
mercoledì 27 agosto 2014
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Costume e Società
martedì 19 agosto 2014
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Antichi casi di comune miseria
giovedì 7 agosto 2014
I deliranti dolori d’a gnura Gàita
Quando ero molto piccolo e
abitavo al n. 2 della via Notarianni, ogni tanto si spargeva la voce che c’era
in giro a gnura Gàita che, scatenata
sulla strada, gridava da ossessa e
costituiva un grande pericolo, specialmente per i bambini e i più deboli.
La poverina abitava a circa
duecento metri da casa mia; la vedevo talvolta vagare disperatamente a non
molta distanza da me e scorgevo mamme, compresa la mia, che richiamavano in
casa i figlioli.
Ero troppo piccolo al punto di
non poter intendere parole non comuni come “camicia di forza” e “manicomio”, di
cui sentivo ripetutamente parlare, ma intuivo che si trattava di significati
non apprezzabili.
L’antico ricordo della mia
infanzia oggi s’integra con la lettura di un passo dello scritto di Pino D’Alù
che, con i suoi tredici anni in più dei miei, ha potuto inquadrare meglio il
tragico squilibrio della mente di quella poveretta.
Essa fu una vittima indiretta
di quella Prima Guerra Mondiale che causò la morte prematura di 600.000
italiani e di molti ancora delle diverse altre nazionalità coinvolte in essa.
La povera gnura Gàita, pur rimanendo in vita, fu ugualmente un’altra vittima,
fuori dalla conta sol perché tangibilmente non deceduta.
Aveva appena sposato l’amato
uomo, quando questi subito dopo fu chiamato alle armi in quella stessa guerra.
La giovane moglie, lasciata incinta, divenne madre, ma non poté mai più
rivedere l’adorato marito, né lo stesso poté mai abbracciare la figliola,
frutto del loro brevissimo amore.
Poverina ne aspettava il
ritorno quando le giunse invece lo struggente annuncio, comunicato senza che
sia stato messo in pratica il minimo di tatto e d’umana sensibilità, che il
consorte era perito in guerra.
La devastante formale notifica
mise ancor più in corto circuito il sistema nervoso della meschina che da quel
momento non fu più la stessa per il resto della sua esistenza.
A
gnura Gàita era pure la nonna di Fifuzzu Lentini che, come
me, è ritratto nel gruppo della foto, che ho pubblicato più volte su internet,
come ricordo della Prima Comunione dei ragazzi del 1941della nostra Chiesa
Madre.
Le pene per l’infelice matura
donna non erano finite. Solo due anni dopo quel mattino di maggio, fulgido di
gioia religiosa, la Sicilia fu invasa dalle truppe anglo-americane. A Villarosa
le truppe occupanti statunitensi si accamparono nell’ampio spiazzo della futura
Villanova, ove oggi sorge la scuola e la retrostante area dove più tardi ancora
sarà costruito il cosiddetto Asilo Nido, mai destinato allo scopo prestabilito.
Dei fatti che seguono Pino
D’Alù non poteva essere al corrente perché anche lui in quel tempo era
prigioniero della Seconda Guerra Mondiale in campi di concentramento sparsi per
gli USA.
Erano tempi duri e a molti
mancava quasi tutto. Tanti ragazzi, per curiosità e soprattutto per bisogno,
andavano a visitare il campo dei militari nemici, che ostentavano un tenore di
vita molto più agiato dei già noti nostri soldati, per ottenere principalmente
qualcosa da mangiare. La visita non era infruttuosa perché il più delle volte
ritornavano a casa con le mani piene di caramelle, qualche scatoletta di carne
o altro cibo secco da sgranocchiare. (1) Fra costoro c’era il novenne Fifuzzu,
che, da quel luogo per lui tragico, non tornò più a casa con i suoi piedi: si disse,
ufficialmente, che era stato colpito a morte al cervello dallo scoppio di una
bomba a mano che egli avrebbe rinvenuto e incautamente maneggiato. Io che ero
coetaneo e conoscente del povero sciagurato, ero sempre interessato a
raccogliere notizie sulla sua triste sorte e qualche tempo dopo appresi dal
signor Giuseppe Bongiorno, detto u
Cadettu, che la ferita di Fifuzzu non era scaturita da uno squarcio al
capo, caratteristico di una scheggia, ma da un piccolo tondo foro tipico di una
pallottola. (2)
Lascio immaginare lo
scombussolamento riversato in quella casa di provate ricorrenti sventure: la
mamma del piccolo già orfana della Prima Guerra, col marito ancora prigioniero
per la Seconda, e per di più disperata per la mamma sempre squilibrata a causa degli
insistenti dolori che la colpivano.
A tanto ora si aggiungeva
l’irreparabile perdita del loro unico tenero bene…
Altra guerra, altra tragedia,
altra occasione perché la poveretta, vedova e nonna, non ritrovasse più il
senno, fino al termine dei suoi giorni, sempre più annientata nei sentimenti
più intimi.
_______________
(1) Prima dell’invasione nemica nei nostri due Corsi sostavano
spesso colonne di autocarri militari e avevo sentito più volte ripetere la nota
richiesta: - Milità, ma duna na pagnotta? Non vidi però mai passarne una dalla
mano di un nostro soldato a quella di un ragazzino.
(2) L’ipotesi del colpo sparato da qualche soldato ubriaco non è
inverosimile, perché è di quegli stessi giorni l’uguale spacconata d’un soldato
di colore che sparò dalla jeep un colpo di fucile che sfiorò per puro miracolo
la maestra Jole Gallo, affacciata alla finestra dell’ultimo piano, soprastante
più o meno la tabaccheria Cammarata.
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