mercoledì 9 marzo 2016

    DON SARÌ MU DUNA UN CASCIUNIDDRU?

Don Sariddru era il sacrestano della Matrice nel tempo della mia infanzia. Egli era noto in paese a grandi e piccini per le sue varie attività di sagrista, di commercio ambulante e di bottega, ove erano addette le donne di casa.
Era anche proprietario di molte sedie della Chiesa che affittava a privati nelle loro case in occasione di feste, matrimoni, battesimi.
 Anche in chiesa, nelle grandi occasioni, faceva pagare un modesto obolo a quanti non gradissero lo stare in piedi nelle lunghe funzioni o prediche, come le Sette del Giovedì Santo, tenute quasi sempre da un prete forestiero, ottimo atteso oratore.
Coadiuvavano nelle attività chiesastiche i figli Nicola e Michele, brave persone, che badavano un po' qua e un po' là nei limiti delle loro scarse capacità visive ed erano pure addetti al suono della pianola nelle varie funzioni religiose. Dei due il secondo svolgeva la sua funzione nella Chiesa dell'Immacolata Concezione, che i vecchi della mia infanzia chiamavano ancora a chisulidda: l'antica chiesetta demolita oltre 90 anni fa e ricostruita come l'ammiriamo oggi.
Don Sariddru era padre di numerosa prole dei due sessi, metà minorati nella vista come lui e l'altra normali come la madre.
Fra questi una sola donna, la piccola, si sposò e andò a vivere in un cittadina vicina; un altro maschio era impiegato di banca in Villarosa, poi  trasferitosi altrove.
La figura più divertente fra tutti era Liddru, Cavaliere di non so che cosa.
 Negli anni '50 egli fu rappresentante di una marca di vari prodotti con l' emblema del "Cavallino" e la rossa figura rampante di questo era impressa sulle due fiancate della automobile messagli a disposizione della ditta.
Questo simbolo, anche quando non poté fare più parte dell'auto, accompagnò il Cavaliere in ogni sua azione sociale fin quasi alla fine dei suoi giorni.
Quando fu candidato promotore in una elezione amministrativa comunale, l'ormai famoso "Cavallino" fu scelto come simbolo.
Di lui si raccontano ancora tante storielle scherzose e non; delle prime , mi sovviene il tiro mancino diretto al proprietario di un bar, da poco passato a miglior vita. Questi una mattina si soffermò a conversare nella bottega di un noto fruttivendolo con amici. Della compagnia solamente il Cavaliere, cosa strana, quella volta non partecipava alla discussione.
Poco dopo il barista quando infilò la mano in tasca se la trovò piena di sottili e leggerissime sfoglie secche di cipolle. Non ne parlò con nessuno dei presenti ma capì subito da dove poteva venire quel tiro mancino e cominciò a escogitare il modo di restituire, come si suol dire, pan per focaccia.
Un pomeriggio il Cavaliere, seduto con amici al tavolo del bar della vittima dello scherzo per consumare il solito thè, si vide portare il suo che non appariva differente nel colore da quello degli altri amici. Quando però bevve il primo sorso lo trovò disgustoso e chiese al barista che cosa gli aveva propinato.  Questi serenamente gli rispose che si trattava di un nuovo gusto, ben noto al Cavaliere: thè alla cipolla.
Dopo queste digressioni a carattere familiare torno al titolo di questo post.
Don Sariddru era un gran lavoratore; nel tempo libero dalla maggiore mansione, faceva il venditore ambulante di piccoli oggetti  come calzini, biancheria intima, rocchetti di filo e aghi d'ogni misura. Tutta la mercanzia era avvolta in un largo pesante telo blu che legato agli estremi e era portato a spalla. Dava voce per le vie alla sua presenza e le massaie s'affacciavano davanti all'uscio per comprare qualcosa di cui avevano bisogno.
Era risaputo che l'anziano venditore amava lo scherzo: era abile ad esempio a parlare "una lingua" che faceva confondere gli ascoltatori: essa  era semplice nella sua combinazione, ma difficile nell' esposizione. Chiunque ci avesse provato s'inceppava, non di certo don Sariddru che si era esercitato fin da quando era bambino: il trucco stava nell'inserire in ogni parola, una o due volte, la consonante "p" che riusciva a stravolgere decisamente  il senso d'un discorso, sia pur comune, che diventava incomprensibile: non conobbi mai qualcuno che sapesse tradurla o rispondergli a tono. Noi bambini di allora appena appena  questo giochetto lo usavamo tra coetanei: dettavamo una frase imperscrutabile come, ad esempio, aspino spono pio! Poi si invitava il compagno a cancellare tutte le "p" della breve frase e subito passare alla lettura ad alta voce: risultato, "asino sono io!".
Così ridevamo; ma più lontano di lì non sapevamo andare.
L'infanzia di quel tempo non aveva mezzi per giocare come quelli di oggi. I giocattoli ce li costruivamo da soli fin dove si poteva e cercavamo rottami di vecchi oggetti, pale di ficodindia, cartoni, cartoncini e ogni altro avanzo di bottega per sbizzarrirci in semplici passatempi costruttivi .
Ai ragazzi la mercanzia di don Sariddru non interessava, era solamente materia per le mamme. Ai primi interessava lo scatolo di cartone vuoto che il venditore avrebbe di certo buttato: solo che io e tutti i miei amichetti mai ne vedemmo uno in giro abbandonato da lui.
In ogni strada la domanda d'ogni ragazzino era sempre la stessa:
 - Don Sarì mu duna un casciuniddru?
La risposta era pronta e sempre identica:
- Quannu u sfurnamu!

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