domenica 4 ottobre 2015

Si num mi dati lu vucciddatu, vustru maritu vi cadi malatu

Erano tristi i miei tempi passati, ma quelli antecedenti alla mia infanzia ancora peggiori.

I miei cari parlavano spesso del loro vissuto per indurre noi figli a capire meglio il poco di benessere di cui godevamo in atto. Mia nonna Angelina, nella cui casa abitavamo, mi parlava spesso di tanti ragazzini poveri, dai sei anni in su, che, già prima dell’alba, piangenti e dolenti per geloni e altre privazioni che li affliggevano, scendevano giù do Cuzzu per la parte finale della scalinata di via Mazzini, a ridosso della nostra casa. Poi do vaddruni di mastru Silivestru e su per l’erta stradina da Figureddra, raggiungevano l’altra omonima sulla strada, oggi provinciale, che porta a Villapriolo. All’Ariazza però svoltavano a destra per la zona mineraria per presentarsi alla bocca della miniera prima che s’alzasse il sole.

Io non davo problemi di capricci nel mangiare, ma mio fratello e mia sorella, ogni tanto,  sì. Mio padre allora commentava: “Si vidi ca vuatri nonn’ aviti mai fattu u Viaggiu a Madonna do Pitittu”. In principio credevo, che fra tante Madonne, esistesse anche quella: più tardi, da solo, capii…

Nella più importante preghiera, Gesù una sola cosa materiale ci indusse a chiedere a Dio Padre: il pane quotidiano. Oggi esso è spesso considerato quasi un accessorio all’esistenza, tranne che per una bassa percentuale d’italiani e di un’alta delle regioni depresse della Terra.
Ai tempi della mia primissima età in ogni rione esisteva almeno un forno che veniva scaldato a lungo ad alta temperatura con fuoco di paglia di grano o di fave. Era molto difficile che qualche famiglia ne avesse uno nella casa in paese, per via degli ampi spazi che esso richiedeva.

 Al forno professionale in paese non tutte la famiglie si rivolgevano, ma solamente quante avevano una campagna seminata a grano o chi, avendone la possibilità, ne acquistava, al momento della trebbiatura direttamente dagli agricoltori, una certa quantità che bastasse per l’intera annata, la cosiddetta mangia. Tali famiglie preparavano periodicamente la quantità di frumento, in genere 4 tumoli per un peso totale di kg 56, da mandare al mulino caricato sulle spalle di mastru Gilormu; lo stesso più tardi tornava il carico al proprietario in corrispondente farina.

Non posso proprio tralasciare di trattare l’argomento della monda del frumento da mandare al mulino, a munnata do furmintu. Il grano che arrivava in casa dall’aia non era perfettamente pulito, conteneva minuscole pietruzze,  i timpunedda, provenienti dalla stessa aia in terra battuta e qualche raro seme di un’erbaccia, u tregu, che se pur in minima quantità conferiva al pane un leggero sgradito sapore.

Questa operazione talvolta richiedeva qualche giorno perché era compiuta nei ritagli di tempo e a più mani. Si ponevano gli estremi  della màdia (a maìddra) su due solide sedie, poi vi si poneva sopra la spianatoia, u majdduni, lasciando libere le due estremità della prima, perché vi si lasciasse scivolare il grano ripulito. Ricordo che da ragazzino ero invitato, da nonna e mamma, a collaborare e spesso lo facevo con un certo, sia pur breve, piacere. Capitava anche che parenti e amiche delle donne di casa, trovandosi a passare davanti all’uscio avevano il piacere di salutare e trovando la monda in atto, chiacchierando, collaboravano anche loro con interventi sia pur brevi.

Al forno ci si prenotava il giorno prima indicando quale delle tre infornate interessasse. La panettiera, o qualcuno da lei incaricato, chiamando ad alta voce dall’esterno la cliente per cognome, aggiungeva: “D’impastari!”  La massaia, che di già aveva preordinato nella màdia la farina passata al vaglio (cirnuta cco crivu) per toglierle la crusca, il lievito naturale (u cruscenti), prodotto con un impasto di farina fatto inacidire a dovere per qualche giorno e infine il sale; poi cominciava a impastare il tutto con acqua tiepida. Quando la massa diveniva omogenea per via della maestria acquisita negli anni, venivano formate porzioni sferiche di numero  uguale ai pani voluti, che dalla madia si trasferivano sulla spianatoia, ben infarinata per non fare appiccicare l’impasto. Su questa i pani venivano manipolati ancora con altrettanta destrezza, poi appiattiti e posti su un piano stabile; qui subito venivano coperti con una linda tovaglia e poi ancora con pesanti coltri, per non far disperdere il lieve calore che ne avrebbe favorita la lievitazione, molto importante per ottenere un eccellente pane. Dopo qualche ora i pani cominciavano a gonfiare leggermente per effetto dello svilupparsi nella massa pastosa di bollicine di anidride carbonica; la massaia vi batteva sopra delicatamente col palmo della mano e dal suono leggermente ovattato che il pane produceva essa ne deduceva che era al punto giusto,“o puntu”, per essere infornato.

Se tutto era preordinato a dovere arrivava il ragazzo con un asse ligneo tenuto in equilibrio in testa (a tavula), e sotto di esso, per attutirne la pressione, uno straccio avvolto e cucito a corona (a cruna), per portare il pane al forno per la cottura.

 Quando malauguratamente avveniva un imprevedibile ritardo, cominciavano “le dolenti note”, perché il pane spesso perdeva il naturale gonfiore, per via delle crepe che vi si formavano sulla superficie, donde sfuggiva l’ impalpabile gas naturale; tale pane dopo la cottura risultava piatto per la poca mollica e leggermente acidulo al sapore: lascio immaginare la disperazione della massaia.

Il popolo, che viveva di stenti, comprava il pane giornalmente nelle bottegucce, le cui gestrici si alzavano alle quattro di notte per poter mandare a tempo il pane crudo al forno, al fine di averlo pronto alla vendita già nella prima mattinata.

Era molto comune in quel tempo il detto: Pani a vilanza nunn’ ìnchi la panza. Conseguentemente era una vergogna comprare il pane come i poveri, tant’è vero che quando in famiglia a pranzo ritardava la consegna del pane, si ricorreva al prestito presso una parente della cui igienicità si era consapevoli, oppure la massaia, in previsione di tale ritardo al pranzo, tratteneva con sé una ridotta quantità d’impasto con la  quale ne facevano tante piccole schiacciate (cuddruruneddra) da friggere in padella con olio e poi cospargerle di  zucchero: esse fungevano, per quel giorno, da pane e secondo piatto, dopo l’immancabile pasta. A proposito del citato zucchero, esso era per quei tempi un irreperibile elemento nelle famiglie povere: in caso di un mal di pancia in quelle case, si cercava di lenirlo con un po' d’acqua bollita assieme a una foglia di alloro e, immancabilmente, si ricorreva a una vicina più agiata per avere un cucchiaio di quello stesso zucchero, che oggi è alla portata di tutti.

I giovanissimi lavoratori nei forni, rispetto a quanti erano carusi di pirrera, dovevano essere un tantino meno miseri se si potevano permettere di scegliere un lavoro ancor meno pagato di quanti trascorrevano la prima gioventù nelle viscere della terra. Generalmente essi erano figli degli stessi panettieri o di madri, già provate dalle disgrazie minerarie, che si contentavano di andare loro stesse a criate e non mettere ancora a repentaglio la vita delle loro creature.
Intanto le panettiere, che ricche non erano, non avevano nemmeno il tempo di preparare dolci e buccellati (i vucciddrati). Lo  stesso valeva per le mamme dei poveri altri ragazzi del forno, che un ritaglio di tempo l’avrebbero trovato, solo che mancava loro la materia prima. Lascio immaginare l’acquolina in bocca che si formava allo sfornato di tali leccornie a loro negate…
Mi raccontava mio padre che durante la sua infanzia non mancavano vogliosi ragazzi d’aiuto ai forni che, alla consegna in casa dei dolci natalizi, sussurravano alle padrone di casa, tra il serio e il faceto: Si nun mi dati lu vucciddatu, vustru maritu vi cadi malatu…
A tale terribile predizione pronunciata, ppi scherzu o ppi rraggia di cori, la donna spezzava un buccellato, che allora era una grossa articolata pagnotta ripiena di fichi secchi, e senza indugio ne offriva un pezzo al maledicente giovanetto.

I tempi della mia infanzia dovevano essere meno duri rispetto a quelli testé descritti, ma quando cominciai a capire eravamo in piena guerra: l’inflazione fece sparire le monete metalliche in rame, nichel e argento, il razionamento alimentare fece conoscere le tessere annonarie che consentivano l’acquisto giornaliero di 150 grammi di farina per ogni componente familiare; furono annunciate le prime vittime di guerra; arrivavano gli sfollati dalle grandi città, principali obiettivi dei bombardamenti aerei, che, dopo poco l’invasione anglo-americana noi conoscemmo persino quelli dei nostri ex alleati tedeschi, che sbagliando obiettivo diretto ai loro nemici, colpirono nostre case e uccisero nostri concittadini.

Da questo triste quadro ambientale è ovvio dedurre che a soffrirne di più furono i più poveri con numerosa figliolanza, i nuovi disoccupati delle miniere i cui padroni dovettero interrompere la produzione di zolfo non sapendo più a chi venderlo e persino i prudenti piccoli risparmiatori che persero il potere d’acquisto delle loro sudate lirette, accumulate negli anni.

Cento e poi altri cento tristi episodi si potrebbero citare, ma mi limito a uno solo che fece uno spropositato scalpore, non tanto a causa di chi subì sostanzialmente il furto, quanto dalla pubblicità scaturita a seguito del pianto straziante e disperato del ragazzo che si vide sottrarre dalla tavula un caldo e fragrante pane e che temeva chissà quali pesanti responsabilità che, secondo lui, gli sarebbero state addossate.

A un povero padre di numerosa prole, disperato per i suoi bimbi che invocavano “pane”, sulla via gli arriva alle narici l’inconfondibile odore del caldo alimento quotidiano appena sfornato e subito dopo se lo trova visivamente davanti a sé sulla tavula: preso da improvviso raptus si appropria d’una delle tonde forme, la pone sotto il braccio come libro, che mai possedette, e via per casa sua.
Il ragazzo vittima di quella inusuale sottrazione comincia a strillare e fa accorrere dai catoia sulla via tante persone che conosciuto l’accaduto si prodigano a consolarlo; i ragazzi della strada gli stanno intorno e poi lo accompagnano a corteo per la consegna dei pani rimasti sulla tavula.

La proprietaria appena capì di cosa si trattava gli porse u nsiru con l’acqua per rasserenarlo e poi strappò per lui da un altro pane un bel pezzo, continuando a consolarlo ancora.

I commenti nel rione non si quietarono presto e  giunsero persino nel mio. Fino a non molto tempo fa quando si parlava di quei tempi disperati, si finiva sempre col citare proprio questo episodio minore e non altri più terribili assai: tanto forse per rimarcare lo stato di disperazione che induceva persone oneste a compiere simili gesti, inconcepibili in tempi normali.


Oggi quando ci incontriamo col mio amico, figlio minore del “ladro di necessità”,  mi compiaccio in cuor mio, del suo attuale stato di benessere.

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