedesco, divenuto, dall’oggi al domani, invasore.

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