giovedì 27 marzo 2014

Una quisquilia di sessantuno anni fa



Questa foto fu scattata il 22 febbraio 2006, giorni prima d'essere stata coperta dalla malta cementizia della facciata; la scritta originaria fu apposta tra maggio e primi di giugno del 1953.




Questa foto in bianco nero è stata scattata da ignoto nei giorni della Fiera del 1953


Chiamatela bazzecola o inezia; giudicatela come volete, ma intendo parlare di una trascurabilissima scritta che resistette per circa sessant’anni, oggi sepolta dalla spessa malta cementizia che copre la facciata dell’ex negozio dei Tornabene. Essa, sepolta, è sempre là pronta a risorgere, ci giurerei, anche se, quando ciò dovesse avvenire, io di certo non sarò più in grado di leggerla.
Primavera 1953, elezioni politiche. La D.C. e suoi alleati avevano fatto passare nei due rami del Parlamento una legge che prevedeva un forte premio di maggioranza alla coalizione che avesse raggiunto una certa percentuale per assicurare all’Italia una più piena governabilità, o, come sostenevano gli avversari, secondo la loro convenienza di assicurarsi una forma di larvata autocrazia. I partiti di sinistra, P.C.I. in testa, si opposero risolutamente a quel progetto combattendo una dura campagna elettorale, senza esclusione di colpi. La coalizione alla quale la D.C. faceva da capo fila ebbe sì la maggioranza, ma il dispositivo predisposto, per volere degli elettori, non arrivò al quorum previsto e il sistema proporzionale rimase in vigore.

Sul Corso Garibaldi a fianco del negozio della buonanima di Totò Tornabene, gli oppositori alla legge nei giorni precedenti all’elezione avevano scritto con smalto rosso “ʍ la legge truffa”. 
Il Tornabene, democristiano fervente, l’indomani della vittoria monca della D.C. perché sul maggioritario aveva dato ragione ai comunisti che lo chiamavano “legge truffa”, cancellò la scritta, come si rileva dalla seconda foto in bianco nero sopra riprodotta.

Alla luce della lunga storia di questa iscrizione ho ragione di ritenere che qualche comunista avrà scelto quel posto propriamente per provocare l’acceso democristiano.

           Senz’altro non avrei pensato a questa sciocchezzuola se il caso non mi abbia fatto posare gli occhi sulla foto bianconero, tratta dal sito www.villarosani.it,  nella quale appare ben visibile la “storica” cancellatura in bianco a destra dell’ingresso al negozio del Tornabene, tra la porta principale e la futura seconda prevista per via dell’arco soprastante. La data in cui fu scattata la foto, Festa Patronale, 1953, è incontrastabile: se essa fosse stata ripresa in un successivo agosto, vedremmo su quella specie di marciapiede i virgulti degli alberi che saranno piantati nel successivo inverno del 1954. La campagna elettorale di quel 1953 fu molto aspra e grintosa, io ne fui estraneo perché allora era soltanto un diciannovenne e il diritto al voto per la Camera dei Deputati era concesso, in quel tempo, a quanti avevano compiuto i ventuno anni. Ricordo bene però le polemiche, i comizi dai toni infocati durante i quali si attaccava per lo più il maggior partito, la D.C.
Ritengo che il caro Totò, scornato dall’esito semi gradevole di quella campagna elettorale, avrà ritinto la scritta subito dopo la vittoria mutilata del suo partito, per non lasciare traccia di quella sconfitta morale e per non dare eccessiva soddisfazione allo sconosciuto, o forse al ben ipotizzato avversario politico, autore della provocatoria scritta.
Le mie ipotesi naturalmente si sono affermate nel corso dei successivi decenni, per via del fatto che la copertura in bianco ripassata più volte sulla frase scritta in ottimo smalto rosso, di tanto in tanto lasciava scivolare il colore bianco, proponendo l’originaria resistente iscrizione.
Quante volte si sia ripetuta la cancellatura nel lungo corso dei decenni, io non sono in grado di precisarlo.
Quando il povero Totò venne a mancare alla sua famiglia, il figlio Enzo, di certo all’oscuro di queste antiche schermaglie, non si curò per nulla di quella scritta apposta in tempi in cui egli era stato sicuramente un lattante.
Una mattina di qualche anno fa, io mi trovavo a passare di lì mentre Enzo era accanto alla porta del suo esercizio. Io attratto ancora dalla vivezza di quell’indelebile rosso, mi soffermai a chiacchierare con lui e gli accennai l’antica storia della scritta murale. Mentre mi accingevo ad andar via, aggiunsi, tanto per dire qualcosa, che la resistente antica frase meritava d’essere fotografata. Al che Enzo mi disse: - Se proprio le interessa si affretti perché fra pochi giorni sarà rifatto il prospetto del negozio e di questa scritta non rimarrà niente.
Qualche giorno dopo uscii da casa con la macchina fotografica e scattai la foto sopra riprodotta, la data dal file grafico porta la data 24-02-2006.
La storiella finisce qui, ma il significato politico della scritta rimane sempre attuale, perché in questo nostro Paese una continuità politica non l’abbiamo mai vissuta. Abbiamo conosciuto il cosiddetto “Mattarellum”, poi il “Porcellum”, per addolcire il termine usato dal suo stesso autore, che in verità l’aveva battezzato “Porcata”…
E siamo sempre lì. Non s’è potuto mai formare in Italia un governo compatto che potesse essere in grado di applicare il suo programma annunciato al popolo e potere completare a pieno i naturali cinque anni della legislatura.
È vero che la storia non si fa con i “se”: ma chissà se, diversamente, ci saremmo abituati da decenni a un decoroso sistema, presente in quasi tutti i Paesi di democrazia avanzata, invece di agitarci tra le vorticose onde che minacciano sempre più di sommergerci. 

sabato 15 marzo 2014

San Calò, porta panoramica su Villarosa, e altro



 
Su San Calò c’è tantissimo da dire, del culto del Santo, del luogo, e anche dei suoi aspetti più strambi.

Quanti abbiamo conosciuto il paese nell’antica topografia tracciata dalla pittrice Rosa Ciotti, guardando il culmine del piccolo dosso dal basso lo qualificavamo come il confine estremo oltre il quale si poteva andare solamente se si aveva un motivo specifico per inoltrarsi.

Io, già da tempo, ero  arrivato alla Colonia, ma con mio padre e i suoi amici solamente nelle belle  domeniche di pomeriggio allungando l’ inusuale  percorso al di là del breve tratto tra la Piazza e il Ponte Caramanna.

Un amico di mio padre don Turiddu d’Alù, ferroviere in pensione e quindi il più anziano della compagnia, era quello che in genere proponeva d’allungare la passeggiata “fuori porta”, alla “Colonia”, che qualche vecchietto del paese nominava, a suo modo, come “Chilònia”.  L’attempato amico di papà, per scherzarci sopra, usava spesso questo termine. Non aveva fatto però i conti con l’unico mocciosetto della compagnia, cioè io, che lo correggevo puntualmente di volta in volta. In tal modo la compagnia passava un po’ di tempo, fin quando cominciai a capire che si trattava solamente di una stuzzicante sfida. Essa per scherzo continuò per anni ancora, anche quando, io divenuto giovanetto, di tanto in tanto incontravo il caro don Turiddu.

La mia grande aspirazione intanto era divenuta quella di fare una passeggiata, come i grandi, arrivando a San Calò con qualche amico della mia età, senza accompagnamento d’adulti.
La prima passeggiata a San Calò tra noi ragazzini la proposi io a Michele Palmeri, mio coetaneo, all’uscita dalla messa di una domenica di primavera. Ricordo che nella via del ritorno, scendendo verso il centro, ci sentivamo più emancipati, come se fossimo finalmente usciti dall’infanzia e promossi alla qualifica di giovanotti.
Avvenne oltre sessanta anni fa che invece scoprii San Calò, come porta panoramica di Villarosa.

       Dal 1950  al 1953 studiai al Liceo di Caltanissetta; abitavo con grandi sacrifici miei e dei miei familiari in “stanza in famiglia” perché allora non c’era ancora la comoda opportunità dei mezzi di trasporto, che si svilupparono solamente qualche anno dopo; si tornava generalmente in paese tre volte l’anno, per le vacanze di Natale, di Pasqua, e infine a giugno, a conclusione dell’anno scolastico.

      In uno di questi tre rientri a casa, stavo sulla corriera col mio compagno, di classe e di stanza, Peppe Notarrigo, che dopo la maturità classica si stabilì definitivamente al Nord.

       Viaggiava pure sullo stesso autobus, fra gli altri passeggeri, una matura signora che andava a trovare per la prima volta parenti di Pietraperzia, stabilitisi da poco a Villarosa.

     La donna vantava la bellezza del suo paese in modo un po’ spropositato, tanto che produsse uno stato di risentimento nel mio giovane collega che, per tutta risposta, subito si mise ad esaltare il nostro paese.

       La discussione fra i due divenne animata nella totale indifferenza degli altri viaggiatori.

       Quando cominciai a percepire che la disputa era scivolata in una diatriba futilmente snervante, volli intervenire chiedendo a Peppe s’egli era mai stato a Pietraperzia e alla signora se aveva avuto modo di visitare già Villarosa. Alla risposta negativa dei due, io strinsi la questione stabilendo che ognuno si teneva nel cuore il suo bel paese, perché, continuando in tal modo, non si sarebbe mai arrivati a un accettabile risultato. D’incanto tornò il silenzio. La signora si accontentò di godere il paesaggio del tutto simile a quello d’ogni altro posto del Centro-Sicilia e gli altri passeggeri ne approfittarono per rilassarsi o per sonnecchiare un po’.

        Quando l’autobus arrivò davanti alla chiesetta di San Calogero e si aprì alla vista dei villarosani sull’autobus il già noto Corso Garibaldi, si sentì la signora di Pietraperzia, rompere il silenzio:
- Oooh! Quant’è bello! …. Non me lo aspettavo così! …. Aveva ragione il giovanotto! …

     Mentre siamo in argomento, voglio aggiungere altri aspetti del nostro caro paese per com’era in tempi in cui tanti giovani non erano ancora al mondo.

      Il Corso Garibaldi nei primissimi anni ’50 era diverso dall’attuale; identica era ovviamente l’ampiezza, ma più ristretta era la sede stradale, perché tra l’asfalto non ben cilindrato e i due marciapiedi c’erano due cunette, lastricate a ciottoli, che servivano a far defluire l’acqua piovana. Ho parlato di marciapiedi, ma allora erano solamente quattro e brevi panchine rivestite con “balate” (lastre di pietra), due per ciascuno dei due Corsi perpendicolari; essi partivano dai quattro canti e terminavano alla prima traversa che la interrompevano. I restanti marciapiedi erano di terra battuta, come quasi tutte le vie del paese. 

     La piazza principale ottagonale, la sera in genere e di festa in particolare, era stracolma di persone che parlavano a crocchi e quanti avevano voglia di muoversi passeggiavano sulla sede stradale, non disturbati affatto dal transito di automobili, al tempo pressoché inesistenti, di consuetudine fino al ponte Caramanna, dove iniziava la piccola salita che si concludeva davanti alla chiesetta del Santo. Per offrire un’immagine tutta diversa da quella degli ultimi decenni voglio citare una foto sfocata in bianco nero dei primi anni ’50, appesa per molti anni (e forse ancora) su una parete del Bar centrale, come vero cimelio storico, che raffigurava l’assolato Corso Garibaldi, dalla piazza verso san Calogero, lungo il quale non si scorgeva nessunissima auto parcheggiata e nemmeno qualche altra in transito, né ancora il corso era stato adornato dai begli alberi di ligustrum japonicum, piantati, poco più tardi, nel 1954.

      Nondimeno era quello lo scenario che sbalordì la signora pietrina, che, con estrema sincerità, ebbe a riconoscere la peculiarità del nostro Corso.

    Per chi voglia approfondire l’argomento dal punto di vista dello sviluppo rettilineo seguito dalla Ciotti, può leggere il post “Barone del popolo”, in cui il protagonista, da analfabeta qual era, sostenne una tesi che a me giovane sembrò stramba, ma che poi io stesso potei verificare visivamente nel 1960: seguendo lo sviluppo lineare, ora ideale, del Corso Garibaldi; esso dopo San Calogero sarebbe andato a finire a colpo d’occhio propriamente sull’ultima palazzina della via Pola, a Villanova, dove io insegnai in quel lontano anno.

    Villarosa, senza un piano regolatore serio, nei decenni scorsi ha perso lo spirito geometrico ciottiano; poi, specialmente nella zona nuova, essa è stata lasciata crescere disordinatamente.

    Già che ci siamo nell’argomento voglio dilungarmi stupendo il lettore con la sorprendente affermazione che perfino i ciechi hanno potuto verificare la particolare scacchiera villarosana.
Qualcuno penserà: - Questa sì che è buona!

   Da giovane ero molto vicino, quale presidente dell’ Azione Cattolica giovanile, a monsignor Marino, parroco della Chiesa dell’Immacolata Concezione. Una sera egli mi stupì con la stessa affermazione, da me appena citata, ma subito dopo mi chiarì la circostanza.

     Quello stesso giorno era sceso in piazza da un autobus un cieco, stretto parente di una suora delle Orsoline. Nessuno seppe dargli un’indicazione esatta perché nessuno conosceva con quel nome la confraternita indicata dal poveretto, ma tutti avrebbero saputo senz’altro indicargli la Casa Sant’Angelo. Così lo avviarono alla Concezione per avere un’indicazione più esatta.

  Subito padre Marino si mise a disposizione e insieme s’incamminarono.

      Strada facendo il cieco asserì: - Sono larghe le vie di questo paese.

    Poco dopo, prima d’arrivare in via Marguglio,  aggiunse ancora:             - Ben squadrate, sono le strade.

    A questo punto il parroco incuriosito timidamente provò a dire:
      - Lei, a quanto pare, qualcosa la vede …  

   Al che quello rispose che era totalmente privo della vista e subito gli offrì la spiegazione delle sue due precedenti affermazioni: egli s’era reso conto, attraverso la massa d’aria percepita con la sensibilità tattile della sua persona, dell’ampiezza delle vie; poi, dalla constatazione delle svolte fatte sempre ad angolo retto, ne aveva tratta la conclusione che le strade erano ben disposte a squadra.

    Per quasi duecento anni prima i Notarbartolo e successivamente gli amministratori villarosani furono pronti a seguire le indicazioni di Rosa Ciotti, negli ultimi decenni invece s’é perso il lume della ragione ed è prevalsa la nozione della convenienza personale.

    Forse sarebbe stato più utile ed economico rivolgersi a un cieco intelligente e a un analfabeta intuitivo, anziché a ingegneri, palazzinari e politici che hanno condotto il bel paese all’attuale stato.


martedì 4 marzo 2014

Quantu ti rrenni stu baissìculu?


Quando sono nato io a Villarosa l’energia elettrica era già arrivata da quattro anni; nelle città molto tempo prima e a Villapriolo soltanto dopo la guerra. Il grande evento però non era per tutti perché molte famiglie temevano di dover spendere di più o i proprietari di terra con ulivi non sapevano come smaltire l’olio e la feccia delle loro olive; la stessa cosa avvenne vent’anni dopo circa quando fu introdotto da noi il gas in bombola, perché gli agricoltori non sapevano come altrimenti utilizzare le ramaglie degli alberi e la sansa delle olive. Questo autoescludersi dal progresso offriva una certa sensazione di rozzezza, perché, potendolo fare economicamente non godevano di quella meravigliosa invenzione che aveva fatto mettere da parte voluminosi lumi a petrolio nelle case agiate e misere lucerne ad olio in quelle più bisognose. Capita sempre che il beneficio di tanti può arrecare danno ad una minoranza, ad esempio nel nostro caso felici  non rimasero i venditori di petrolio ed olio rancido, qualificato come lampante. Ricordo che mio padre parlava con ironia di una gnura, della quale non ricordo il nome, che nei primi giorni del grande evento la sera con una scusa andava in casa delle vicine dotate di luce elettrica, si avvicinava alla lampada accesa e annusava. Dopo qualche minuto d’ispezione si rivolgeva alla padrona di casa e riferiva che un certo odorino di petrolio anche la lampadina lo faceva. Si rideva alle spalle della poveretta, specialmente che la sua propaganda ingenuamente contraria non poteva in assoluto fare proseliti. Ultima nel mio vicinato a resistere fino al dopo guerra era la famiglia della gnura Catina D., che se non era benestante, povera non poteva dirsi: qualche volta che mia madre mi ci mandava di sera con qualche piccolo incarico, me ne uscivo da quella casa con un’ombra di tristezza nel cuore.
Un beffardo destino volle che io, e altri milioni d’italiani nati o cresciuti nella gioia della luminosità,  dovemmo sperimentare il tristissimo regredito periodo, con un inatteso salto all’indietro.
Giugno 1940 Mussolini, trascinandosi un intero popolo, dichiara guerra alle democrazie europee. In principio la corrente elettrica non mancò, ma bisognava tenere di sera le finestre serrate per non far uscire il minimo raggio di luce che poteva essere captato dagli aerei nemici. Intanto era percepito come lugubre e agghiacciante il grido dei giovani fascisti che girando per le strade invitavano ad alta voce a chiudere porte e finestre perché il nemico ci spiava dall’alto. Altrettanto avveniva, per maggior ragione, con l’illuminazione esterna. Per noi ragazzi cui nella bella stagione piaceva tanto continuare i giochi in prima serata, dovevamo aspettare qualche giorno di luna piena per poter fruire al minimo del diritto al gioco.
Quanto più la macchina bellica si avvicinava alla Sicilia, nella stessa misura s’intensificarono i bombardamenti aerei soprattutto sulle fonti di energia, con le centrali elettrice in testa.
Fu a questo punto che il buio esterno invase pure l’interno delle case, così avvenne che il petrolio all’improvviso tornò ad essere richiesto nella quantità di tredici anni prima, ma con l’aggravante  che esso ora scarseggiava per motivi bellici, dovendo rifornire carri armati, navi e aerei da guerra. Quindi la necessità divenne più rigida perché dei lumi a petrolio si potevano avvantaggiare solamente chi aveva possibilità di trovarlo, anche a caro prezzo, al mercato nero.
Fu così che tornarono nelle case le lumère ad olio che io non avevo mai conosciuto. Frequentavo allora la prima media e avevo bisogno di un po’ di luce in più per fare i compiti al mio tavolino, specialmente d’inverno quando la luce del giorno era breve. Così mi adattai a crearmi il mio cantuccio illuminato da una misera lucerna a olio: mettevo in questa una modica quantità d’olio, preparavo un batuffolo di cotone (che i vecchi chiamavano màttula), lo allungavo  a guisa d’un verme e poi un’estremità la immergevo  nell’olio e l’altra, sempre inumidita d’olio, la inserivo in un restringimento del contenitore d’argilla cotta; infine accendevo il moccolo con uno zolfanello, chiamato allora pòsparu.
 Per non annoiare di più i possibili lettori risparmio loro l’immensa disperazione mia quando la lucerna si rovesciò e l’olio invase a beverone la grammatica latina…
      Mentre ci siamo a parlare di energia elettrica voglio risparmiare altre tristezze e raccontare quanto ho appreso da diverse persone più grandi di me nella mia prima giovinezza. Nei giorni di diffuso fervore gioioso, per l’arrivo della tanto attesa luce, c’era chi non pensava soltanto ad essa.
Viveva in Villarosa un barbiere che io non ebbi possibilità di conoscere ma di cui sentivo parlare con entusiasmo, Ciccio Mazzeo. Questi aveva il salone più o meno in un pianterreno ove oggi c’è lo studio dell’avvocato Giulio Magnifico. Quando i figli divennero grandetti si trasferì a Catania per dar loro la possibilità di frequentare scuole che a Villarosa non esistevano, lasciando la sua attività artigianale al  fratello Turiddu, che io conobbi.
Il grande dei Mazzeo, oltre ad essere un bravo artigiano, arrotondava gl’introiti vendendo macchine per cucire. All’arrivo atteso della tanto utile e giustamente portentosa forma di progresso, volle comprare e anche far conoscere la prima radio, forse anche per far appassionare tanti altri al punto di potere vendergliele lui stesso.
Pose su un tavolinetto davanti alla porta del suo esercizio la grande novità, l’accese e in men che non si dica accorsero ragazzi, vicini e passanti, tutti curiosi, di ascoltare quel miracolo dei tempi moderni.
Per più giorni, in determinate ore, offrì la possibilità ai concittadini di godere dell’invenzione di Guglielmo Marconi.
Un uomo solo della famiglia di Ciccio Mazzeo guardava con disappunto e sospetto il marchingegno diabolico che aveva la capacità di fare arrivare la voce da Roma fino a Villarosa, il suocero, che era un proprietario terriero fra i più ricchi del paese. Ma l’ostilità verso quel miracolo della scienza non era dovuto a qualche forma di paura, ma alla tirchieria congenita di quell’uomo a cui ogni spesa procurava immenso dolore e giudicava ogni acquisto superfluo. Sicuramente aveva saputo di quella spesa del genero e volle vedere, a distanza, se valeva la pena di spendere tutto quel “capitale” solo per far godere tanti curiosi e sfaccendati.
Un pomeriggio, come se fosse di passaggio, l’anziano camminava guardando dritto sul marciapiede antistante. Il genero lo scoprì e immantinente lo chiamò. In primo momento fece finta di non sentire, ma Ciccio gridò ancora più forte:
-        Papà, si veni cca!
Il vecchio volse lo sguardo verso il genero e tirò avanti ancora. Ciccio ancora con più veemenza:
-        Papà, nun si paga, jè arrigalatu!
Stavolta non potè esimersi dall’ulteriore chiamata e lentamente s’avvicinò; osservò attentamente, quasi sembrava che finalmente ascoltasse interessato quel portento parlante, quando, ad un tratto, rivolgendosi al genero esclamò:
-        Quantu ti rrenni stu baissìculu?

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Di Cateno Corbo pare che al momento ne esista uno solo