martedì 25 novembre 2014

A carcaredda al tempo delle pirrere


Il mondo della mia infanzia rimane sempre quello che ho descritto a proposito del post che tratta do vuddru, che io accostavo per il suo bollore infiammabile a quello della petra citalena. Quelli erano tempi difficili in ogni senso; i giocattoli che oggi sono nelle mani quasi d’ogni bambino erano impensabili. L’aspetto positivo di quell’epoca tormentata era quello che la privazione ricorrente portava i bambini a creare, con le proprie mani e i pochi strumenti a disposizione, il proprio giocattolo a imitazione degli arnesi degli adulti. Ricordo il solo vero giocattolo regalatomi da un mio zio: era un orsacchiotto di peluche che rimane ancora immortalato in una foto dei miei quattro anni, scattata da un fotografo ambulante; la mamma curò di fare appendere sullo sfondo, sulla parete esterna della strada, la più bella coperta al fine di dare maggiore risalto alla mia, per lei cara, immagine.
Quando cominciai a crescere scoppiò la guerra con le intuibili ristrettezze; successivamente il seguito di pace non fu meno difficile dal punto di vista di un miglioramento del tenore di vita. Si continuò a ricorrere ai giochi semplici e ugualmente allettanti. I giochi erano tanti e molte le escogitazioni: in adiacenza ai muri esterni si costruivamo casette con le pietre piatte con impasto di sterro di strada misto ad acqua, carrettini con le pale dei ficodindia ritagliate a seconda della destinazione d’uso, rotonde le ruote, rettangolari le sponde del carro, quadrato il fondo dello stesso: il tutto veniva montato per mezzo di stecchini di legnetti vari. Tutte queste piccole attività è vero che favorivano altamente la manualità, ma ci facevano permanere sempre nel mondo ristretto del proprio ambiente. Era la società mineraria che permeava, direttamente o indirettamente, tutta la vita dei viventi in quel tempo. Una circostanza importante a favore della fanciullezza però era avvenuta negli ultimi decenni: i figli dei poveri, che erano sempre la maggioranza, non potevano più come prima, al compimento dei sei anni, scendere come carusi a carriàri nelle viscere della terra e, se non andavano ad aiutare nei campi all’aria aperta, erano nelle strade a giocare come me. Purtroppo moltissimi di loro, per i più svariati motivi, non frequentavano la scuola, che era definita, solo nominalmente, “dell’obbligo”; cito un solo esempio illuminante: non vidi mai ragazzo scalzo varcare la soglia di un’aula scolastica e nel contempo le strade, di tali creature a piedi nudi, erano strapiene.
Le strade del tempo erano in terra battuta con varie ondulazioni, con conche più o meno profonde e anche con grosse pietre ben piantate e sporgenti un po’ dal suolo e altre più minute sparse per ogni via.

Intanto, mentre capita di parlare del fondo stradale, mi voglio soffermare su questo argomento un po’ fuori tema: ancora oggi non riesco a capacitarmi come in un ambiente in cui si costruiva poco e si facevano solamente ratteddri, cioè rappezzi di poco conto a gesso, abbondassero tanto pietre compatte e spigolose che costituivano un pericolo costante per via dei lanci facili da parte di ragazzi contro loro coetanei per i contrasti più vari o per puro stupido gioco.

 Le conseguenze erano frequenti e decisamente disastrose, molti ne conobbi di accecati d’un occhio o altri con la cute della testa spaccata con la conseguenza d’ indelebile cicatrice. Ancora mi chiedo: era mai possibile che nessun podestà o sindaco non ebbe allora l’ ordinaria idea di far ripulire le strade di tanti pericolosi cutìcchi?

Un altro gioco infantile della mia infanzia e della quasi totalità dei miei coetanei del tempo era l’imitazione del calcarone, o carcàra, la fornace delle miniere dove venivano bruciate le rocce venate di zolfo per estrarne il materiale fuso che raffreddandosi in recipienti lignei a forma di solido trapezoidale tronco, diveniva na valàta di surfaru.

I ragazzi vollero imitare il lavoro della carcàra, che battezzarono, in quanto, minuscola come carcaredda: non mancava la materia prima che si trovava in briciole più o meno grandi lungo le strade di transito dei carri che trasportavano le valate do pustu di carretto alla stazione ferroviaria, per proseguire da lì il viaggio verso Catania.

Scavare per creare na carcaredda non era un problema: questo quasi sempre, scaturiva, come vedremo, al culmine dell’opera.

Si cercava un punto meno transitato in pendio; si scavavano due fossette a diverso livello, collegate fra loro per mezzo di un solco dritto; sulla superiore erano collocati i pezzetti di zolfo, in quella inferiore si versava dell’acqua. Con molta pazienza si dava fuoco allo zolfo, che liquefacendosi pian piano andava a raffreddarsi nell’acqua della fossetta in basso.

I ragazzi tutti indaffarati osservavano con tensione emotiva lo stesso fenomeno che in grande era eseguito dai grandi ‘nna pirrera; tutti quanti erano in attesa del risultato finale che sarebbe stato maggiormente visibile nella faccia inferiore della piccola piattaforma che si andava formando, raffreddandosi, sull’acqua. Quando c’era poca roba da fondere il capo ciurma affondava la mano nella fossetta dell’acqua, staccava il pezzo che interessava, lo rivoltava e lo mostrava agli altri: s’erano formate tante pallottoline di zolfo non più del colore giallo naturale originario, ma di colore vinaccio, rassomigliante a un grappolo d’uva con acini piccolissimi.

Mentre i piccoli godevano della riuscita, in piccolo, del lavoro della carcàra, l’ odore agro dell’anidride solforosa si diffondeva nell’aria e andava penetrando nelle case. Quasi all’unisono le madri s’affacciavano gridando per far smettere l’esperimento in corso perché esso avrebbe fatto rinsecchire le piantine di basilicò e pitrusìnu nei vasi alle finestre o ai balconi. C’era sempre qualcuna che arrivava con l’acqua che aveva a portata di mano e spegneva quella fonte che intossicava aria e piante.

A me la reazione sembrava esagerata in quanto non ritenevo che quel po’ di cattivo odore avesse così tanto potere intossicante sulle piante. Mi fu spiegato dai grandi che le terre intorno ai calcaroni delle miniere non venivano seminate e lasciate  a tirruzzu e nello stesso tempo i proprietari erano risarciti del mancato guadagno della coltivazione non potuta portare a termine.

Ancora mi sento obbligato ad andare fuori tema per sottolineare un particolare fenomeno oggi irripetibile. Quando mi sposai nel 1961 fra i regali di nozze ricevemmo due pezzi per noi preziosi, due modesti candelabri d’argento. Ancora era attiva qualche miniera di zolfo lontana a diversi chilometri dall’abitato di Villarosa. Ricordo che passava solamente qualche mese e mia moglie era costretta a pulire con l’apposito prodotto i candelabri che risultavano opachi perché ossidati.

Passò qualche anno ancora e notai che mia moglie non la trovai più a lucidare i due pezzi di cui andavamo orgogliosi. Le chiesi spiegazioni di questo cambiamento ma non me le seppe dare. Tenevo in mente quasi costantemente quel problema che per me restava da risolvere, ma non me la sentivo di mettermi in giro a chiedere spiegazione della circostanza.
Dopo qualche tempo e, ripensando alla “temuta” carcarèddra della mia fanciullezza, mi diedi l’appropriata risposta: le miniere avevano chiuso definitivamente la produzione e l’aria si era ripulita dall’anidride solforosa responsabile delle passate costanti ossidazioni.

mercoledì 5 novembre 2014

“Pisciaracìna” e “Pisciapammèntu”

L’idea di questo post m’è venuta improvvisamente giorni fa davanti alla scuola per l’infanzia di Villanova frequentata dal mio nipotino. Tenendo per mano il piccolo mi sono accorto che nel cortile esterno le maestre d’altra classe stavano mostrando, utilizzando strumenti d’ occasione, ai loro alunni il sistema, usato nei tempi passati, per l’estrazione del mosto dall’uva; questo dopo un periodo non lungo di fermentazione sarebbe diventato vino. A terra notai una bacinella con dentro dell’uva che veniva pestata con i piedi da un alunno. A debita distanza, per non distrarre i bimbi dall’ attraente esperimento, stavano immobili e attentissimi i genitori dei piccoli che osservavano le varie fasi del procedimento che si stava protraendo qualche minuto dopo l’orario d’uscita.
Allontanandomi cominciai a ripercorrere nella memoria la mia esperienza visiva ricorrente a ogni autunno dei tempi lontani della mia primissima giovinezza, quando nei pressi di casa mia, andando verso ovest per la via Milano, in uno dei pianterreni a sinistra, a poche porte dopo l’incrocio con la via XX Settembre, c’era un locale allestito a palmento dove si pestava l’uva; poi se ne spremeva la poltiglia in una pressa azionata a braccia per ricavarne il mosto che a San Martino, l’11 novembre, sarebbe stato pronto per un bel brindisi; per questo è noto il proverbio che dice: “Per San Martino ogni mosto è vino”. Chi aveva il desiderio travolgente di gustare il frutto delle sue fatiche qualche settimana prima della proverbiale data, ignorava il proverbio e stappava una piccola botte con vino novello naturale.
Ritornando al locale di mia antica conoscenza per la produzione del mosto, il palmento, che nel nostro dialetto era chiamato “parmìntu”, era sistemato in quell’ ampio locale; il fondo di questo era chiuso sul davanti da un muretto alto circa un metro che era murato ai due muri laterali e perpendicolari all’ingresso, formando un rettangolo di pestaggio. In questo finale senza uscite, veniva versata l’uva da pigiare in ceste, i cufina. Ovviamente, non visibile a me che guardavo da una certa distanza, nel fondo ci doveva essere un condotto, con filtro, da dove potesse defluire, in apposito recipiente, il mosto che si formava a semplice pestaggio. Era la poltiglia rimasta impregnata di mosto che poi veniva pressata per estrarvi il resto del liquido.
Attirava la mia interessata curiosità l’addetto al pestaggio dell’uva che con scarponi pesanti, che potremmo paragonarli a quelli d’alpinista, ma inguardabili perché inzuppati del succo d’uva delle pigiature degli anni passati e di quelle del presente, ai miei occhi apparivano disgustosi. L’operaio preposto a questo primo atto della lavorazione, appoggiandosi ad un bastone che gli evitava di scivolare, con cautela iniziava il compito di sua competenza.
Il vedere la massa melmosa calpestata in modo così grossolano con quelle scarpacce intartarite e sicuramente mal curate nei periodi di inoperosità, produceva in me un certo senso di ripugnanza e la mente mi conduceva in prospettiva temporale e con avversione a quanti erano destinati a bere quel futuro vino e, per di più, goderne.
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“Pisciaracina” e “Pisciapammentu” sono due soprannomi di due diversi paesi della Sicilia. Io non ho mai voluto accennare nei miei post a ngìulii, per il fatto che moltissime di esse sono sommamente offensive, non per niente la parola ha in sé il significato di “ingiuria”. Per il primo dei due sopra menzionati, voglio fare un’ eccezione perché è necessario citarlo per l’interpretazione dei lati oscuri dell’antica lavorazione del vino, per l’altro non cito il nome del paese al fine di evitare che venisse riconosciuto dalla famiglia che ancora lo sopporta e che potrebbe avere abbondanti ragioni per non tollerarlo.
“Pisciaracina” nella mia primissima infanzia era una vecchietta ultraottantenne che era nota a tutti con questo stomachevole soprannome. Io mi volevo dare, col crescere, una risposta sull’origine di tale ngìulia. Poi sentendo parlare di calcoli renali che venivano espulsi con grande dolore e che ce n’erano di forme approssimative a noti piccoli oggetti, arrivai alla conclusione che quella poveretta l’avrebbe ereditato da qualcuno noto per averne espulso uno paragonabile ad un piccolo acino d’uva. Intanto vorrei sperare che oggi nessuno dei viventi si possa ricordare e dolere di questa ngìulia.
Per decenni questa fu la mia spiegazione e smisi di escogitare altre ipotesi, finchè qualche tempo fa, parlando con un amico d’un paese della zona etnea o viciniore, sentii citare un curioso soprannome, pisciapammèntu.
Io citai quello di Villarosa ed esposi la mia ipotesi del calcolo renale. Un sorrisetto malizioso del mio interlocutore bloccò la mia spiegazione. Timidamente ne chiesi la ragione e quello mi confermò che ambedue i soprannomi avevano la stessa base logica: il “pammèntu” è così chiamato perché nel catanese etneo la lettera erre spesso non è pronunciata ed è assimilata a quella vicina (1), quindi tale parola sta per “palmento”, da noi “parmìntu”. Sempre col tono malizioso mi disse che nel suo paese quel nomignolo è affibbiato a quanti in antico avevano avuto in famiglia qualche pestatore d’uva nei palmenti. Fra costoro ce n’erano, di certo non solo quelli di quel paese, alcuni che, per pigrizia d’andare a cercar fuori un luogo più idoneo e soprattutto perché un cesso ai tempi non era facile a trovarlo, per non sottrarre tempo al loro lavoro o per perfida invidia nei riguardi di benestanti proprietari di vigne, mescolavano i liquidi dei propri piccoli bisogni corporali nella dolce massa acquosa del succo d’uva.
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(1)  – Ricordo la prima volta che sentii pronunciare tale assimilazione, con una certa mia non manifestata sorpresa, fu in bocca ad una elegante signora che rivolgendosi alla figlioletta che si attardava nel procedere, la spronava dicendo: - Cammina, Robetta!

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