giovedì 13 ottobre 2016

PRIMO TIMIDO GESTO DI SOLIDARIETÀ FRA ZOLFATAI

Potrà sembrare incredibile che la parola della più terribile e frequente disgrazia presente nel mondo zolfifero della fascia centro-meridionale dell’Isola è stata ignorata, nel suo tragico verbo che la indica, nel grande Vocabolario Siciliano in cinque poderosi volumi dei proff. Piccitto e Tropea.
Ancor maggiormente inconcepibile appare l’uso della parola “zolfataio”, molto comune nel nostro mondo minerario, che non si trova nei comuni vocabolari della nostra lingua. Infine, quasi per caparbietà, ho consultato persino Il Grande Dizionario della Lingua Italiana in XXI vol. di Salvatore Battaglia, che di ogni parola riporta l’uso che se ne fa nelle opere letterarie. Ebbene finalmente l’ho trovata: essa è citata in una Gazzetta Ufficiale del 1967 nella quale si trattava della gestione straordinaria della Sezione Autonoma Zolfatai nella Provincia di Agrigento…

Si può pensare a casuali dimenticanze, ma non lo sono sicuramente: il nostro mondo del passato a noi prossimo ci lascia delle tracce ancora vive, ma esse sono in fase di dissolvimento continuo, particolarmente fuori dell’area mineraria.
Gran parte della Sicilia è quasi un altro mondo, lontanissimo dalle tre Province minerarie di Agrigento, Caltanissetta ed Enna; similmente ritengo che nelle altre ci saranno delle predominanze linguistiche e sociali che noi ignoriamo del tutto.

È raro che oggi il verbo scacciàrisi possa essere usato nel senso originario di perdere la vita sotto uno smottamento sotterraneo, tutto al più ci si può schiacciare un dito, un piede e peggio ancora perdere la vita perché finiti sotto da un pesante mezzo meccanico.
Non molti decenni fa il tipico verbo si adattava spropositatamente persino in solenni giuramenti, come quello arcinoto agli attempati, spesso sulla bocca di un anziano villarosano che quasi ad ogni occasione se ne usciva con l’espressione di conferma di quanto si era appena detto: “Sull’anuri di ma figlia Marì… scacciàrisi ma figliu Jachinu sutta na valata…”. [I nomi sono di pura fantasia]

Era pure frequente nella mia prima giovinezza sentire proferire imprecazioni pesanti del tipo: “Ti putìssitu scacciari!”.

In diversi post è stato citato il già nostrano verbo: il vecchio che impersonava San Giuseppe nell'omonima Tavola, per far capire che di cibo non ne poteva più ingerire, tornava a ripetere, impropriamente direi, ad ogni insistente invito: “Mancu si mi scacciu!”: perché era sazio abbastanza e la sua pancia purtroppo non era bisaccia per future provviste.

Nell’altro post, “La vita per un fico secco”, a “scacciarisi” sotto uno smottamento di materiale grezzo misto a venature di zolfo è proprio un carusu di pirrera, stroncato agli inizi della sua umana esistenza.

Com’è risaputo a quel tempo non esisteva nessuna forma d’assistenza o di sussidio alla famiglia colpita da un incidente mortale o da invalidità permanente, così si sfociava nella più estrema delle miserie materiali: le mogli andavano a fare le criate e i ragazzi i carusi di pirrera, che per pochi centesimi al giorno riempivano giù e portavano su alla luce del sole, dall’alba al tramonto, stirratura colmi di materiale.

Mentre da noi la realtà procedeva in tal modo, nel mondo occidentale sorgevano le prime organizzazioni di rivolta al fine di attutire un po’ le sofferenze dei vari popoli soggetti a tali assurde sofferenze; queste miravano a una più moderna visione sindacale che prevedesse contributi da parte di Enti Statali, Comunali, degli industriali e degli stessi lavoratori, finalizzati al miglioramento di vita della società tutta.
Solo nel 1903 in Villarosa i lavoratori delle miniere, per lenire al minimo la miseria più nera, interamente a spese proprie, cercarono di darsi una timida mossa di solidarietà, creando la “LEGA DI MIGLIORAMENTO TRA OPERAI E ZOLFATAI”.

 Contribuivano a formare questo patto unicamente gli stessi dipendenti col contributo mensile di 50 centesimi se si trattava di operaio, e 25 centesimi se “caruso”: ben poca cosa, perché né Stato, né Comune, né datori di lavoro contribuivano con fondi aggiuntivi a impinguare quella cassa.
Tanto risultò solamente come gocce d’acqua sul deserto.

Dell’esistenza di tale Statuto non ebbi notizia fino al 1999, quando l’anziano amico non più tra noi, signor Giacomo Fratantoni, cultore di patrie memorie, non mi concesse in visione per lettura e per copiarlo il succitato documento. Dello stampato originale di questo non ho ovviamente notizia, ma io ritengo doveroso diffonderne una pubblica copia perché rimanga in giro nel nostro ambiente storico-sociale per i vari cultori che oggi ci sono e spero che in avvenire continueranno a trovarsi.
Come ho più volte affermato il mio obiettivo non è tanto quello di scrivere per porsi al centro dell'attenzione, ma per lasciare tracce storiche nel futuro.
A tal proposito ho un’idea vaga relativa al suddetto Statuto, scritto per i disastrati lavoratori, ma certamente non da qualcuno di loro.  Temo proprio che sia stato un contentino per calmare gli animi esasperati dei molti sofferenti in giro e da notizie provenienti da luoghi lontani dove le garanzie di migliore esistenza avanzavano d’anno in anno.

Una collaborazione in proposito è sempre gradita, pertanto invito chi ha qualche idea in proposito da approfondire e confrontare, è pregato di esprimerla.
Per avviare ogni discorso in proposito allego, per il momento, il Programma introduttivo al contenuto dello Statuto.
Anticipo che quale Presidente della Lega di Miglioramento si firma tale G.Milano e come Segretario della stessa Raimondo D’Alù.
Appena riavvieremo il discorso in merito, farò in modo di offrire, a chi lo chiederà, copia dello Statuto, per far sì che questo Documento non vada perduto, come si sta perdendo gran parte della cultura mineraria.

INTRODUZIONE ALLO STATUTO
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L’epoca che attraversiamo è delle più scoraggianti, due grandi forze con accanita lotta si contendono il terreno palmo a palmo, e sono i capitalisti esercenti le miniere di Zolfare, e gli operai lavoratori nelle stesse.
Or siccome nelle amministrazioni l’operaio zolfataio col suo faticoso lavoro, andando incontro di momento in momento alla morte più disgraziata viene malamente retribuito, e possibilmente avvilito ed umiliato, di fronte a questo stato di cose, la libertà dei tempi gli dice di non restare indifferente, svegliarsi e togliersi dall’apatia che per tanti anni lo ha reso umiliato.
A questo scopo in ogni nazione Civile del mondo, si è sollevata una voce che dice allegatevi o fratelli operai.
Una lega che sorge, solamente per il benessere morale ed economico dell’operaio deve essere rispettata da Dio e dalla legge, poiché da tutti è saputo che l’unione fa la forza.

Ritenuto quanto sopra si è detto, è dovere morale che ogni operaio delle Miniere concorra con la sua opera a crescere e sostenere la concentrazione della Lega di Miglioramento, poiché con questo solo mezzo non si può essere sfruttati ed umiliati, ed ogni altra via non sarebbe né onesta né utile.

venerdì 7 ottobre 2016

QUELLE 5000 LIRE CHE NEGAI


Tantissimi anni fa quando ancora insegnavo, sempre nel plesso “Silvio Pellico” ma in altra classe diversa dalla mia, vi frequentava un alunno che io sapevo orfano d’ambedue i genitori e che viveva con la nonna vedova.

Ero certo che, a parte l’affetto genitoriale, non gli mancava sicuramente l’essenziale.

Il bambino gradiva la mia umana attenzione ma non mi chiese mai qualche specifico oggetto, né qualche monetina per i suoi naturali piaceri o per ovvi modesti bisogni confacenti alla sua tenera età.

Un pomeriggio m’incontrò fuori, s’avvicinò, salutò e mi chiese 5.000 lire, che a quel tempo era una notevole sommetta, che incideva non poco sul modesto stipendio di ogni ordinario dipendente statale.

Gli chiesi cosa volesse comprare di così costoso e mi rispose che egli era stato ricoverato in ospedale e che i medici dimettendolo gli avevano consigliato di bere acqua minerale.

A quel tempo l’uso di questa non era consueta come può esserlo oggi, salvo casi particolari, come di certo poteva pur essere quello del ragazzino. La somma richiesta però la ritenevo eccessiva: secondo me tutta quella riserva d’acqua in numerosi fardelli avrebbe occupato di per sé un bel po’ di spazio nella loro angusta abitazione.

In primo momento volevo ridurgli la somma a sole 1000 lire, ma lo esclusi subito perché volevo accertarmi ulteriormente in merito al motivo dichiaratomi: temevo, e ne avevo ben ragione, che il ragazzino fosse vittima di qualche mascalzoncello e che sotto sotto ci fosse qualche immaturo caso di bullismo infantile, frequente nelle classi, compresa la mia e in strada.

Eccezionale era la richiesta ma straordinariamente incredibile fu la conclusione: pochissimi giorni dopo appresi che il ragazzo aveva raggiunti gli Angeli in Cielo, dove acqua e soldini di certo non servivano più.

La notizia mi straziò l’anima e provai intimamente un pizzico di colpevolezza per quella imprevedibile fine.

Non avrei concluso granché con la mia abbondante e incerta carità, ma avrei risparmiato all'animo mio quest’altro rammarico, che si aggiungeva al dolore per la perdita immatura del ragazzo, già abbastanza provato da tanti dolori, principalmente dalla crudele precoce dipartita dei suoi genitori.


A oltre trent'anni da quell'imprevedibile evento, nel mio animo resta ancora una piccola ferita che pur non essendo sanguinante, ha lasciato un incancellabile segno: tant'è che ancora ne parlo con viva sofferenza.

mercoledì 21 settembre 2016

LE CASE DEL PASSATO E LA VITA DI RIONE

         Le case del passato differivano notevolmente da quelle d'oggi soprattutto per ampiezza, suppellettili e servizi igienici.

        È preferibile rifarci alla casa di un determinato periodo: quello degli ultimissimi anni ’20 del secolo che abbiamo lasciato da non molto, come Villarosa si presentava prima dell’allacciamento all’energia elettrica. Questa fu la più importante e quasi unica applicazione indirizzata alla casa e a servizio dei suoi abitatori, tanto che tale innovazione contribuì molto alla trasformazione della realtà economica e sociale del nostro paese.

           La casa dei nobili (in verità molto pochi in Villarosa), era un palazzo composto da più piani; ogni stanza aveva alte volte decorate con stucchi dorati e al centro di ciascuna di esse campeggiava una grande pittura; in alto, adiacenti alle pareti, sempre dipinti a mano, spiccavano degli ovali con soggetti vari. (1)

         Ogni stanza aveva uno o più caminetti a seconda dell’ampiezza della stessa e dell’altezza della volta: il personale di servizio ne curava l’alimentazione, l’accensione e lo spegnimento.
L’illuminazione era assicurata da grandi lumi dalle più varie fogge e dimensioni, alimentati da petrolio o da gas acetilene. I primi erano di vetro, grandissimi e decorati a mano con immagini generalmente floreali; gli altri, più grandi, di lucido rame stavano appesi alle pareti e funzionavano col principio di quelli, molto più modesti, che solo in seguito sarebbero stati introdotti in miniera, al posto della tradizionale lumera ad olio.

          I pavimenti erano rivestiti di mattonelle di cotto d'argilla smaltata, ornate da linee geometriche dipinte a mano e da fiori stilizzati di varia misura al centro. La cucina (detta a papùri, cioè a vapore), era in muratura e rivestita da mattonelle del tipo di quelle dei pavimenti ma più piccole; il colore del fondo era celeste, le decorazioni in azzurro. Generalmente essa riempiva tutta una parete d’una grande stanza e talvolta continuava oltre l’angolo adiacente; era a più fornelli posti sul piano orizzontale e con un piccolo forno con apertura frontale in ferro: il tutto alimentato, secondo le esigenze dell’occasione, con pezzi di legna da ardere (i ziccuna), gusci di mandorle (scorci di mìnnula), sansa delle olive (u nùzzulu).

          Sempre nelle case degli abbienti, i servizi igienici erano situati in ampi camerini e, nel periodo di riferimento, già esistevano i “water close” (u cessu ‘nghlisi), il lavandino, il bidet, la vasca da bagno. Il palazzo era fornito di acqua corrente e di attacco alla fogna comunale: erano indicati come impianti pubblici, ma solamente per modo di dire, perché servivano quasi esclusivamente le case del centro del paese, ove risiedevano nobili e borghesi.

          La borghesia locale era generalmente formata da proprietari di miniera che miravano ad emulare gli stili di vita dei nobili e ne imitavano le comodità della casa.

          I proprietari che possedevano terre nel cui sottosuolo si snodavano le gallerie d’estrazione dello zolfo o altri ancora le cui terre erano diventate improduttive a causa dei fumi di anidride solforosa, pur non sostenendo spese di conduzione agraria, ricavavano ugualmente una discreta rendita. A seguito però dell’istituzione dell’Ente Zolfi e dell'introduzione della Legge che fece passare allo Stato la proprietà del sottosuolo, costoro entrarono in reale crisi.

           La casa dei proprietari terrieri, se non proprio povera, era alquanto modesta e non proporzionata al loro reddito perché in questa classe di cittadini vigeva il principio sanzionato nel detto, Casa quantu cci capi, tirrenu quantu nni vidi. I risparmi e la rendita erano indirizzati all’acquisto di nuove terre e mai si pensò di acquistare moderne macchine agricole, come già avveniva al Nord e in altri Paesi: il costo marginale dell’esuberante manodopera non spronava a trovare soluzioni moderne più redditizie.

         I più poveri fra i contadini si dividevano in quanti possedevano un mulo o un asino e quanti dovevano puntare esclusivamente sulla sola propria forza fisica. I primi, di notte, vivevano molto spesso nello stesso unico ambiente con la bestia che era la loro unica risorsa. 

   Le case dei braccianti e degli zolfatai si rassomigliavano per la povertà che le accomunava: un monolocale a piano terra, u catuiu (2), con una sola robusta apertura lignea, divisa orizzontalmente in due sportelli: il superiore di giorno stava quasi sempre aperto per il ricambio dell’aria e per dare luce al vano terreno, quello inferiore stava in genere chiuso per impedire l’agevole accesso in casa ai frequentatori di strada: non per nulla era consueto allora il detto, Gaddrini e picciriddri càcanu li casi. L’apertura inferiore in genere presentava un buco circolare, u gattaluru, a misura del solo animale domestico per eccellenza, l’agile gatto; ma aperto anche ai nemici cronici di questo, topi e ratti. La presenza del felino nella casa era assai giustificata dalla copiosità in giro dei suoi nemici naturali, che infestavano maggiormente le accessibili abitazioni dei poveri.
L’unicità dell’apertura della casa di poveri mi fa sovvenire una sensazione indirettamente “ereditata” da mio padre, che al tempo del terremoto di Messina del 1908 aveva appena compiuto un anno, ma per tutta la sua infanzia e in particolare negli anniversari seguenti ne sentì discorrere tanto. A Villarosa non c’erano stati crolli vistosi e nemmeno vittime, ma molte furono le casette costruite in gesso e pietrame, che in conseguenza dei pur leggeri movimenti tellurici fecero incastrare le porte d’ingresso imprigionando temporaneamente i dimoranti sorpresi nel profondo sonno. Magari molti non avrebbero percepito tali scosse giunte da lontano, ma il gran vociare che arrivava dall’esterno li fece precipitare verso l’uscio che il più delle volte non rispose alla normale aspettativa d’apertura: lascio immaginare la disperazione dei poveretti imprigionati e impossibilitati ad avere la piena cognizione della situazione reale…
Tale stamberga era un vero tugurio dove i suoi dimoranti, per la comune stanchezza di una lunga giornata in faticosa attività, crollavano in un sonno profondo. Era consueta l’espressione di rassegnazione nell’accettare tale miserevole condizione: A ura di bisugnu si curca la matri ccu tutti li figli.
           Chi nel monolocale aveva la possibilità di collocarvi uno scarpisanti, cioè un soppalco dove a stento si poteva stare in piedi senza far cozzare la testa contro il soffitto, si poteva ritenere più fortunato, perché lassù vi si potevano sistemare a dormire ammassati i ragazzi e giù i coniugi potevano trovare un minimo di riservatezza.
In queste abitazioni non c’erano servizi igienici perché spesso mancavano le fogne: la poca acqua sporca inutilizzabile si buttava fuori con disinvoltura; uomini e ragazzi andavano a fare i loro bisogni alla periferia dell’abitato, i bimbi nei pressi dell’uscio di casa; le donne deponevano gli escrementi in un vaso da notte, u rrinali, che veniva svuotato quando si riteneva che tutti i vicini dormissero, cercando di dar loro meno disturbo possibile: molto spesso però si finiva con l’incrociarsi nel medesimo sgradevole servizio.
D’acqua corrente manco a parlarne: le donne di casa andavano alla fontanella (cannulu o  cannuliddu) con secchi e brocche (i quartari). La poca acqua di queste serviva per bere, lavarsi alla meglio nno vacili e mittiri a pignata. (A tal proposito mi affiora alla memoria il ritorno a casa in tarda serata dopo una festa in casa di miei zii, ai tempi della mia primissima giovinezza. Lungo la via Butera, dalla parte do cannulu do Chianu di Giugno, sentivamo, nel silenzio della tarda ora, un forte scroscio d'acqua che si versava. Papà arguì che qualcuno avesse lasciato il rubinetto aperto con conseguente spreco d'acqua; si distaccò da noi per compiere il dovere di cittadino, ma lo vedemmo tornare subito, senza essere nemmeno arrivato alla fontanella. Ci spiegò lì per lì: a gnura Luguìgia l'urbiceddra, approfittando dell'ora tarda e della rara assenza di presenze umane nella piazza, stava eseguendo una profonda abluzione. La poveretta vecchia e cieca, col viso deturpato dagli ultimi casi di vaiolo di fine ‘800, viveva sola al mondo e in assoluta miseria; tuttavia trovava il tempo per curare la pulizia personale, più di quanto avrebbero potuto fare certe altre persone favorite più di lei dalla sorte).

           Erano poche le masserizie della casa dei poveri: a cascia, u stipu, a buffetta, u vanchitiddu, i seggi mmpagliati di zabara, a quadara affumata, u ddaganu di crita, i litti ccu matarazza d’arfa su cui spesso giacevano genitori e piccoli; a naca, l’amaca, fissata con grossi chiodi nelle due pareti formanti l’angolo: con una cordicella che pendeva fino al letto  dei genitori e di qui azionarla ppi annacari u picciriddu ca nun voli dòrmiri,…
La cucina, chiamarla così è un'esagerazione, era per tutti u fucularu o con termine più antico a tannùra (3), composta da due grosse pietre piatte di sopra, fra le quali si accendeva il fuoco e sopra vi si poneva la pentola, a pignata. I poveri non possedevano ramagli o ziccuna, così per tutta l'estate raccoglievano le stoppie di grano (ristucci) ma poi quando queste erano travolte dalla successiva semina, raccoglievano in giro tutto quello che trovavano, purché atto a prendere fuoco. In queste case mancava a maiddra e u maiddruni, perché, nelle quantità minime consentite, i poveri e i giornalieri il pane lo compravano giorno dopo giorno nella bottega, a putìa. Il pane era impastato solamente nelle case degli abbienti: i coltivatori diretti e quanti avevano la possibilità di comprare in estate tutto il grano della cosiddetta mangia che sarebbe bastata fino al successivo raccolto.

            Alle pareti stavano attaccate immaginette di santi lucidate a nero dai fumi del focolare e dall’umido vapore; nella parte interna della porta, in ingenua contiguità col sacro, erano appesi vecchi ferri di cavallo, corni rossi e santini delle varie ricorrenze dell’anno. Nugoli di mosche durante il giorno spadroneggiavano in casa e fuori e le stesse la notte riposavano su oggetti pendenti lontani dal passaggio delle persone. Durante il riposo notturno sempre tali insetti deponevano i loro bisognini, formati da puntini piccolissimi oscuri che seccavano immediatamente per la esiguità della materia espulsa, i cacati de’ muschi.
Di giorno la stamberga era generalmente abitata dalla donna di casa che sbrigava le faccende alla buona per la pochezza della disponibilità d’acqua; scorrazzavano fuori i bimbi, forse di già ben consapevoli che fra qualche anno sarebbero stati destinati ai lavori di miniera, della campagna, a far pascere pecore o capre.

          La strada, quando i rapporti fra i vicini erano buoni, era un’agorà  nel senso classico del termine, dove la casa s'allargava all'esterno, al sole d’inverno e all’ombra d’estate.
Lì si discuteva, ci si scambiava esperienze di vita, si chiedevano consigli a chi ne sapeva di più e, ovviamente, vi trovava posto anche la classica intramontabile maldicenza, secondo il detto nostrano: Ùmini all’antu e fìmmini o suli: liberàtini Signuri!
           Nelle serate estive la coralità era più intensa perché ai personaggi diurni si aggiungevano anche qualche marito, ragazzi e giovinette; si scherzava e si scaccaniava a cuor leggero. Mi risuona ancora negli orecchi il tipico vibrante scàccanu della signora Luigina C. che teneva vive le serate di buona parte della via Mazzini e delle abitazioni limitrofe, dalla tarda primavera all’autunno avanzato: il suo trasferimento a Roma nel secondo dopoguerra "mutilò" la gioia e la vivacità del quartiere.

         Nelle lunghe serate invernali ci si riuniva, portando ciascuno la propria sedia, in casa di chi aveva qualche mozzicone di candela, una lampada ad acetilene ancora carica di carburo in fase d’esaurimento, o una lumera con qualche goccia residua di feccia d’olio. Se poi c’era solo qualche scaldino, tanginu, con scarso fuoco di paglia, ciò aveva poca importanza: poco dopo l’assembramento umano riscaldava l’ambiente nel senso letterale e in quello umano. Si chiacchierava del più e del meno, si recitava il Rosario, poi a richiesta dei piccoli, si cuntàvanu cunti di orchi terribili e cattivissimi, sbaragliati dall’eroe unico, che in Villarosa d’obbligo doveva chiamarsi Pippinu.(4)





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(1) L’ultimo pittore-artigiano che si distanziava dai comuni imbianchini, fu tale don Eugeniu, che non potei conoscere per ragioni anagrafiche e di cui, quand’ero bambino, sentivo ancora esaltarne dagli anziani le doti pittoriche.

(2) La parola del nostro dialetto è ripresa di peso dal greco antico.

(3) Tale parola, completata in tannùra di ‘nfirnu o tizzuni d’infirnu, spiega il detto dialettale per indicare persona cattiva e diabolica, con l’allusione al fuoco perenne, secondo com’ è rappresentato dall’iconografia cristiana.



(4) Non per niente Pè, Jà e Calò sunu tutti di Bellarrò.
LE CASE DEL PASSATO E LA VITA DI RIONE

         Le case del passato differivano notevolmente da quelle d'oggi soprattutto per ampiezza, suppellettili e servizi igienici.

        È preferibile rifarci alla casa di un determinato periodo: quello degli ultimissimi anni ’20 del secolo che abbiamo lasciato da non molto, come Villarosa si presentava prima dell’allacciamento all’energia elettrica. Questa fu la più importante e quasi unica applicazione indirizzata alla casa e a servizio dei suoi abitatori, tanto che tale innovazione contribuì molto alla trasformazione della realtà economica e sociale del nostro paese.
La casa dei nobili (in verità molto pochi in Villarosa), era un palazzo composto da più piani; ogni stanza aveva alte volte decorate con stucchi dorati e al centro di ciascuna di esse campeggiava una grande pittura; in alto, adiacenti alle pareti, sempre dipinti a mano, spiccavano degli ovali con soggetti vari. (1)
Ogni stanza aveva uno o più caminetti a seconda dell’ampiezza della stessa e dell’altezza della volta: il personale di servizio ne curava l’alimentazione, l’accensione e lo spegnimento.
L’illuminazione era assicurata da grandi lumi dalle più varie fogge e dimensioni, alimentati da petrolio o da gas acetilene. I primi erano di vetro, grandissimi e decorati a mano con immagini generalmente floreali; gli altri, più grandi, di lucido rame stavano appesi alle pareti e funzionavano col principio di quelli, molto più modesti, che solo in seguito sarebbero stati introdotti in miniera, al posto della tradizionale lumera ad olio.
I pavimenti erano rivestiti di mattonelle di cotto d'argilla smaltata, ornate da linee geometriche dipinte a mano e da fiori stilizzati di varia misura al centro.
La cucina (detta a papùri, cioè a vapore), era in muratura e rivestita da mattonelle del tipo di quelle dei pavimenti ma più piccole; il colore del fondo era celeste, le decorazioni in azzurro. Generalmente essa riempiva tutta una parete d’una grande stanza e talvolta continuava oltre l’angolo adiacente; era a più fornelli posti sul piano orizzontale e con un piccolo forno con apertura frontale in ferro: il tutto alimentato, secondo le esigenze dell’occasione, con pezzi di legna da ardere (i ziccuna), gusci di mandorle (scorci di mìnnula), sansa delle olive (u nùzzulu).
Sempre nelle case degli abbienti, i servizi igienici erano situati in ampi camerini e, nel periodo di riferimento, già esistevano i “water close” (u cessu ‘nghlisi), il lavandino, il bidet, la vasca da bagno.
Il palazzo era fornito di acqua corrente e di attacco alla fogna comunale: erano indicati come impianti pubblici, ma solamente per modo di dire, perché servivano quasi esclusivamente le case del centro del paese, ove risiedevano nobili e borghesi.
La borghesia locale era generalmente formata da proprietari di miniera che miravano ad emulare gli stili di vita dei nobili e ne imitavano le comodità della casa.
I proprietari che possedevano terre nel cui sottosuolo si snodavano le gallerie d’estrazione dello zolfo o altri ancora le cui terre erano diventate improduttive a causa dei fumi di anidride solforosa, pur non sostenendo spese di conduzione agraria, ricavavano ugualmente una discreta rendita. A seguito però dell’istituzione dell’Ente Zolfi e dell'introduzione della Legge che fece passare allo Stato la proprietà del sottosuolo, costoro entrarono in reale crisi.
La casa dei proprietari terrieri, se non proprio povera, era alquanto modesta e non proporzionata al loro reddito perché in questa classe di cittadini vigeva il principio sanzionato nel detto, Casa quantu cci capi, tirrenu quantu nni vidi. I risparmi e la rendita erano indirizzati all’acquisto di nuove terre e mai si pensò di acquistare moderne macchine agricole, come già avveniva al Nord e in altri Paesi: il costo marginale dell’esuberante manodopera non spronava a trovare soluzioni moderne più redditizie.
I più poveri fra i contadini si dividevano in quanti possedevano un mulo o un asino e quanti dovevano puntare esclusivamente sulla sola propria forza fisica.
I primi, di notte, vivevano molto spesso nello stesso unico ambiente con la bestia che era la loro unica risorsa. 
Le case dei braccianti e degli zolfatai si rassomigliavano per la povertà che le accomunava: un monolocale a piano terra, u catuiu (2), con una sola robusta apertura lignea, divisa orizzontalmente in due sportelli: il superiore di giorno stava quasi sempre aperto per il ricambio dell’aria e per dare luce al vano terreno, quello inferiore stava in genere chiuso per impedire l’agevole accesso in casa ai frequentatori di strada: non per nulla era consueto allora il detto, Gaddrini e picciriddri càcanu li casi. L’apertura inferiore in genere presentava un buco circolare, u gattaluru, a misura del solo animale domestico per eccellenza, l’agile gatto; ma aperto anche ai nemici cronici di questo, topi e ratti. La presenza del felino nella casa era assai giustificata dalla copiosità in giro dei suoi nemici naturali, che infestavano maggiormente le accessibili abitazioni dei poveri.
L’unicità dell’apertura della casa di poveri mi fa sovvenire una sensazione indirettamente “ereditata” da mio padre, che al tempo del terremoto di Messina del 1908 aveva appena compiuto un anno, ma per tutta la sua infanzia e in particolare negli anniversari seguenti ne sentì discorrere tanto. A Villarosa non c’erano stati crolli vistosi e nemmeno vittime, ma molte furono le casette costruite in gesso e pietrame, che in conseguenza dei pur leggeri movimenti tellurici fecero incastrare le porte d’ingresso imprigionando temporaneamente i dimoranti sorpresi nel profondo sonno. Magari molti non avrebbero percepito tali scosse giunte da lontano, ma il gran vociare che arrivava dall’esterno li fece precipitare verso l’uscio che il più delle volte non rispose alla normale aspettativa d’apertura: lascio immaginare la disperazione dei poveretti imprigionati e impossibilitati ad avere la piena cognizione della situazione reale…
Tale stamberga era un vero tugurio dove i suoi dimoranti, per la comune stanchezza di una lunga giornata in faticosa attività, crollavano in un sonno profondo. Era consueta l’espressione di rassegnazione nell’accettare tale miserevole condizione: A ura di bisugnu si curca la matri ccu tutti li figli.
Chi nel monolocale aveva la possibilità di collocarvi uno scarpisanti, cioè un soppalco dove a stento si poteva stare in piedi senza far cozzare la testa contro il soffitto, si poteva ritenere più fortunato, perché lassù vi si potevano sistemare a dormire ammassati i ragazzi e giù i coniugi potevano trovare un minimo di riservatezza.
In queste abitazioni non c’erano servizi igienici perché spesso mancavano le fogne: la poca acqua sporca inutilizzabile si buttava fuori con disinvoltura; uomini e ragazzi andavano a fare i loro bisogni alla periferia dell’abitato, i bimbi nei pressi dell’uscio di casa; le donne deponevano gli escrementi in un vaso da notte, u rrinali, che veniva svuotato quando si riteneva che tutti i vicini dormissero, cercando di dar loro meno disturbo possibile: molto spesso però si finiva con l’incrociarsi nel medesimo sgradevole servizio.
D’acqua corrente manco a parlarne: le donne di casa andavano alla fontanella (cannulu o  cannuliddu) con secchi e brocche (i quartari). La poca acqua di queste serviva per bere, lavarsi alla meglio nno vacili e mittiri a pignata. (A tal proposito mi affiora alla memoria il ritorno a casa in tarda serata dopo una festa in casa di miei zii, ai tempi della mia primissima giovinezza. Lungo la via Butera, dalla parte do cannulu do Chianu di Giugno, sentivamo, nel silenzio della tarda ora, un forte scroscio d'acqua che si versava. Papà arguì che qualcuno avesse lasciato il rubinetto aperto con conseguente spreco d'acqua; si distaccò da noi per compiere il dovere di cittadino, ma lo vedemmo tornare subito, senza essere nemmeno arrivato alla fontanella. Ci spiegò lì per lì: a gnura Luguìgia l'urbiceddra, approfittando dell'ora tarda e della rara assenza di presenze umane nella piazza, stava eseguendo una profonda abluzione. La poveretta vecchia e cieca, col viso deturpato dagli ultimi casi di vaiolo di fine ‘800, viveva sola al mondo e in assoluta miseria; tuttavia trovava il tempo per curare la pulizia personale, più di quanto avrebbero potuto fare certe altre persone favorite più di lei dalla sorte).
 Erano poche le masserizie della casa dei poveri: a cascia, u stipu, a buffetta, u vanchitiddu, i seggi mmpagliati di zabara, a quadara affumata, u ddaganu di crita, i litti ccu matarazza d’arfa su cui spesso giacevano genitori e piccoli; a naca, l’amaca, fissata con grossi chiodi nelle due pareti formanti l’angolo: con una cordicella che pendeva fino al letto  dei genitori e di qui azionarla ppi annacari u picciriddu ca nun voli dòrmiri,…
La cucina, chiamarla così è un'esagerazione, era per tutti u fucularu o con termine più antico a tannùra (3), composta da due grosse pietre piatte di sopra, fra le quali si accendeva il fuoco e sopra vi si poneva la pentola, a pignata. I poveri non possedevano ramagli o ziccuna, così per tutta l'estate raccoglievano le stoppie di grano (ristucci) ma poi quando queste erano travolte dalla successiva semina, raccoglievano in giro tutto quello che trovavano, purché atto a prendere fuoco. In queste case mancava a maiddra e u maiddruni, perché, nelle quantità minime consentite, i poveri e i giornalieri il pane lo compravano giorno dopo giorno nella bottega, a putìa. Il pane era impastato solamente nelle case degli abbienti: i coltivatori diretti e quanti avevano la possibilità di comprare in estate tutto il grano della cosiddetta mangia che sarebbe bastata fino al successivo raccolto.
Alle pareti stavano attaccate immaginette di santi lucidate a nero dai fumi del focolare e dall’umido vapore; nella parte interna della porta, in ingenua contiguità col sacro, erano appesi vecchi ferri di cavallo, corni rossi e santini delle varie ricorrenze dell’anno.
Nugoli di mosche durante il giorno spadroneggiavano in casa e fuori e le stesse la notte riposavano su oggetti pendenti lontani dal passaggio delle persone. Durante il riposo notturno sempre tali insetti deponevano i loro bisognini, formati da puntini piccolissimi oscuri che seccavano immediatamente per la esiguità della materia espulsa, i cacati de’ muschi.
Di giorno la stamberga era generalmente abitata dalla donna di casa che sbrigava le faccende alla buona per la pochezza della disponibilità d’acqua; scorrazzavano fuori i bimbi, forse di già ben consapevoli che fra qualche anno sarebbero stati destinati ai lavori di miniera, della campagna, a far pascere pecore o capre.
 La strada, quando i rapporti fra i vicini erano buoni, era un’agorà
 nel senso classico del termine, dove la casa s'allargava all'esterno, al sole d’inverno e all’ombra d’estate.
Lì si discuteva, ci si scambiava esperienze di vita, si chiedevano consigli a chi ne sapeva di più e, ovviamente, vi trovava posto anche la classica intramontabile maldicenza, secondo il detto nostrano: Ùmini all’antu e fìmmini o suli: liberàtini Signuri!
Nelle serate estive la coralità era più intensa perché ai personaggi diurni si aggiungevano anche qualche marito, ragazzi e giovinette; si scherzava e si scaccaniava a cuor leggero. Mi risuona ancora negli orecchi il tipico vibrante scàccanu della signora Luigina C. che teneva vive le serate di buona parte della via Mazzini e delle abitazioni limitrofe, dalla tarda primavera all’autunno avanzato: il suo trasferimento a Roma nel secondo dopoguerra "mutilò" la gioia e la vivacità del quartiere.
Nelle lunghe serate invernali ci si riuniva, portando ciascuno la propria sedia, in casa di chi aveva qualche mozzicone di candela, una lampada ad acetilene ancora carica di carburo in fase d’esaurimento, o una lumera con qualche goccia residua di feccia d’olio. Se poi c’era solo qualche scaldino, tanginu, con scarso fuoco di paglia, ciò aveva poca importanza: poco dopo l’assembramento umano riscaldava l’ambiente nel senso letterale e in quello umano. Si chiacchierava del più e del meno, si recitava il Rosario, poi a richiesta dei piccoli, si cuntàvanu cunti di orchi terribili e cattivissimi, sbaragliati dall’eroe unico, che in Villarosa d’obbligo doveva chiamarsi Pippinu.(4)





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(1) L’ultimo pittore-artigiano che si distanziava dai comuni imbianchini, fu tale don Eugeniu, che non potei conoscere per ragioni anagrafiche e di cui, quand’ero bambino, sentivo ancora esaltarne dagli anziani le doti pittoriche.

(2) La parola del nostro dialetto è ripresa di peso dal greco antico.

(3) Tale parola, completata in tannùra di ‘nfirnu o tizzuni d’infirnu, spiega il detto dialettale per indicare persona cattiva e diabolica, con l’allusione al fuoco perenne, secondo com’ è rappresentato dall’iconografia cristiana.


(4) Non per niente Pè, Jà e Calò sunu tutti di Bellarrò.

sabato 20 agosto 2016

               ALTRI GESTI UMANI NELLA FAMIGLIA DEL                                                   "POVER UOMO"

La storia che segue mi è stata dettagliatamente resa nota ancora una volta da Borino, uno dei numerosi pronipoti della figura del "Pover uomo", autore del suo nobile antico gesto, già presentato nel Blog.
Questa volta si tratta del padre del mio informatore Gesualdo e della cugina Filomena, ambedue nipoti del summenzionato virtuoso nonno.

Lo scopo principale delle nuove vicende non si arresta solamente nelle azioni umane e generose, ma piuttosto nelle circostanze storico-economiche subite dalla protagonista femminile per fatti non dipendenti dal suo personale agire.

Borino, nel riferirmi la presente storia, si è soffermato su un particolare, trascurabile ai fini del racconto, ma utile per riflettere sul riciclo di certe mode, già in declino oltre cento anni fa, che oggi tornano in voga. Il padre di Filomena, Turiddru, morì giovane. Il nipote Gesualdo, figlio d'un fratello del defunto e padre di Borino, ricordava questo zio con un'unica buccola d'oro agganciata a un orecchio, sicuramente ultimo non comune residuo di una declinante moda, che, nei numerosi successivi decenni vissuti, egli non ebbe più modo di vederla riattivata.

L'orfanella Filomena tirò avanti con l'umile e mal pagato lavoro di criata della madre  e della modesta carità della grande, sia pur umile, famiglia. Quando  giunse in età idonea ad emigrare lasciò in patria la matura madre e partì per l'America  del Nord.
Lì Filomena conobbe un prestante giovane meccanico siciliano di eccellenti costumi, Peppino, che Borino da ragazzino ebbe modo di conoscere e di accertarne i pregi.
La coppia non fu mai allietata dalla arrivo di un erede, ardentemente desiderato.
I due coniugi vissero negli Stati Uniti per qualche decennio. Poi, a seguito della crisi economica del '29, insieme a tantissimi altri emigrati, decisero di rientrare in patria.
La coppia in questione, a tirata di conti, giunse alla conclusione che con gli interessi bancari del loro cospicuo capitale, prima in dollari, avrebbero potuto campari cca sarbietta: era quest'ultima un'espressione comune per indicare un modo di sostentarsi da modesti benestanti.
Scelsero di vivere nella grossa cittadina d'origine di Peppino. Qui presero in affitto un lussuoso e ampio appartamento, con vista sulla piazza principale.

S'erano di già tirati i conti che non c'era motivo di acquistare un'abitazione dal momento che non avevano eredi diretti e poi perché non volevano avere assilli vari, come quello di andare appresso a bollette d'imposte da liquidare: bastava loro solamente avere l'impegno di versare puntualmente ogni sei mesi il corrispettivo dell'affitto al proprietario del prestigioso immobile.

Avevo di già accennato alle congiunture storico-economiche nazionali, ma anche mondiali, che risultano sempre la sintesi naturale di tantissime esperienze, più subite che realizzate da ciascun cittadino.
Io stesso, bambino nei primi anni '40, passai improvvisamente dalla minuta moneta di 5 centesimi di rame e la più grossa da 5 lire d'argento, alle lire cartacee.  Poi, nel 1943 a invasione subita, arrivarono le AM lire dei vincitori, realizzate unicamente su carta maldestramente stampata, tanto che falsari da strapazzo, servendosi di un timbretto con lo 0 da apporre appresso all'1, contrabbandavano la semplice monetina d'una lira,  promossa di colpo all'altra da dieci lire.
A parte tutto questo era piombata inaspettatamente una forma d'improvvisa e opprimente inflazione d'immense proporzioni, mai così notevolmente percepita prima.

Per tutti i fiduciosi risparmiatori fu uno scombussolamento generale che mise in forte crisi i nostri protagonisti: fu in quel periodo che Peppino fu colto da un infarto cardiaco che lo condusse in breve tempo alla morte.
Filomena si ritrovò quasi in un'imprevedibile miseria.
La poverina ridusse al massimo il suo modesto tenore di vita, al quale solamente in gioventù era stata avvezza: prelevava dalla banca piccole somme, ma le rimanenti nei libretti di risparmio fruttavano sempre più declassate lirette.

Il costo dell'affitto del magnifico alloggio le sarebbe gravato al massimo a seguito della svalutazione della moneta, se non fosse intervenuta,  provvidenziale per lei, la legge sul blocco dei fitti, che consentì di mantenere tale spesa a prezzo arginato e di poterla utilizzare, considerata la particolare ampiezza della casa, anche come mezzo di sostentamento, concedendola in affitto, come "stanze in famiglia", a studenti d'altri paesi, che frequentavano le scuole superiori di quella città.

Filomena per oltre un ventennio visse del suo lavoro dedicato a tale giovanile categoria d'inquilini senza chidere aiuti esterni, principalmente ai due maggiori cugini, il citato Gesualdo e l'altro, Aldo, già indicato in altro post come "decoroso figlio". Quest'ultimo era vissuto in passato nella stessa città americana di Filomena e quindi a lei più vicino. Ugualmente tornato in Italia risultò sfortunato a causa della disastrosa inflazione che li accomunò, con la più rilevante incombenza di dover mantenere la propria famiglia, completa di moglie e tre figli. 
I due cugini comunicavano con la cara e isolata parente per mezzo di saltuaria corrispondenza epistolare e di immancabili cartoline d'auguri nelle feste religiose principali.

Sul finire degli anni '60, Gesualdo  al ritorno in treno da un insolito viaggio a Palermo, sentì il bisogno di fare una breve sosta nella cittadina della cugina, che non vedeva da più di due decenni.
Filomena fu felice d'abbracciare il più giovane cugino, ma subito cambiò d'umore e si manifestò eccessivamente affranta.
Tra singulti e dirotte lacrime confessò che aveva dovuto rinunciare a tenere  i giovani clienti in casa, non tanto per l'età che avanzava, ma soprattutto perché le era stato diagnosticato un brutto malanno, difficilmente curabile.
Istante dopo istante lo sconforto di Filomena si moltiplicava e, tra amari pianti, insistette tanto che il caro cugino le desse l'opportunità di finire i suoi disperati giorni circondata da persone care ed essere poi sistemata per sempre nella modesta tomba di zia Minichina, evitando in tal modo d'essere infossata nella nuda terra.
Gesualdo, tenuta presente la straziante disperazione dell' adorata cugina, non poté fare a meno di promettere, sia pure con motivata desolazione, quanto chiestogli  nell'affranta invocazione.

Il viaggio di ritorno a casa fu un muto calvario.
Il periodo corrente per Gesualdo era il più triste della sua esistenza di maturo artigiano che aveva dovuto mollare la sua vecchia attività per specifici motivi di salute e iniziarne un'altra del tutta diversa, per la quale aveva chiesto un gravoso prestito in banca, della cui  rateale restituzione era molto gravato.
La sua famiglia di già aveva a carico i tre figli e anche l' anziana suocera: aggiungerne un'altra attempata, per giunta gravemente malata, risultava molto oneroso da ogni punto di vista, in special modo per la cara donna di casa, Michelina.

Giunto in famiglia, Gesualdo introdusse l'argomento tanto scottante citando subito il principio altamente cristiano che il vero prossimo è quello che sta più vicino a noi. Poi concluse chiedendo: chi altro in questo mondo potrebbe avere il precipuo dovere di primario sostegno a Filomena?
Michelina pianse lacrime tristi.
L'argomento, dal momento che non sitrovava altra soluzione, si chiuse presto.
 I coniugi cominciarono a mettere da parte settimanalmente piccole somme per le eventuali spese mediche e le previste funerarie.
Qualche mese dopo giunse l' appello della triste solitaria, col quale  invitava il cugino a provvedere al suo ritorno al paese di sua remota nascita.
La degenza dell'ospite cara non durò molto.
A esequie ultimate si provvedette al ripristino della stanza della malata alla precedente  sistemazione; nel cassetto del comodino si notò presto una busta gialla non incollata: dentro era contenuto un libretto della Cassa di Risparmio V.E., intestato a Gesualdo, con un credito di 150.000 lire, somma molto vicina alle ultime spese sostenute.




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