venerdì 3 ottobre 2014

“MANCU SI MI SCACCIU”


Scacciàrisi è un termine dialettale tipico di Villarosa e della zona zolfifera della fascia centromeridionale dell’Isola.


Scacciàrisi era la più grande disgrazia che potesse capitare non soltanto al lavoratore della miniera che perdeva la vita, ma a tutta la sua famiglia che da oggi a domani veniva a trovarsi, non solamente senza il proprio caro, ma anche senza il magro salario che egli portava a casa il sabato sera. 


Com’è risaputo non esisteva a quel tempo nessuna forma d’assistenza pensionistica o di sussidio alla famiglia che finiva nella più estrema delle miserie materiali. Solo nel 1903 in Villarosa i lavoratori delle miniere per lenire almeno al minimo la miseria più nera, di loro esclusiva iniziativa e interamente a spese proprie, cercarono di darsi una timida mossa di solidarietà, creando la “Lega di Miglioramento tra Operi e Zolfatai”. Contribuivano gli stessi dipendenti col pagamento mensile di mezza lira se operaio e 25 cent. se “caruso”. Ben poca cosa, perché né Stato né Comune partecipavano con fondi aggiuntivi. Tanto era solamente una goccia d’acqua nel deserto.

La conseguenza pratica era quella che i figlioletti che superavano i sei anni venivano affidati a un pirriaturi che lo portava con sé nelle viscere della terra a caricarsi, sulle spallucce deboli di un malnutrito, uno stirraturi pieno di frammenti di roccia venata di tracce di zolfo; invece le femminucce andavano a criata, presso una famiglia facoltosa: in tal modo gli orfanelli si scuttavano quel pezzetto di pane, essenziale alla sopravvivenza propria, senza in tal modo sottrarre il tozzetto di pane alla stentatissima economia familiare.

L’espressione che titola questo post, nata nel mondo della miniera, era comune ed era usata anche in casi in cui non la riguardavano per nulla, per puntualizzare che una certa azione non si voleva compiere, in modo assoluto.

Si faceva calzare persino spropositatamente in solenni giuramenti come quello arcinoto spesso sulla bocca di un anziano che ad ogni occasione se ne usciva con l’espressione: Sull’anuri di ma figlia Marì… scacciarisi ma figliù Jachinu sutta na valata… e via di seguito. Non ebbi modo di conoscere il roboante e famoso giurante appena citato, ma per decenni sentii ripetere, insieme a nome e ngiulia, la sua inusuale e poco consolante battuta: per questo motivo non cito i veri nomi dei poveri figli messi al bando dal genitore e per non far vergognare ancor oggi i numerosi nipoti, nostri concittadini, di essere discendenti di cotanto loquace avo.

L’esempio che segue chiarisce meglio il concetto, ma in ogni caso è fuor di dubbio che quanti proferivano l’espressione senz’altro in gioventù conobbero il duro lavoro “da pirrera”.

Quand’ero bambino, capitava a mio padre di citare un’espressione che tempo prima gli era stata riferita dal suo fratellino Peppino che, per la sua vivace attrattiva, era quasi ogni anno chiamato a sostenere la parte di Gesù Bambino nelle “Tavolate di San Giuseppe”, che tradizionalmente erano imbandite presso facoltose famiglie, inderogabilmente ogni 19 marzo.

La tavula di San Gisé voleva rievocare la mensa della Sacra Famiglia di Nazareth, ma coloro che la imbandivano dimenticavano di realizzare il contesto storico dell’antica casa del Cristo, e la rievocazione era arricchita d’ogni primizia alimentare che veniva fatta arrivare in genere dalla Piana di Catania, i cui prodotti erano più precoci rispetto a quelli del nostro paese, ove in genere maturavano a maggio.

Cerchiamo ora d’immaginarci per un po’ tutti i visitatori, che spesso non avevano in casa l’essenziale alla sopravvivenza, nel momento in cui assistevano solo con gli occhi a tutto quel ben di Dio, sciorinato sull’amplissima tavolata.

La figura principale della “Tavulata” era ovviamente quella di San Giuseppe, rappresentato sempre da uno dei vecchietti più bisognosi del quartiere.

In quel giorno il poveretto avrebbe sicuramente desiderato che la sua pancia diventasse bisaccia, quasi a poter creare una piccola riserva per i giorni successivi, ma ovviamente tanto poteva avvenire entro un certo margine. (1)

I visitatori, curiosi di esaminare le varietà poco note e fuori stagione dei cibi imbanditi sulla straordinaria tavola, e forse un po’ desiderosi, ovviamente solo per quel momento, di trovarsi nei panni dell’anziano, invitavano il vecchietto, San Giuseppe per l’occasione, dicendogli a ripetizione:

- Mangiati San Gisè!

Poverino voleva far contenti tutti ma in ogni situazione c’è sempre un limite. 

E tutti a ripetere ancora: - Mangiati San Gisè!

Quando non poté in assoluto far contenti tutti, cominciò a reiterare a ogni invito la solita tiritera: 

- Mancu si mi scacciu……Mancu si mi scacciu …

L’espressione esisteva già, era un modo di dire molto comune, ma questa situazione, pur nella sua banalità, l’ha resa più ricorrente.

I tempi sono cambiati, lo zolfo non si estrae più, ma esso fu per quasi due secoli un momento fortunato per l’economia della nostra terra, ma nello stesso tempo altamente tragico per quanti vi lasciarono la vita o gli arti.

Spero di poter tornare sull’argomento e in special modo alla drammaticità dei tempi e delle situazioni.

Auspico ancora che gli eventi sempre più minacciosi in atto in molti paesi del mondo non facciano precipitare eventi che conducano alle atrocità di una sempre più temuta Terza Guerra Mondiale, sicuramente più terribile assai di quanto abbiamo potuto subire settant’anni fa. 

Ritornando al citato zio Peppino, che rappresentava Gesù Bambino nella Tavolata, egli ebbe la fortuna di non conoscere la durezza della pirrera, ma l’atrocità della guerra sì; per colpa di questa concluse la sua trentennale esistenza, assieme a tutti gli altri a bordo, mitragliato senza pietà alcuna sull’ ambulanza, con tanta di Croce Rossa dipinta sul tetto, diretta urgentemente all’ospedale militare, dove non arrivò mai.
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(1) È noto il detto: Panza mi’ fatti visazza! Esso in genere viene pronunciato nel momento in cui si ha l’acquolina in bocca innanzi a una tavola riccamente imbandita o quando si hanno a disposizione stuzzicanti leccornie in abbondanza, in una situazione speciale spesso irrepetibile.

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