mercoledì 5 novembre 2014

“Pisciaracìna” e “Pisciapammèntu”

L’idea di questo post m’è venuta improvvisamente giorni fa davanti alla scuola per l’infanzia di Villanova frequentata dal mio nipotino. Tenendo per mano il piccolo mi sono accorto che nel cortile esterno le maestre d’altra classe stavano mostrando, utilizzando strumenti d’ occasione, ai loro alunni il sistema, usato nei tempi passati, per l’estrazione del mosto dall’uva; questo dopo un periodo non lungo di fermentazione sarebbe diventato vino. A terra notai una bacinella con dentro dell’uva che veniva pestata con i piedi da un alunno. A debita distanza, per non distrarre i bimbi dall’ attraente esperimento, stavano immobili e attentissimi i genitori dei piccoli che osservavano le varie fasi del procedimento che si stava protraendo qualche minuto dopo l’orario d’uscita.
Allontanandomi cominciai a ripercorrere nella memoria la mia esperienza visiva ricorrente a ogni autunno dei tempi lontani della mia primissima giovinezza, quando nei pressi di casa mia, andando verso ovest per la via Milano, in uno dei pianterreni a sinistra, a poche porte dopo l’incrocio con la via XX Settembre, c’era un locale allestito a palmento dove si pestava l’uva; poi se ne spremeva la poltiglia in una pressa azionata a braccia per ricavarne il mosto che a San Martino, l’11 novembre, sarebbe stato pronto per un bel brindisi; per questo è noto il proverbio che dice: “Per San Martino ogni mosto è vino”. Chi aveva il desiderio travolgente di gustare il frutto delle sue fatiche qualche settimana prima della proverbiale data, ignorava il proverbio e stappava una piccola botte con vino novello naturale.
Ritornando al locale di mia antica conoscenza per la produzione del mosto, il palmento, che nel nostro dialetto era chiamato “parmìntu”, era sistemato in quell’ ampio locale; il fondo di questo era chiuso sul davanti da un muretto alto circa un metro che era murato ai due muri laterali e perpendicolari all’ingresso, formando un rettangolo di pestaggio. In questo finale senza uscite, veniva versata l’uva da pigiare in ceste, i cufina. Ovviamente, non visibile a me che guardavo da una certa distanza, nel fondo ci doveva essere un condotto, con filtro, da dove potesse defluire, in apposito recipiente, il mosto che si formava a semplice pestaggio. Era la poltiglia rimasta impregnata di mosto che poi veniva pressata per estrarvi il resto del liquido.
Attirava la mia interessata curiosità l’addetto al pestaggio dell’uva che con scarponi pesanti, che potremmo paragonarli a quelli d’alpinista, ma inguardabili perché inzuppati del succo d’uva delle pigiature degli anni passati e di quelle del presente, ai miei occhi apparivano disgustosi. L’operaio preposto a questo primo atto della lavorazione, appoggiandosi ad un bastone che gli evitava di scivolare, con cautela iniziava il compito di sua competenza.
Il vedere la massa melmosa calpestata in modo così grossolano con quelle scarpacce intartarite e sicuramente mal curate nei periodi di inoperosità, produceva in me un certo senso di ripugnanza e la mente mi conduceva in prospettiva temporale e con avversione a quanti erano destinati a bere quel futuro vino e, per di più, goderne.
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“Pisciaracina” e “Pisciapammentu” sono due soprannomi di due diversi paesi della Sicilia. Io non ho mai voluto accennare nei miei post a ngìulii, per il fatto che moltissime di esse sono sommamente offensive, non per niente la parola ha in sé il significato di “ingiuria”. Per il primo dei due sopra menzionati, voglio fare un’ eccezione perché è necessario citarlo per l’interpretazione dei lati oscuri dell’antica lavorazione del vino, per l’altro non cito il nome del paese al fine di evitare che venisse riconosciuto dalla famiglia che ancora lo sopporta e che potrebbe avere abbondanti ragioni per non tollerarlo.
“Pisciaracina” nella mia primissima infanzia era una vecchietta ultraottantenne che era nota a tutti con questo stomachevole soprannome. Io mi volevo dare, col crescere, una risposta sull’origine di tale ngìulia. Poi sentendo parlare di calcoli renali che venivano espulsi con grande dolore e che ce n’erano di forme approssimative a noti piccoli oggetti, arrivai alla conclusione che quella poveretta l’avrebbe ereditato da qualcuno noto per averne espulso uno paragonabile ad un piccolo acino d’uva. Intanto vorrei sperare che oggi nessuno dei viventi si possa ricordare e dolere di questa ngìulia.
Per decenni questa fu la mia spiegazione e smisi di escogitare altre ipotesi, finchè qualche tempo fa, parlando con un amico d’un paese della zona etnea o viciniore, sentii citare un curioso soprannome, pisciapammèntu.
Io citai quello di Villarosa ed esposi la mia ipotesi del calcolo renale. Un sorrisetto malizioso del mio interlocutore bloccò la mia spiegazione. Timidamente ne chiesi la ragione e quello mi confermò che ambedue i soprannomi avevano la stessa base logica: il “pammèntu” è così chiamato perché nel catanese etneo la lettera erre spesso non è pronunciata ed è assimilata a quella vicina (1), quindi tale parola sta per “palmento”, da noi “parmìntu”. Sempre col tono malizioso mi disse che nel suo paese quel nomignolo è affibbiato a quanti in antico avevano avuto in famiglia qualche pestatore d’uva nei palmenti. Fra costoro ce n’erano, di certo non solo quelli di quel paese, alcuni che, per pigrizia d’andare a cercar fuori un luogo più idoneo e soprattutto perché un cesso ai tempi non era facile a trovarlo, per non sottrarre tempo al loro lavoro o per perfida invidia nei riguardi di benestanti proprietari di vigne, mescolavano i liquidi dei propri piccoli bisogni corporali nella dolce massa acquosa del succo d’uva.
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(1)  – Ricordo la prima volta che sentii pronunciare tale assimilazione, con una certa mia non manifestata sorpresa, fu in bocca ad una elegante signora che rivolgendosi alla figlioletta che si attardava nel procedere, la spronava dicendo: - Cammina, Robetta!

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