venerdì 10 ottobre 2014

“LU NIDU ANTICU DI TUTTI LI ZANNI”

               Con questo endecasillabo tratto dal suo sonetto “Lu me paisi”, Vincenzo De Simone, il più nostro importante poeta dialettale, sintetizza la composizione particolarmente varia della nostra comunità, che resta ancora una delle più recenti create in Sicilia.

              Ritengo che il termine “zanni” sia ancora a conoscenza dei nostri concittadini più giovani: infatti, qui da noi, così sono denominati gli zingari, che non hanno una residenza fissa e vivono d’espedienti vari muovendosi da una località all’ altra per l’Europa e non solo. I nostri nonni “zingari” in questo senso non lo furono, ma dei migranti sì: erano persone intraprendenti che affrontavano l’ignoto con mezzi di fortuna, con la speranza di trovare un lavoro che offrisse loro l’indispensabile per sostentare, pur in modo frugale, la propria famiglia.

              La collettività villarosana in poco più di 250 anni di vita ebbe la sorte di due immigrazioni considerevoli e di diversissima natura. Non è mia intenzione di rifare la storia, anche se breve, di Villarosa, perché altri l’hanno elaborata prima di me, servendosi di fonti più recenti rispetto a quelli di più antiche città.

           Com’è noto fu merito della famiglia Notarbartolo l’aver dato maggior valore a  un vasto territorio, destinato a modestissimo e  poco redditizio pascolo, trasformandolo in coltura  di frumento, prodotto ben più apprezzato in quel tempo. È noto che la pastorizia si avvale di poche braccia lavorative a differenza della coltura granaria che si serve di più unità umane, di animali da soma e da traino, senza ovviamente ignorare del tutto quelli tipici da pascolo.

        I citati Duchi avevano intelligentemente calcolato che affidare in enfiteusi un feudo scarsamente remunerativo a tante famiglie di agricoltori e facendo loro pagare un modestissimo canone, comunemente indicato dal popolo come ‘ncinsu, avrebbe reso a loro molto di più del tradizionale pascolo. Così servendosi di un vànniu (1), fatto circolare per buona parte della Sicilia, i Notarbartolo fecero accorrere nel loro territorio un discreta quantità di valida gente, fortemente intenzionata a lavorare sodo per sopravvivere decorosamente insieme alla propria famiglia.

      Ovviamente i più numerosi tra quanti affluirono risultarono quelli dei paesi più vicini, con San Cataldo in testa, seguito da altri  in minor numero dai paesi delle Madonie. I primissimi arrivati si contavano a decine, da come risulta dai vecchi registri parrocchiali del tempo.

         Decennio dopo decennio le poche anime divennero qualche centinaio, ma di sicuro non avrebbero forse mai raggiunto la considerevole popolazione del 1861, quando Villarosa arrivò a contare circa 18.000 abitanti, se non fosse “esploso” il fenomeno “zolfo”, richiesto dai paesi industrializzati d’Europa, perché essenziale alla produzione di svariati nuovi prodotti utili principalmente agli eventi bellici e anche all’agricoltura, alla chimica e alla medicina.
Non ci fu più bisogno stavolta di nessun vànniu, a migliaia si precipitarono i nuovi immigrati, ovviamente non solo in Villarosa, ma nella fascia mineraria dell’agrigentino e del nisseno, dove di anno in anno aumentava il numero di nuove miniere attive.

             Quelli erano tempi in cui la documentazione scritta delle generalità dei cittadini era molto rara e avevano talvolta più valore i certificati parrocchiali. In tanti casi i nuovi arrivati, per ragioni personali, finivano col dare per cognome il loro luogo d’origine. Ecco perché sono molto diffusi cognomi come Trapani, Palermo, Messina, Terranova (dal precedente nome di Gela), Àsaro (da Assoro),  Castrogiovanni (dall’ex nome di Enna), Ragusa, Piazza, Daidone, Gagliano, Calascibetta, Nicosia, ecc…

         Durante la mia infanzia e la prima giovinezza, le persone in Villarosa era indicate, a parte i comunissimi soprannomi o ‘ngiulii, col nome del paese della più recente origine: a impurtisa, u catrinaru,  l’arminisa, a ballafranchisa, u favarisi, a rrijsana, u chiazzisi, T. a carrapipana, u camastrisi, e tantissimi altri.

              La mia famiglia paterna era originaria di Delia, quella materna, più lontanamente nel tempo, di Petralia. Parlando con amici e si entrava nell’argomento ognuno dichiarava con naturalezza la pur lontana non dimenticata origine. Curioso sempre di sapere di più, quando mi capitava, chiedevo a tanti di dove fosse originaria la loro famiglia. Non mi capitò mai qualcuno che non sapesse indicare la sua antica provenienza. Da ciò io ne traevo la chiara conclusione che il nostro era un paese d’immigrati bene inseriti nel nuovo ambiente: non per niente si dice ancora che “Villarosa protegge i forestieri”.

           Spesso mi chiedevo e ancor mi chiedo: quanti abitanti conterebbe Villarosa se gli immigrati non avessero ripreso l’esodo per i più svariati paesi della Terra?

         Tanti erano accorsi a Villarosa in cerca di lavoro, prima sulla terra da dissodare e poi nelle più pericolose visceri del suo sottosuolo, ma quando la richiesta internazionale dell’elemento zolfo  entrava in crisi, il villarosano riprendeva la via della ricerca d’altro lavoro anche oltre oceano, portando però, sempre in cuore, l’ultima residenza da dove proveniva e trasmetteva a figli e nipoti l’indimenticabile Sicilia con dentro, al centro, la sempre amata Villarosa. Voglio citare un solo esempio, senza disprezzare tutti gli altri, quello della signora che sul sito dei villarosani si firma “Chianu Di Giugnu”: ci ha fatto conoscere modi di dire e poesie popolari che io, nato e cresciuto qui, non avevo mai sentito.

            Vincenzo De Simone  stesso fu un emigrato della nuova serie perché scelse Milano per esercitare la professione di dentista. Egli portò nel suo cuore vivo il ricordo della sua “Bellarrosa”, tanto che la sua casa fu il luogo d’incontro di villarosani che vivevano nel capoluogo lombardo. La sua sicilianità doveva essere molto nota in quella città tanto che negli anni ’50, a circa un quindicennio dalla sua morte, la rivista scolastica “L’Educatore Italiano”, edita dai Fratelli Fabbri, inseriva, nella parte centrale delle sole copie dirette in Sicilia,  due fogli d’altro colore che parlavano d’argomenti della nostra Isola e come poesie riportava esclusivamente quelle del nostro poeta, milanese d’adozione e sempre villarosano nell’anima.
Nel terzo millennio Villarosa, che di abitanti nel 1861 arrivò a contarne circa 18.000, oggi non arriva nemmeno a 6.000.

           Lo zolfo la portò ai valori più alti e la sua crisi la condusse all’attuale svuotamento. Nei tempi d’oro del nostro paese la Sicilia era quasi l’unica produttrice del biondo elemento, ma quando gli americani riuscirono col metodo Frash a trarlo dal sottosuolo senza bisogno di scenderci personalmente giù, la recessione divenne irreversibile.

         I nostri “zanni” necessariamente hanno lasciato l’amata terra arrivando fino ai confini del mondo: Argentina, U.S.A., Brasile, Canada, Australia e la più vicina Europa. Nella crisi del dopoguerra i meridionali con i villarosani in testa, accettarono in Belgio il lavoro nelle miniere di carbone, rifiutato dai suoi abitanti, in un sottosuolo più perfido di quello siciliano per silicosi e crolli sempre in agguato.

         Oggi i nostri concittadini di lassù si sentono pure loro europei, ma con Villarosa sempre nel cuore.
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(1)              Provando a ritornare indietro con la mente ai tempi del ‘700, forse riusciamo a capire che saper leggere e scrivere era la specialità esclusiva di sacerdoti, notai e pochi altri intellettuali presenti in ogni comunità. Per far conoscere una notizia al popolo si incaricava qualcuno, noto in paese, che girando di strada in strada diffondeva a viva e alta voce la notizia che poteva interessare e che tantissima gente non sarebbe stata in grado di leggere su un manifesto. In tal modo i disperati in cerca di lavoro appresero che nel feudo dei Notarbartolo si davano terre a coltivare dietro il pagamento annuo do ‘ncinsu
Quand’ero ragazzo girava per le strade del paese un vanniaturi che dava qualche notizia importante, ma per lo più delle volte, gridava ad esempio: -Cu à truvaaatu na craaapa… ca s’à piiirsu? O qualche altro annuncio simile. Un altro esempio: i più vecchi dei tempi della mia giovinezza chiamavano ancora vannii le pubblicazioni di matrimonio che venivano affisse in chiesa e al municipio.

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