mercoledì 22 dicembre 2010

I LUTTI DI GIUFÀ

Anche i Giufà possono trovare moglie, il nostro non fu di meno. La prescelta bella non era ma nemmeno brutta; per il resto era come le mogli in genere, sempre scontenta, pronta a lamentarsi, a pretendere dal povero cristo ciò che non sapeva o non poteva offrirle, ma pur sempre risultò una valida compagna di vita.
Un giorno la poveretta venne meno, stroncata da un infarto. Giufà ne fu tanto dispiaciuto da restare bloccato al punto che non riuscì a tirar fuori nemmeno un gemito o una minuscola lacrima.
Nondimeno non gli mancò il conforto di parenti, amici e vicini di casa; lo andavano a trovare a tutte le ore cercando di confortarlo in quel momento delicato della sua esistenza.
Passato il lutto i visitatori non si fecero più vedere, anche perché credevano che la perdita per Giufà non doveva essere stata percepita come fatto grave per via del suo dolore per nulla manifestato come da comprensibile previsione.
Una mattina all'alba Giufà s’alzò per andare a lavorare nel suo campicello, quando trovò il suo asino stecchito ai piedi della mangiatoia: era morto senza un’apparente causa.
Giufà innanzi alla triste realtà cominciò a strillare tanto che svegliò tutti gli abitanti del quartiere.
Accorsero in molti non sapendo cos’era capitato al loro vicino, ma quando appresero della dipartita del quadrupede, se ne dispiacquero molto, ma nello stesso tempo fecero presente che non era il caso di creare tutto quel putiferio e interrompere il meritato riposo a tanti lavoratori che si sfiancavano per tutto il santo giorno nei campi e nelle miniere.
La cosa non finì lì. I pianti del povero Giufà non accennavano col tempo ad affievolirsi, anzi erano una lagna continua che non aveva tregua.
Una mattina di conserto alcuni dei più prossimi, esasperati da un più lungo piagnisteo iniziato nel cuore della notte e che si protraeva ancora, si presentarono alla porta dell'inconsolabile e gli rinfacciarono senza mezzi termini che una sola lacrima non uscì dai suoi occhi per la perdita della compagna della sua vita e che nemmeno un comprensibile singhiozzo fu sentito al funerale... 
Ora invece...
Giufà ancora singhiozzante alzò gli occhi, puntò col dito contro a quelli che gli stavano di fronte e sbottò: - Sì, àiu caputu ca tannu tutti vinìvavu ppo vustru tornacunto.
Tu – indicando il più prossimo - ddra vota m'ammuttavatu a fàrimi maritari a to' cugnata, a sciancata.
Poi indicando un altro: - Tu m'infunciavatu a to' suru ca jè cchiù brutta do piccatu murtali.
E infine al più anziano dei tre: - Vossì ammèci mi vuliva chiantari n' testa na bedda pariglia di trispa, dànnumi a so' figlia c' à statu u spassu di tutta la cuntrata…
Ora ca m’ha murtu u sciccariddru, ca iè tutta a vita mi’, nun cc’è un crastu ca dici accattamuccinni unu a stu puviriddru.
All' unisono i vicini girarono i tacchi e si allontanarono esclamando: 
- Sempri diddru jè!… Sempri diddru jè!...

domenica 21 novembre 2010

AVVISO A LETTORI E COLLABORATORI

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sabato 13 novembre 2010

Canzone dedicata a Villarosa da Claude Barzotti

Claude Barzotti è un cantante italo-belga nato da genitori d'origine marchigiana.
A contatto con nostri paesani sparsi per Belgio e Francia ne raccolse le nostalgie e le emozioni che furono trascritte in parole e musica durante un breve soggiorno a Villarosa, ospite di un nostro concittadino.
Cliccare sull'indirizzo di Youtube di sotto per ascoltare la canzone dedicata alla nostra cittadina:
http://www.youtube.com/watch?v=NFK7NzlXeBA

venerdì 5 novembre 2010

U SCECCU DI CARDARANU

 Cardaranu era un vecchio povero, ma padrone di un asino macilento, di pelo mirrinu per l’avanzata età.
L' inverno di quell' ultimo anno fu particolarmente rigido e l' attesa erba non cresceva per pecore, capre ed altri animali. Anche nella pagliera scemava sempre più il mangime per i quadrupedi amici dell’uomo.
Cardarano, più povero dei poveri di Villarosa, fu il primo ad essere prossimo al venir meno della paglia per il suo caro e unico bene.
Il poverino, quasi a nascondersi dal suo paziente amico, giorno dopo giorno gli sottraeva, con dolore, una manciata di paglia dalla consueta razione ordinaria.
 Il povero ciuco non aveva mezzi per protestare, e giorno dopo giorno, dimagrendo s' intristiva sempre più.
Il buon vecchietto si voleva illudere che il quadrupede si stesse abituando al rigido tenore di vita, almeno fino a quando l’erba sarebbe cominciata a crescere.
La speranza di Cardarano era nello scorrere dei giorni per arrivare alla tanto attesa Candelora, e ripeteva a sé stesso con ossessione:
-   Ppi la Cannilora di la ‘mmirnata simu fora.
Intanto il somarello sempre più smilzo non si alzava più dal giaciglio, rifiutava addirittura il magro pasto e a non beveva più.
Cardarano, ingenuamente speranzoso, credeva d' aver trovato il sistema di risparmiare sul mangime.
Una fredda mattina di febbraio l' asino  stirò le cuoia e non diede nessun segno di vita.
Piangendo Cardarano si lamentava con vicini ed amici:
- Propriu quannu s' aviva abituato a nun mangiari, mi va a mòriri...
Questa storia si conta a Villarosa, ma essa forse, come tante altre, esiste pure in altri paesi, con personaggi di diverso nome: l'antica povertà era infatti di casa in ogni luogo.
Me lo fa sospettare il fatto che, gironzolando per la rete, ho incontrato il detto che segue d’un'altra località che non ricordo, ma di cui ho preso nota: Cuomu lu sceccu di Ninu Marruni ca quannu si mparà a nun mangiari, murì

lunedì 18 ottobre 2010

STORIA DI MAFIA E D’EMIGRAZIONE

Don Turiddu Calabrese era un fine fabbro: cito una curiosità di interesse locale, che circa cento anni fa fu lui ad essere incaricato dal Comune di realizzare la banderuola in ferro battuto della torre dell'orologio civico: essa per tutto questo tempo ha ben eseguito e continua il suo compito ad ogni cambiar dei venti. 
Persona gentile, stimato da vicini e clienti, che non si sarebbe mai e poi mai sognato di sgarrare ai doveri della legalità e della buona creanza. Suo padre,attenendosi a detti antichi, gli aveva insegnato di tenersi lontano da "galantumini, ca cumu i muli, tiranu cauci quannu menu ti l’aspitti" e "di nun fari amicizia ccu sbirri, pirchì si cci appizza lu vinu e li sicarri".
S’era tenuto pure lontano dalla politica locale al fine di evitare di dover scendere agli inevitabili compromessi che essa comporta; poi anche perché un suo stretto parente s’era trovato in situazione spinosa, tant’è che era stato costretto, per pagare debiti non da lui contratti, ad emigrare in Argentina.
Egli abitava da gran tempo nella casa ch’era stata dei suoceri, defunti da gran tempo, ch’era toccata in eredità ad un cognato, il quale viveva di commercio a Catania e, da vero galantuomo qual  era, trovava sconveniente chiedere la pigione a sua sorella.
I coniugi Calabrese avevano messo in conto che prima o poi dovevano acquistare l’abitazione dal congiunto e per questo scopo da tempo tenevano una somma da parte per il momento tanto atteso.
 La casa per i tempi in cui si svolsero i fatti, agl’inizi degli anni ’20 dello scorso secolo, si presentava ancora d’ ottima costruzione; poi, don Turiddu, in considerazione del fatto che non pagava affitto, non lesinava affatto sulle spese di manutenzione e sull’abbellimento.
Questa sorgeva nella strada dei Santi e dominava un’ampia piazza del paese, e faceva gola a tanti benestanti locali, ma tutti erano consapevoli che don Turiddu non si sarebbe fatto sfuggire quell’acquisto, vitale per la sua famiglia, perché comprendeva casa e putìa.
Un giorno Rosa Spalletta in Calabrese ricevette una lettera dal fratello Jachino che la informava di essere intenzionato a vendere la sua proprietà e che voleva passare la Pasqua in Villarosa tra i suoi.
Quando don Jachino, provenendo in carrozza dalla stazione, giunse o rivìlu, i facchini si precipitarono a prendere le sue valige di morbida pelle.
L’arrivo del concittadino che aveva fatto èbbica a Catania, sconvolse la quiete della parte di paese da dove egli passava: chi non lo conosceva ammirava il forestiero in bombetta e bastone col loden ripiegato sul braccio, quanti lo riconobbero andavano ad ossequiarlo. La notizia giunse in piazza e alla Società Umberto I di cui era ancora socio puntualissimo nei pagamenti delle mensilità sempre anticipate. Amici e altri solamente curiosi si precipitarono per vie traverse per incrociare il tragitto che don Jachino doveva percorrere.
Giunse nella casa dei suoi cari circondato da un folto gruppo di cittadini e da vicini di casa che s’unirono ai primi.
Il mattino dopo don Jachino cominciò a fare qualche domanda ad amici sul mercato delle case in Villarosa.
La notizia si diffuse in paese e giunse agli orecchi di un miricanu da poco rientrato in paese, desideroso di fare la vita da signore con il bel gruzzolo guadagnatosi negli States.
Questi consapevole delle mire del Calabrese, offrì allo Spalletta una somma più del doppio del valore di mercato della casa.
 Don Jachino a tavola, tenendo bassi gli occhi sul piatto, confidò che aveva subito un tracollo economico e sperava, con la generosa offerta di quell’emigrante, di comprarsi a Catania almeno un tetto sia pure più modesto.
Rosa Spalletta si sentì venir meno per la disastrosa duplice notizia che colpiva l’amato fratello e la proprietà della casa della sua infanzia e di tutta la successiva esistenza.
 Il gelo più disarmante avvolse quell' abitazione; tutti si parlavano a monosillabi e nessuno ardiva d'affrontare il discorso che ciascuno rripitiava nella propria mente sconvolta.
Don Jachino per svariare la mente confusa andava a far finta di leggere il giornale all’ Umberto I; don Turiddu furibondo lanciava improperi e maledizioni verso ddu piducchiu rivinutu di miricanu, partito morto di fame e che ora era capace di comprarsi mezzo paese…
Un mattino di una di quelle notti insonni don Turiddu prese la sua decisione, che egli giustificò di dover fare per il bene della famiglia.
Andò a bussare ad un portone e chiese udienza al padrone di casa.
Questi ruppe il silenzio vedendo l’ospite in grave imbarazzo e disse:
-   Don Turiddu carissimo, quale motivo vi porta a fare onore alla mia casa?
L’altro, dopo una lunga pausa imbarazzata:
-   Don Calojiru caro, sta Mèrica ni sta rovinannu a tutti; un tintu carriaturi torna cc’on carrettu di scuti e n’ accatta a mmassa. Chisti sordi miricani nun su’ scuttati ppi nnenti!
Don Calojiru ascoltò per filo e per segno, non promise nulla di certo ma il tono lasciava trasparire la sicurezza che solo un “uomo d’onore” era capace di dare.
Più tardi, come di solito don Calojiru andò all’Umberto I; prese amichevolmente al braccio don Jachino e se lo portò nella sala di lettura. I soci presenti fecero finta d’aver completato il rito della scorsa al giornale e lasciarono gli altri due ai loro discorsi…
Don Jachino quel giorno fu più tetro del solito a pranzo; disse che gli era passato l’appetito e si ritirò nella sua stanza a preparare il bagaglio.
Salutò in fretta la sorella per l’ultima volta e le disse che avrebbe mandato per posta la procura a vendere.
La nave sulla quale don Jachino s’era imbarcato per l’Argentina solcava già l’Oceano, quando una mattina, prima che all’officina arrivassero i giùvini, don Turiddu ricevette una visita inaspettata: Don Calojiru tirò fuori da scappulara con gelosa delicatezza tre piastre di cera vergine su cui erano impresse i calchi di altrettante chiavi di quelle con profili articolati che servivano a chiudere i magazzini delle masserie e che il padrone teneva sempre alla cinta… salvo quell’istante bastevole a lasciarne un' impronta su delle malleabili tavolette di cera d’api. 
Su di esse don Turiddu nottetempo avrebbe realizzato preziosi duplicati in ferro…
Sulla reciprocità dei favori mi sovviene un nostro proverbio: Na manu lava l'autra. Con ironica tristezza si è soliti aggiungere: E tutti dui allordanu a facci!

   P.S. – La presente storia è assolutamente vera e mi è stata raccontata alcuni anni fa, fin nei minimi particolari, da un figlio di don Turiddu, personaggio molto noto in Villarosa e da pochi anni passato all’altra vita. Sono stati cambiati i cognomi per rispetto di altri familiari viventi, i nomi sono rigorosamente gli originali.

sabato 25 settembre 2010

L’ANTICA FESTA DI SANT’ANNA E IL RILIEVO DI QUESTA IN VILLAROSA

Non ero ancor nato quando in Villarosa si svolgeva la prima domenica di settembre di ogni anno la festa campestre in onore di Sant'Anna.
Questa Santa era nell'anima della nostra antica comunità. Della chiesetta dedicata esiste ancora il rudere, mentre, pur mostrando i suoi secoli, resta maestosamente in piedi il Palazzo di Sant'Anna.
  I Notarbartolo fecero il primo passo dalla borghesia alla nobiltà con uno dei capostipiti che acquisì il titolo di Barone di Sant'Anna.
La nostra futura cittadina doveva nascere in quel luogo, ma poi i Notarbartolo si orientarono verso l'attuale sito per una serie di motivi molto validi:
1) Per ottenere la "licentia populandi" dovevano dimostrare che esisteva un antico abitato; nell’attuale sede era esistito il casale San Giacomo di Bombunetto, pare distrutto dal terremoto del 1693;
2) Qui esistevano pozzi di acqua che se pur salmastra era sempre qualcosa. La piccola sorgente che ancora esiste in una delle grotte della contrada Stanzie era insufficiente per un’intera comunità, sia pur piccola;
 3) Di qui passava l'antica regia trazzera, che pur con la cronica impraticabilità, offriva almeno una più precisa collocazione geografica.
Ho fatto questa digressione per evidenziare lo stretto legame che esisteva tra il nostro paese qui ubicato e la località dove sarebbe dovuto nascere.
  Sentivo parlare da bambino con grande nostalgia di quella festa campestre che nella mia infanzia non si celebrava più, senz'altro a seguito del crollo del luogo di culto. 

Si parlava di masse di popolo che a piedi si portavano a quella chiesetta e nello stazzo antistante c’era chi costruiva capanni per ripararsi di giorno dal sole e nella notte da occhi indiscreti, perché la festa a quanto pare arrivava a trasformarsi quasi in un baccanale.
 Si poteva paragonare in certo senso ad un Carnevale estivo dove anche il povero “si sparava” i risparmi accumulati da mesi per quel giorno tanto atteso.
La baldoria carnascialesca era prodotta con i più svariati strumenti popolari come zufoli, trombette e tamburi ed ogni altro corpo che producesse rumori; con l’aggiunta in finale di spari di mortaretti e giochi d’artificio.
 Nel pomeriggio le manifestazioni erano innumerevoli: corse di cavalli, di muli ed ed infine di asini; corse coi sacchi, l’albero della cuccagna, il gioco bendato a colpire pignatte di coccio piene di un raro premio per lo più salsiccia o poteva capitare di vedersi scaricare addosso acqua o cenere, scatenando le risate del popolo divertito. Il tutto  faceva passare in secondo piano i canti, le preghiere e le lodi alla Madre della Madonna.
Era negli eccessi per lo più la festa degli zolfatai, amanti della linfa di Bacco e, dal momento che vivevano costantemente a fianco della morte, erano più portati ad una religione percepita paganamente.
A parte la festa, sant’Anna era sempre presente nella mente dei Villarosani, che stupiti si chiedevano: - Come mai la festa di una Santa così importante non è comandata?
Il popolo quando non trovava una giustificazione ad un fatto, se la creava con la fantasia: la Madonna era adirata con sua madre perchè non si sarebbe doluta  abbastanza della tragica morte di Gesù. Così la tradizione locale, rendendo umani nei difetti più comuni persino i Santi, spiega la mancata festa comandata come una maledizione della Madonna nei riguardi della madre Anna, coniando il seguente detto:
 - Cu nun cridi a la ma dulì, a so festa cumannata nun si’!
Tale detto l'ho sentito da ragazzo, fuori dal contesto religioso, in bocca a donne mature, quasi come una maledizione, quando non si sentivano comprese nella loro sofferenza dalle persone a loro più vicine.
Aggiungo un altro esempio di ingenuità popolare che a me giovane suonava alquanto strana. Dell’ antica trasposizione scenica popolare sulla morte e passione di Gesù, “A Casazza”, che però io non ebbi modo di seguire, sentivo citare una "strana" battuta: durante l’ascesa al Calvario di Cristo sopraffatto dalla pesante croce, un personaggio minore del dramma rappresentato chiedeva ad un altro astante informazione sull’identità del condannato, la risposta era che si trattava “di lu figliu di la figlia di Sant’Anna”.
Per il popolo Anna era santa addirittura prima che sorgesse il Cristianesimo!

martedì 21 settembre 2010

CENNI SUL MONDO SOCIALE ANTERIORE AGLI ANNI ‘50

I segni più vistosi d'una certa distinzione sociale ai tempi della mia infanzia e prima giovinezza erano i copricapo, "cuppuli e cappedda", che però non erano obbligati come una divisa. 
Decenni prima era stato comune un copricapo di panno dalla forma cilindrica coperto in alto e senza fondo in basso per consentirgli di adagiarsi sulla testa, era “a scuzzitta”[Il berretto tipico di Giuseppe Garibaldi, anche se non di origine siciliano, si può considerare una "scuzzitta"] . Il colore della stoffa era scuro ma poco identificabile perché quei pochi che sono riuscito da ragazzo a vedere sul capo di qualche vecchietto erano molto unti per la scarsa igiene praticata in quel tempo. Oggi per sciccheria la porta qualche uomo di cultura legato alle tradizioni della nostra terra. Ricordo che alla celebrazione del Centenario della nascita di Vincenzo De Simone fu invitato il poeta Ignazio Buttitta, grande estimatore ed amico del Nostro. L’ospite si presentò al Cinema Italia dove si svolse la celebrazione con una “scuzzitta” di colore blu tradizionale con dei ricami in filo dorato. Qualche anno più tardi rividi un simile copricapo rosso e fregiato dei soliti ricami dorati indossato da un antiquario di Taormina, amante della cultura e amico di personalità del gotha internazionale e, per citare la più ragguardevole per arte e notorietà, dell’attrice Greta Garbo.
Fino a un decennio dopo la fine dell’ultima guerra, era impensabile che un operaio o un contadino, sia pur benestante, portasse il cappello. Di festa invece qualche artigiano l’indossava.
A tal proposito ho un ricordo indelebile. Era il 1946: prime elezioni amministrative. A Villarosa erano in lizza due liste: quella della Democrazia Cristiana e quella civica con emblema “il Leone” capeggiata da un ex sindaco del periodo prefascista, don Peppino Profeta, a cui s'erano unite le sinistre.
Mio padre fu indotto a candidarsi, non chiese il voto a nessuno, non tanto per superbia ma per il principio della libertà del voto: fu eletto ugualmente e con molti suffragi. Io dodicenne seguivo le manifestazioni democratiche che per me, e non solo, erano assolute novità.
Vinse la lista popolare e subito a scrutinio completato spontaneamente si formò un immenso e composto corteo che fece il giro del paese lungo il tragitto delle processioni.
Mi colpì la frase di un signore che rivolgendosi a mio padre disse: - Nun cc'è mancu un cappiddu!
Io curioso salii su degli scalini d’una casa della via Milano e appurai l'affermazione appena sentita.
Altra distinzione sociale, a parte certe professioni particolari, dottore, professore o avvocato, era il modo di nominare le persone: Don e Donna, Mastru e Gnura. Artigiani, commercianti, impiegati e rispettive mogli erano chiamati col Don e Donna, il resto della popolazione con mastru e gnura.
C'era pure una zona intermedia fra il Don e il Mastro, che si risolveva con “zzi”
, appellativi confidenziali che non presupponevano l'esistenza di parentela: zzi Pe', zzi Turì, zzi Marì, zzi Minichì....
Sconfinare da queste regole comportava biasimo ed ironia.
Ricordo che c'era una donna che proclamava, in italiano: - Io sono la signora Alessi...
Ma la si compativa come persona un po' stramba...
Fino agli anni '60 i contadini, anche i più facoltosi, d'inverno usavano “ a scappulara”, scapolare, una specie di mantello di stoffa pesante di color blu con cappuccio. Gli altri che si volevano distinguere dal popolo minuto usavano “u palittò”, il cappotto. I più poveri s'arrangiavano come potevano...
In tempi più antichi, professionisti e galantuomini, portavano un elegante mantello con borchia dorata a chiusura alla base del collo, u firriulu.
Come si evince c'era una scala sociale variegata che ciascuno rispettava per timore d'essere preso in giro, ma non c'era un obbligo legale: era solamente una convenzione tacitamente rispettata.
In fondo era il reddito che creava il discrimine. In ogni categoria c'era anche una scala di  valori a seconda  delle capacità professionali o dal modo di proporsi al prossimo.
I vari mondi sociali erano poco permeabili, ma si poteva passare dall'uno all'altro nel corso delle generazioni. Importante era la considerazione morale della famiglia, ma il reddito e il potere erano più attraenti, come oggi del resto.
Della scala agricola l'ultimo era, ed è ancora, “u jurnataru”; di quella zolfifera “ u panuttaru”, quello che impastava le polveri inerti miste a scagliette di zolfo che asciugate venivano infornate per trarne un minimo di zolfo liquido. I “panutti” sbriciolati concorrevano a formare “u ginisi”, lo scarto inerte che rimane dalla combustione e liquefazione dello zolfo; esso era un ottimo materiale idrorepellente molto adatto per costruire stradelle.
A proposito “do ginisi” sono ancora visibili sullo sfondo del corso Regina Margherita verso nord dei grandissimi coni di deiezione di color rosa formati da tali rosticci. Oggi hanno perso il color vivo che ancora tengo negli occhi della mente e sono solcati dall’erosione delle piogge nei numerosi decenni.
Sempre a proposito del suolo villarosano tutta la zona ai piedi del monte Respica, a destra dell’ “Ariazza”, appare come un paesaggio lunare, cumuli irregolari e buche sempre di color rosa per via dei rosticci, essi sono “i ginisara” di Verona: così comunemente è chiamata la zona. Da ragazzo mi chiedevo che cosa c’entrasse la città veneta col nostro paese, ma nessuno mi sapeva dare una risposta. Col tempo ho scoperto che Verona era il cognome d’una facoltosa famiglia palermitana di industriali dello zolfo e padroni di miniere nella zona.
Mi compiaccio di citare questi particolari che se non fissati nella forma scritta sono condannati ad inesorabile dimenticanza, come ad esempio l’origine del nome Respica.
Da ragazzino quando a qualcuno si chiedeva che scuola avesse frequentato, questi con un risatella rispondeva: - U quartu ginisaru di Verona!
Io confondevo la parola “ginisaru” con ginnasio, ma i conti non quadravano perché l’interpellato non corrispondeva ai canoni dello studente.
Teoricamente la scuola era aperta  a tutti, nella sostanza ad una striminzita minoranza. Un solo esempio potrà dare un'idea approssimativa. Nella mia prima classe, anno scolastico 1940-41, gli iscritti eravamo 56 [ho la fotocopia del registro]. Non  tutti però i nati del 1934 [si tenga presente che allora al nostro Comune mancavano poche decine di abitanti per arrivare ai 12.000] varcarono quel primo ottobre il portone del novello palazzo scolastico Silvio Pellico”, almeno altrettanti erano per le strade del paese o in campagna. Dei miei 56 compagni originari, quelli che arrivammo in quinta si potevano contare si e no sulle dita d'una mano, gli altri dieci erano i reduci dalle altre prime e poi s’era aggiunto qualche ripetente. Restavano inesorabilmente fuori della scuola i poveri che non possedevano un paio di scarpe.
Fra le gallerie di foto del sito villarosani.it ce n'è una di gruppo dove la metà dei ritratti seduti a terra mostrano con assoluta naturalezza i piedi nudi. La foto mi pare degli anni '50, lascio immaginare quanti piedi scalzi nei decenni precedenti.
Non si finirebbe mai di raccontare aspetti di un tempo che si spera che non torni mai più: voglio lasciare spazio a qualche concittadino di aggiungere particolari nuovi o correggere i miei.

giovedì 1 luglio 2010

UNA CLASSE NUMEROSA DI CITTADINI REIETTI


Erano tristi i tempi passati, specialmente per i poveri, gli sfortunati disabili, gli invalidi del lavoro, i lavoratori giornalieri che d'inverno facevano la fame.
 Prima d'introdurre una breve storia in cui è vittima un gallina, il protagonista umano mi induce a ricordare che, in aggiunta alla sua povertà, c'era quella di trovatello, “pigliatu do turnu”. La sua condizione, più triste di quella dell'orfano che pur infelice risultava legittimo, il trovatello invece era spesso messo al mondo a seguito di abusi sessuali a danno di povere ragazze, in genere servette di case patrizie. L'antica usanza feudale del “jus primae noctis” anche se ufficialmente non sussisteva più, sotto sotto era sempre vigente fra i nobili e ad essi s’erano aggiunti i borghesi più facoltosi.
I frutti di questi soprusi nottetempo venivano depositati presso qualche badìa. L'incaricato (conoscevo un uomo di fuori il cui nomignolo era “giralarota” e una donna di Villarosa chiamata “a turnara”, “ngiulii ereditate da familiari che avevano questo  compito), faceva girare una ruota e davanti a sé all'esterno gli arrivava un piccolo ricettacolo a guisa di culletta atto a contenere un neonato; quindi suonava il campanaccio del portone e attendeva che una monaca rigirasse la ruota e portasse dentro al riparo il pargoletto.
 Queste povere creaturine, considerate frutto del peccato, erano rifiutate per una serie di necessità da chi l'aveva messe al mondo  e poi accolti come appestati dalla comunità umana, legittimata dai crismi dell'ipocrisia imperante.
La gente li chiamava “muli”, e anche ”, “prujetti”, “mulacciuna”.
Ricordo un giovane padre di famiglia robusto e muscoloso, uno dei primi a lasciare il paese nel dopoguerra, che non aveva cognome per i villarosani, per tutti era “Cicciu u mulu”.
  Un altro poveretto, grande invalido cieco della Grande Guerra, non era chiamato col suo cognome da legittimato, ma per tutti era indicato ancora come “u proiettu”.
Io ragazzo confondevo quel nomignolo con la parola “puietu”, poeta.
Quando fui più grande mi chiedevo perchè non partecipasse a nessuna delle gare di poesia, che allora erano più in voga a Villarosa, e scoprii che il suo era uno sprezzante nomignolo che indicava lo stato di “rifiutato, abbandonato, lanciato, buttato”.
Di questi esempi se ne potrebbero citare a decine.
Tutto ciò non era solamente un problema di forma, ma di sostanza: c'era un comune disprezzo per questi sfortunati nostri fratelli. Non sentii mai levare una voce in loro favore da nessun pulpito o cattedra: disconosciuti da quelli che li misero al mondo e reietti della società che li accoglieva.
Raccontava mia nonna che molti di questi poveretti disprezzati nel loro paese, quando riuscirono ad emigrare negli USA non diedero più nessuna notizia di sé. I sapientoni locali commentavano questa comprensibile risoluzione con un detto allora comune: “Puru cche muli cci voli furtuna”.
 Ad onor del vero bisogna dire che i casi di disprezzo dell'affiliato non erano la totalità, almeno in famiglia. Gli affiliati della mia generazione erano più integrati in casa e in tantissime non si notava affatto la differenza: conosco qualche caso in cui un occhio particolare era riservato al figlio non di sangue.
  Purtroppo in molte altre famiglie i figli legittimi mal sopportavano il trovatello. Ricordo il caso di Gino, grande lavoratore e “figliolo” amato dai genitori affilianti, ma disprezzato dal figlio legittimo di casa che lo indicava a tutti come “u mulu”; un altro che portava il cognome di fantasia d'uno splendido fiore fu tutelato dal padre adottivo col lascito d'una modestissima casetta. Gli eredi legittimi aspettavano la sua morte per riprendersi il possesso dell'immobile. Il  triste giorno giunse, i voraci "parenti" si diedero da fare per riacquistare ciò che apparteneva alla famiglia, ma legalmente la richiesta non potè essere presa in considerazione perchè non risultava col defunto nessuna forma legale di parentela e in mancanza di testamento fu lo Stato ad ereditare.
Gli stessi cognomi talvolta denotano ancora oggi un'antica triste condizione: Proietti, Trovato, Esposito, ecc...
Oggi, ad esempio, non facciamo caso a tantissimi cognomi al femminile: erano i figli d'una “criata” di casa che col permesso del padrone, padre inconfessato, tratteneva il bimbo fra la servitù e al battesimo la creatura era registrata col cognome ricavato dal nome della madre.
  Quelli deposti in qualche istituto venivano affidati a coppie senza figli o a poveretti che per un misero sussidio da parte della Prefettura se li tenevano in casa per affidarli come “carusi” a un picconiere o per fruire, dopo i primissimi anni, dell' aiuto nel lavoro del campicello.
Mi fermo qui; in seguito tratterò di Peppi e della triste sorte… d’una gallina.

mercoledì 16 giugno 2010

Il 25 luglio 1943 a Villarosa

Avevamo lasciato le grotte, gli anfratti, le gallerie e i buchi delle miniere ed eravamo tornati a casa. L’invasore ci stava bene perché faceva star bene. Scoprimmo che i soldati americani erano in buona parte figli o nipoti di siciliani e parlavano, un antiquato dialetto siciliano. Mio padre aveva conosciuto per caso un giovane soldato siculo-americano di Pittsburg, che era della stessa zona della città in cui abitava la propria sorella maggiore, ma che non  conosceva. Mio padre gli consegnò un appunto per poterla rintracciare e per rassicurarla che stavamo tutti bene e non avevamo subito danni (almeno fino a quel momento, perchè l'anno seguente mio zio Peppino, fratello di papà, sarebbe perito dentro un'ambulanza delle Croce Rossa mitragliata da aerei americani, a Castel S.Giovanni di Piacenza).
La situazione di Villarosa era identica a quella d’ogni altro angolo della Sicilia occupata; i tre soldati che percorsero la via Milano sereni e tranquilli come se passeggiassero avevano avuta identica esperienza positiva dei paesi “conquistati” qualche giorno prima. Anche in quelli c’erano stati tante "Impurtise", tanti "mastri Jabbicu Profeta" e tanto giubilo di popolo.
Gli americani in Villarosa s’erano accampati o cantìri, il cantiere incompleto delle case per gli zolfatai, abbandonato allo scoppio della guerra, che era ubicato proprio nello spiazzale ove oggi sorge la scuola Villanova e l’Asilo Nido, mai entrato in funzione.
Io non andai mai da quelle parti, prima perché non ero di quelli che andavano in giro ed anche perché già San Calogero a quel tempo era considerato fuori paese. Prudenti come me altri non furono, fra questi Fifuzzu Lentini, di nove anni come me, figlio d’un amico di mio padre, lontano da casa perchè ancora militare. In quel posto Fifuzzu trovò la morte; si disse che fu ferito mortalmente dallo scoppio d’una bomba a mano, ma persone che videro il cadaverino affermarono che la ferita alla testa era tipica d’un colpo di fucile: pare che sia stato sparato da un soldato ubriaco.

Erano frequenti incidenti di tal genere: in quei giorni da una jeep ferma sul corso Garibaldi la maestra Gallo, affacciata ad una finestra, per poco non ci restava secca per via d’una fucilata sparata da un soldato di colore, senz’altro pure ubriaco.
Fra cioccolati e caramelle si trovavano anche avventati colpi di fucile.
Al far dell’alba del 25 luglio, il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciava Mussolini e nella stessa mattinata il Re lo faceva arrestare.
Di tutto questo i Villarosani non seppero niente; le poche radio che c’erano in paese non potevano funzionare per mancanza assoluta di energia elettrica.
I cittadini ignari e sereni s’apprestavamo alla meglio a celebrare la prima domenica del nuovo corso.
Erano le 13,15 circa, io con mio padre ci trovavamo sul corso Garibaldi, nei pressi delle Società Umberto I, che allora sorgeva fin dalle sue origini laddove oggi c'è la farmacia Carletta, quando si scatenò un pauroso bombardamento; ci addossammo al muro con la paura che lascio immaginare. Appena cessarono gli orribili scoppi e ci girammo per scappare verso casa, vidi il corso immerso in un fitto polverone. Non era il momento di fare domande e così mi sono data una risposta: credevo che fossero stati gli Americani a prenderci a cannonate…
Erano stati invece bombardieri tedeschi che cercavano senz’altro di colpire u cantìri, dove sorgeva l’accampamento dei soldati americani, senza centrarlo per niente.
Una bomba caduta verso il convento uccise un signore, mi pare si chiamasse Lombardo, che s’era sposato il giorno prima. L’altra bomba cadde su una casa sul corso, fino a pochi anni fa proprietà della famiglia Palermo. Allora vi abitavano due vecchietti, mi pare che si chiamassero Cusimano, che dal secondo piano si trovarono al primo per il crollo del pavimento, rimanendo miracolosamente illesi. Il danno maggiore la bomba l’ha fatto dirimpetto: erano al balcone il signor Pietro Patti con la figliola dodicenne, ambedue uccisi; al balcone a fianco fu ferito ad un polmone il mio coetaneo e amico, Michele Vitello.
Gli unici segni di quella maledetta bomba oggi sono ben visibili sulla facciata in cotto di fronte, sul limite con la via Capponi.
Le vittime civili di tale bombordamento furono 7 e i feriti 25.

venerdì 28 maggio 2010

U "COMMISSARIU AMIRICANU"

È curioso che certi avvenimenti eclatanti vengano rimossi, o quasi, dalla memoria collettiva. Forse una ragione c’è: non fa piacere ricordare qualcosa che si è rivelato spiacevole, a quanti siano stati gabbati dal furbastro di turno.
Io il ricordo ce l’ho nitido forse perché tra i miei familiari non fu beffato nessuno, solo perché non eravamo in commercio né eravamo intrallazzisti.
L’episodio m’era rimasto fisso in memoria, non tanto per il gabbo giocato ai villarosani, quanto per un particolare “teatrale” che allora fece alquanto scalpore.
Prima di mettere su carta questi antichi miei ricordi cercai di trovare qualche altro riscontro tra conoscenti più anziani di me. Nessuno degli interpellati ricordava qualcosa, tranne R.D. che aveva avuto raccontato proprio poco tempo prima il particolare sensazionale da un altro nostro concittadino N.G., qualche anno più grande di me, ca iva o mastru presso il calzolaio che allora andava per la maggiore.
Fine estate 1943: i soldati alleati, già accampati o cantiri, avevano lasciato Villarosa, quando si presentò all’amministrazione provvisoria un signore ben vestito che parlava, oltre che in italiano, in un accettabile inglese, tanto che non destò sospetto alcuno in don Michele Pastorello, che, essendo stato molti anni negli USA, aveva fatto fino a qualche mese prima da interprete tra i soldati anglo-americani e il comitato antifascista, appena creatosi.
Il forestiero si presentò come Commissario americano e fu ricevuto con gran rispetto e timore. Divenne il Personaggio indiscutibilmente più importante di Villarosa e rimase in paese per diversi mesi e senz’altro fino all’inverno, perché il ricordo fisico di lui mi è rimasto impresso: alto, serio, distinto, e, cosa rara per i tempi di guerra, con un cappotto blu d’ottima stoffa e d’ineccepibile confezione.
Frequentava in special modo commercianti e intrallazzisti di Villarosa, i quali facevano a gara per entrare nelle sue grazie.
A tale personaggio non poteva mancare di certo un gesto comune per introdursi negli ambienti borghesi del piccolo centro, che farsi fidanzato. Si dichiarò con la matura cognata di un noto sottufficiale dei carabinieri, da molti anni residente in Villarosa. La scelta allora parve naturale, ma, a pensarci bene, non doveva essere casuale: forse aveva bisogno di scroccare qualche notizia riservata al cognato che in perfetta buona fede poteva procacciargli e così correre in tempo ai ripari in caso di pericolo per lui: ben sapeva che prima o poi si sarebbe dovuta scoprire la grande truffa che stava architettando.
In tutto il paese non si parlava altro che della bella coppia che si era formata, dei cospicui regali che il ricco americano faceva alla fidanzata….
Ma quello che sbalordì i villarosani fu il gesto teatrale della presa della misura del piede per la confezione delle scarpe della futura sposa.
Il Commissario fece venire in casa dell’amata il signor Giovanni D., che al momento era il calzolaio alla moda del paese. Il piedino della sua bella non era degno di posarsi a terra su un cartone o altra materia vile come si usa per le comuni mortali, ma su qualcosa di eccezionalmente prezioso; così, tra lo sbigottimento di tutta la famiglia della futura consorte, do mastru che prendeva le misure e do giùvini che l’accompagnava, egli estrasse da una tasca della giacca un grossa mazzetta di bigliettoni da mille lire (tale moneta cartacea, che poche persone avevano avuta la fortuna di vedere, era chiamata scherzosamente linzulu per l'estensione considerevole), la stese a terra e vi fece posare il piedino della sua fata.
La fiaba era paragonabile a quella di Cenerentola per via della scarpetta e della ricchezza del Commissario, novello Principe.
Purtroppo la fola s’infranse di colpo: nottetempo sparì da Villarosa l’abile Principe, senza lasciare traccia di sé.
Di tale episodio se ne parlò per gran tempo, ma poi sempre meno fino a farlo svanire dalla memoria dei più.
Senz’altro ci sarà stato lo zampino di coloro che avevano tutto l'interesse a coprire con un velo di silenzio tutta la vicenda, poco piacevole specialmente per gli Amministratori provvisori che se l’erano accolto al Municipio e per quanti s’erano lasciati raggirare per l’avida cupidigia di privilegi e la frenesia di maggior guadagno.

domenica 23 maggio 2010

I MIRICANI... I MIRICANI

Questo grido si diffuse per il paese, ma io riferisco per quanto riguarda la via Milano e giù di lì fino a stratella (così, ancora con l’antico nome, veniva indicato il corso Regina Margherita).
Nella prima porta a scendere a destra della via Butera, c’era una botteguccia con bilancione di rame che vendeva pastigli, passiluna e nuciddi. Era il regno d’una vecchia arcigna che non vidi ridere mai, poco amata dai ragazzi e non solo. Era a Impurtisa.
Era come una lumaca che non usciva dalla sua chiocciola, tutt’al più sedeva a godersi il fresco davanti alla porta.
Quel giorno di luglio si compì un miracolo; quando arrivò alle sue orecchie il grido che annunciava la grande novità, prima uscì la testa dall’uscio e quando i tre soldati li poté scorgere all’incrocio tra via Milano con via Mazzini, mosse i suoi stanchi piedi e si piazzò in mezzo a stratella.
Quando i militari giunsero lì, colpiti dall’ampiezza dell’arteria, si guardarono intorno in tutte le direzioni. Non avevano completato la ricognizione visiva che a Impurtisa fece altri passi avanti ed andò ad abbracciare un dopo l’altro i tre militari, chiamandoli: - Figli mì… figli mì.
Noi ragazzi pensammo subito che avesse riconosciuto in essi dei suoi nipoti d’America, ma quelli accettarono l’inaspettato benvenuto e continuarono giù per la via Butera.
A Impurtisa resta l’icona d’un popolo ch’era stato abbindolato da una propaganda martellante di grandezza della Nazione, di riedizione dell’Impero romano, di nuove e più ricche Colonie, di bimbi che dovevano giocare con le sterline d’oro….
Il nostro popolo nella sua stragrande maggioranza era immaturo, (e temo proprio che lo sia ancora, dopo sessant’anni di democrazia) e non era preparato agli inevitabili sacrifici d’una guerra. La nostra era, ed è ancora, una giovane nazione con scarso senso della comunità. Alle prime difficoltà non stemmo più ai patti e ci siamo svegliati di soprassalto dal sonno dell’intelligenza, ma non siamo entrati in crisi come il popolo tedesco che aveva finto di non sapere e che poi non lo poté più. Noi ci siamo girati dall’altra parte e abbiamo ripreso il sonno: da un estremo siamo passati ad un altro, perdendo ancora la dignità di popolo.
Non dico che dovevamo batterci da eroi, secondo l'invito di un manifesto, dei giorni precedenti allo sbarco di Gela, con cui s'incitava “il popolo dei Vespri” a fare resistenza all'invasore, ma almeno a manifestare un minimo di amor proprio.
La gente comune in quei giorni non pensò tanto alla democrazia riconquistata, alla guerra che non era finita: il suo pensiero corse alla fine delle ristrettezze imposte dalla guerra, all’America che ci avrebbe aiutato. Eravamo sempre il popolo del "Viva Franza, viva Spagna, purché se magna".
Un’altra icona del momento era mastru Jabbicu Profeta, che era stato negli USA e di lì aveva portato la bandiera a stelle e strisce che custodiva ripiegata nel cassetto do cantaranu. Egli teneva pronta una stelletta per il grande giorno dell’arrivo di Joe, John e Sam. Egli abitava sul corso Garibaldi, (pochi giorni dopo, il 25 luglio, la sua casa sarebbe stata bombardata dai tedeschi); quella mattina era appena tornato dal Giurfo in concomitanza con i miricani e s’affrettò ad aggiungere, finalmente, alla sua bandiera la 49^ stella.
Non era il solo, tant’è vero che ebbe subito presa l’idea del M.I.S., il Movimento Indipendentistico Siciliano, foraggiato da agrari e mafiosi, che, con la scusa di far passare la Sicilia dall’Italia agli States, miravano a liberarsi da un’autorità nazionale che in certo modo li imbrigliava.
Arrivarono con gli americani caramelle, cioccolati, gomma da masticare, carne in scatola, Lucky Strike e Chestelfield. Pian piano ci siamo americanizzati, più nel male che nel bene, con la benedizione di tutte le istituzioni morali e religiose.
I ragazzi correvano appresso alle camionette e ricevevano tutte quelle belle cose.
Io sono stato sempre un timido, per natura. Vedevo tutti con le mani piene, ma non osavo farmi avanti. Finalmente mi feci coraggio e tesi pure io la mano: un soldato di colore depose il suo dito sul palmo della mia mano e alla mia sorpresa cominciò a sghignazzare. Arrossii e mogio mogio girai i tacchi, mortificato al punto di voler sprofondare. Quella lezione mi servì: non ho teso mai più una mano nella mia vita!
I ragazzi più grandi di me, ma quelli che ci sapevano fare, colsero al volo quali potessero essere gli appetiti dell’”invasore” e subito si diedero da fare per renderseli amici generosi; non conoscevano l’inglese, dai fumetti (quelli d'argomento anglo-sassone erano proibiti) avevano imparato “señorita” e s’arrangiarono, offrendo: - Senorita fik fik…. Senorita fik fik…
Quelli capivano, i ragazzi più intraprendenti saltavano sulle jeep e li accompagnavano in casa delle mondane locali, che in quei tempi, prima della legge Merlin, praticavano apertamente.

giovedì 20 maggio 2010

8 Settembre 1943 a Villarosa

Quanti avvenimenti erano accaduti negli ultimi mesi, precedenti a questa fatidica data! Passano anni per un cambiamento, ma poi bastano pochi giorni per capovolgere il tutto.
Si era soltanto nella primavera di quello stesso 1943 che, almeno dal punto di vista di noi ragazzi, si sperava ancora di vincere la guerra.
Villarosa situata sulla statale n. 121 Catania-Palermo era un punto di transito per uomini e cose. Si fermavano per una sosta lunghe colonne d’autocarri e noi ragazzi sbirciavamo per vedere cosa ci fosse sopra. Scorgevamo delle grosse bombe d’aereo e quello che mi meravigliava era il fatto che sulle stesse di colore verde militare spiccavano stampate delle scritte in bianco, coi nomi di Roosvelt, Churchill, GeorgeVI… La cosa non mi convinceva, ma riflettendo capii che forse era una speranza e un augurio, almeno da parte nostra e tedesca, che quelle armi micidiali, colpissero direttamente sulla testa i capi degli Stati nemici.
I ragazzi cercavano di familiarizzare coi nostri soldati e qualcuno ci provava: - Milità m’a duna na pagnotta?
Non vidi mai pagnotta passare nelle mani di qualche ragazzo fortunato.
Quanta differenza fra i nostri soldati e quegli altri che avremmo conosciuto a metà luglio…
I nostri non erano meno generosi, forse avevano più cuore degli altri, solamente erano poveri in canna quanto tutti gli altri Italiani che avevamo assicurata, pagandola a prezzo calmierato, solo 150 grammi di farina al giorno.
L’argent fait la guerre, dicono i francesi. Mussolini voleva farla a colpi di baionetta… e a pancia vuota.
Malgrado tutto i ragazzi erano allegri e facevano sorridere i soldati, che erano anch’essi figli di mamma, soltanto appena un po’ più grandicelli di loro.
Gli occhi di costoro, com’era naturale, andavano ai balconi dei due corsi lungo i quali sostavano gli autocarri e cercavano di familiarizzare con ragazze dell’altro sesso. I tempi erano diversi degli attuali e le ragazze erano costrette dall’occhio sociale a far le ritrose.
C’era allora, in un primo piano del corso Regina Margherita una giovane donna di buona famiglia che come tutte le sue coetanee non usciva di casa ed era molto riservata. Non so come avrà potuto fare a conoscere, se non si trattava di semplice fantasia infantile, un caporale, dal momento che i militari erano sempre di passaggio. Intanto i ragazzi provocatoriamente cantavano sotto la finestra di questa poverina, sulle note di una canzoncina allora in voga:

Carmelina affacciata a’ finestra,
con la penna e il calamaio,
che scriveva una letterina
per mandarla al caporale…

[c’è un seguito che io non ricordo più: spero che ci sarà senz’altro qualcuno che se lo ricorderà… ]
Comunque siano andate le cose ricordo che Carmelina poco dopo sposò, pare, un militare e andò a vivere fuori Villarosa: si trattava del caporale della canzoncina dispettosa? Forse... Chissà.
Avevamo seppelliti i morti del bombardamento del 25 luglio; agosto era già passato; la gran parte della popolazione che non aveva parenti in armi aveva quasi archiviato la guerra… La guerra ch’era passata da Villarosa aveva lasciato non più di dieci morti in tutto, ma almeno una trentina di cittadini e ragazzi avrebbero perso la vita nei mesi e gli anni successivi a causa dei residuati bellici.
Era il tardo pomeriggio dell’8 settembre, si sente nell'aria qualcosa di nuovo, una voce passa da un crocchio all'altro... che "la radio aveva detto..." Ma quale radio se le poche esistenti in paese tacevano per mancanza di corrente elettrica? C’era nervosismo tra gli adulti, mio padre non lo lasciava trasparire ma il suo pensiero era sempre a suo fratello Peppino, di cui non avevamo notizie da gran tempo e i cui resti li avremmo ricevuti qualche anno dopo composti in una cassetta.
Una voce in piazza passa da un capannello all’altro: - Alla cabina c’è corrente!
I cittadini presenti, ed io con mio padre, moviamo i passi all’estremità nord del corso Regina Margherita, alla unica cabina pubblica di trasformazione, ancora oggi esistente. Su una finestrella in alto viene piazzata una radio, che finalmente riceve la corrente ma si ode soltanto un gracchiare continuo, incomprensibile. Tutti si guardano in faccia sperando che l’altro abbia capito qualcosa. I crocchi così com’erano scesi laggiù ritornano delusi in piazza, senza nulla sapere di più del niente che sapevano.
Nei giorni seguenti si cominciò a sapere dell’Armistizio, ma i termini precisi non li seppe nessuno, del resto forse nemmeno i contraenti responsabili che mandarono l’Italia, il suo esercito e il suo popolo allo sbaraglio, in mano all’ex allegato tedesco, divenuto, dall’oggi al domani, invasore.

sabato 8 maggio 2010

A TURRI

Gran festa in un antico regno mediterraneo, era nato l’atteso erede al trono. I magazzini del regno furono aperti e tutto il popolo ne godette; fiumi di vino per le vie erano offerti a chi ne volesse e i fumi degli stessi venivano sbolliti con canti, danze ed anche spropositi.
Una vecchia d’equivoco aspetto, dai capelli irti, vestita con panni di colori vari e sgargianti che non s’addicevano alla sua età, sbraitava con parole terribili che avrebbero fatto accapponare la pelle a tutti gli astanti, se tutti non fossero stati distratti dall’euforia alcolica di cui erano posseduti.
La donna indispettita dal fatto che nessuno l’ascoltava, s’avvicinò al capo della gendarmeria, che al centro della piazza controllava che la pazza gioia non eccedesse più del dovuto, e lo investì con un precipitare di parole che annunciavano disgrazie per il neonato regale.
Con l’occhio clinico degli sbirri, il graduato la qualificò megera forestiera cui il vino aveva fatto perdere il controllo verbale.
Non se la poté più togliere dai piedi, perché insisteva tanto a voler parlare direttamente col Re o con qualcuno più vicino a lui, tanta era gravità delle sue visioni, a proposito del principino appena arrivato al mondo.
Raccolse il suo atroce vaticinio il Primo Ministro.
A detta della scalmanata un grande fuoco sarebbe caduto dal cielo e avrebbe incenerito l’edificio in cui stava l’erede al trono.
Qualche giorno dopo, con le dovute cautele, il Re fu messo a corrente della orribile profezia.
Questi ne restò sconvolto più del dovuto perché la stessa Regina, durante la gestazione, più volte aveva fatto sogni inquietanti in cui c’era sempre di mezzo il fuoco.
Quella Reggia che fino a qualche giorno prima era stata la casa della gioia, d’improvviso divenne un triste e continuo mortorio.
I pareri dei saggi del Regno furono tanto discordi da non arrivare ad alcuna soluzione.
Infine il Ministro della Fabbrica Reale suggerì di costruire una torre di ferro, comunicante per mezzo di un cunicolo col Palazzo Reale.
Prima di decidere il Re volle sentire sull'argomento un vecchio eremita che viveva in povertà sulle montagne e lo fece venire a corte. Questi, sentita la profezia e la soluzione della torre di ferro ch’era stata proposta, disse:
- U Signuri unni ti voli t’avi.
E tacque.
La Regina, confusa tra il tormento che non allentava e la sibillina risposta, più ansiosa chiese ancora:
-
Cchi vuliti diri?E il saggio: - Chiddu ca dissi.
E inchinandosi devotamente riprese stancamente la via dell’eremo.
La torre fu costruita in ferro con tutte le precauzioni e le migliori tecniche architettoniche note in quel tempo.
Divenne la gabbia del povero bimbo che cresceva bello ed intelligente fra genitori, maestri ed istitutori, giocattoli e trastulli più impensati, ma privo del contatto con coetanei e dei giochi usuali di tutti i bimbi del mondo.
Passarono gli anni tra generale tormento e angoscia, i genitori si ripetevano sempre le scarne parole dell’eremita, che intanto era passato a miglior vita, ma non ebbero mai la risolutezza di cercare consolazione nella volontà di Dio.
La vernata dei tredici anni del principino fu molto fredda ed umida. Una sera, visto che nevicava da più giorni senza lampi e senza tuoni, la Regina, pensando sempre al suo ragazzo triste fra mura metalliche, in un impeto di risolutezza chiese al marito di portare per qualche giorno il ragazzo fra le comodità della reggia. Si trovarono d’incanto tutti d’accordo. Alla neve seguirono piogge incessanti ma lo spirito dei grandi e del piccolo non fu mai così sereno nella loro casa consona alla loro condizione.
Una notte, da poco i coniugi regali erano andati a letto, all'improvviso un tonfo sordo e potente colpisce le orecchie e blocca i battiti del loro cuore. S’alzano di botto, s’interrogano con gli occhi, non sanno darsi una risposta. Chiamano maggiordomo e servitù, tutti avevano sentito, ma nessuno sa dare un parere, anzi qualcuno aggiunge d’aver sentito addirittura tremare il pavimento.
Intanto il tempo era mutato; alla pioggia segue un forte vento e bagliori lontani lasciano presagire l’arrivo di un temporale.
La decisione è immediata: portare il ragazzo nel suo rifugio sicuro; lo svegliano, lo coprono e si infilano nel cunicolo. I servi che li precedono con fiaccole e lumi improvvisamente si bloccano emettendo un grido di forte disappunto.
Che è successo?
Il budello è ostruito da un’enorme quantità di detriti e l’acqua comincia ad invaderlo. Si decide all’istante di tornare indietro perché non c’è al momento altra possibilità di raggiungere la torre dall'esterno in quanto il temporale di già martella la città.
Fra lampi e tuoni rientrano nelle camere; tutti, regali e servi, uniti fra timore e disperazione, si buttano a terra in ginocchioni a pregare.
All’improvviso un accecante bagliore trafigge la stanza attraverso le fessure delle imposte dei balconi e delle finestre, un botto assordante squarcia le orecchie e introna i cervelli… il silenzio che segue li trova tutti abbracciati senza distinzione di rango.
Un fulmine caduto sulla torre ferrea, l’ha spezzata e ne sta incendiando mobili e suppellettili.




martedì 27 aprile 2010

CENNI SUL MONDO SOCIALE ANTERIORE AGLI ANNI ‘50

I segni più vistosi d'una certa distinzione sociale erano i copricapo, "cuppuli e cappedda", che però non erano obbligati come una divisa.
Era impensabile che un operaio o un contadino, sia pur benestante, portasse il cappello. Di festa qualche artigiano l’indossava.
A tal proposito ho un ricordo indelebile. Era il 1946: prime elezioni amministrative. A Villarosa erano in lizza due liste: quella della Democrazia Cristiana e quella civica con emblema il Leone capeggiata da un ex sindaco del periodo prefascista, don Peppino Profeta, a cui s'erano unite le sinistre.
Mio padre fu indotto a candidarsi, non chiese il voto a nessuno, non tanto per superbia quanto per rispetto del principio della libertà del voto: fu eletto ugualmente e con molti suffragi. Io dodicenne seguivo le manifestazioni democratiche che per me, e non solo, erano assolute novità.
Vinse la lista popolare e subito a scrutinio completato spontaneamente si formò un immenso e composto corteo che fece il giro del paese lungo il tragitto consueto delle processioni.
Mi colpì la frase di un signore che diceva: - Nun cc'è mancu un cappiddu!
Io curioso salii su degli scalini d’un portoncino della via Milano e appurai l'affermazione appena sentita.
Altra distinzione relativa a: Don e Donna, Mastru e Gnura. Artigiani, commercianti, impiegati e rispettive mogli erano chiamati col Don e Donna, il resto della popolazione con mastru e gnura.
C'era pure una zona intermedia fra il Don e il Mastro, che si risolveva con “zzi”: zzi Pe', zzi Turì, zzi Marì, zzi Minichì.... non sempre erano parenti.
Sconfinare da queste regole comportava biasimo ed ironia.
Ricordo che c'era una donna che proclamava, in italiano: - Io sono la signora Alessi...
Ma la si compativa come persona un po' stramba...
Fino agli anni '60 i contadini, anche i più facoltosi, d'inverno usavano “ a scappulara”, lo scapolare, una specie di mantello di stoffa pesante di color blu con cappuccio. Gli altri s'arrangiavano come potevano...
In tempi più antichi, professionisti e galantuomini, portavano un elegante mantello con borchia dorata a chiusura alla base del collo, u firriulu. Ai tempi della mia infanzia chi si voleva distinguere dal popolino indossava il cappotto.
Come si evince c'era una scala sociale variegata che ciascuno rispettava per timore d'essere preso in giro, ma non c'era alcun obbligo legale: era solamente una convenzione tacitamente rispettata.
In fondo era il reddito che creava il discrimine. In ogni categoria c'era anche una scala di valori a seconda delle capacità professionali o dal modo di proporsi al prossimo.
I vari mondi sociali erano poco permeabili, ma si poteva passare dall'uno all'altro nel corso delle generazioni. Importante era la considerazione morale della famiglia, ma il reddito e il potere erano più attraenti, come oggi del resto.
Della scala agricola l'ultimo era, e lo è ancora, “u jurnataru”; di quella zolfifera “ u panuttaru”, quello che impastava le polveri inerti miste a scagliette di zolfo che asciugate venivano infornate per trarne un minimo di zolfo liquido. I “panutti” sbriciolati concorrevano a formare “u ginisi”, lo scarto inerte che rimaneva dalla combustione e liquefazione dello zolfo; esso era un ottimo materiale idrorepellente molto adatto per costruire stradelle.
A proposito “do ginisi” sono ancora visibili sullo sfondo del corso Regina Margherita verso nord dei grandissimi coni di deiezione di color rosa formati da tali rosticci. Oggi hanno perso il color vivo che ancora tengo negli occhi della mente e sono solcati dall’erosione delle piogge nel corso dei numerosi decenni.
Sempre a proposito del suolo villarosano di tutta la zona ai piedi del monte Respica, a destra dell’ “Ariazza”, appare ancor oggi come un paesaggio lunare, cumuli irregolari e buche sempre di color rosa per via dei rosticci, essi sono “i ginisara” di Verona: così comunemente è chiamata la zona. Da ragazzo mi chiedevo che cosa c’entrasse la città veneta col nostro paese, ma nessuno mi sapeva dare una risposta. Col tempo ho scoperto che Verona era il cognome d’una facoltosa famiglia palermitana di industriali dello zolfo e padroni di miniere nella zona.
Mi compiaccio di citare questi particolari che se non fissati nella forma scritta sono condannati ad inesorabile dimenticanza, come già è avvenuto ad esempio con l’origine del nome Respica.
Quand'ero ragazzino spesso sentivo chiedere a qualcuno il tipo di scuola che avesse freqentato; questi accenando una risatella rispondeva: - U quartu ginisaru di Verona! Giocando ironicamente sull'assonanza dei nomi, ma per significare nella sostanza che la sua scuola era stata la miniera.
Io non coglievo queste sfumature anche perchè confondevo la parola “ginisaru” con ginnasio; i conti però non mi quadravano perché l’interpellato non corrispondeva ai canoni dello studente.
Teoricamente la scuola era aperta a tutti: esisteva la legge dell'obbligo scolastico, nella riforma del 1923 era prevista persino la post-elementare, ma nella vera sostanza le aule era aperte ai figli di borghesi e a una striminzita minoranza di figli di operai. Un solo esempio potrà dare un'idea approssimativa. Nella mia prima classe, anno scolastico 1940-41, gli iscritti eravamo 56 [ho la fotocopia della pagina dell'elenco del registro]. Però non tutti i nati del 1934 [si tenga presente che allora al nostro Comune mancavano poche decine di abitanti per arrivare ai 12.000] varcarono quel primo ottobre il portone del novello palazzo scolastico Silvio Pellico”, almeno altrettanti erano per le strade del paese o ad aiutare in campagna. Dei miei 56 compagni originari, quelli che arrivammo in quinta si potevano contare si e no sulle dita d'una mano, gli altri dieci erano formati con i reduci dalle altre prime classi e l'aggiunta di qualche ripetente. Restavano inesorabilmente fuori della scuola i poveri che non possedevano un paio di scarpe.
Fra le gallerie di foto del sito villarosani.it ce n'è una di gruppo dove la metà dei ritratti seduti a terra mostrano con assoluta naturalezza i piedi nudi. La foto mi pare degli anni '50, lascio immaginare quanti piedi scalzi nei decenni precedenti.
Non si finirebbe mai di raccontare aspetti di un tempo che si spera che non torni mai più: ora voglio lasciare spazio a qualche concittadino di aggiungere particolari nuovi o di correggere i miei.

lunedì 19 aprile 2010

Ancora sulla Pasqua

Confesso che anche se credente non frequento spesso riti religiosi e processioni varie. Tanti ne seguii nella mia infanzia e nella mia giovinezza. Mi appassionava tanto “u ‘ncuntru”: la processione del pomeriggio di Pasqua, che tanto mi affascinava per via di quel manto nero che cadeva di dosso alla Madonna alla vista di Cristo Risorto. Ero curioso e volevo esplorarne il “mistero”. Era don Sariddu, il sacrestano della Madrice, che con la sua tunica bianca e rossa seguiva il fercolo , “a vara”, della Madre di Gesù addobbata a lutto; al momento giusto tirava una delle due estremità del nodo a fiocco e, d’incanto, la Madonna Addolorata si trasformava in raggiante Immacolata Concezione
Di certo la processione del Venerdì Santo in assoluto è la più sentita perché è la più genuina: in essa il protagonista è Gesù, che ha scelto di morire in Croce per dare un alto esempio all’umanità.
Poco prima di Pasqua ho parlato “do canniliri”, un dolce prettamente dell’occasione. Ora mi voglio soffermare su un'antica tradizione viva fin quando la Resurrezione si faceva coincidere con il mezzogiorno del Sabato Santo.
A quell’ora massaie e ragazzi si preparavano per accogliere il Cristo Risorto. Le prime, al tocco delle campane, che erano rimaste “attaccate” e quindi avevano taciuto per due giorni e mezzo, afferravano il bastone della scopa e colpivano sotto i mobili e i letti della casa gridando a ripetizione: “Nnisci diavulu ca trasi Gesù”. I ragazzi dal canto loro raccoglievano da terra pietre e le scagliavano sulle porte chiuse, gridando contro il demonio e con giubilo per Gesù risorto, con un sovrappiù d’accanimento, tanto le pietre per le vie allora abbondavano a iosa.
Era la festa della gioia che continuava il giorno dopo, ma soprattutto la mattina più attesa era quella di Pasquetta, che allora era chiamata “Pascuni”. Gli amici più affezionati si preparavano la tradizionalle scampagnata di quel giorno che li avrebbe legati “cumpari di dijuni o di Pascuni", per tutta la vita.
La formula che si recitava era la seguente:
“Compari e san Giuguanni
socchi avimu ni spartimu:
avimu pane e ossa e ninn’ jamu ‘nni la fossa;
avimu pane e rrisu e ninn’jamu ‘m paradisu”
Anch’io ho un cumpare di dijuni, da quasi settant’anni e ci chiamiamo ancora “cumpà”.

giovedì 15 aprile 2010

SAN GIACOMO, PROTETTORE DEI FORESTIERI

Mia interpretazione personale di questa diceria popolare

San Giacomo Maggiore, Patrono di Villarosa, è senza dubbio un grande Santo: apostolo di Gesù e fratello di San Giovanni Evangelista, insieme col quale dallo stesso Maestro furono chiamati "figli del tuono", per il loro spirito ardente e sinceramente spontaneo. Fra i pochi apostoli prediletti da Gesù, è presente nei momenti significanti della Sua Testimonianza in terra. Grande divulgatore della Fede e, secondo Isidoro di Siviglia, evangelizzatore della Spagna, di cui è ancora oggi l'amato Patrono. Un Santo, tanto venerato in una grande Nazione, e non solo, è invece “sfortunato” presso di noi, e non solo a quanto vedremo; nessuno si rivolge a Lui, per intercedere per qualche grazia: gli si attribuisce sempre la "colpa" di proteggere i forestieri! Il popolo ha interpretato a modo proprio questa "propensione" del Santo nei riguardi degli immigrati. I vecchi la interpretavano così: quando fu commissionata la statua del Santo, per puro caso ne fu ordinata un’altra copia allo stesso artista dagli abitanti di Caltagirone, dei quali il Nostro è anche il Patrono. Al momento della spedizione ci sarebbe stato un disguido e le due statue sarebbero state involontariamente invertite nelle destinazioni: di qui la tendenza del Santo a proteggere i non paesani! Mi è da tempo sembrato che tale leggenda fosse la spiegazione mitica di un fenomeno tipico dei piccoli centri senza antiche tradizioni come il nostro, nei quali il forestiero è visto come un individuo tutto al positivo, perché non è oggetto di antica invidia, e quindi gli si perdona qualche difettuccio in più rispetto al compaesano. Fra noi, purtroppo, siamo portati a scoprire, l’un dell’altro, più facilmente le carenze piuttosto che i pregi e siamo anche soliti ad andare spesso a scomodare “nanni e nunni”, sottacendo dei nostri. Al contrario, al forestiero, per noi come se fosse nato oggi, mostriamo fiducia e lo mettiamo nelle migliori condizioni d’ambientamento: questi gratificato, è favorito nell' estrinsecare al meglio i suoi talenti. Qualche anno fa, con mia grande sorpresa sono venuto a conoscenza da un mio amico di Caltagirone, che anche là il nostro comune Santo Patrono è ugualmente accusato di proteggere i forestieri. Alla luce di tale notizia l' ipotesi del piccolo paese senza profonde radici non regge più. Caltagirone è ben più grande di Villarosa, ha tradizioni di più solida cultura che affondano nella preistoria. Insomma non è il piccolo Comune dove tutti conoscono tutti …Tanto induce a cercare una spiegazione diversa. La figura del Santo non apparve con la fondazione della nostra nuova cittadina, dal momento che nella zona in cui oggi sorge il lago artificiale, in contrada S. Francesco, intorno al convento di Cappuccini, di cui si notano scarsi ruderi, esisteva un antico quanto piccolo casale chiamato S. Giacomo di Bombuneto. Pertanto il Santo era “di casa” nella zona e ciò esclude del tutto il fatto che la scarsa presa sulla popolazione potesse essere stata causata dall'imposizione da parte dei Duchi fondatori, che anzi l'accettarono di buon grado. Il nostro Santo Patrono non era come i Santi di altri paesi venerati in certe ristrette zone e che fuori delle quali sono pressoché ignoti. Il Nostro era veneratissimo nella cristianità fin dal Medioevo: erano difatti famosi i pellegrinaggi a Santiago di Campostela, eminente meta seconda solo a Roma, anche se sorge nell’estremo Occidente del Continente. Ci si muoveva da tutta Europa, per devozione o per adempiere un voto. La figura del Santo, evangelizzatore dell' Occidente europeo, era presente nella tradizione cristiana, nella cultura e nel costume già prima che la Sicilia divenisse dominio spagnolo. Per gl’Iberici San Giacomo era il simbolo dell’unione cristiana della “Reconquista” che ebbe il merito di aver cacciato i Mori dal continente europeo, come già qualche secolo prima era avvenuto in Sicilia. Spagna e Sicilia erano “gemellate” dal comune risentimento verso gli islamici e gratitudine nei riguardi del Santo che li aveva sostenuti nella battaglia comune. Quindi Santo popolare, oltre che della classe dominante spagnola. Tale popolarità in Sicilia è dimostrata anche dalla tradizione orale, viva ancora oggi, secondo cui, l’ammasso stellare che forma nel cielo notturno la Via Lattea dal popolo è chiamata "a scalunata di Sagn' Jàbbicu" ed anche dalla manifestazione pittoresca di Capizzi, cittadina ben più antica della nostra. Quindi appare presumibile supporre che quando dopo circa sei secoli s’era perso il ricordo della riconquista cristiana a danno degli Arabi e in Sicilia subentrò la nuova casa regnante dei Borboni, d’origine francese, il Santo cominciò ad essere considerato "forestiero"; non certo dal popolo che in genere rimane devoto alle sue figure sacre, ma dalla classe dominante che con i suoi modelli culturali impone persino i "suoi" santi...
Villarosa non ha formalmente rinnegato il Santo Protettore, ma si continua a venerarlo a “cuore freddo”.
Ricordo le processioni del 10 agosto della mia infanzia: era mortificante la quasi inesistente partecipazione di popolo devoto.

domenica 11 aprile 2010

L' ”ARIA” DI VILLAROSA

                                      
Questo è un pezzo della storia d’un nostro concittadino a tutti gli effetti, anche se non nativo di Villarosa.

Era un giorno di fine primavera dei primi anni ’60; due ragazzi di un paese, non proprio vicinissimo al nostro, s’affittano le biciclette… per un quarto d’ora. Arrivano al paese loro vicino e decidono di proseguire per la strada nazionale verso dove non s’erano mai avventurati. Giunti ad un bivio lessero un’indicazione stradale VILLAROSA, i due compari si chiesero dove si trovasse e convennero d’ inoltrarsi, tanto la giornata era bella e il noleggiatore era un amico.


Benché stanchi e trafelati per la salita della Garcia, il corso che si trovarono davanti, da San Calogero, dispose benevolmente il loro animo. Furono colpiti dal fatto che c’erano tanti negozi da cui uscivano i clienti con le sporte piene; macellerie che esponevano quarti di bovini e non solo carne di castrato; tanti bar con molti clienti seduti fuori ai tavoli e altri dentro che consumavano al banco.


Muratori, manovali, imbianchini in giro che lasciavano il lavoro alle nove, come di consueto da noi, per andare a far colazione e molti di essi si fermavano ai bar. Entrati in un negozio d'alimentari restarono meravigliati del fatto che i clienti pagavano a vista la merce che portavano via: al loro paese quasi tutti andavano a far spesa con la "libretta" in mano dove si segnava la spesa che si pagava in estate a raccolto effettuato e venduto.


Notarono furgoni e carretti carichi di materiale di sgombero o di sacchi di calce e cemento; case in costruzione o in fase di riattamento.


Avevano qualche spicciolo ancora ed entrarono nel Bar Centrale per un cono gelato. Furono colpiti più che d’altro dal fatto che le persone che consumavano al banco, invitavano i conoscenti che entravano a prendere il caffè o un rinfresco.
Tutte cose comuni per chi le aveva vissute giorno dopo giorno, ma non per loro.


I due ragazzi, abituati ad un ritmo ben più lento e ad un’economia rurale dove a casa si impastava e si infornava il pane, vi si allevavano le galline e il maiale, le verdure si raccoglievano nell’orto....ora all’improvviso, vedendosi catapultati in un ambiente minerario commercialmente più evoluto e vivo, è ovvio che ne rimanessero stupefatti. Di certo analoga sarebbe stata la reazione di un ragazzo di Villarosa che tutto ad un tratto si fosse venuto a trovare nel cuore d’ una grande città.


I due giovani si guardarono e convennero che a Villarosa la vita si presentava con ritmo più veloce e vi si respirava un’ aria diversa.
Il più intraprendente disse all’altro: - Compare, noi verremo a lavorare qui.


Lui almeno fu di parola; non passò molto che venne a Villarosa in qualità di aiutante in un’attività artigiana. Più tardi prese in affitto l’impresa. Da decenni è stato titolare di una piccola prospera azienda, sempre nel ramo originario.


La storia è autentica, raccontata, nell’ambito d’una discussione occasionale, dallo stesso diretto interessato nel salone del nostro barbiere, dove io e gli altri clienti eravamo casualmente presenti; né io in quel momento minimamente pensavo di doverla esporre per iscritto.


Già io conoscevo i trascorsi di lavoro e di impegno del concittadino d'adozione, mi mancava solamente di conoscere il particolare della molla che fece scoccare in lui la decisione di anteporre Villarosa ad altre località.


Avrei voluto che questo nostro concittadino e grande lavoratore mi leggesse, o almeno ne avesse sentore, per verificare maggiormente che la sua storia, esposta da lui verbalmente e con semplicità e per aiutarmi a raccontarla con più particolari o correggere qualche dettaglio.


Dopo la pubblicazione del post ho avuto modo di parlare col soggetto in questione ed ho notato che ne è rimasto compiaciuto, ma di andarlo a leggere su un monitor manco a parlarne. Così non ho avuto il coraggio di chiedergli di darmi il permesso di fare il suo nome. L'incontro è stato ugualmente proficuo per il particolare della spesa con la "libretta", perchè l’ho appreso in questo secondo momento: dal barbiere infatti non se n’era parlato.


Chi arriva a Villarosa si sente villarosano anche quando cambia paese; è il caso d’un “villarosano” con un’anzianità di meno d’un solo decennio, che passato in un terzo paese, a quanti gli chiedevano da donde provenisse, rispondeva Villarosa: il suo paese d’origine dove era nato, cresciuto e sposato, era anche prettamente agricolo, ma non amava riconoscerlo, quando poteva. L’ho scoperto per caso perché amici dell'ultima cittadina parlando di lui me lo indicavano come mio paesano. Io accettavo tacitamente perché si trattava d’una persona corretta di cui non c’era di certo di vergognarsi.

sabato 10 aprile 2010

Premessa alla nuova discussione di antichi casi di comune miseria


L’antica miseria delle nostre popolazioni è oggi incomprensibile alle nuove generazioni, pertanto ritengo utile e doveroso avviare una ricerca, ovviamente aperta alla collaborazione di tutti, sugli aspetti economici e sociali più tristi della nostra terra nei decenni trascorsi.
Mi sovviene un pensiero di Gesualdo Bufalino che citando ricordi più datati di sua madre, parlava di un tempo in cui si poteva rompere un rapporto di buon vicinato solo a causa della restituzione di un uovo più piccolo rispetto a quello anticipato in prestito. Cos’è oggi un uovo? Una modica spesa. Nel passato no.
In tempi non molto lontani, quasi in ogni casa, si allevavano le galline che di giorno si lasciavano razzolare per le vie alla continua e instancabile ricerca di qualche granello, mollichina, insettuccio, foglia di scarto di verdure ed anche di escrementi di bimbi che venivano deposti con naturalezza al margine della strada.
Le immagini possono dire più delle mie parole: fra le foto delle vie di Villarosa pubblicate sul sito e messe a confronto tra presente e passato, sono ritratte infallibilmente galline intente alla ricerca di cibo, persino nella centralissima via Deodato, parallela del Corso principale, proprio davanti alla vecchia Caserma dei Carabinieri.
Fa più tristezza sapere che quelle uova spesso non nutrivano i figlioli delle proprietarie delle bestiole, ma venivano vendute per ricavarne qualche spicciolo destinato a più urgenti bisogni.
Per il bimbo malato si faceva qualche eccezione. Quando il bimbo a causa dell’inappetenza derivante dal malessere non riusciva a mangiarlo per intero, la madre ne completava il consumo. Anche per questa semplice scenetta familiare, subito nasceva il proverbio appropriato, molto noto in Villarosa: “Cca calunia do figliulu a mamma si mangia l’uvu”.
Ho raccolto, frugando fra la mia memoria, qualche episodio in tema, che spero di pubblicare in seguito. Intanto gradirei che villarosani e non, facessero altrettanto o raccogliessero dalla viva voce di anziani fatti e situazioni che, senza offendere nessuno, riescano a tramandare a chi arriverà dopo questo spaccato di vita del passato, al fine di evitare il rischio che le nuove generazioni possano pensare che il mondo fosse sempre stato come l’avranno trovato.

domenica 4 aprile 2010

U PRINCIPI CRIVARU - Parte I

PARTE I

Luisa aveva appena centrato la bocca della sua quartara alla cannella della fontana e seguiva con distacco il solito diverbio sui turni non rispettati, quando udì lo scalpiccio di zoccoli; ne fu contrariata, perché temeva che si trattasse dei consueti prepotenti garzoni del barone i quali esigevano sempre la precedenza all'abbeveratoio.
Alzò con fierezza la testa e indirizzò uno sguardo di sfida ad altezza d’uomo in sella, e i suoi occhi non trovarono gli zoticoni che s’ attendeva d’incontrare, ma s’incrociarono con quelli di uno splendente cavaliere, in abiti e portamento ben diversi da quelli della gente del luogo.
Luisa provò imbarazzo per via dello sguardo di ribellione da destinare agli scostumati che aveva timore di trovarsi davanti, e come chi sentendosi colpevole di grave offesa volesse sprofondare sotto terra, abbassò lo sguardo oramai disarmato, tanto che la sua figura si ricompose piccola e fragile.
Il nobil uomo ne rimase talmente affascinato che non seppe esprimere a parole il suo soave turbamento; saltò giù di sella, fece solamente un vago gesto con la mano come se volesse raccogliere un’immagine tremolante dallo specchio della fontana…
Quando si riebbe dallo stordimento momentaneo scorse la ragazza che, abbandonata la brocca e raccogliendo con le mani verso l’alto l’abbondante veste per non inciampare, si ritirava affrettatamente lungo il sentiero accidentato.
Il giovane, rimasto inebetito, si chiedeva quale fosse stato il suo atteggiamento così scorretto da poter produrre quella disastrosa reazione.
Al gentiluomo, quella fanciulla svanita dalla sua vista, restò impressa negli occhi come il ricordo di leggera capretta che saltella per schivar grossi sassi.
Ripresosi si volse verso le altre donne alla fontana e chiese loro il nome della bella giovane e a quale famiglia appartenesse.
Apprese che si trattava di Luisa l’amata figlia dello scarparo, vedovo da poco.
I ragazzi, che giocavano nei pressi, percepito l’ inusitato scompiglio, s’avvicinarono curiosi e subito si offrirono di accompagnare il nobil signore alla casa della ragazza.
Cavalli e cavalieri, preceduti dallo stuolo dei giovanetti, entrarono in paese creando ancora più trambusto. Il cicaleccio che li precedeva giunse prima di loro all’uscio della misera dimora, che al loro arrivo fu trovato sprangato.
Il principe fece un cenno ad un amico del seguito che lasciò cadere una manciata di spiccioli a terra; mentre i ragazzi erano intenti a raccoglierli, spronati i destrieri, i cavalieri svanirono al di là del sentiero donde erano venuti.
Del fatto se ne parlò in paese per più giorni; se ne fecero le più impensabili ipotesi.
La porta del calzolaio si riaprì, Luisa riprese le consuete faccende di casa, ma non andò alla fontana, per non alimentare curiosità aggiuntiva e non stimolare domande a cui nemmeno lei era in grado di darsi risposta, tanto meno di poterne offrire ad altri.
Il nobile cavaliere non s’era presentato, ma nientemeno era il principe ereditario Corrado, futuro Re del Regno di Populonia. Egli si trovava lì di ritorno da una battuta di caccia coi suoi amici più cari e s’era fermato casualmente solo per abbeverare gli animali.
Nessuno l’aveva riconosciuto, ma le movenze, la preziosità delle vesti e i ricchi finimenti dei cavalli, lasciavano trasparire una condizione superiore, inconsueta in quelle misere contrade.
Il futuro re era da tempo in età di prender moglie, ma non trovava, fra le ragazze della nobiltà o tra le figlie dei suoi pari, una che gli piacesse al punto di poterla scegliere come madre dei suoi figli e futura regina: quando non erano grassocce e pelose, le trovava frivole e superficiali.
Il re se ne doleva tanto perché prima della fine dei suoi giorni voleva vedere avviata la continuazione della dinastia.
Il Principe, dopo il casuale incontro alla fontana, aveva sempre avanti a sé l’immagine fugace della bella paesana e tanto lo teneva in uno stato di apatia continuo che gli faceva trascurare persino le attività a lui più care.
Il mutamento improvviso d’umore non sfuggiva a quanti stavano intorno a lui, dalla servitù che lo stimava tanto, ai suoi genitori.
La Regina pregò il consorte di lasciarla parlare col figliolo.
Questi con grande imbarazzo, perché ben consapevole della incolmabile differenza sociale fra il suo stato e quello della giovane, espresse alla madre l’angoscia che lo martoriava e le perplessità che lo bloccavano ad un tempo.
I trepidi genitori, ben conoscendo l’indole riflessiva e prudente del figlio, convennero di concedergli piena fiducia, lasciandolo libero nella sua difficile decisione.
Un fidato funzionario di Stato fu incaricato di raccogliere, con molta discrezione, notizie intorno alla moralità della ragazza e della famiglia: lo stato economico risultò corrispondente a quanto era già supponibile; in quanto al resto nulla poteva dirsi che non fosse eccellente da tutti i punti di vista.
Una piccola delegazione si fece annunciare presso la modesta abitazione di Luisa, dove fu accolta con dignitosa serenità.
Alla richiesta ufficiale di matrimonio, il calzolaio non si scompose affatto e chiese tranquillamente:
- Che mestiere esercita il Principe?
Un imbarazzante silenzio gelò l’atmosfera della linda e modesta stanzetta.
Il dignitario reale ruppe il ghiaccio facendo presente che il loro Principe sarebbe divenuto un giorno il Re della loro nazione, come lo erano stati il padre, il nonno e tutti gli avi che avevano avuto nei secoli per occupazione l’interesse generale dello Stato, per antico diritto dinastico.
Il padre di Luisa rimaneva irremovibile nella sua pretesa, nella più rispettosa pacatezza.
Sconcertati i delegati lasciarono la casa salutando con cenni, in sommesso silenzio.
Il Re vagliò lo sconvolgente rapporto e capì di trovarsi innanzi ad una personalità non comune, forte e decisa: altri di qualunque ceto sociale avrebbero fatto salti di felicità, invece un umile ciabattino era in grado di dar lezione di saldo carattere ad alti dignitari e persino al proprio sovrano. Dello stesso parere fu il Principe, cui veniva agli occhi la figura ardita che voleva incenerirlo con lo sguardo scambiandolo con lo sgherro di qualche signorotto della contrada.
Il giovane, già innamorato d’una semplice leggiadra immagine fuggente, ora se la ritrovava dotata d’ un energico e deciso carattere, così rotta ogni esitazione chiese ai tecnici di palazzo di indicargli un mestiere di facile acquisizione.
Si convenne sull’ attività di stacciaio, mestiere semplice e celere ad apprendersi.
In incognito frequentò per qualche tempo un vecchio acconciatore di crivelli d’altra città e quando si sentì provetto nel mestiere, fece riferire al futuro suocero che aveva ben appreso l’arte di riempir vagli e stacci.
Il matrimonio fu annunciato e celebrato con sfarzo.
Incontenibile fu la gioia del popolo che vide per la prima volta una loro pari salire al vertice della scala sociale della Nazione; contenuta ed ipocritamente ostentata l’ accettazione dell’aristocrazia che si sentiva umiliata dalla mancata scelta del Principe fra le giovani del suo rango e dal timore di veder compromessa la loro casta blasonata per questa inconcepibile scivolata verso il basso.
La nuova principessa, di viva quanto plastica intelligenza, in breve tempo s’abituò alla vita di corte aiutata dal marito e dalla suocera: pochi mesi dopo a stento avrebbe qualcuno capito che quella dama provenisse dalla casa d’ un umile artigiano.
Al pronto ingegno s’accompagnava una grande sensibilità verso i problemi sociali ed in ogni occasione non mancava mai di perorare la causa degli ultimi del Regno.
Venuta dal mondo contadino ben ne conosceva i problemi e le angosce, e quando una sera durante una conversazione apprese che i nobili, al contrario di quanto avviene nelle classi sociali inferiori, non pagavano tasse per la tenuta di cavalli, ne fu sconcertata e turbata.
Un ministro presente, emerito economista, sostenne la tesi che spiegava la ratio della disposizione: il contadino dal suo asino ne trae un reddito, mentre l’ aristocratico mantiene esclusivamente i cavalli per puro diporto, senza percezione di provento alcuno; anzi il nobile a causa di questo suo diletto offriva lavoro a stallieri, carrozzieri e maniscalchi.
La tesi non convinse la principessa che si battè perché fossero esentati dalla tassa sul bestiame almeno i piccoli coltivatori.
La disposizione fu approvata con scarso entusiasmo da parte della classe al potere, solo per non scontentare la futura regina.
L’insistenza della Principessa nella scelta di campo della difesa dei più poveri cominciò ad alienarle nobili e ricchi borghesi. Agli alti livelli l’immagine della giovane consorte del Principe veniva scalfita giorno dopo giorno, facendo circolare false notizie di improbabili balordaggini mai accadute. Ad alto livello sociale si faceva facile ironia sulla bassa provenienza familiare della Principessa e sul padre calzolaio e sulla premurosa attenzione verso asini e villani.
Il popolo amava sempre la sua Principessa e ciò faceva imbestialire la classe dei potenti che non sapeva come muoversi tra l’ossequio alla monarchia e la difesa del prestigio di casta.
Negli anni a seguire i Principi furono allietati dalla nascita del futuro principino ereditario e di una dolce bimba; successivamente furono turbati della naturale dipartita dei loro vecchi.
Era cambiato il Re, le generazioni si susseguivano, ma l’ostracismo alla Casa Reale e in particolare alla Regina, venuta dal popolo, aumentava e si diffondeva sempre più.
Malgrado però il discredito seminato negli anni tra il popolo, i regali erano sempre in auge; di conseguenza gli aristocratici sempre invidiosi del successo cercavano sistemi più raffinati atti ad indebolire il prestigio del Re.

[continua]

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Di Cateno Corbo pare che al momento ne esista uno solo