sabato 20 agosto 2016

               ALTRI GESTI UMANI NELLA FAMIGLIA DEL                                                   "POVER UOMO"

La storia che segue mi è stata dettagliatamente resa nota ancora una volta da Borino, uno dei numerosi pronipoti della figura del "Pover uomo", autore del suo nobile antico gesto, già presentato nel Blog.
Questa volta si tratta del padre del mio informatore Gesualdo e della cugina Filomena, ambedue nipoti del summenzionato virtuoso nonno.

Lo scopo principale delle nuove vicende non si arresta solamente nelle azioni umane e generose, ma piuttosto nelle circostanze storico-economiche subite dalla protagonista femminile per fatti non dipendenti dal suo personale agire.

Borino, nel riferirmi la presente storia, si è soffermato su un particolare, trascurabile ai fini del racconto, ma utile per riflettere sul riciclo di certe mode, già in declino oltre cento anni fa, che oggi tornano in voga. Il padre di Filomena, Turiddru, morì giovane. Il nipote Gesualdo, figlio d'un fratello del defunto e padre di Borino, ricordava questo zio con un'unica buccola d'oro agganciata a un orecchio, sicuramente ultimo non comune residuo di una declinante moda, che, nei numerosi successivi decenni vissuti, egli non ebbe più modo di vederla riattivata.

L'orfanella Filomena tirò avanti con l'umile e mal pagato lavoro di criata della madre  e della modesta carità della grande, sia pur umile, famiglia. Quando  giunse in età idonea ad emigrare lasciò in patria la matura madre e partì per l'America  del Nord.
Lì Filomena conobbe un prestante giovane meccanico siciliano di eccellenti costumi, Peppino, che Borino da ragazzino ebbe modo di conoscere e di accertarne i pregi.
La coppia non fu mai allietata dalla arrivo di un erede, ardentemente desiderato.
I due coniugi vissero negli Stati Uniti per qualche decennio. Poi, a seguito della crisi economica del '29, insieme a tantissimi altri emigrati, decisero di rientrare in patria.
La coppia in questione, a tirata di conti, giunse alla conclusione che con gli interessi bancari del loro cospicuo capitale, prima in dollari, avrebbero potuto campari cca sarbietta: era quest'ultima un'espressione comune per indicare un modo di sostentarsi da modesti benestanti.
Scelsero di vivere nella grossa cittadina d'origine di Peppino. Qui presero in affitto un lussuoso e ampio appartamento, con vista sulla piazza principale.

S'erano di già tirati i conti che non c'era motivo di acquistare un'abitazione dal momento che non avevano eredi diretti e poi perché non volevano avere assilli vari, come quello di andare appresso a bollette d'imposte da liquidare: bastava loro solamente avere l'impegno di versare puntualmente ogni sei mesi il corrispettivo dell'affitto al proprietario del prestigioso immobile.

Avevo di già accennato alle congiunture storico-economiche nazionali, ma anche mondiali, che risultano sempre la sintesi naturale di tantissime esperienze, più subite che realizzate da ciascun cittadino.
Io stesso, bambino nei primi anni '40, passai improvvisamente dalla minuta moneta di 5 centesimi di rame e la più grossa da 5 lire d'argento, alle lire cartacee.  Poi, nel 1943 a invasione subita, arrivarono le AM lire dei vincitori, realizzate unicamente su carta maldestramente stampata, tanto che falsari da strapazzo, servendosi di un timbretto con lo 0 da apporre appresso all'1, contrabbandavano la semplice monetina d'una lira,  promossa di colpo all'altra da dieci lire.
A parte tutto questo era piombata inaspettatamente una forma d'improvvisa e opprimente inflazione d'immense proporzioni, mai così notevolmente percepita prima.

Per tutti i fiduciosi risparmiatori fu uno scombussolamento generale che mise in forte crisi i nostri protagonisti: fu in quel periodo che Peppino fu colto da un infarto cardiaco che lo condusse in breve tempo alla morte.
Filomena si ritrovò quasi in un'imprevedibile miseria.
La poverina ridusse al massimo il suo modesto tenore di vita, al quale solamente in gioventù era stata avvezza: prelevava dalla banca piccole somme, ma le rimanenti nei libretti di risparmio fruttavano sempre più declassate lirette.

Il costo dell'affitto del magnifico alloggio le sarebbe gravato al massimo a seguito della svalutazione della moneta, se non fosse intervenuta,  provvidenziale per lei, la legge sul blocco dei fitti, che consentì di mantenere tale spesa a prezzo arginato e di poterla utilizzare, considerata la particolare ampiezza della casa, anche come mezzo di sostentamento, concedendola in affitto, come "stanze in famiglia", a studenti d'altri paesi, che frequentavano le scuole superiori di quella città.

Filomena per oltre un ventennio visse del suo lavoro dedicato a tale giovanile categoria d'inquilini senza chidere aiuti esterni, principalmente ai due maggiori cugini, il citato Gesualdo e l'altro, Aldo, già indicato in altro post come "decoroso figlio". Quest'ultimo era vissuto in passato nella stessa città americana di Filomena e quindi a lei più vicino. Ugualmente tornato in Italia risultò sfortunato a causa della disastrosa inflazione che li accomunò, con la più rilevante incombenza di dover mantenere la propria famiglia, completa di moglie e tre figli. 
I due cugini comunicavano con la cara e isolata parente per mezzo di saltuaria corrispondenza epistolare e di immancabili cartoline d'auguri nelle feste religiose principali.

Sul finire degli anni '60, Gesualdo  al ritorno in treno da un insolito viaggio a Palermo, sentì il bisogno di fare una breve sosta nella cittadina della cugina, che non vedeva da più di due decenni.
Filomena fu felice d'abbracciare il più giovane cugino, ma subito cambiò d'umore e si manifestò eccessivamente affranta.
Tra singulti e dirotte lacrime confessò che aveva dovuto rinunciare a tenere  i giovani clienti in casa, non tanto per l'età che avanzava, ma soprattutto perché le era stato diagnosticato un brutto malanno, difficilmente curabile.
Istante dopo istante lo sconforto di Filomena si moltiplicava e, tra amari pianti, insistette tanto che il caro cugino le desse l'opportunità di finire i suoi disperati giorni circondata da persone care ed essere poi sistemata per sempre nella modesta tomba di zia Minichina, evitando in tal modo d'essere infossata nella nuda terra.
Gesualdo, tenuta presente la straziante disperazione dell' adorata cugina, non poté fare a meno di promettere, sia pure con motivata desolazione, quanto chiestogli  nell'affranta invocazione.

Il viaggio di ritorno a casa fu un muto calvario.
Il periodo corrente per Gesualdo era il più triste della sua esistenza di maturo artigiano che aveva dovuto mollare la sua vecchia attività per specifici motivi di salute e iniziarne un'altra del tutta diversa, per la quale aveva chiesto un gravoso prestito in banca, della cui  rateale restituzione era molto gravato.
La sua famiglia di già aveva a carico i tre figli e anche l' anziana suocera: aggiungerne un'altra attempata, per giunta gravemente malata, risultava molto oneroso da ogni punto di vista, in special modo per la cara donna di casa, Michelina.

Giunto in famiglia, Gesualdo introdusse l'argomento tanto scottante citando subito il principio altamente cristiano che il vero prossimo è quello che sta più vicino a noi. Poi concluse chiedendo: chi altro in questo mondo potrebbe avere il precipuo dovere di primario sostegno a Filomena?
Michelina pianse lacrime tristi.
L'argomento, dal momento che non sitrovava altra soluzione, si chiuse presto.
 I coniugi cominciarono a mettere da parte settimanalmente piccole somme per le eventuali spese mediche e le previste funerarie.
Qualche mese dopo giunse l' appello della triste solitaria, col quale  invitava il cugino a provvedere al suo ritorno al paese di sua remota nascita.
La degenza dell'ospite cara non durò molto.
A esequie ultimate si provvedette al ripristino della stanza della malata alla precedente  sistemazione; nel cassetto del comodino si notò presto una busta gialla non incollata: dentro era contenuto un libretto della Cassa di Risparmio V.E., intestato a Gesualdo, con un credito di 150.000 lire, somma molto vicina alle ultime spese sostenute.




lunedì 20 giugno 2016

Cu ha cucinatu scucinassi, ca a festa non si fa cchiù!

Da sempre gli sguardi sono stati il primario mezzo per esprimere una simpatia amorosa.

Capitava però che per i più svariati motivi, quali il temuto venir meno di un sicuro introito monetario o l'aspettare che prima si sposasse qualche signorina di casa, facevano indugiare i genitori nel dare via libera al giovane, che coltivava da tempo una simpatia, a loro ben nota.

Per l'appunto in ciascuno dei due casi, che vado a esporre qui di seguito, esisteva nelle rispettive famiglie una matura donna che negli anni a venire non ebbe la ventura di sposarsi.

A sua volta le ragazze destinatarie delle significative occhiate d'intesa erano in fervida attesa sperando che da un giorno all'altro quella vaga simpatia divenisse reale con un passo ufficiale della famiglia dell'innamorato.

Tanto purtroppo spesso non avveniva: in certi casi, di anno in anno, rimaneva soltanto una vaga speranza che rischiava di non potersi mai realizzare.

Molte di tali situazioni, spesse volte, come  nei due casi in questione, finivano con lo sbloccarsi per mezzo della casuale e involontaria intrusione di un altro giovane, che, desideroso di crearsi una famiglia, si faceva avanti senza poter minimamente immaginare che con la sua improvvisa e ignara presenza egli finiva con l'acquisire l'involontario ruolo di "chiama quagli",  a favore dello sconosciuto antagonista, senza risolutezza. Questi, che non aveva avuto da gran tempo l'ardire di rompere ogni indugio con i propri familiari e di dichiararsi apertamente con la sua amata, per mezzo dell'involontario gesto del terzo intruso finisce col vincere la sua lunga battaglia: di contro, l'ignaro "specchietto per le allodole", che aveva procurato la bella soluzione d'amore allo sconosciuto pusillanime, al posto d'un meritato ringraziamento, finiva con l'insaccare una pubblica beffa.

La prima storia riguarda un nostro parente, maresciallo d'aviazione di  carriera, rientrato a casa a guerra finita.
Questi si consigliò con i parenti più prossimi per avere qualche indicazione al fine di far "rumpiri u scaluni" di una famiglia in cui ci fosse libera una ragazza carina e di buoni costumi.

In tali casi a farsi avanti per saggiare il "terreno" ci si serviva di un "massaggiri" che, a nome della famiglia di chi vuol mettere su casa, sondava la disponibilità dei genitori della signorina ad accettare come sposo il giovane per il quale si faceva avanti.

Prima di fare questo passo ufficioso l' aspirante fidanzato era stato informato da parenti e amici intimi della serietà mostrata in paese dalla ragazza, ovviamente questi ultimi non erano a conoscenza della precedente segreta relazione, che si era nutrita per lo più di furtivi ed  eloquenti sguardi. Poi,  in compagnia di un amico, passava e ripassava nei pressi dell' abitazione della signorina, con la vogliosa speranza di vederla al balcone o sulla strada.

In questo modo però non era facile raggiungere un pieno obiettivo; più semplice e fruttuoso era invece il sistema della messa domenicale: conoscendone l'ora preferita, nel tragitto da casa in chiesa e nell'altro di ritorno, si poteva ben valutare tutta una serie doti fisiche, compreso il portamento in generale; poi, l' andatura, lo stile e il gusto nell' abbigliamento.

Il nostro parente aveva trovato tutto positivo nella serie d'esami riservatamente effettuati.

Un amico comune alle due famiglie si prestò a fare da intermediario; qualche giorno dopo, un lunedì, riportò l'esito positivo della benevola accoglienza della proposta di fidanzamento ufficiale, proponendo, come possibile giorno dell'incontro delle due famiglie, quello ch'era chiamato "u nzingu", il successivo sabato sera.

I giorni che precedettero l'attesa serata nelle nostre famiglie ci fu un certo fermento nello scegliere i vestiti e anche il piacere di imparentarci con una famiglia con la quale c'era sempre stata stima e amichevole rapporto.

La sera del sabato tanto atteso giunse; tutta la nostra famigliola mpupata s'avviò verso l'abitazione della promessa morosa, subito dopo l'ingresso dello scattante accettato fidanzato e dei parenti suoi più prossimi. Noi trovammo i familiari della ragazza pronti ad accoglierci e non ci fu bisogno di presentazioni perché erano tutte vecchie conoscenze. Io tredicenne trovai ragazzi della mia età con i quali intrecciammo immediatamente un cordiale rapporto.

Poco dopo arrivò un'orchestrina di quelle che in quel tempo si formavano con facilità nei paesi, sempre pronte per ogni gioiosa situazione.

Aprirono il ballo gli applauditissimi fidanzati; seguirono ad esibirsi le altre coppie e le ore trascorsero veloci e serene, fin oltre la mezzanotte.

Stanchi, ma raggianti per l'avvenimento conclusosi, a malincuore lasciammo la sala e tornati a casa, ci assopimmo nei rispettivi letti senza pensieri perché il giorno seguente era domenica.

Il mattino seguente verso mezzogiorno giunse a casa nostra la zia S., mamma del neo fidanzato, che comunicò qualcosa con bisbigli a mia madre, la quale, benché allora fosse ancora giovane, s'aggrappò alla spalliera d'una sedia per non cadere.

La zia andò di fretta perché aveva da fare tante altre visite, altrettanto veloci.

La mamma, smunta in viso, comunicò a nonna e papà, in mia presenza, che il fidanzamento della sera prima se lo erano rimangiato: era successo che un maturo bottegaio di fuori rione, senza genitori e con una sorella maggiore in casa, aveva incaricato un amico, a fine festa e quindi in ora notturna, il pensiero del suo mandante in merito all'amore coltivato da gran tempo. Ovviamente la ragazza, improvvisamente vide realizzare il suo sogno che coltivava da qualche anno. Si seppe in seguito che i genitori non erano d'accordo a fare questa figuraccia con la famiglia beffata e con il resto del paese, ma dovettero cedere a seguito della forte insistenza della figliola che arrivò persino a minacciare immani pazzie.

Anche mio zio A., acquisito in famiglia perché aveva sposato la sorella di mia madre, era stato invitato come noi con tutta la famiglia al fidanzamento andato in fumo. Egli però non poteva minimamente immaginare che l'analoga sorte del cugino maresciallo doveva toccare al figlio di una sua sorella, dopo soli pochi mesi del precedente analogo smacco.

Questa volta la nostra famiglia non fu presente al nuovo "nzingu" in quanto noi non eravamo diretti parenti col giovane che andava a fidanzarsi.
Tutto quello che ora segue ci fu raccontato pienamente dallo zio A.
Anche stavolta c'è in argomento un occulto pretendente che per tanto tempo non s'era fatto avanti: ora si trattava di un vicino di casa, nella cui famiglia l'analoga coincidenza della presenza di una sorella maggiore nubile.

 "U nzingu" per qualche ora risultò brillante alla pari di quello a cui fummo anche noi invitati poco tempo prima, in più c'era che all'analoga orchestrina s'era aggiunto un giovane cantante che sapeva ben  vivacizzare l'atmosfera.

Dopo qualche ora cominciò a percepirsi un malcelato rimescolio di voci tra alcune persone a cui non si fece grande caso: si ritenne che a qualcuno fosse sopravvenuto un leggero malessere e per questo motivo lo accompagnavano a casa.

La leggera confusione interna si spiegò diversamente fra i parenti della ragazza che erano di già a conoscenza dell'antica tresca. Questa si manifestava ora senza freni e con un subbuglio scoppiato con notevole veemenza in un'abitazione vicina, a molti metri di distanza e alle spalle della stanza del festino, che guardava alla via principale: il primo pretendente della ragazza aveva rotto ogni remora e aveva inscenata una chiazzata casalinga, che travalicava i muri di casa e di conseguenza era seguita con viva e curiosa partecipazione dai limitrofi.

In un certo momento la festeggiata di fidanzamento si allontanò per un po' dalla sala e quando vi rientrò si notava in lei un qualcosa di strano, su cui non si ritenne opportuno ancora una volta d' approfondire.

Alla ripresa di una breve pausa della musica, di poco erano trascorse le ore 23, il giovane cantante al suo repertorio inserì, tra il serio e il faceto, una canzoncina che dallo zio ci fu riferita soltanto nelle poche parole ora citate, che io non avevo mai sentito, né ascoltate mai più in seguito:

"Amici cari buonanotte,
 le corde si son rotte,
non si può suonare più…"

Molti giudicarono scherzose quelle parole, tenendo conto che durante tali feste, quasi per norma, si oltrepassava sempre la mezzanotte.

Gli ottimismi sugli sviluppi successivi alla serata, crollarono di schianto quando il mattino seguente il mediatore bussò alla porta del fresco fidanzato per annunciare che u nzingu era da ritenersi come mai avvenuto.

Tutti i parenti, gli amici personali di famiglia e persino i ragazzi ne furono fortemente rattristati.

Qualcuno scherzandoci sopra, ma molto amaramente, ebbe a citare un comune detto faceto, sia pure insensato:

- Cu ha cucinatu scucinassi, ca a festa non si fa cchiù!

venerdì 20 maggio 2016

LA VITA PER UN FICO SECCO


              La storia che segue è autentica anche se rimane ignoto il nome della povera vittima.

              Raccoglitrice del racconto originale fu mia madre che da ragazzina lo sentì rivivere personalmente dalla viva voce del  protagonista sopravvissuto, rilevandolo con duplice diretta commozione.
 
             Ella poverina era particolarmente sensibile ai quei tristi problemi minerari dal momento che non poté provare  la ordinaria evenienza di ricevere una carezza dal proprio padre, anch'egli vittima estrema dell’ angosciante lavoro della miniera, proprio  nello stesso giorno  in cui ella veniva al mondo, in una imprecisabile delirante data dell’ottobre del 1913: mio nonno, nella qualità di meccanico fresatore, si sentiva al sicuro dal rischio di una disgrazia nel cuore della terra perché il suo era un lavoro che si svolgeva in superficie: ma quando la sorte crudele ci mette lo zampino  non c'è logica che tiene.

            Sono anni che io vorrei raccontare quella tremenda tragedia familiare, ma non ho trovato mai, più che il coraggio, la forza di riportare  alla memoria questo centenario di già compiutosi  oltre due anni fa. Dopo questa triste storia  che mi accingo a far conoscere, in cui il protagonista materiale è un fico secco, forse avrò profonda disposizione d'animo a riportare a conoscenza delle giovani generazioni questa nostra intima pur remota tristezza, frequente nel passato in molte famiglie nostrane.

           Fece da padre a mia mamma l’anziano  zio di sua madre, don Calò Casale.
Un altro Calogero, compare di questi, fu il miracolato del fico secco, che di tanto in tanto rievocava la nota triste della propria fortuna che pose al suo posto un innocente a “scacciarisi” sotto una valanga  di minerale,  smottato proprio nell’istante in cui stava per riempire u stirraturi.

            Quando la mia mamma seguì con commozione la triste vicenda del narrante, che lei chiamava pure zio come avveniva con tutti gli amici maturi di famiglia, non poteva immaginare che lo stesso, fortemente toccato dalla tragedia, nel tempo  a venire sarebbe divenuto quasi suo parente: era  di già padre del proprio futuro cognato, Arcangelo Profeta, che successivamente avrebbe sposato Vincenzina Corbo, sorella di mio padre, i cui figli, tranne il caro Lillo, non più tra noi, sono in Villarosa.

           U zzi Calò Profeta ogni tanto era colto da una grande tristezza pensando al suo sfortunato compagno di carusato e si commuoveva per quel tragico indelebile ricordo di primissima gioventù.

            La stragrande maggioranza dei ragazzini dei centri minerari, compreso il nostro, per impellenti bisogni familiari erano costretti a scendere giù nelle viscere della terra alle dirette dipendenze di un pirriaturi; questi era un maturo zolfataio che scippava a colpi di piccone e paletto dal profondo della terra le rocce venate di zolfo; l' incombenza di portare alla luce del giorno il minerale era affidata a carusi che cco stirraturi n' cuddru lo scaricavano nno carcaruni, per farsi sì che ne venisse estratto col fuoco il biondo elemento.
             Talvolta questi ragazzini per incombenti necessità di famiglia come la morte o invalidità del padre, una  numerosa presenza al femminile, erano dati “a soccorso morto” a un pirriaturi o a un capomastro: questi consegnava un certa somma ai familiari e teneva alle sue dipendenze  il caruso per un lavoro che si protraeva fintanto che non gli venisse restituita la somma anticipata; tale figura giuridica corrispondeva al tipico" godi e godi" di beni immobili contro una somma data in prestito. Avveniva molto raramente che la somma venisse restituita: esemplare resta il caso descritto nel mio post, “L’ultimo schiavo di Villarosa”.

             Questi  poveri ragazzi, malnutriti e d’inverno tormentati dal freddo e dai frequenti geloni (i rùsuli),   oggi rarissimi, s’alzavano prima dell’alba per recarsi al passaggio del loro capo e avviarsi per vari chilometri verso la miniera. Arrivati lì, ognuno riprendeva il proprio stirraturi e scendeva giù nel cuore della terra, alla fioca luce di una misera lumera ad olio; unici loro gratuiti conforti, offerti  dalla natura, erano quelli che d'inverno laggiù non  trovavano il terribile gelo e d'estate si risparmiavano la soffocante afa dell’esterno, potendosi liberare d'ogni indumento, dal momento che erano tutti lavoratori di sesso maschile.

             Ogni lavoratore,  grande  o piccolo, portava con sé un pezzo di pane ppi pigliarisi un mizzicuni nella breve sosta di mezzogiorno. Anche  u carusu nella piccola saccoccia di consunta tela teneva u bummuliddru chinu d’acqua chiusu cco stuppagliu di ferla e un pezzetto di pane spesso raffermo, raramente accompagnato da un frutto, sia pure un po' marcio o ancora acerbo.

            La mattina del tragico destino il giovanissimo Caluzzo Profeta accompagnava il solito tozzetto di pane con due fichi secchi di quelli che, spaccati e lasciati asciugare al sole d'estate erano poi infilzati in due stecche  di canna: erano un residuo del modesto Natale appena trascorso. Il ragazzo masticava il mozzicone di pane accompagnandolo con un piccolo morso dato al fico secco; ogni tanto aiutava a far calare  il bolo con una bevutina d'acqua do bummuliddru. Durante uno di questi sorsetti i suoi occhi s'incrociarono con quelli pietosi del suo compagno di malasorte, che già prima aveva mostrato segni d'interesse goloso verso il frutto essiccato.

             Caluzzo intuì il motivo di tanta tristezza  perché non ci voleva tanto per capire che la gola gli faceva nnicchinnicchi, ma non si sentiva di essere generoso al punto di offrirgli l'altro fico secco ancora intatto. Quando il voglioso ragazzo capì che il suo compagno non era per niente ben disposto a un gesto benefico, volle provare a ottenere quanto fervidamente desiderava con un'offerta assai invogliante, proponendogli di compiere lui  il prossimo viaggio cco stirraturi  al posto di Caluzzo, a cui toccava d'obbligo. A questi, come si suol dire, "cci spunnà a bruccetta" e piacevolmente accettò la proposta.

              Poco dopo, appena ebbero terminato il magro spuntino, quel giorno coronato dal dolce fico, Caluzzo si distese a terra per assaporare quell'imprevisto  relax e il compagno, ugualmente soddisfatto per essersi fatta la bocca dolce col frutto tanto desiderato, s'avviò a riempire u stirraturi, per portare a termine l'impegno che s'era assunto.

             La bieca malasorte sogghignava silenziosamente perché era a conoscenza che la sotterranea frana era in agguato, tant'è che all'improvviso sommerse il povero ragazzo, colpendolo dritto al capo.

             Lascio immaginare ai lettori l'unanime disperazione nell'immediato crollo omicida e quella, ancora più straziante, di qualche ora dopo, nell'umile stamberga della vittima.
Il giovanissimo Caluzzo Profeta, testimone diretto della tragedia, trascinò per tutta l'esistenza il rimorso e, contemporaneamente, l'egoistico appagamento d'essersi involontariamente sottratto alla penosa fine a lui rivolta.

                                       ****************

             Questa era l'esistenza, dura e spesso tragica, dei numerosi poveracci che vivevano su questo nostro territorio il più vile sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
L'inumano egoismo di quanti potevano alleviare tali sofferenze specialmente ai giovanissimi sfruttati al massimo, predominava alto e potente.

            La politica era assente e chiudeva orecchie e cuore per non dispiacere agli egoisti fruitori del frutto di tanta ingiustizia e sostenevano che se avessero alzato il compenso dei miseri operai e dei carusi, avrebbero potuto "chiudiri putia".

           I politici d'opposizione erano più propensi rispetto a quelli di governo a mettere a nudo la questione del carusato.

          I deputati di destra Franchetti e Sonnino vollero prendere di petto la cosiddetta Questione Meridionale, scesero anche nella nostra lontana terra, trattando il problema del carusato nell'ultimo capitolo della loro inchiesta, "La Sicilia nel 1876". La loro voce rimase sterile, un altro grido nel deserto: persino i familiari dei poveri ragazzi, non trovando altri approdi di lavoro, si accontentavano del misero guadagno piuttosto che morire di fame.

         Rimaneva, ovviamente inascoltata, la cocente, ma solamente verbale, protesta dei poeti dialettali siciliani, fra i quali il villarosano Vincenzo De Simone e il noto bagheriota Ignazio Buttitta: toccavano i cuori di quanti nulla potevano fare, ma non i crudi egoismi dei fruitori dei tangibili tornaconti.

domenica 1 maggio 2016

E CCHI JÈ ARTI DI PINNA…?

L'arti di pinna era la capacità di saper scrivere e ovviamente anche di leggere.

Tale espressione che io da giovane sentivo spesso ripetere aveva perso però il significato specificatamente originario dei tempi precedenti all'Avviso pubblico del 1864 emanato dal Comune di Castrogiovanni, oggi Enna,  riprodotto in calce, che, in mancanza d’altro a noi più prossimo, tengo quale punto di riferimento del mutamento culturale avvenuto nella nostra terra e non solo.

 Ad avere questa abilità di scrittura fra la popolazione fino all'Unità d'Italia erano in pochissimi: notai, avvocati, sacerdoti, maestri, figli di genitori benestanti, altri giovani che dopo qualche anno di studi in seminario avevano rinunciato a prendere i voti. (Parlando di questi ultimi si era soliti dire che "avevano rubato gli studi al Vescovo").

Per quasi tutto il resto della cittadinanza tale competenza era soltanto una irraggiungibile meta.

Erano i tempi in cui persino molti benestanti rimanevano analfabeti e così, spesso per non fare conoscere questa loro comunissima incapacità, non firmavano nemmeno gli atti  pubblici, facendo apporre al connivente notaio, la nota: “Non sottoscrive perché galantuomo”.

L'espressione citata nel titolo del post era comune ne
i casi in cui qualcuno mostrava forte incertezza nel portare a termine un certo compito e il compagno, che se ne reputava capace, si meravigliava fortemente, dal momento che non si trattava di un'abilità complessa come l'arte dello scrivere.

Lo scopo precipuo del nostro blog resta sempre quello di far conoscere, alla presente e alle successive generazioni, quali erano i modi di vivere di quanti ci hanno preceduti su questo territorio e non solo.

Non tutti però i conoscitori di tale rara "arte" necessariamente si rivelavano dei fortunati, forse perché molto spesso l'insuccesso derivava da  inabilità personali.

Quand'ero giovanissimo sentivo parlare tanto "do maistru menza lira", un poveretto a cui "l'arti di pinna" non poté tanto giovare. Io non ebbi modo di conoscerlo direttamente perché aveva lasciato questo mondo poco prima che io nascessi, solamente conobbi l'anziana sorella, ch'era mia vicina di casa. Era chiamato "maestro" solamente perché sapeva leggere e scrivere, ma per il resto non ebbe nemmeno un incarico minimo al Municipio, quale poteva essere quello di messo,  o essere assunto quale scritturale alla contabilità di una delle tante miniere nel nostro territorio.

L'eccezionale "allittratu" si  dava da fare la sera per impartire qualche sporadica lezione privata a qualche rarissimo volenteroso lavoratore di miniera, ansioso di lasciare  quella pericolosa attività: la ricompensa pecuniaria ovviamente era da giudicare assai scarsa, dal momento che la stessa era stata accorpata al nomignolo.

Il poveraccio esercitava anche attività di doposcuola a rari bimbi di famiglie benestanti: la signora M., nota a Villarosa per la sua pubblica funzione, mi parlava, tempo addietro, pure delle lezioni impartite a suo tempo dallo stesso alla sua defunta madre e della circostanza che il tapino uomo di lettere all'ora del pranzo ogni tanto si presentava con qualche scusa in casa dei piccoli clienti, con l'intuibile speranza che i genitori lo invitassero a mensa dicendogli: "a ppiacissi!"
È il caso di menzionare il noto motto latino: "Litterae non dant panem"

La fine do maistru menzalira fu assai tragica. Un mattino d'inverno il poveretto fu trovato morto sul suo letto vittima do fitu do carbuni, come era inteso popolarmente l'ossido di carbonio.

Rimase il tragico dubbio: fu  una disgrazia o comprò, con l'ultima mezza lira stentatamente guadagnatasi, il carbone per il braciere, lasciato acceso durante la lunga notte, per porre fine, con un espediente indolore, alla sua triste e misera esistenza?

Torniamo al problema scolastico come fatto sociale, che dopo l'Unità d'Italia, molto lentamente si avviò.

Il primo Ottobre di uno degli ultimi anni ‘30, si apriva a molti giovanissimi villarosani il primo giorno di scuola elementare nel nuovo plesso "Silvio Pellico", chiamato da tutti per antonomasia "Palazzo scolastico". Prima d'allora le poche aule esistenti erano sparse in varie aree cittadine, solamente la parallela al corso Regina Margherita a salire, partendo a ridosso della sacrestia della Matrice, porta ancora il nome di "Via Scuole", perché vi erano situate più di una classe nel suo tratto.

Non ho notizie specifiche dell'istruzione nel nostro paese in tempi precedenti all'Unità d'Italia, ma il detto da me raccolto dalla viva voce dei nostri più anziani cittadini, qui anni addietro postato, "Granni Ddì quant'è rranni sta Tàlia, jiu a l'Armena e sempri Tàlia jera", lascia intuire qual era la cognizione geografica e politica del nostro popolo.

Circa trent'anni fa nell’ufficio del Direttore del Circolo "S.Chiara" di Enna, notai incorniciato e appeso alla parete un esemplare dell' annuncio in fondo riportato. Chiesi al collega se gentilmente ne potevo avere una riproduzione; lì per lì fece tirar fuori lo storico avviso dalla cornice e cortesemente me ne consegnò la fotocopia.

Ovviamente nel periodo post-unitario sarà stato emanato un corrispondente annuncio nel nostro Comune, ma dal momento che non ne siamo in possesso e per dare un'idea storica dell'avvenimento che concluse il lungo periodo d'ignoranza diffusissima, invito i nostri lettori a leggere l'omologo ennese, con la viva preghiera di rifletterci sopra, tenendo presente che lo spirito socio-culturale di tali iniziative era analogo in ogni città e in ogni comunità, piccola o grande che sia.



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