lunedì 19 aprile 2010

Ancora sulla Pasqua

Confesso che anche se credente non frequento spesso riti religiosi e processioni varie. Tanti ne seguii nella mia infanzia e nella mia giovinezza. Mi appassionava tanto “u ‘ncuntru”: la processione del pomeriggio di Pasqua, che tanto mi affascinava per via di quel manto nero che cadeva di dosso alla Madonna alla vista di Cristo Risorto. Ero curioso e volevo esplorarne il “mistero”. Era don Sariddu, il sacrestano della Madrice, che con la sua tunica bianca e rossa seguiva il fercolo , “a vara”, della Madre di Gesù addobbata a lutto; al momento giusto tirava una delle due estremità del nodo a fiocco e, d’incanto, la Madonna Addolorata si trasformava in raggiante Immacolata Concezione
Di certo la processione del Venerdì Santo in assoluto è la più sentita perché è la più genuina: in essa il protagonista è Gesù, che ha scelto di morire in Croce per dare un alto esempio all’umanità.
Poco prima di Pasqua ho parlato “do canniliri”, un dolce prettamente dell’occasione. Ora mi voglio soffermare su un'antica tradizione viva fin quando la Resurrezione si faceva coincidere con il mezzogiorno del Sabato Santo.
A quell’ora massaie e ragazzi si preparavano per accogliere il Cristo Risorto. Le prime, al tocco delle campane, che erano rimaste “attaccate” e quindi avevano taciuto per due giorni e mezzo, afferravano il bastone della scopa e colpivano sotto i mobili e i letti della casa gridando a ripetizione: “Nnisci diavulu ca trasi Gesù”. I ragazzi dal canto loro raccoglievano da terra pietre e le scagliavano sulle porte chiuse, gridando contro il demonio e con giubilo per Gesù risorto, con un sovrappiù d’accanimento, tanto le pietre per le vie allora abbondavano a iosa.
Era la festa della gioia che continuava il giorno dopo, ma soprattutto la mattina più attesa era quella di Pasquetta, che allora era chiamata “Pascuni”. Gli amici più affezionati si preparavano la tradizionalle scampagnata di quel giorno che li avrebbe legati “cumpari di dijuni o di Pascuni", per tutta la vita.
La formula che si recitava era la seguente:
“Compari e san Giuguanni
socchi avimu ni spartimu:
avimu pane e ossa e ninn’ jamu ‘nni la fossa;
avimu pane e rrisu e ninn’jamu ‘m paradisu”
Anch’io ho un cumpare di dijuni, da quasi settant’anni e ci chiamiamo ancora “cumpà”.

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