martedì 4 marzo 2014

Quantu ti rrenni stu baissìculu?


Quando sono nato io a Villarosa l’energia elettrica era già arrivata da quattro anni; nelle città molto tempo prima e a Villapriolo soltanto dopo la guerra. Il grande evento però non era per tutti perché molte famiglie temevano di dover spendere di più o i proprietari di terra con ulivi non sapevano come smaltire l’olio e la feccia delle loro olive; la stessa cosa avvenne vent’anni dopo circa quando fu introdotto da noi il gas in bombola, perché gli agricoltori non sapevano come altrimenti utilizzare le ramaglie degli alberi e la sansa delle olive. Questo autoescludersi dal progresso offriva una certa sensazione di rozzezza, perché, potendolo fare economicamente non godevano di quella meravigliosa invenzione che aveva fatto mettere da parte voluminosi lumi a petrolio nelle case agiate e misere lucerne ad olio in quelle più bisognose. Capita sempre che il beneficio di tanti può arrecare danno ad una minoranza, ad esempio nel nostro caso felici  non rimasero i venditori di petrolio ed olio rancido, qualificato come lampante. Ricordo che mio padre parlava con ironia di una gnura, della quale non ricordo il nome, che nei primi giorni del grande evento la sera con una scusa andava in casa delle vicine dotate di luce elettrica, si avvicinava alla lampada accesa e annusava. Dopo qualche minuto d’ispezione si rivolgeva alla padrona di casa e riferiva che un certo odorino di petrolio anche la lampadina lo faceva. Si rideva alle spalle della poveretta, specialmente che la sua propaganda ingenuamente contraria non poteva in assoluto fare proseliti. Ultima nel mio vicinato a resistere fino al dopo guerra era la famiglia della gnura Catina D., che se non era benestante, povera non poteva dirsi: qualche volta che mia madre mi ci mandava di sera con qualche piccolo incarico, me ne uscivo da quella casa con un’ombra di tristezza nel cuore.
Un beffardo destino volle che io, e altri milioni d’italiani nati o cresciuti nella gioia della luminosità,  dovemmo sperimentare il tristissimo regredito periodo, con un inatteso salto all’indietro.
Giugno 1940 Mussolini, trascinandosi un intero popolo, dichiara guerra alle democrazie europee. In principio la corrente elettrica non mancò, ma bisognava tenere di sera le finestre serrate per non far uscire il minimo raggio di luce che poteva essere captato dagli aerei nemici. Intanto era percepito come lugubre e agghiacciante il grido dei giovani fascisti che girando per le strade invitavano ad alta voce a chiudere porte e finestre perché il nemico ci spiava dall’alto. Altrettanto avveniva, per maggior ragione, con l’illuminazione esterna. Per noi ragazzi cui nella bella stagione piaceva tanto continuare i giochi in prima serata, dovevamo aspettare qualche giorno di luna piena per poter fruire al minimo del diritto al gioco.
Quanto più la macchina bellica si avvicinava alla Sicilia, nella stessa misura s’intensificarono i bombardamenti aerei soprattutto sulle fonti di energia, con le centrali elettrice in testa.
Fu a questo punto che il buio esterno invase pure l’interno delle case, così avvenne che il petrolio all’improvviso tornò ad essere richiesto nella quantità di tredici anni prima, ma con l’aggravante  che esso ora scarseggiava per motivi bellici, dovendo rifornire carri armati, navi e aerei da guerra. Quindi la necessità divenne più rigida perché dei lumi a petrolio si potevano avvantaggiare solamente chi aveva possibilità di trovarlo, anche a caro prezzo, al mercato nero.
Fu così che tornarono nelle case le lumère ad olio che io non avevo mai conosciuto. Frequentavo allora la prima media e avevo bisogno di un po’ di luce in più per fare i compiti al mio tavolino, specialmente d’inverno quando la luce del giorno era breve. Così mi adattai a crearmi il mio cantuccio illuminato da una misera lucerna a olio: mettevo in questa una modica quantità d’olio, preparavo un batuffolo di cotone (che i vecchi chiamavano màttula), lo allungavo  a guisa d’un verme e poi un’estremità la immergevo  nell’olio e l’altra, sempre inumidita d’olio, la inserivo in un restringimento del contenitore d’argilla cotta; infine accendevo il moccolo con uno zolfanello, chiamato allora pòsparu.
 Per non annoiare di più i possibili lettori risparmio loro l’immensa disperazione mia quando la lucerna si rovesciò e l’olio invase a beverone la grammatica latina…
      Mentre ci siamo a parlare di energia elettrica voglio risparmiare altre tristezze e raccontare quanto ho appreso da diverse persone più grandi di me nella mia prima giovinezza. Nei giorni di diffuso fervore gioioso, per l’arrivo della tanto attesa luce, c’era chi non pensava soltanto ad essa.
Viveva in Villarosa un barbiere che io non ebbi possibilità di conoscere ma di cui sentivo parlare con entusiasmo, Ciccio Mazzeo. Questi aveva il salone più o meno in un pianterreno ove oggi c’è lo studio dell’avvocato Giulio Magnifico. Quando i figli divennero grandetti si trasferì a Catania per dar loro la possibilità di frequentare scuole che a Villarosa non esistevano, lasciando la sua attività artigianale al  fratello Turiddu, che io conobbi.
Il grande dei Mazzeo, oltre ad essere un bravo artigiano, arrotondava gl’introiti vendendo macchine per cucire. All’arrivo atteso della tanto utile e giustamente portentosa forma di progresso, volle comprare e anche far conoscere la prima radio, forse anche per far appassionare tanti altri al punto di potere vendergliele lui stesso.
Pose su un tavolinetto davanti alla porta del suo esercizio la grande novità, l’accese e in men che non si dica accorsero ragazzi, vicini e passanti, tutti curiosi, di ascoltare quel miracolo dei tempi moderni.
Per più giorni, in determinate ore, offrì la possibilità ai concittadini di godere dell’invenzione di Guglielmo Marconi.
Un uomo solo della famiglia di Ciccio Mazzeo guardava con disappunto e sospetto il marchingegno diabolico che aveva la capacità di fare arrivare la voce da Roma fino a Villarosa, il suocero, che era un proprietario terriero fra i più ricchi del paese. Ma l’ostilità verso quel miracolo della scienza non era dovuto a qualche forma di paura, ma alla tirchieria congenita di quell’uomo a cui ogni spesa procurava immenso dolore e giudicava ogni acquisto superfluo. Sicuramente aveva saputo di quella spesa del genero e volle vedere, a distanza, se valeva la pena di spendere tutto quel “capitale” solo per far godere tanti curiosi e sfaccendati.
Un pomeriggio, come se fosse di passaggio, l’anziano camminava guardando dritto sul marciapiede antistante. Il genero lo scoprì e immantinente lo chiamò. In primo momento fece finta di non sentire, ma Ciccio gridò ancora più forte:
-        Papà, si veni cca!
Il vecchio volse lo sguardo verso il genero e tirò avanti ancora. Ciccio ancora con più veemenza:
-        Papà, nun si paga, jè arrigalatu!
Stavolta non potè esimersi dall’ulteriore chiamata e lentamente s’avvicinò; osservò attentamente, quasi sembrava che finalmente ascoltasse interessato quel portento parlante, quando, ad un tratto, rivolgendosi al genero esclamò:
-        Quantu ti rrenni stu baissìculu?

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