lunedì 19 ottobre 2015


CCI FU N'ANNATA CA SI MITÌ CCHE SCAPPULARI

                      I capricci della meteorologia offrono spunti quotidiani di anomalie climatiche talvolta spropositate. Nella comune vita d'ogni giorno, specialmente quando viene a mancare  un opportuno  argomento di discussione il vuoto si riempie di confronti con antichi ricordi di strane irregolarità, spesso non vissute di persona.

                      In genere, quasi ad ogni rara diversità non tipicamente stagionale, si finisce sempre col dire che non ci si ricorda di un tempaccio talmente instabile.

                      Quand’ero giovane non c’era mese di giugno con conseguente inizio di calda estate, che a ogni minima variazione dallo stereotipo da tutti atteso, qualcuno non ricordasse che ci fu un’annata in cui si mieté coperti ancora dai pesanti scapolari invernali. Nessuno però era in grado di precisare l’anno in cui tanto era avvenuto. Notavo inoltre che, dal tono con cui tale difformità era citata, non si riferiva a tempi decisamente lontani, né si trovava qualcuno che era in grado di affermare che tale particolare eccezione fosse stata vissuta personalmente dal genitore o dal nonno.

                   Quando più tardi al Liceo studiai nella Geografia Generale le antichissime glaciazioni, mi vennero in mente queste antiche reminiscenze udite nei miei tempi precedenti e mi chiedevo se per caso la diceria fosse legata a ricordi atavici trasmessi da generazione in generazione.

                  Questa supposizione però me la faceva escludere soprattutto il fatto che l'eccezionalità del Diluvio Universale era arrivato fino a noi solo perché ne avevano trattato la Mitologia greca e l'Antico Testamento.

                  Riflettendoci ancora su era facile evincere che l'ipotesi era troppa azzardata: un popolo che non ha memoria, tanto per citarne qualcuna, delle invasioni greche, delle Guerre Puniche, romane, normanne e tante innumerevoli altre, non di certo avrebbe potuto avere, sia pur evanescenti, memorie di fatti naturali diluiti in tempi lunghissimi.

                 Non potendo darmi una risposta soddisfacente, negli appunti di antichi proverbi, che raccolgo da diversi decenni, presi nota di questo detto senza spiegazione. Senza fretta e quando l'argomento si poteva introdurre, chiedevo a persone anziane notizie su questo detto: erano moltissimi quelli che lo conoscevano, ma sempre vagamente.

                 Intanto nel tempo notai un fatto decisamente non trascurabile: l'ondata di terribile freddo  avrà dovuto cogliere necessariamente le popolazioni di gran sorpresa, dal momento che il grano a giugno era di già pronto per la mietitura: se l'eccezionale freddo estivo fosse stato la continuazione di quello invernale le piantine di grano sarebbero rimaste si e no allo stato in cui generalmente si trovano a marzo, o al massimo ad aprile.

                  Leggevo e rileggevo spesso l'appunto, ma una risposta non me la seppi dare mai.
Soltanto nella primavera del vicino 2010, quando si parlò tanto in TV e nella stampa, del grave fenomeno dell'offuscamento dei cieli di tutta l'Europa settentrionale e delle conseguenti immani difficoltà dell' aereonautica continentale, a causa dell'ultima eruzione del vulcano islandese dal nome quasi impronunciabile, l'Eyjafjöll, mi venne in mente l' ipotesi che fece accendere una lucina in un angolino buio del mio cervello. Mi sono chiesto: quale evento simile, in tempi più o meno recenti, sarebbe potuto capitare nella nostra area?
Il primo pensiero è andato all'Etna, ma subito l'ho escluso decisamente perché un tale colossale evento avrebbe lasciato traccia non soltanto nella memoria di umili contadini per via degli scapolari, ma sull'intera economia nazionale e non solo.

                  Riflettendo sempre sull'argomento e allargando l'orizzonte a quello mondiale, mi sovvenne il ricordo di vecchie letture sull'eccezionale esplosione, pur lontanissima da noi, del vulcano asiatico Krakatoa.
Mi sono messo all'opera di ricerca per potere appurare se quella deflagrazione, senz'altro straordinaria, sarebbe stata tanto smisurata da coprire fittamente persino il cielo della lontanissima Sicilia e non solo.

                 Il Krakatoa, dormiente da due secoli, iniziò la prima eruzione il 20 maggio 1883, di conseguenza, quando gli effetti della cenere sospesa giunsero nel cielo del Mediterraneo, il grano era  già maturo.

                Il boato è stato definito come il più forte mai udito sulla Terra e si trasmise a molte centinaia di Km. Per quanto riguarda la roccia polverizzata lanciata in cielo pare che essa ammontasse a 21 Km cubici e la potenza scatenata dalle esplosioni non doveva essere inferiore a 200 megatoni (cioè intorno ai 200 milioni di tonnellate di  tritolo), quasi tredicimila volte più potente della bomba di Hiroshima. La regione circostante rimase al buio completo per due giorni e mezzo e le polveri fini fecero più volte il giro della Terra provocando spettacolari tramonti rosso arancio e facendo da schermo alle radiazioni solari che ovviamente fecero abbassare sensibilmente persino la temperatura estiva.
Molti si chiederanno: è mai possibile che di tutto questo cataclisma il nostro popolo registrò solamente il fatto che la temperatura si era abbassata al punto che fu necessario coprirsi con lo scapolare?

               Sembra strano ma in effetti fu così. I cittadini i lettori di giornali e i frequentatori di circoli avranno discusso a lungo sull'argomento, senza ovviamente scartare l'effetto della temperatura locale. Anche il più umile bracciante avrà intuito che qualcosa di grave sarebbe accaduto in un lontanissimo "Mungibiddu", ma il concreto incancellabile rimaneva sempre quello scapolare che già da mesi era stato riposto nel guardaroba  e ripreso ora con un imprevedibile anticipo.

              Non dobbiamo poi dimenticare che erano i tempi di grande analfabetismo, dei quali si è di già accennato in altri post, che quando si era già nel Regno d'Italia, c'era ancora chi si meravigliava che Alimena, a soli 27 Km da Villarosa, iera sempri Tàlia. Sessant'anni più  tardi, nel 1943, un vecchio contadino della fascia centro-meridionale dell'isola descrive perfettamente la topologia del proprio territorio visibile al sottufficiale americano che lo vuole confrontare con le mappe in suo possesso. Quando poi l'americano chiede all'anziano nativo quali altri paesi ci fossero al di là della linea dell'orizzonte che pare che tocchi la cima dei suoi noti monti, questi, con estrema e franca ingenuità, risponde che non c'è più niente. 

             Intanto c'è da notare che malgrado l'imperante ignoranza una traccia della realtà rimane sempre: è essa che con pazienza ci porta a ricostruire il passato.

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