venerdì 12 marzo 2010

SALVATORE GIOIA

PARTE I^

La più grande promessa villarosana a livello nazionale, pronta per quello internazionale, fu stroncata sul nascere da un crudele destino.
Del grande tenore, al suo esordio sulla scena nazionale, restano poche tracce, e queste per lo più sulla Rete, dove sono in vendita antiche registrazioni del Nostro, accomunato con i più grandi e più famosi cantanti lirici del tempo.
Il ricordo di lui vive ancora nella memoria dei concittadini, di ennesi e di nisseni d’una certa età estimatori del bel canto, di critici musicali che ne poterono valutare le capacità canore.
Ricordo negli ultimi anni ’50 d’avere visto in TV la sua partecipazione da protagonista in un’opera lirica di cui non ricordo più il nome.
Salvatore Gioia, Totò per gli amici, era nato nel 1933.
Biondo, occhi azzurri; statura fisica medio-bassa, ma con tutti i muscoli ben sistemati nel corpo. Ottimo calciatore, impareggiabile in palestra sulle parallele; perfetto nelle prestazioni e sincrono nei movimenti più virtuosi; concludeva le sue performance ginniche senza stonature e in perfetto stile.
Fummo compagni di classe dalla terza media alla quinta ginnasiale; alla prima liceo a Caltanissetta eravamo in sezioni diverse. La scuola non era fatta per lui: c’era qualcosa che lo bloccava e non riusciva a profferire parola nelle interrogazioni, forse per una forma d’estrema timidezza che nessuno s’è saputo mai spiegare. Era però bravissimo nel solfeggio, che da parte mia odiavo tanto.
Un giorno in quarta ginnasiale il prof. Paternicò di matematica, avendo davanti Totò col gessetto in mano e negato totalmente a scrivere qualcosa, conoscendone, fra le altre, anche le meravigliose doti calcistiche, gli chiese di spiegargli la struttura del campo di gioco e la funzione dei vari giocatori… Un altro Totò esplose con un fiume di parole ben appropriate e per la prima volta lo sentimmo parlare in classe, in situazione… d’interrogazione.
Ma a lui si perdonava tutto per la bontà d’animo e la dolcezza del suo carattere, soprattutto perché quando c’era di cantare un pezzo lirico, anche senza accompagnamento musicale, incantava ugualmente gli astanti con sua voce limpida, cristallina, dolce e senza artifizi: Una furtiva lacrima e Il lamento di Federico ed altri pezzi ancora erano i suoi principali cavalli di battaglia.
A Caltanissetta si diffuse subito la notizia di questo straordinario giovane interprete e tanti amanti della lirica e del bel canto lo invitavano in vari locali soprattutto per ascoltarlo e ne restavano ammaliati…
Poi lo scoprì Enna dove ancor oggi ci sono antichi suoi estimatori che non si rassegnano alla grave perdita.
Così quando si ricordano in genere attività artistico-culturali del passato, non ci si dimentica di citare «il gran tenore Salvatore Gioia che li commuoveva fino alle lacrime col suo "Lamento di Federico", "Una furtiva lacrima ", l’”Ave Maria”»; e ancora, quando si rievoca il periodo radioso degli anni ’50 della lirica al Castello di Lombardia, la mente riporta al «mito di un personaggio quale il tenore Salvatore Gioia, frutto proprio di quel mondo e di quella tradizione».
Qualcuno, pur senza malizia, potrebbe pensare che intorno a questa sfortunata figura si sia potuto formare un mito alimentato da uno spirito di perdonabile campanilismo. Questo potrebbe anche accadere, ma nel presente caso questa tentazione non esiste nemmeno.
Le registrazioni in vinile e in nastri ancora esistenti sono la prova evidente della grandezza del nostro tenore che qualsiasi intenditore può giudicare ancora oggi.
Ma basta cercare sulla rete il nome del nostro appariranno una miriade di cd di pezzi cantati coi più grandi del suo tempo in vendita su Ebay, Amazon e in altri siti.
E poi non sarebbe mai casuale l’accostamento in dischi e cd d’un comune tenore di provincia con i più grandi nomi della lirica, quali Giuseppe Di Stefano, Ebe Stignani, Magda Olivero, Tito Schipa e tanti altri, sempre illustri.
 Gioia interpretò opere quali “L'Ajo nell'imbarazzo” di Donizetti, la “Nina”, o sia “La pazza per amore” di Paisiello, “L'italiana in Londra” di Cimarosa, coi più in vista cantanti lirici del tempo. Egli interpretò inoltre un'opera  impegnativa quale “La Sonnambula” del nostro Bellini accanto al soprano Fiorella Ortis, con l’Orchestra della Società dell’Opera diretta da Ferruccio Scaglia. Le principali arie sono sono registrate sul CD A.1717 della UTET.
Raccolgo dalla rete il seguente giudizio, in inglese (lingua che purtroppo non conosco tanto), che mi appare alquanto lusinghiero:
«For me he is a real find, with beautiful timbre (reminiscent of e.g. Ferendinos, Gigli, Tagliavini) and a welcome reduction in the use of aspirated vowels that intrude with many singers! Information on his career, which was evidently short, is sparse. Apart from the “Sonnambula” duet (unknown date), and the 3 performances at the “Martini & Rossi” concert in January 1958, Gioia appeared in a revival of Rossini’s “Count Ory” at the Piccola Scala the same month. I have on order a live recording of him in Donizetti’s “L’Ajo Nell’ Imbarazzo”, sung in Bergamo on 21 October 1959 (with Gatta). An Italian newspaper said, “He may be destined to inherit at least a part of Schipa’s legacy, if he studies plenty and doesn’t get bigheaded”. Apparently, by the middle of the 1960s he was already talked about as a “promise who has not fulfilled expectations”, due to “mental disorders”. Later an Italian newspaper reporter said, “Gioia, who at the time had to compete with e.g. [Cesare] Valetti in his prime, and a very fresh and extrovert [Luigi] Alva (although technically inferior), would have no difficulty in coming to the fore if he were to be heard today, deploying technical skills and expressive resources”.
Gioia’s performance of “Una furtiva lacrima” demonstrates the lost art of bel-canto in its long-breathed lines, flexible pacing and subtle shading. The “Manon” aria is (despite a timing slip near the start) as good as most, e.g. Cazette, Midgley, Patzak. For me “E la storia” is especially superb, interpreted with that plangent tone and ‘longing’ approach so inherent in the words and music. The control and solidity of voice is the more remarkable when one notices that these are live performances. The Milan audience seem to appreciate him, so it is the more disappointing that his career did not develop — I feel he would have been a top-class artist. In the duet, he produces some of the most attractive Italianate tenor singing on record, and his soft tone is almost feminine — not a crooning sound like Gigli and not husky like Schipa, but an open sound like di Stefano but smoother. After a flat 1st note Fiorella Ortis does well, blending accurately and pleasantly with her partner, to present a version that equals more popular ones e.g. Pagliughi / Tagliavini.»
Discography of Salvatore Gioia (@July 2003):
- 3 arias (“Martini & Rossi” concert Milan; ® January 1958).
- The duet ‘Prendi l’anel ti dono’ from “La Sonnambula” (Bellini) (® unknown; with Fiorella Ortis).
- “L’Ajo Nell’ Imbarazzo” (Donizetti) (live Bergamo; ® October 1959; with Dora Gatta).
- “L’Orso Re” (Trecate) (live Rome RAI; ® unknown; with Caterina Mancini).
- “Nina” (Paisiello) (‘CETRA’ rec; ® unknown; with Dora Gatta, Agostino Ferrin, Giuseppe Zecchillo).

[Segue]

Foto ricordo con Salvatore Gioia

SALVATORE GIOIA

PARTE II

L’ultima volta che incontrai Totò fu nel 1977; era venuto per qualche giorno dalla casa di cura a Villarosa e subito gli amici di Enna gli proposero un recital che egli portò a termine degnamente. D’allora non tornò più. Di lui avevo notizie dal caro e compianto Alfonso Distefano che, abitando a Priolo, aveva più opportunità d’andarlo a trovare.
Una mattina d’estate, da poco Totò aveva chiuso con questa vita, mi godevo il sole sulla spiaggia di Naxos e accanto a me faceva altrettanto un signore più giovane di me. Mi colpì di lui il fatto che diversi giovani lo andavano a salutare chiamandolo “maestro”. Non nascondo che avevo gran curiosità di saper chi fosse, ma non osavo far domande. Fu invece lui che ruppe il ghiaccio e si cominciò a parlare del più o del meno. Appena seppe ch’ero di Villarosa gli s’illuminò il viso e mi chiese se avessi conosciuto Salvatore Gioia. Seguì un prorompere di belle cose sul nostro tenore.
Il mio interlocutore era il tenore giarrese Musmeci. Gli chiesi se avesse avuto modo di aver conosciuto personalmente Gioia e mi rispose di no; però ne aveva ascoltate alcune registrazioni e a lui ne aveva parlato, con indicibile entusiasmo, un suo grande amico di Roma, critico musicale. Non ho più certezza del cognome di quest’ultimo, ma quando poco tempo dopo ho letto la recensione che segue il cognome Gualerzi parve che mi dicesse qualcosa.
In quel tempo un mio amico ammiratore di Totò Gioia mi prestò per registrarmelo un LP, Fonit Cetra LMR 5024, del 1981. Esso conteneva brani di grandi tenori e soprani e del Nostro era presentata una registrazione dal vivo d’un Concerto Martini & Rossi del 1958.
Io copiai della copertina il testo di presentazione del disco che di seguito trascrivo:
«Destinato forse a raccogliere una parte almeno della eredità di Schipa (se studierà ancor parecchio senza "montarsi")». Così un giovane cronista di nome Giorgio Gualerzi, nel marzo 1958, scriveva a proposito di un giovane tenore (forse suo coetaneo), Salvatore Gioia, che si era esibito nel concerto Martini & Rossi del 27 gennaio precedente. Di quella serata Gualerzi, ormai maturo d'anni e di esperienza, ritrova ora con interesse e sincera commozione la preziosa testimonianza in questo disco. Esso giunge in buon punto a ricordare, a quanti 1'avevano dimenticata, la fugace apparizione del giovane e promettentissimo tenore Gioia: un'autentica meteora, al punto che non si riesce a sapere donde venisse (forse dal Sud, almeno come origine) nè, addirittura, se ancora appartenga al mondo dei vivi.
Il povero Gioia non ebbe infatti il tempo di "montarsi" poichè, sembra a causa di disturbi mentali,già a metà degli anni '60 si parlava di lui come di una promessa non mantenuta. Nè d'altra parte le scarse presenze teatrali di cui ho notizia (la più significativa una ripresa del Conte Ory alla Piccola Scala nel gennaio 1958, giusto in coincidenza con il "Martini & Rossi") autorizzano a parlare di vera e propria carriera.
Certo è che il Gioia, mentre ai suoi tempi doveva vedersela, ad esempio, con il migliore Valletti e con un Alva freschissimo e assai “spondato” (anche se tecnicamente a lui inferiore) riascoltato oggi, non avrebbe avuto difficoltà a emergere, imponendo le doti tecniche e le risorse espressive di un canto non alieno talora da qualche zuccheroso manierismo e ancora affidato alla prevalente suggestione di una giovanile fragranza timbrica (pressoché esemplare mi sembra sotto questo profilo la sua "furtiva lacrima", ottimamente accompagnata dal compianto Ferruccio Scaglia) che fa insistentemente pensare a certi tenori "leggeri" del primo '900. Prima di chiudere voglio ancora insistere su un fatto incontestabile: Salvatore Gioia da più di 40 anni non calpesta le scene che frequentò per brevissimo tempo. Gli LP che esistono in molte private collezioni e i CD che anche oggi sono in commercio, specie sulla Rete, riportano numerosi brani del Nostro che in altri contesti è assolutamento ignoto, assieme ai più grandi nomi della lirica internazionale".
 Mi chiedo: in gloria di chi o per interessamento di chi sarebbero ancor oggi inserite fra quelle dei grandi le sue liriche se il Gioia fosse stato semplicemente un mediocre?
 Quale produttore rischierebbe di deturpare una compilation inserendovi un perfetto sconosciuto, quale al momento egli resta ancora?
Nel vol. 24, in vendita su Amazon, è citata la Milan Radio Symphony Orchestra Orchestra e Coro di Milano della RAI Milan RAI Orchestra and Chorus Turin Radio Symphony Orchestra & Chorus con Magda Olivero, Margherita Carosio, Maria Callas, Rosanna Carteri, Beniamino Gigli, Carlo Bergonzi, Gianni Raimondi, Giuseppe di Stefano, Mario del Monaco, Salvatore Gioia, ultimo perchè l’unico privo di fama, ma da non poter essere escluso per la dolcezza della voce e per la purezza del timbro.
Voglio intensamente sperare che con questo mio intervento io abbia fatto cosa gradita ai villarosani che conobbero Totò Gioia, a quelli che ne hanno sentito parlare e al resto di essi, presenti ed emigrati, che pur non conoscendo questo loro concittadino amano il loro paese e si interessano della “storia” dei villarosani.
Da questo nostro sito lancio una proposta all’Amministrazione comunale, quella di intitolare una via o una piazza della nostra cittadina a questo grande e sfortunato suo figlio.
È il meno che possiamo fare per ricordarlo degnamente negli anni a venire.

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Di Cateno Corbo pare che al momento ne esista uno solo