sabato 11 agosto 2012

PINUZZA


Non ebbi mai occasione di conoscere personalmente Pinuzza G. e d'apprezzarne la decantata bellezza, perchè ero ancora ragazzo ed abitavo in un quartiere lontano dal suo. Però ebbi necessariamente cognizione della sua chiacchierata vicenda perché la crudele canzoncina, che si canticchiava in ogni angolo del paese, era nota persino ad innocenti bambini. Di essa rimasero impresse nella mia memoria un paio di versi che per decenni risuonavano nelle mie orecchie, forse perchè citavano il personaggio maschile che, anche se solo di vista, conoscevo di già:

Pinuzza la G. cchi facisti?
ccu Carminu D. ti nni scappasti...

Circa vent'anni fa venne a scuola per un certificato di studio una concittadina del mio quartiere, di qualche anno più giovane di me e da tempo trasferitasi in Palermo. Questa, felice di ritrovarsi sia pur di passaggio nella segreteria della scuola che aveva frequentato e a contatto con villarosani, diede la stura ai suoi ricordi che io, avido di storia popolare, avrei voluto in buona parte registrare al volo.
Al caso di Pinuzza aggiunse qualche altro verso che sono riuscito a serbare nella memoria:

Cincu mila liri ti li purtasti
ma o stessu nne tavuli durmisti...

I pretendenti della giovane erano tanti e di ceti sociali diversi, ma il suo cuore era impegnato ad un giovane avvenente zolfataio, pur egli a me sconosciuto e che ora indico come Tano. Questi, alla scoppio della guerra, s'aspettava di giorno in giorno il richiamo militare, così propose prima a Pinuzza e quindi alle rispettive famiglie, d'accelerare i tempi del matrimonio.
Gli sposini vissero in coppia pochi giorni fin quando giunse l'odiata cartolina.
Nei primi tempi ogni tanto Tano otteneva una licenza o un breve permesso che faceva per il momento attenuare la tristezza della lontananza. L'unico conforto per i due innamorati rimaneva la corrispondenza epistolare e la quasi matematica certezza che la guerra si sarebbe conclusa di lì a poco, considerate le celeri avanzate degli alleati tedeschi.
Pinuzza poi per qualche tempo aspettò una lettera che tardava ad arrivare; ogni mattina “si mittiva e talai” per intercettare il postino ed aver subito l'eventuale attesa missiva. Poi per molte settimane allungò invano il collo per scorgere il latore della cartacea felicità; finalmente una mattina, al colmo della tensione, ebbe in mano quanto attendeva.
Tano raccontava che era stato destinato alla campagna di Russia; avanzava verso est su un lento treno per una ignota e lontanissima destinazione; raccontava alla cara sposa che non c'era nessun paragone con le distanze di Sicilia o d'Italia.
Da quel momento la corrispondenza divenne sempre più rada finchè venne meno per sempre.
Luglio 1943, gli anglo-americani sbarcano nella Sicilia centro-meridionale; ci si rifugia nelle grotte e nelle gallerie di vecchie miniere...
Erano anni tristi per centinaia di migliaia di spose e madri. Pinuzza non era meno delle altre, anzi per molti animi sensibili di vicine e parenti era considerata una sepolta viva e nessuno riusciva a farla uscire di casa nemmeno per le feste principali, un funerale o una cerimonia in chiesa.
Addirittura alcuni per vile egoismo auspicavano che Tano non tornasse più, per potere un giorno impalmare la giovane vedova; altri ronzavano intorno alla casetta della sposina per meno nobili motivi.
Due anni ancora passarono fra le angosce delle attese e le difficoltà dell'esistenza stentata.
Giunse con la primavera del 1945 la tanto attesa pace mondiale; a poco a poco giungevano dai lager tedeschi o dai campi di prigionia anglo-americani i militi superstiti, ma di Tano in assoluto nessuna notizia.
Pinuzza rimaneva sempre più chiusa nel suo tacito dolore.
Si parlava dei circa ottanta mila prigionieri italiani dispersi nelle steppe dell'URSS e i familiari di Pinuzza si sforzavano in ogni modo di non far giungere tali notizie alla sposina sempre più sconsolata e chiusa nella sua pena.
Molti giovani del paese cumu lapuna gironzolavano in ogni ora del giorno e della sera intorno alla casa della giovane al centro della loro attenzione, sperando di intravederla e, in un modo o l'altro, farle conoscere, sia pur con una semplice attenzione d'un incrocio d' occhiate, la loro più o meno onesta intenzione. Altri speravano nell'intermediazione di qualche amica e arrivavano persino a proporre un'unione di fatto dal momento che i tempi della morte presunta rimanevano lontani.
Di certo non mancavano le anime buone che si dolevano delle afflizioni della poveretta, ma la loro comprensione non faceva, per nulla, proseliti nel vicinato.
Nel rione abitava Carminu D., baldo giovane meno maturo dell'avvenente Pinuzza; egli tempo dopo avrebbe sposato una gioviale coetanea dalla quale ebbe bei figlioli, la più giovane dei quali vive in atto a Villarosa.
Una di quelle tristi mattine del tardo dopoguerra si sparse la voce che Carminu non si vedeva in giro da qualche giorno. Invece di chiedere alla notizie alla famiglia si cominciò a creare una piccante storia di fuga d'amore, di na fujtina.
Subito le ciarliere del quartiere si misero all'opera e crearono un'orecchiabile canzoncina impietosa con nomi e cognomi che ebbe la “fortuna” che non meritava.
Ancora oggi miei coetanei, e forse altri, più giovani, canticchieranno:

Pinuzza la G. cchi facisti?
ccu Carminu D. ti nni scappasti...
Cincu mila liri ti li purtasti
ma o stessu nne tavuli durmisti...

eccetera, eccetera...

Pinuzza vittima vivente di due guerre, della Mondiale e di quella di Cortile, lasciò, di notte e per sempre, l'ingrato paese.


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