sabato 20 agosto 2016

               ALTRI GESTI UMANI NELLA FAMIGLIA DEL                                                   "POVER UOMO"

La storia che segue mi è stata dettagliatamente resa nota ancora una volta da Borino, uno dei numerosi pronipoti della figura del "Pover uomo", autore del suo nobile antico gesto, già presentato nel Blog.
Questa volta si tratta del padre del mio informatore Gesualdo e della cugina Filomena, ambedue nipoti del summenzionato virtuoso nonno.

Lo scopo principale delle nuove vicende non si arresta solamente nelle azioni umane e generose, ma piuttosto nelle circostanze storico-economiche subite dalla protagonista femminile per fatti non dipendenti dal suo personale agire.

Borino, nel riferirmi la presente storia, si è soffermato su un particolare, trascurabile ai fini del racconto, ma utile per riflettere sul riciclo di certe mode, già in declino oltre cento anni fa, che oggi tornano in voga. Il padre di Filomena, Turiddru, morì giovane. Il nipote Gesualdo, figlio d'un fratello del defunto e padre di Borino, ricordava questo zio con un'unica buccola d'oro agganciata a un orecchio, sicuramente ultimo non comune residuo di una declinante moda, che, nei numerosi successivi decenni vissuti, egli non ebbe più modo di vederla riattivata.

L'orfanella Filomena tirò avanti con l'umile e mal pagato lavoro di criata della madre  e della modesta carità della grande, sia pur umile, famiglia. Quando  giunse in età idonea ad emigrare lasciò in patria la matura madre e partì per l'America  del Nord.
Lì Filomena conobbe un prestante giovane meccanico siciliano di eccellenti costumi, Peppino, che Borino da ragazzino ebbe modo di conoscere e di accertarne i pregi.
La coppia non fu mai allietata dalla arrivo di un erede, ardentemente desiderato.
I due coniugi vissero negli Stati Uniti per qualche decennio. Poi, a seguito della crisi economica del '29, insieme a tantissimi altri emigrati, decisero di rientrare in patria.
La coppia in questione, a tirata di conti, giunse alla conclusione che con gli interessi bancari del loro cospicuo capitale, prima in dollari, avrebbero potuto campari cca sarbietta: era quest'ultima un'espressione comune per indicare un modo di sostentarsi da modesti benestanti.
Scelsero di vivere nella grossa cittadina d'origine di Peppino. Qui presero in affitto un lussuoso e ampio appartamento, con vista sulla piazza principale.

S'erano di già tirati i conti che non c'era motivo di acquistare un'abitazione dal momento che non avevano eredi diretti e poi perché non volevano avere assilli vari, come quello di andare appresso a bollette d'imposte da liquidare: bastava loro solamente avere l'impegno di versare puntualmente ogni sei mesi il corrispettivo dell'affitto al proprietario del prestigioso immobile.

Avevo di già accennato alle congiunture storico-economiche nazionali, ma anche mondiali, che risultano sempre la sintesi naturale di tantissime esperienze, più subite che realizzate da ciascun cittadino.
Io stesso, bambino nei primi anni '40, passai improvvisamente dalla minuta moneta di 5 centesimi di rame e la più grossa da 5 lire d'argento, alle lire cartacee.  Poi, nel 1943 a invasione subita, arrivarono le AM lire dei vincitori, realizzate unicamente su carta maldestramente stampata, tanto che falsari da strapazzo, servendosi di un timbretto con lo 0 da apporre appresso all'1, contrabbandavano la semplice monetina d'una lira,  promossa di colpo all'altra da dieci lire.
A parte tutto questo era piombata inaspettatamente una forma d'improvvisa e opprimente inflazione d'immense proporzioni, mai così notevolmente percepita prima.

Per tutti i fiduciosi risparmiatori fu uno scombussolamento generale che mise in forte crisi i nostri protagonisti: fu in quel periodo che Peppino fu colto da un infarto cardiaco che lo condusse in breve tempo alla morte.
Filomena si ritrovò quasi in un'imprevedibile miseria.
La poverina ridusse al massimo il suo modesto tenore di vita, al quale solamente in gioventù era stata avvezza: prelevava dalla banca piccole somme, ma le rimanenti nei libretti di risparmio fruttavano sempre più declassate lirette.

Il costo dell'affitto del magnifico alloggio le sarebbe gravato al massimo a seguito della svalutazione della moneta, se non fosse intervenuta,  provvidenziale per lei, la legge sul blocco dei fitti, che consentì di mantenere tale spesa a prezzo arginato e di poterla utilizzare, considerata la particolare ampiezza della casa, anche come mezzo di sostentamento, concedendola in affitto, come "stanze in famiglia", a studenti d'altri paesi, che frequentavano le scuole superiori di quella città.

Filomena per oltre un ventennio visse del suo lavoro dedicato a tale giovanile categoria d'inquilini senza chidere aiuti esterni, principalmente ai due maggiori cugini, il citato Gesualdo e l'altro, Aldo, già indicato in altro post come "decoroso figlio". Quest'ultimo era vissuto in passato nella stessa città americana di Filomena e quindi a lei più vicino. Ugualmente tornato in Italia risultò sfortunato a causa della disastrosa inflazione che li accomunò, con la più rilevante incombenza di dover mantenere la propria famiglia, completa di moglie e tre figli. 
I due cugini comunicavano con la cara e isolata parente per mezzo di saltuaria corrispondenza epistolare e di immancabili cartoline d'auguri nelle feste religiose principali.

Sul finire degli anni '60, Gesualdo  al ritorno in treno da un insolito viaggio a Palermo, sentì il bisogno di fare una breve sosta nella cittadina della cugina, che non vedeva da più di due decenni.
Filomena fu felice d'abbracciare il più giovane cugino, ma subito cambiò d'umore e si manifestò eccessivamente affranta.
Tra singulti e dirotte lacrime confessò che aveva dovuto rinunciare a tenere  i giovani clienti in casa, non tanto per l'età che avanzava, ma soprattutto perché le era stato diagnosticato un brutto malanno, difficilmente curabile.
Istante dopo istante lo sconforto di Filomena si moltiplicava e, tra amari pianti, insistette tanto che il caro cugino le desse l'opportunità di finire i suoi disperati giorni circondata da persone care ed essere poi sistemata per sempre nella modesta tomba di zia Minichina, evitando in tal modo d'essere infossata nella nuda terra.
Gesualdo, tenuta presente la straziante disperazione dell' adorata cugina, non poté fare a meno di promettere, sia pure con motivata desolazione, quanto chiestogli  nell'affranta invocazione.

Il viaggio di ritorno a casa fu un muto calvario.
Il periodo corrente per Gesualdo era il più triste della sua esistenza di maturo artigiano che aveva dovuto mollare la sua vecchia attività per specifici motivi di salute e iniziarne un'altra del tutta diversa, per la quale aveva chiesto un gravoso prestito in banca, della cui  rateale restituzione era molto gravato.
La sua famiglia di già aveva a carico i tre figli e anche l' anziana suocera: aggiungerne un'altra attempata, per giunta gravemente malata, risultava molto oneroso da ogni punto di vista, in special modo per la cara donna di casa, Michelina.

Giunto in famiglia, Gesualdo introdusse l'argomento tanto scottante citando subito il principio altamente cristiano che il vero prossimo è quello che sta più vicino a noi. Poi concluse chiedendo: chi altro in questo mondo potrebbe avere il precipuo dovere di primario sostegno a Filomena?
Michelina pianse lacrime tristi.
L'argomento, dal momento che non sitrovava altra soluzione, si chiuse presto.
 I coniugi cominciarono a mettere da parte settimanalmente piccole somme per le eventuali spese mediche e le previste funerarie.
Qualche mese dopo giunse l' appello della triste solitaria, col quale  invitava il cugino a provvedere al suo ritorno al paese di sua remota nascita.
La degenza dell'ospite cara non durò molto.
A esequie ultimate si provvedette al ripristino della stanza della malata alla precedente  sistemazione; nel cassetto del comodino si notò presto una busta gialla non incollata: dentro era contenuto un libretto della Cassa di Risparmio V.E., intestato a Gesualdo, con un credito di 150.000 lire, somma molto vicina alle ultime spese sostenute.




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