domenica 21 dicembre 2014

MASTRO PIETRO E IL DECOROSO FIGLIO


“Dalla rosa nasce la spina e dalla spina nasce la rosa”.

Questa massima molto comune ben si addice a seguire il mio precedente post intitolato, “Nobile gesto di un pover uomo”, ispiratomi da un amico, pronipote del protagonista mastro Gesualdo, che per vari motivi non ha potuto esser lui a presentarlo sulla Rete. Mi sono assunto con vero piacere l’incarico di raccontarlo, impegnandomi a non lasciar trasparire l’identità del parentado discendente dal bisnonno.

Debbo confessare che mi ha molto sconcertato la figura del primogenito Pietro che tenne sotto torchio tutta una numerosa e ramificata famiglia.

Nel tempo che ho riflettuto sull’avvenimento onorevole attribuito al capostipite e sulle azioni poco degne del suo primogenito, mi ha sfiorato nella mente il sospetto che le notizie su quest’ultimo siano state esageratamente calcate allo scopo di presentarlo come persona ributtante per via dei vari malintesi che possono accadere in ogni parentela.

Una prima manifestazione di un certo dubbio sul temperamento ringhioso di mastro Pietro nella sua famiglia era presente in me da gran tempo. Mi appariva esagerato che una persona squisita come Aldo, amico intimo di mio padre, fosse nato da un uomo così orribilmente descritto. Egli era l' unico maschio della prole di mastro Pietro e al contrario del genitore risultò un gran signore, serio, rispettoso e con una impalcatura fisica meravigliosa. Lavorava da gran tempo in miniera e intorno ai vent’anni, come tutti i cittadini di sesso maschile di quel tempo, fu chiamato per la prevista visita militare di leva.

Il capitano medico che lo esaminava, mentre ne ammirava la statuaria proporzionata mole e la compostezza della sua espressione, gli propose di inoltrare domanda per essere ammesso nell'Arma dei Carabinieri. Aldo, entusiasta e felice di cambiar vita e poter abbandonare per sempre la detestata pirrera, finita la visita, si precipitò verso casa. Sprizzante di gaiezza, annunciò al padre la splendida proposta appena accolta; mentre si aspettava da parte del genitore un corrispondente entusiasmo, vide il viso paterno corrugarsi e subito dopo percepì sulla propria ridente faccia un abbondante sputo e subito di seguito gli giunsero alle orecchie le insolenti parole alle quali, in verità, era da sempre abituato: 
-Sdisanuràtu, mi vo’ mìttiri sta màscara davanti a tuttu lu paisi?

Mastro Pietro non era un mafioso, ma non voleva essere catalogato nel suo ambiente come amico degli sbirri; a maggior ragione non voleva assolutamente divenire, proprio lui, padre di uno di quelli.

Aldo, mortificato ma ubbidiente, tornò alla poco amata miniera.

Gli avvenimenti degli ultimi tempi avevano cambiato l’umore del giovane bistrattato dal cocciuto padre. La sua tradizionale ubbidienza formalmente sembrava intatta, ma la madre e le sorelle intuivano che Aldo non era più quello di prima.

La povera mamma, quando il marito era assente, cercava di carpire al figliolo quali fossero le sue intenzioni, temendo una sua fuga dalla casa paterna per ribellione contro i metodi fortemente grevi del genitore.

Aldo era un gran signor nato e tali gesti di disubbidienza non pensava nemmeno di metterli in conto, ben sapendo che si sarebbe scatenato verso le donne di casa un  inimmaginabile inferno, perché il prepotente le avrebbe accusate senz’altro di connivenza. Il giovane soltanto fece capire che avrebbe preferito emigrare negli U.S.A. La povera madre temeva che si sarebbe scatenato un nuovo interminabile scontro, ma, contro ogni pessimistica previsione, la creatura orribile dalle fattezze umane si dichiarò favorevole.

Il suo assenso imprevisto derivò dal fatto che oltre oceano da tempo viveva una sua nipote, sposata e senza prole, che di certo avrebbe ben avviato il caro cugino nella nuova vita in un paese straniero, del tutto sconosciuto al giovane. Inoltre, mastro Pietro aveva avuto ben modo di notare che quanti rientravano da quel mitico paese compravano le migliori terre e  do catùju, dove erano nati e cresciuti, passavano nne càmmari.

Nel suo nuovo mondo gli fu di grande aiuto la collaborazione dei due cugini, ma, nel giro di pochi anni, l’intelligenza e le capacità proprie consentirono al giovanotto di inserirsi efficacemente nel mondo commerciale e affaristico con straordinaria destrezza.

Contemporaneamente il tenore di vita della famiglia di mastro Pietro cambiò conside-revolmente, più di quanto fosse avvenuto in tante altre case con familiari emigrati nel Nuovo Mondo, perché non passava il mese che non arrivasse un sostanzioso vaglia di  scuti, come erano chiamati i dollari nel nostro dialetto.

Passò circa un quindicennio e sopravvenne la famosa crisi economica del ’29 che presto si estese in Europa.

Aldo, che aveva accumulato un apprezzabile patrimonio, intuì che con il cambio favorevole degli scuti  rispetto alle lire italiane, avrebbe potuto realizzare una maggior fortuna in patria.

Così tornò in Italia e decise di stabilirsi in una grande città siciliana nelle cui vicinanze in seguito avrebbe acquistato molti ettari di fertili agrumeti e nello stesso tempo curato altri generi d’affari.

Questi fatti avvennero prima che io nascessi. Più tardi quand’ero ragazzino conobbi il signor Aldo, come caro amico di mio padre, che quand’era in visita ai suoi parenti in Villarosa andavamo a salutare e ricordo ancora le dieci lire, di colore grigio-azzurro con l’effige del Re Vittorio Emanuele III, che ogni volta mi donava.

Qualche anno fa, da grande, pensando a mastro Pietro, dalla discutibile personalità e defunto da gran tempo, ebbi l’insolita pensata di sentire una buona volta un’altra campana, attingendo notizie su di lui, dalla fonte opposta, quella dei parenti della moglie.

Conosco da gran tempo uno di costoro, di età più avanzata della mia, col quale ogni tanto, incontrandoci e parlando del più o del meno, finiamo quasi sempre col parlare dei suoi parenti, nostri antichi amici di famiglia.

Del vario chiacchiericcio che si fa m’è rimasta particolarmente impresso nella memoria, fra altre cosette, un episodio riguardante il rientro dagli USA del cugino Aldo.

Tutti in paese chiacchieravano sul particolare benessere del miricano rientrato in patria, che ci tenne tanto a festeggiare, nell’ambito parentale, il suo ritorno in patria.

I parenti d’ambo i genitori erano numerosi. Il festino fu allietato da un’orchestrina locale.

L’aria di festa riusciva a coprire le larvate ansie della madre e delle sorelle di Aldo, mentre alla cupa riottosità del vecchio mastro Pietro nessuno faceva caso, conoscendone ognuno la naturaccia che lo aveva caratterizzato nella sua lunga esistenza: egli pretendeva al ritorno del figlio che questi gli consegnasse tutto il frutto dei suoi sacrifici in terra straniera, perché per lui era tassativo che gli spettasse l’amministrazione dei beni, in quanto indiscusso capofamiglia.

Tutti con gioia avevano consumato dolcini e bevande, la musica era ripresa, qualche coppia aveva aperto le danze, quando mastro Pietro, imperiosamente, battendo il bastone sull’ impiantito ordinò un drastico silenzio.

Mandò tutti ai loro posti, si pose al centro della sala e, lui che era noto come discreto rimatore, cominciò a declamare i versi un po’ bislacchi che l’allora giovanissimo nipote della moglie ricordava ancora come meglio poteva, dopo circa sessant’anni:

Prima ca jera virdi cumu n’aglia
davu a a mangiari a tutta la famiglia.
Ora ca sugnu siccu cchiu di la paglia
e scalculatu assai cchiu di la muniglia… (1)
…mo', di  unni vinni stu sirpenti a sunagli
ca mi vota e sbota 'n capu la gradiglia?....
Ora c’arrivu o campu di battaglia…
Tiru la spata e jè un piglia piglia.


           Inflessibile mastro Pietro tornò al suo seggio. Nel silenzio tetro di quello che doveva essere un festino si udiva solamente il lieve singhiozzare d’un grand’uomo, Aldo.


          Si riprese la musica, ancor più timidamente si riaprirono le danze. Più tardi la festa si chiuse, senza più la gaiezza iniziale.


          Stavolta però Aldo non cedette all’autorità paterna: gli consegnò nella tarda mattinata un sostanzioso libretto postale e partì per la nuova patria siciliana, da dove di tanto in tanto tornava per far visita ai suoi, sempre cari, e all’amata terra.

_____________


(1)             Vari sono i significati del termine a seconda  dei paesi, ma si tratta sempre di materiali esigui e  di poco conto come i granelli minuti del carbone o anche di frasche leggere per accendere il fuoco.

lunedì 8 dicembre 2014

NOBILE GESTO DI UN POVER UOMO


Persino i nipoti del protagonista di questa rarissima e antica umana vicenda non sono più su questa terra, tantissimi discendenti invece, in parte a me noti, sono fra noi e altri sparsi per il mondo. Solo uno di essi, Borino, s’è curato di far conoscere l’esemplare storia che segue, pregandomi di narrarla sulla Rete con lo stesso spirito virtuoso e modesto dell’antenato, che io chiamerò Gesualdo, e di tacere ogni riferimento che possa condurre al parentado, a molti di ordinaria conoscenza.

Mastro Gesualdo era genitore di una numerosa prole a prevalenza maschile, sempre alla ricerca di fortuna nei paesi dell’area zolfifera. Diverse furono le sue peregrinazioni: sul finire dell’ottocento fu la volta di Villarosa, ma presto tutti insieme passarono a Barrafranca.

Di lui, salvo che era una bravissima persona, fu tramandato poco e meno della moglie Assuntina.

Di tutt’altra natura si rivelò invece la figura prepotente del primogenito maschile, Pietro, che in ogni attività familiare e nell’amministrazione dei comuni miseri guadagni, si comportò da disdicevole despota.

Basterebbe un solo esempio per rifinire la sua torva personalità: forse dopo la dipartita terrena dell’anziano padre, cominciò ad esigere che i tre fratelli minori, in atto carusi di miniera, gli dessero del “vossì ”, come allora era d’obbligo rivolgersi solamente a genitori, nonni, zii e persone anziane in genere. Tale grintosa pretesa non fu un fatto solamente formale, ma la causa, assieme ad altre dolorose, di una tacita guerriglia familiare che durò per tutta la loro esistenza.

Questo sordo rancore, non apertamente manifestato, era dovuto al caratteraccio del prepotente, che indusse a ribellioni frequenti soprattutto il piccolo tra i fratelli, Caluzzo, che antepose, per contraccolpo, la vita d’osteria e il gioco d’azzardo, alle abitudini equilibrate degli altri familiari. Fu in una di queste bettole che durante una lite con un baro, smascherato sul fatto, il giovane ultimogenito centrò mortalmente con la lama di un coltellino di poco conto il cuore del truffatore.

A seguito di questa tragedia la famiglia tutta dovette ritrasferirsi a Villarosa.
I quattordici anni di galera di Caluzzo fecero accrescere sempre più la ruggine nei rapporti parentali. Il mio informatore ricorda che nella sua prima infanzia il nonno e tutti gli altri fratelli abitavano nello stesso rione, ma nello spirito del gruppo c’era una pace affettata e un livore inestinguibile: da una parte il despota e dall’altra i minori che si erano scelti come solidi punti di riferimento la secondogenita Santina, sposata e senza prole, e il secondo nato tra i maschi, Liborio.

Mi sto dilungando sul quadro familiare di mastro Gesualdo perché il nobile episodio che mi accingo a esporre trova in esso, secondo il pronipote Borino, la più probabile delle interpretazioni del grande gesto d’onestà che seguirà.

Erano trascorsi circa quarant’anni dal rientro della famiglia in argomento a Villarosa. Uno dei nipoti, padre del mio riferente, anch’egli di nome Gesualdo, come il nonno, era uno stimato artigiano, che spesso era chiamato a operare in casa di don Ciccio Milano, fratello dell’ex sindaco don Vannuzzu, che abbiamo conosciuto come protagonista del mio post che tratta di “una incruenta vendetta”.

Era da parecchi anni che il giovane Gesualdo frequentava per motivi di lavoro la casa di quel “galantuomo”, che di certo già aveva avuto il tempo e l’occasione di verificarne l’assoluta fiducia. Un giorno, alla conclusione di un incarico, Don Ciccio gli manifestò che aveva conosciuto, quasi cinquant’anni prima, il suo omonimo nonno: una onestissima e rarissima persona, tant’è che un altro simile non l’aveva incontrato più nella sua lunga esistenza.

Gesualdo rimase inebetito temendo che quel signore, nell’atto di prendere in considerazione la figura di un umile zolfataio, avesse quasi voglia di prenderlo in giro o l’avesse scambiato come nipote di qualche altro uomo del suo ceto, così restò  muto e prese tempo che don Ciccio completasse l’argomento appena accennato. Un istante dopo l’anziano signore ne riprese l’ esposizione e raccontò che nonno Gesualdo aveva avuto in mano una grande fortuna e non volle approfittarne: aveva trovato per la strada un portafoglio a mantice pieno di bigliettoni di gran valore, che in vita sua non aveva avuto modo nemmeno di vederli tutti insieme. Con quei soldi, nell’epoca in cui la moneta di carta era ancora convertibile in oro, egli avrebbe potuto comprarsi una decorosa abitazione della quale doveva avere sicuramente bisogno, invece si preoccupò, con serena determinazione, di rintracciare il sicuro legittimo proprietario per restituirgli quanto casualmente aveva rinvenuto.

Mentre l’onesto uomo di miniera rifletteva sul modo come mettersi in contatto con lo sconosciuto che aveva perso quella gran somma, s’accorse che in piazza un piccolo assembramento di persone stava attorno a un noto “principale” di pirrera, che si strappava i capelli per la disperazione, perché aveva smarrito l’importo che doveva versare alla conclusione di un affare presso il notaio, ammontante a settecento lire, cifra sostanzialmente molto più corposa rispetto all’ uguale valore nominale di circa cinquant’anni dopo.

Don Ciccio ancora precisò che a mastro Gesualdo l’istinto gli suggeriva, dinanzi al quadro disperato di quella creatura, di restituire immediatamente la somma, ma si trattenne dal fare quel gesto, perché egli lo giudicava oltremodo esibizionistico; così, soprattutto per appurare che si trattasse dello stesso smarrimento o di uno simile, con naturalezza si mescolò tra il crocchio dei curiosi e dei consolanti che accompagnavano a casa il “galantuomo”.

Mastro Gesualdo, resosi conto che si trattava propriamente del suo demoralizzato perdente, fece passare qualche po’ di tempo e bussò al portone di casa chiedendo di poter parlare col disperato. I familiari, frastornati com’ erano, gli risposero seccamente che il “principale” non era in casa. Quando però l’umile zolfataro precisò che era lì per restituire quanto aveva trovato, la felicità ripiombò in quella casa; fu accolto con tutti gli onori, gli fu promessa ogni ricompensa, ma l’anziano ringraziò e chiese solamente un piacere: non si doveva parlare completamente del suo gesto, perché egli stava compiendo soltanto il suo dovere d’uomo dabbene, quale riteneva di essere sempre stato.

Di sicuro l’onesto uomo tornò sereno a casa, da un canto, contento d’aver liberato da un’ angoscia profonda un essere umano e, dall’altro, fiducioso che a seguito del suo raro generoso gesto incognito non sarebbe stato giudicato un vero citrullo dai tantissimi conoscenti che avrebbero desiderato di trovarsi al suo posto per potere arraffare l’ingente somma, senza rimorso alcuno.

Quasi nessuno seppe di quel nobile gesto fra la popolazione di Villarosa, ma al “Casino dei Civili”, fra quella ristrettissima classe di cittadini, della quale don Ciccio e pochi altri facevano parte, se ne discusse tanto e con somma ammirazione.

Dopo quasi cinquant’anni il Milano capì che non si trattava più di svelare un segreto ma di dover rendere, almeno tramite i discendenti, il giusto onore a un provato umile galantuomo e offrire alla nuova generazione di cittadini un alto esempio di rara correttezza.

Il giovane Gesualdo rimase sconvolto dalla inaspettata notizia e, riflettendo, trovò che l’unica persona dalla quale poter attingere qualche ragguaglio era unicamente la sua anziana madre. Questa precisò che non aveva mai avuto sentore di tale straordinaria vicenda, ma ammise che il suocero, uomo fondamentalmente virtuoso, era capacissimo di comportarsi in segretezza assoluta nella circostanza appena venuta a conoscere. La nuora aggiunse che egli era un individuo speciale rispetto alla comune umanità che gli stava attorno, ad esempio, a quanti, amici e parenti, gli facevano notare la sua scarsa frequenza delle funzioni religiose o della recita collettiva del Santo Rosario, egli rispondeva che Dio stava nel suo cuore e nella sua mente in ogni momento della giornata. In poche parole egli stigmatizzava ogni eccessivo formalismo rituale e in quanto a preghiere gliene bastavano solamente due, il Segno della Croce e il Padre Nostro. Raramente entrava in chiesa e la sua presenza era tassativa nel pomeriggio del Giovedì Santo per ascoltare con somma partecipazione le famose Sette Prediche, declamate sempre da un sacerdote forestiero, d’anno in anno sempre differente; tale puntuale frequenza era giustificata unicamente dallo scopo di potere apprendere e approfondire le parabole del Vangelo, dal momento che, da analfabeta totale qual era, non aveva altra possibilità d’accedervi diversamente. 

Negli anni spesso il nipote Gesualdo tornava a riformulare tra sé le più varie ipotesi, ma sempre ne affiorava una che avrebbe potuto sminuire la figura del nonno: non avrà per caso taciuto per non trovarsi impetuosamente in urto col tralignato  primogenito? E  poi, gli altri figlioli, pur non ribellandosi apertamente, come avrebbero giudicato, egoisticamente in cuor loro, il nobile gesto paterno?

Intanto, malgrado qualche dubbio, una cosa era certa: suo nonno si era comportato da vero cristiano e il suo tacere poteva essere giustificato alla luce delle parole di Gesù che disse: “Non sappia la mano destra quello che fa la sinistra”. 

Passavano intanto i decenni e Gesualdo spesso tornava a parlare ai figli del gesto rarissimo compiuto serenamente dal loro bisnonno. Fra di essi il maggiore, Borino, ha risolutamente tenuto a far pubblicare a me sulla Rete l’esemplare ignoto gesto e a far sapere che, sia pure oltre un secolo prima, è esistito un modestissimo individuo dall’animo notevolmente generoso. Questi non ha ceduto alla frequente umana avidità e  saggiamente ha eluso la prepotenza dell’aberrato figlio e ubbidito al volere del Creatore.

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