mercoledì 2 settembre 2015

AH…! TUTTA CURPA DI DDRA PAPARINA….!


Dicembre 1939. Da pochi mesi la Germania aveva invaso la Polonia e continuava a sbalordire il mondo con azioni militari a sorpresa. L’Italia era inebriata per le vittorie del suo alleato ancora in pectore;  intanto godeva da pochi anni dell’onore che il suo Re era divenuto Imperatore d’Etiopia, occupata senza un giustificato motivo. Gli Stati democratici, con l’Inghilterra in testa, avevano inflitto all’Italia le Sanzioni economiche, isolandola di fatto dall’economia internazionale e non solo. Inoltre nella stessa terra Fleming aveva scoperto la miracolosa penicillina, che a noi giunse soltanto dopo il 1945… Quindi ai milioni di morti causati dalla guerra, vanno aggiunti le centinaia di migliaia di esseri umani, malati comuni e feriti di guerra, che non poterono beneficiare del potente e prodigioso farmaco, ampiamente noto nel resto mondo non nazi-fascista.
A tanto spreco di vite umane se ne poteva aggiungere una che dipendeva da un introvabile pugno di vero caffè.
Il 5 di quel mese era nato il mio cuginetto Guido. Dopo alcuni giorni, per inspiegabili motivi il bimbo cominciò a piangere di continuo, senza riuscire a prendere sonno in modo totale: genitori, zia e nonna erano disperati per quel pianto ininterrotto e per il sonno che non arrivava. Fu chiamato il medico che consigliò di attendere ancora per un po’, ma tutti, zio compreso, vollero ricorrere all’antica saggezza popolare e così chiesero lumi a Micuzza, madre di numerosa prole e di quindi di provata esperienza. Questa consigliò di servirsi della capsula di papavero bianco,  i cui minutissimi semi sono usati per ornare il pane cotto in forno, senza specificare però la quantità da utilizzare nel caso del particolare bollito.
Il bimbo si acquietò e poi si addormentò. Dormì per tutto il pomeriggio, la notte e non si svegliò nemmeno al mattino seguente.
Furono chiesti ancora consigli a Micuzza, la quale precisò che della grossa capsula doveva esserne usata soltanto una piccola parte.
La situazione era giudicata abbastanza preoccupante, tanto che si dovette ricorrere ancora al medico. Questi si trovò alquanto imbarazzato e non poté far altro, come unica risorsa, che provare a far bere al bimbo nel biberon del caffè ristretto, ovviamente preparato con quello originale di una volta, prodotto nei paesi tropicali.
Oggi il problema sarebbe stato subito risolvibile, ma non allora, a seguito dei i fatti politici internazionali sopra esposti.
L’Italia intanto per il momento non era ancora entrata in guerra a fianco della Germania di Hitler e quindi i rapporti con gli Stati Uniti, al momento, erano normali: la posta, le rimesse degli emigranti, i pacchi e tutto il resto arrivavano regolarmente.
Lo zio interpellò quanti egli supponeva che ricevessero merce d’oltre Oceano; ma pareva che i villarosani avessero perso il gusto d’un buon caffè, quasi ignorandolo.
La situazione appariva alquanto disperata, così lo zio arrivò al punto di mendicare, col cuore in mano e le lacrime agli occhi,  alle impiegate postali una manciatina di vero prodotto esotico, che riuscisse a compiere l’ invocato miracolo.
La richiesta era alquanto indiscreta in quanto, accettandola, si sarebbe tratta la facile e indiscutibile conclusione che quelle pubbliche dipendenti erano avvezze a violare i sigilli dei pacchi e sottrarne i prodotti più rari e prelibati.
Dio renda merito alle coraggiose responsabili  postali perché molto probabilmente, con il loro umanissimo gesto, avranno salvato un creatura umana, che oggi a 75 anni, vive ancora a Pioltello, in provincia di Milano.
Quanto sopra detto è una vicenda oggi fuori del comune. L’ho voluta citare sempre con quello spirito storico che sta tanto a cuore ai lettori del blog “Bellarrosa”. Per come si evince da quanto esposto voglio sottolineare che quasi tutta la mia generazione non conobbe, per oltre un decennio,  il vero caffè che oggi è alla portata di quasi ogni famiglia. Il “caffè” d’allora era il comune orzo brustolino in casa che aveva una  lontanissima verosimiglianza con quello che noi oggi ben conosciamo.
Questo arrivò da noi solamente, in minime quantità, nel tardo dopo guerra. Tanto è vero che nel 1950, quando frequentavo il Liceo a Caltanissetta, un giorno di vacanza (allora si tornava in paese soltanto per le vacanze natalizie, pasquali ed estive), venne a trovarmi mia madre, desiderosa di vedermi. Mentre si trovava in quella città volle comprare una caffettiera MOKA, a me del tutto sconosciuta persino nel nome. Fino a quel momento il vero caffè macinato si versava nell’acqua bollente e subito dopo si filtrava col comune colino.
Ma torniamo a Guido. Forse per la differenza d’età col fratello e la sorella più grandi, il piccolo crebbe un po’ viziato e voleva sempre essere accontentato, facendo spesso degli indisponenti capricci.
Noi tutti, ovviamente scherzando, gli gridavamo: - Ah…! Tutta  curpa di ddra paparina!
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N.B. - Forse potrà sembrare eccessivo precisare quanto segue, cioè l’aver mescolato la vicenda vitale d’un fragile bimbo con la storia mondiale. Se però ci riflettiamo bene quest’ultima è sempre la somma degli eventi di ciascuno di noi, presenti e trapassati, anche se essa registra i nomi e gli eventi più memorabili, più nel male che nel bene.

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