martedì 29 maggio 2012

UNA FREDDA CRUENTISSIMA VENDETTA

             UNA FREDDA CRUENTISSIMA VENDETTA      

         Abbiamo avuto modo di conoscere la patetica vicenda di don Vannuzzu Milano che a freddo ebbe a subire la mortificante vendetta conseguente al suo vizietto di devastare i pomposi ciuffi ostentati dai giovani villarosani di fine ‘800.

        Don Vannuzzu partendo per l’America lasciò in Villarosa un figlio naturale, tale Jabbicu Cianciana. Questi cresciuto in un nucleo familiare molto modesto ebbe nondimeno l’opportunità di frequentare la scuola e di metter su un emporio molto fornito, in special modo di attrezzature e materiali di consumo in uso nelle decine di miniere, grandi e piccole, del territorio.
Egli era un personaggio benestante e molto noto in paese, tanto che  gli era pure consentito di essere un permissanti, cioè aveva avuto rilasciato dalle autorità di polizia un regolare porto d’armi.
Questi particolari li ho raccolti dalla viva voce di un mio amico il cui padre era imparentato con la moglie del Cianciana.
A quel tempo le liti violente erano all’ordine del giorno e le stesse spesso si risolvevano con ferimenti spesso mortali.
Un triste mattino scoppiò una lite tra don Jabbicu e un malandrino della famiglia dei B. I presenti e i passanti occasionali ben conoscendo i soggetti cercarono di interporsi fra i due; ma il B. ebbe l’opportunità di appioppare un sonoro schiaffo sul viso dell’avversario.
Il  gruppo che tratteneva il B. lo trascinò verso la sua abitazione, l’altro capannello che teneva a freno il Cianciana cercò di non farselo sfuggire per evitare il peggio, conseguente ad una più pesante reazione. 
A questo punto scesero in campo i “pezzi da novanta” del paese, che dopo lunghissime trattative fra le ragioni dei due contendenti pervennero ad un accordo accettato dalle parti: il Cianciana rinunciava alla sua vendetta in difesa del suo onore solamente alla condizione che il B. avesse lasciato Villarosa e non vi avesse posto più piede per tutta la vita: in caso contrario l’offeso si sarebbe ripreso il diritto di eliminare l’offensore.
I tempi erano abbastanza duri; da poco s’era conclusa la Prima Guerra mondiale con una vittoria che non risolvette un bel niente dal punto di vista economico e sociale. L’epoca precedente non era stata meno triste perché il banditismo, di costume e di protesta, era stata e rimaneva una piaga sempre viva; ora specialmente che le bande si erano rafforzate per via dei numerosi casi di renitenza in genere alla lunga leva militare e al rifiuto al richiamo alle armi per  i motivi strettamente bellici.
In quel clima di crudele azione e reazione era d’obbligo che ogni offesa si lavasse col sangue.
In Villarosa nessuno credeva che uno dei più baldi rappresentanti del clan dei B. potesse accettare una condizione così umiliante; dall’altro versante ugualmente si era certi di un’analoga aspra reazione pronta a scattare.
Passò qualche anno e la cittadina quasi dimenticò la temuta resa dei conti, ritenendo che il B. avesse varcato l’Oceano.
Una mattina come di consueto don Jabbicu Cianciana lasciò nel negozio u giùvini e si avviò o rrivìlu, cioè alla fermata della carrozza che collegava il paese alla Stazione ferroviaria, per ritirare la sua copia del “Giornale di Sicilia” a cui era abbonato, quando si trovò faccia a faccia col suo indimenticato offensore.
Gli astanti non ebbero il tempo di percepire il tanto temuto tragico incontro, solamente se ne resero conto quando furono scossi dai colpi secchi della pistola ancora fumante che don Jabbicu aveva estratta dalla fondina e usata con fredda matura determinazione.
L’onore era salvo, la libertà compromessa.
Gli restava aperta solamente la via della macchia; ripose l’arma nel suo fodero, s’immise nella via Poeta, rasentò u chianu di Giugnu e attraverso u pasciuguagliu si cacciò nel segreto mondo di una malavitosa esistenza.
Nei primi tempi nulla si seppe di lui, ma tutti pensarono che non gli sarebbe mancato l’appoggio materiale e morale degli oppositori alla banda a cui aderivano i B.
Don Jabbicu Cianciana presto diventò il punto di riferimento e capo indiscusso d’un cospicuo segmento della malavita della zona e mantenne saldo il potere per qualche anno.
L’epilogo di questa triste faida ebbe come tragico teatro il cinquecentesco palazzo sant’Anna, nell’omonima contrada del nostro territorio.
Sentii i primi accenni a questa atroce vicenda nella Pasquetta dei miei quindici anni quando la mia famiglia fu invitata a trascorrere la giornata di festa in quell’antica dimora. Fu allora che mi fu indicato con raccapriccio un comunissimo forno a legna e mi fu fatto il nome di tale Cianciana di cui sentivo ancora parlare come famoso bandito del primo dopoguerra.
Si dice comunemente che la vendetta è un piatto che si serve freddo, ma spesso per amore di pace si vuole dimenticare il profondo e spietato significato del detto e si spera che il tempo possa essere riuscito a spegnere i distruttivi bollori originari.
Ciascuna delle bande era braccata dai carabinieri e contemporaneamente dagli avversari. Il desiderio di pace sordamente si faceva strada negli animi che erano ora più disponibili a possibili aperture a qualche forma di tregua.
Questa umana ed intima voglia di tregua dovette essere il grimaldello che fece scattare la subdola trappola tesa dai malvagi più impenitenti.
È comune il detto nostrano che “la porta si apre dal di dentro”; non è facile espugnare una città fortificata senza un manipolo pur piccolo di traditori.
Sedicenti pacieri sparsero la voce che l’accordo era stato raggiunto e che l’evento si sarebbe festeggiato nel palazzo di sant’Anna. Un gruppo di sostenitori di Cianciana raggiunsero il luogo fissato; furono accolti con esultanza e  nel contempo appresero che il loro capo aveva fatto sapere che sarebbe arrivato con qualche ora di ritardo e che intanto li invitava a cominciare a pranzare, considerata la circostanza che erano stati in viaggio e digiuni da diverse ore.
Il gaudio sprizzava dai volti esultanti degli ex avversari; la mensa era imbandita con addobbi principeschi; la fragranza di carne con patate al forno si spandeva per l’immensa sala; le caraffe di vino abbondavano sulla tavola.
Per ore gozzovigliarono da allegri compagnoni dimentichi dell’odio che li aveva divisi per molti anni e delle armi che per la prima volta avevano potuto lasciare nell’attiguo camerino, senza distinzione della cosca d’appartenenza.
Quando i fumi dell’alcol ebbero fatto il loro prevedibile effetto, gli invitanti si distanziarono dagli ospiti, mentre il capo della banda rivolgendosi a quest’ultimi comunicò loro che avevano mangiato i pezzi delle carni più pregiate dell’amato Jabbicu Cianciana.
Mentre gli ospiti, storditi dalle bevande e trasecolati per l’inimmaginabile annuncio, si guardavano inebetiti, cominciarono ad essere passati tutti per le armi.

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