sabato 29 settembre 2012

QUEL CHE M’INSEGNO’ SALVATORE D’ALBERTO



           Pochissimi villarosani sapranno chi era Salvatore D’Alberto.

         Era una creatura umana, un cittadino, o almeno tale sarebbe dovuto essere considerato.

          Per tanti invece era un relitto umano; per alcuni scriteriati soltanto oggetto di una crudeltà continua che veniva esercitata fino alla nausea in pubblica piazza.

          Io e pochi altri abbiamo potuto verificare che era solamente il portatore di un cumulo di esclusivi handicap prettamente fisici insistenti su una sola martoriata persona.

         Un uomo con tali gravi disturbi visivi, vocali e uditivi non può in nessuno modo comunicare e mostrare agli altri le proprie capacità mentali.

         La circostanza che vengo a rilevare chiarirà le capacità intellettive nascoste nel nostro personaggio. 
Negli anni ’50 si diffuse l’uso del gas in bombola.

           Fu una rivoluzione sociale e economica dal momento che si passò al nuovo combustibile  dal carbone e le “ramaglie” per le classi più abbienti e dalla “ristuccia” per le famiglie povere. Quel fuoco liquido imprigionato in un resistente contenitore aveva quasi del magico e per di più incuteva l’insicurezza di una diavoleria estremamente pericolosa.

          Per più d’un decennio anch’io io stetti lontano da quell’oggetto rischioso  e infido, nondimeno seguivo con applicazione ed interesse le fasi del montaggio per mano di persona esperta.

         Un giorno ordinai una bombola alla ditta Di Cara e più tardi si presentò alla mia porta con il pericoloso contenitore sulla spalle il soggetto che accumulava in sé tutte le predette menomazioni. 
Rimasi interdetto perché non c’era con lui il tecnico capace di mettere in opera il delicato compito.

         Scaricò il recipiente e cominciò ad armeggiare
con la chiave appropriata. Cercai di fermarlo ma quello iniziò a farfugliare parole incomprensibili, mentre al contrario i gesti apparivano decisamente idonei e mirati allo scopo. 

         Lo lasciai fare e solo così fui in grado di scoprire che Turiddu Cinchiliri non era per nulla un minorato psichico, come anch’io fin allora avevo ritenuto.

         Da quel lontanissimo giorno io monto e smonto ogni tipo di bombola, ovviamente sempre con la dovuta prudenza.

         L’episodio in sé non sarebbe meritevole di menzione alcuna se non fossi stato indirettamente stimolato dalla pubblicazione d’una foto di Turiddu per opera di un ignoto concittadino che si nasconde su facebook sotto lo pseudonimo di “villarosano fiero”. 

         Premetto che non trovo delicato mostrare ai villarosani quel poveraccio col bastone in mano nell’atto di tastare il suolo per non andare a finire a terra.

         Ancora mi torna in mente che fino a qualche anno fa una masnada di screanzati sporchi e avvinazzati tormentavano il povero Turiddu nella piazza principale. 

         Lo sventurato con pietre in mano cercava di individuare il gruppo che lo martoriava. Ma con la sua vista precaria non poteva; intanto rimaneva il rischio di poter involontariamente colpire qualche altro che non c’entrava per niente nella vigliaccata.

         Nessun vigile urbano, nessun eletto dal popolo, nessun “mastro di piazza” mai si mosse, non dico per andare a minacciare i mascalzoni, ma per evitare almeno danni a qualche malcapitato che non ci entrasse per nulla.

        La mancanza di carità umana non è sola di questo tempo. 

        Voglio citare un analogo caso dell’ ’800 per due motivi: il primo che richiama l’argomento appena trattato, l’altro per ricordare Vincenzo De Simone che non fu solo poeta ma anche prosatore che narrò fatti del tempo della sua infanzia; nel medesimo tempo invogliare i villarosani a cercare in biblioteca, o altrove, e leggere i libri del nostro più illustre cittadino.

        La memoria mi porta ad una pagina, la 197, del suo libro “Bellarrosa: uomo serio!” dove parla dello sfortunato Patuni che era fatto oggetto delle più pesanti angherie senza che nessuno movesse un dito per fermare le bande di mascalzoni che lo picchiavano persino a sangue.

Un episodio di questi avvenne in una via malfamata del paese.

        Alle grida disperate del minorato accorse con un coltellaccio in mano una prostituta che minacciò i farabutti di sgozzarli come agnelli.

     “Ella sola, la donna di malaffare, si piegò sul ferito, lo sollevò, se lo strinse al petto, lo baciò nel sangue che gli colava dal ciglio aperto, rosso come un fiore di granato, e se lo tirò sulla soglia con tanto amore che parve la Maddalena, quando baciò, e inondò di lacrime i piedi del Cristo”

        Poche nel passato e in atto sono le Maddalene, in compenso abbondano moralisti e baciapile che davanti ad una ragazza in minigonna storcono il muso, per trasformarlo in compiaciuto sorriso man mano che le figlie avranno raggiunto pure loro l’età di mostrare le cosce.

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