domenica 4 aprile 2010

U PRINCIPI CRIVARU - Parte I

PARTE I

Luisa aveva appena centrato la bocca della sua quartara alla cannella della fontana e seguiva con distacco il solito diverbio sui turni non rispettati, quando udì lo scalpiccio di zoccoli; ne fu contrariata, perché temeva che si trattasse dei consueti prepotenti garzoni del barone i quali esigevano sempre la precedenza all'abbeveratoio.
Alzò con fierezza la testa e indirizzò uno sguardo di sfida ad altezza d’uomo in sella, e i suoi occhi non trovarono gli zoticoni che s’ attendeva d’incontrare, ma s’incrociarono con quelli di uno splendente cavaliere, in abiti e portamento ben diversi da quelli della gente del luogo.
Luisa provò imbarazzo per via dello sguardo di ribellione da destinare agli scostumati che aveva timore di trovarsi davanti, e come chi sentendosi colpevole di grave offesa volesse sprofondare sotto terra, abbassò lo sguardo oramai disarmato, tanto che la sua figura si ricompose piccola e fragile.
Il nobil uomo ne rimase talmente affascinato che non seppe esprimere a parole il suo soave turbamento; saltò giù di sella, fece solamente un vago gesto con la mano come se volesse raccogliere un’immagine tremolante dallo specchio della fontana…
Quando si riebbe dallo stordimento momentaneo scorse la ragazza che, abbandonata la brocca e raccogliendo con le mani verso l’alto l’abbondante veste per non inciampare, si ritirava affrettatamente lungo il sentiero accidentato.
Il giovane, rimasto inebetito, si chiedeva quale fosse stato il suo atteggiamento così scorretto da poter produrre quella disastrosa reazione.
Al gentiluomo, quella fanciulla svanita dalla sua vista, restò impressa negli occhi come il ricordo di leggera capretta che saltella per schivar grossi sassi.
Ripresosi si volse verso le altre donne alla fontana e chiese loro il nome della bella giovane e a quale famiglia appartenesse.
Apprese che si trattava di Luisa l’amata figlia dello scarparo, vedovo da poco.
I ragazzi, che giocavano nei pressi, percepito l’ inusitato scompiglio, s’avvicinarono curiosi e subito si offrirono di accompagnare il nobil signore alla casa della ragazza.
Cavalli e cavalieri, preceduti dallo stuolo dei giovanetti, entrarono in paese creando ancora più trambusto. Il cicaleccio che li precedeva giunse prima di loro all’uscio della misera dimora, che al loro arrivo fu trovato sprangato.
Il principe fece un cenno ad un amico del seguito che lasciò cadere una manciata di spiccioli a terra; mentre i ragazzi erano intenti a raccoglierli, spronati i destrieri, i cavalieri svanirono al di là del sentiero donde erano venuti.
Del fatto se ne parlò in paese per più giorni; se ne fecero le più impensabili ipotesi.
La porta del calzolaio si riaprì, Luisa riprese le consuete faccende di casa, ma non andò alla fontana, per non alimentare curiosità aggiuntiva e non stimolare domande a cui nemmeno lei era in grado di darsi risposta, tanto meno di poterne offrire ad altri.
Il nobile cavaliere non s’era presentato, ma nientemeno era il principe ereditario Corrado, futuro Re del Regno di Populonia. Egli si trovava lì di ritorno da una battuta di caccia coi suoi amici più cari e s’era fermato casualmente solo per abbeverare gli animali.
Nessuno l’aveva riconosciuto, ma le movenze, la preziosità delle vesti e i ricchi finimenti dei cavalli, lasciavano trasparire una condizione superiore, inconsueta in quelle misere contrade.
Il futuro re era da tempo in età di prender moglie, ma non trovava, fra le ragazze della nobiltà o tra le figlie dei suoi pari, una che gli piacesse al punto di poterla scegliere come madre dei suoi figli e futura regina: quando non erano grassocce e pelose, le trovava frivole e superficiali.
Il re se ne doleva tanto perché prima della fine dei suoi giorni voleva vedere avviata la continuazione della dinastia.
Il Principe, dopo il casuale incontro alla fontana, aveva sempre avanti a sé l’immagine fugace della bella paesana e tanto lo teneva in uno stato di apatia continuo che gli faceva trascurare persino le attività a lui più care.
Il mutamento improvviso d’umore non sfuggiva a quanti stavano intorno a lui, dalla servitù che lo stimava tanto, ai suoi genitori.
La Regina pregò il consorte di lasciarla parlare col figliolo.
Questi con grande imbarazzo, perché ben consapevole della incolmabile differenza sociale fra il suo stato e quello della giovane, espresse alla madre l’angoscia che lo martoriava e le perplessità che lo bloccavano ad un tempo.
I trepidi genitori, ben conoscendo l’indole riflessiva e prudente del figlio, convennero di concedergli piena fiducia, lasciandolo libero nella sua difficile decisione.
Un fidato funzionario di Stato fu incaricato di raccogliere, con molta discrezione, notizie intorno alla moralità della ragazza e della famiglia: lo stato economico risultò corrispondente a quanto era già supponibile; in quanto al resto nulla poteva dirsi che non fosse eccellente da tutti i punti di vista.
Una piccola delegazione si fece annunciare presso la modesta abitazione di Luisa, dove fu accolta con dignitosa serenità.
Alla richiesta ufficiale di matrimonio, il calzolaio non si scompose affatto e chiese tranquillamente:
- Che mestiere esercita il Principe?
Un imbarazzante silenzio gelò l’atmosfera della linda e modesta stanzetta.
Il dignitario reale ruppe il ghiaccio facendo presente che il loro Principe sarebbe divenuto un giorno il Re della loro nazione, come lo erano stati il padre, il nonno e tutti gli avi che avevano avuto nei secoli per occupazione l’interesse generale dello Stato, per antico diritto dinastico.
Il padre di Luisa rimaneva irremovibile nella sua pretesa, nella più rispettosa pacatezza.
Sconcertati i delegati lasciarono la casa salutando con cenni, in sommesso silenzio.
Il Re vagliò lo sconvolgente rapporto e capì di trovarsi innanzi ad una personalità non comune, forte e decisa: altri di qualunque ceto sociale avrebbero fatto salti di felicità, invece un umile ciabattino era in grado di dar lezione di saldo carattere ad alti dignitari e persino al proprio sovrano. Dello stesso parere fu il Principe, cui veniva agli occhi la figura ardita che voleva incenerirlo con lo sguardo scambiandolo con lo sgherro di qualche signorotto della contrada.
Il giovane, già innamorato d’una semplice leggiadra immagine fuggente, ora se la ritrovava dotata d’ un energico e deciso carattere, così rotta ogni esitazione chiese ai tecnici di palazzo di indicargli un mestiere di facile acquisizione.
Si convenne sull’ attività di stacciaio, mestiere semplice e celere ad apprendersi.
In incognito frequentò per qualche tempo un vecchio acconciatore di crivelli d’altra città e quando si sentì provetto nel mestiere, fece riferire al futuro suocero che aveva ben appreso l’arte di riempir vagli e stacci.
Il matrimonio fu annunciato e celebrato con sfarzo.
Incontenibile fu la gioia del popolo che vide per la prima volta una loro pari salire al vertice della scala sociale della Nazione; contenuta ed ipocritamente ostentata l’ accettazione dell’aristocrazia che si sentiva umiliata dalla mancata scelta del Principe fra le giovani del suo rango e dal timore di veder compromessa la loro casta blasonata per questa inconcepibile scivolata verso il basso.
La nuova principessa, di viva quanto plastica intelligenza, in breve tempo s’abituò alla vita di corte aiutata dal marito e dalla suocera: pochi mesi dopo a stento avrebbe qualcuno capito che quella dama provenisse dalla casa d’ un umile artigiano.
Al pronto ingegno s’accompagnava una grande sensibilità verso i problemi sociali ed in ogni occasione non mancava mai di perorare la causa degli ultimi del Regno.
Venuta dal mondo contadino ben ne conosceva i problemi e le angosce, e quando una sera durante una conversazione apprese che i nobili, al contrario di quanto avviene nelle classi sociali inferiori, non pagavano tasse per la tenuta di cavalli, ne fu sconcertata e turbata.
Un ministro presente, emerito economista, sostenne la tesi che spiegava la ratio della disposizione: il contadino dal suo asino ne trae un reddito, mentre l’ aristocratico mantiene esclusivamente i cavalli per puro diporto, senza percezione di provento alcuno; anzi il nobile a causa di questo suo diletto offriva lavoro a stallieri, carrozzieri e maniscalchi.
La tesi non convinse la principessa che si battè perché fossero esentati dalla tassa sul bestiame almeno i piccoli coltivatori.
La disposizione fu approvata con scarso entusiasmo da parte della classe al potere, solo per non scontentare la futura regina.
L’insistenza della Principessa nella scelta di campo della difesa dei più poveri cominciò ad alienarle nobili e ricchi borghesi. Agli alti livelli l’immagine della giovane consorte del Principe veniva scalfita giorno dopo giorno, facendo circolare false notizie di improbabili balordaggini mai accadute. Ad alto livello sociale si faceva facile ironia sulla bassa provenienza familiare della Principessa e sul padre calzolaio e sulla premurosa attenzione verso asini e villani.
Il popolo amava sempre la sua Principessa e ciò faceva imbestialire la classe dei potenti che non sapeva come muoversi tra l’ossequio alla monarchia e la difesa del prestigio di casta.
Negli anni a seguire i Principi furono allietati dalla nascita del futuro principino ereditario e di una dolce bimba; successivamente furono turbati della naturale dipartita dei loro vecchi.
Era cambiato il Re, le generazioni si susseguivano, ma l’ostracismo alla Casa Reale e in particolare alla Regina, venuta dal popolo, aumentava e si diffondeva sempre più.
Malgrado però il discredito seminato negli anni tra il popolo, i regali erano sempre in auge; di conseguenza gli aristocratici sempre invidiosi del successo cercavano sistemi più raffinati atti ad indebolire il prestigio del Re.

[continua]

U PRINCIPI CRIVARU - Parte II

PARTE II
Questa occulta fronda alla secolare monarchia era fomentata da un grosso feudatario, magnate della finanza e delle industrie più importanti, lontano parente del Re, il duca Norberto di Montetondo. Questi era un uomo che non aveva nulla da invidiare a chiunque altro perché a tutto era arrivato e tutto si poteva permettere. Ora voleva esplorare il campo della politica perché temeva che le idee democratiche della Regina potessero far aprire gli occhi al popolo, che di tanto in tanto si sommoveva per riavere le terre che la nobiltà nei secoli passati aveva sottratto alle comunità locali.
Cominciarono a serpeggiare in forma non ufficiale vaghe voci d’incursioni di navi di pirati saraceni in zone non meglio precisate della periferia del regno; il popolo minuto e i piccoli proprietari si allarmarono molto, temendo la schiavitù e la perdita della loro fede cristiana; s’arrivò persino a credere che orde ubbriache mangiavano persino i bambini.
I ricchi da un lato accreditavano le dicerie, dall’altro se ne stavano tranquilli.
Il duca Norberto chiedeva a gran voce al Re e alla Camera dei Pari l’ incremento delle misure di sicurezza con l’arruolamento di nuove truppe di sicura fede patriottica, inquadrate in una milizia con compiti speciali sotto il comando diretto del Re.
Le persone più riflessive trovavano strane quelle voci che potevano essere soltanto un retaggio di antiche paure, ma al presente del tutto inconsistenti perché il mare era ben protetto or da molto tempo dalla flotta dalle maggiori potenze europee. Intanto erano sempre più numerosi quelli che giuravano d’aver parlato con testimoni diretti scampati miracolosamente alle retate; improvvisati predicatori arrivavano persino a chiedere a gran voce nuove crociate contro gl’infedeli, surriscaldati dalle notizia non verificate che cavalieri musulmani avrebbero abbeverato i loro cavalli in San Pietro, in Roma.
Tanto più assurda era la paura dei Turchi, tanta più la si riteneva certa.
In questa situazione di fluida incertezza s’ inserì l’ intervento, tanto atteso, del Cardinale Primate che, nell’ omelia pasquale prima e sul giornale diocesano dopo, sostenne la tesi secondo cui compito dello Stato è di fare buone leggi e quello della Chiesa, più vicina ai bisogni del popolo, di amministrare la carità. Egli però, stranamente, non parlò affatto di orde musulmane che infestavano la costa orientale. Il tacere dell’alto prelato lasciò il popolo tutto assai perplesso, che non seppe darsi una plausibile spiegazione. Le anime candide pensarono che il sant’uomo si faceva carico del timore per l’immane pericolo che incombeva su tutti e nello stesso tempo non voleva turbare più di tanto il suo amato popolo, seriamente toccato.
Ma se da una parte l’alto Presule ignorava la diceria popolare delle incursioni saracene, dall’altra il clero minuto delle parrocchie raccoglieva, senza riflessione critica alcuna, le fandonie più assurde, angustiando ancor di più le persone semplici.
Il cugino del Re divenne il regista occulto della ricostruzione di un nuovo Stato e sottobanco prometteva tutto a tutti.
Tanta brava gente era affascinata dalla ricchezza del Duca e riteneva che un uomo così ricco non sarebbe stato mai e poi mai tentato di arricchirsi alle spalle del popolo, anzi ci avrebbe rimesso del suo per risollevare lo stato di miseria in cui versava gran parte della popolazione.
Il Re da parte sua non si stancava di emanare comunicati per rassicurare la popolazione sull’ inesistenza delle vociferate incursioni saracene, che erano del tutto immotivate e rimanevano soltanto un ricordo di tempi lontani, superati dalla Storia. Le sue sagge parole cadevano nel vuoto ed anche per lui, come già per il Cardinale, la gente comune pensava che egli parlasse in questo modo per rincuorare il suo popolo.
Il Re percepiva gli strani movimenti, ma non arrivava al punto di prevedere l’ evenienza d’un colpo di Stato, che egli, sentendosi amato dal popolo, stimava pressoché impossibile.
Invece una notte, avvertito dai servi degli strani movimenti di militari intorno al palazzo reale, ritenne opportuno, per precauzione, uscire attraverso un cunicolo segreto e raggiungere il maniero di campagna d’un caro amico fidatissimo, accompagnato dalla cara consorte e dei piangenti bambini svegliati in gran fretta.
La prudenza non fu troppa perché nel più profondo della notte, prezzolati scagnozzi della nobiltà, spalleggiati dai militari, s’aprirono una breccia addirittura a colpi di cannone nelle mura del palazzo reale.
L’incredibile notizia giunse al castello dell’amico, quando già era pronto per precauzione un modesto carro con poche masserizie su cui salì la famigliola in abiti da popolani.
Passarono il confine attraverso un sentiero nascosto fra la sterpaglia.
Nel nuovo Stato non vollero manifestarsi per paura d’essere traditi e consegnati alle spie del nuovo Regime che senz’altro dovevano essere dappertutto.
S’erano allontanati dal palazzo per pura prudenza, senza soldi né gioielli, ora si trovavano con un modestissimo capitale fornitogli dall’amico, impreparato anch’egli all’ inattesa circostanza.
Sempre temendo d’essere braccati e per non destare sospetti, i reali si confusero con la gente più povera, vivendo in anfratti naturali.
I Regali si dissero forestieri in cerca di fortuna e subito trovarano tante anime buone sollecite ad immetterli nella loro semplice comunità.
Corrado aveva un‘ idea della miseria un po’ vicina alla realtà, ma non era a conoscenza delle doti positive del popolo, quali la generosità e la disponibilità a dare una mano a chi ha bisogno.
Anche lontano dal Regno si parlava tanto fra tutti gli strati della popolazione della fuga del Re e del mistero della sua sparizione; si facevano mille ipotesi e non si escludeva quella che già fossero stati uccisi da sicari dell’usurpatore e seppelliti in posto insospettabile. A far cadere questa supposizione però concorreva la frenesia delle ricerche che non si quietavano e l’ inquietudine degli sgherri fedeli al nuovo regime.
La modestissima dotazione che Corrado aveva ricevuto dalle mani dell’amico andava scemando e non c’era alcuna prospettiva di poterla impinguare; la situazione era disperata perché non era facile nemmeno alla giovane consorte trovar lavoro onesto in qualche casa di benestanti; di tanto il marito non si dolse, perché riteneva doveroso esser lui ad accollarsi l’onere del mantenimento della famiglia.
Nell’estremo bisogno il Re si ricordò d’ avere un tempo appreso, anche se a malincuore e per pura formalià, il modesto mestiere di stacciaio e capì finalmente lo spirito della pretesa, assurda in apparenza, testardamente imposta dal compianto suocero.
Col poco denaro che era loro rimasto Corrado comprò i semplici arnesi del suo mestiere e i materiali occorrenti; se li caricava ogni mattina a spalla e girava le strade della zona, gridando a squarciagola i servizi che offriva.
I guadagni erano minimi, ma bastavano appena alla sopravvivenza della famigliola.
Col trascorrere del tempo, quando scemarono le febbrili e ossessive ricerche dell’esule, si poterono permettere di lasciare il rifugio di fortuna e gli amici che s’erano trovati lì nel momento dell’estremo bisogno; affittarono una modesta casetta, ed alzarono se pur di poco il loro tenore di vita.
Intanto a Populonia il nuovo Re con i suoi collaboratori si davano da fare per dare la concreta sensazione di un cambiamento che sarebbe dovuto giovare a tutta la popolazione. I primi ad essere ricompensati furono quelli che erano stati i più decisi a sostenere la rivoluzione; poi col pretesto della difesa contro gl’infedeli, furono potenziate in numero le forze armate: gli alti ufficiali dell’esercito divennero generali, e tutti gli altri avanzarono di grado. I servizi segreti furono incrementati ed altri se ne crearono per proteggere il nuovo regime, non più dai Saraceni, ma da fantomatici nemici interni al soldo del re fuggiasco.
Le maggiori spese militari e i favoritismi eleargiti ai sostenitori del nuovo corso andavano dissanguando di più le già scarse risorse del Tesoro; così si cominciò ad accusare l’ex Re d’esser fuggito facendo man bassa nelle Casse dello Stato e che ora da fuori del Regno con questi soldi si tramava per il suo ritorno in patria.
Furono chiesti prestiti a banche internazionali e a risparmiatori locali allettandoli con alti interessi; la situazione finanziaria di mese in mese si faceva sempe più disatrosa, tanto che si decise che la Zecca cominciasse a coniare moneta per sopperire ai nuovi bisogni, sperando che con l’afflusso di nuova valuta circolante facesse incrementare il commercio e che con le maggiori entrate fiscali si rimettesse in sesto l’Erario.
In effetti si mise in moto un rigoglio di commerci che lasciavano ben sperare e si cominciò ad esaltare la capacità del nuovo Ministro, propugnatore d’un’economia creativa, libera dalle strettoie della vecchia burocrazia ottusa e pedantemente rigorosa.
Al successo iniziale non seguì però il maggiore introito fiscale previsto, in quanto borghesi, proprietari e industriali, in gran parte sostenitori del nuovo corso politico, si coalizzarono nel chiedere quei privilegi di cui godevano da gran tempo nobili ed ecclesiastici.
La coniazione di altra moneta, prevista per un breve periodo, fu più volte prorogata e infine fu lasciata a tempo indeterminato; i fornitori internazionali rifiutarono la moneta inflazionata e i prezzi delle merci d’importazione salirono alle stelle; i ricchi, rastrellando tutto ciò che c’era da comprare in fatto d’immobili, pagavano con moneta che nominalmente appariva abbondante, ma nella sostanza risultava irrilevante per l’inflazione che aumentava. Intanto furono abolite, o modificata a favore del Tesoro, le leggi approvate a favore del popolo.
In particolare quella perorata dalla Regina che esentava i piccoli coltivatori dalla tassa sull’unico quadrupede posseduto, non fu abolita, ma solamente e ipocritamente emendata: si stabilì che erano esentati dalla tassa sul bestiame soltanto quelli che non figuravano in assoluto nel regio catasto. In pratica l’esenzione era annullata, in quanto chi non possedeva almeno qualche acro di terra non aveva motivo e anche la possibilità di campare un asino. Tuttavia questa vuota riforma e tante altre simili, chiaramente demagogiche, erano strombazzate dalle classi favorite dal nuovo regime come una conquista di democrazia e di grande attenzione nei confronti della parte di popolazione più povera.
Queste notizie giungevano alle orecchie dello stacciaio Corrado e lo ferivano nel profondo dell’animo: egli aveva amato tutto il suo popolo, ma ora sempre di più si sentiva vicino a quella parte donde proveniva la cara consorte, in atto ancor più disprezzata e sfruttata dall’avidità dei nuovi dominatori.
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Passarono gli anni e la situazione economica si aggravava sempre più; i più ricchi divenivano più ricchi e i poveri, svendendo per sopravvivere il poco che avevano, diventavano più poveri.
La crisi dei ceti popolari si andava spostando verso la piccola borghesia, compresi i militari, a cui l’aumento dei salari appariva un semplice gioco di illusionismo, senza sostanza alcuna. Agrari e commercianti prosperavano, ma tutto il resto della popolazione capì che si stava meglio quando si stava peggio.
Passò ancora del tempo la disperazione portava i più arditi a ribellarsi e le carceri traboccavano di poveretti, che costretti a vivere al limite della sopravvivenza, erano più soggetti a sgarrare per mettere qualcosa sotto i denti.
Malgrado il pugno di ferro del governo la disperazione faceva accorrere il popolo nelle piazze, pur sapendo di poterci restare stecchiti dalle pallottole.
Durante una di queste ribellioni fin sotto il palazzo reale, i soldati ebbero l’ordine di sparare contro i rivoltosi, ma si rifiutarono. La polizia, rimasta fedele al potere reale, cercò di individuare e castigare i traditori, che risposero passando dalla parte del popolo.
La notizia si sparse in tutto il Regno e l’esempio della capitale fu seguito in altre città; le carceri furono aperte, cominciò la caccia agli aguzzini.
Il despota usurpatore, seguito dai suoi fedelissimi fuggì nottetempo proprio nello stato in cui in incognito viveva il re Corrado; questi da uomo prudente attese l’evolversi della situazione, non per vigliaccheria, ma perché preferiva un atto pubblico che lo richiamasse in Patria.
In ogni città del Regno si formarono dei Comitati di Liberazione e tutti ad unanimità reclamavano il ritorno del loro Re, se fosse ancora vivo.
In tutta Europa non si parlava altro che del legittimo Re e della sua sorte, quando un umile stacciaio, vestito da popolano, perché non poteva permettersi altri indumenti, si presentò all’autorità del Paese ospite e si qualificò quale legittimo Re di Populonia. Non fu difficile al Re dello Stato ospite di riconoscere nel modesto artigiano il “cugino” di Populonia.
Re Corrado rientrò in Patria con tutti gli onori.
Lascio immaginare ad ognuno il seguito della storia e la morale che se ne può trarre da tutta questa umana vicenda.

mercoledì 31 marzo 2010

È Pasqua!
Ovunque uova di cioccolato d’ogni dimensione e colore. Scintillio di stagnole, nastri argentati…
La mia mente mi riporta all’infanzia e alla prima giovinezza quando imperava l’uovo di Pasqua, quello vero, prodotto dalle galline.
L’uovo della Pasqua villarosana prima si bolliva per farlo rassodare ben bene, poi veniva immerso in una pasta in genere dolce, arricchita di confettini finissimi quasi come semi di papavero di svariati colori, i diavulicchi. Poi andava infornato. Il tuorlo dell’uovo cotto ancora una volta, liberato dall'albume rappreso, assumeva all’esterno un colore verde chiaro, che dal dopoguerra si denominerà comunemente penicellina. 

Era u canniliri, la gioia dei bimbi. Ma non di tutti, purtroppo; la maggioranza poteva solamente sognarlo.

lunedì 29 marzo 2010

A GRUTTA D’ ANZISI


Il presumibile sito dell’antica Pizarolo, ricco di reperti come cocci di crateri e mozziconi di pezzi architettonici, che per i contadini del luogo erano qualificati con disistima semplicemente come “grasti”, cioè rottami del tempo dei Saraceni, ha da sempre infiammato la fantasia popolare che ha intessuto il tutto di leggende relative a ingenti "truvatura".
Vincenzo De Simone in Bellarrosa, Uomo serio, a pg. 89 parla di streghe che all’Agnelleria venivano evocate da fattucchiere, che si facevano luce con candele fatte col sego dei morti, per conoscere l’ubicazione di tesori smarriti.
Nella zona, immediatamente a sud-est di monte Respica-Giulfo, esiste una piccola elevazione naturale indicata nella Carta d’Italia dell’Istituto Geografico Militare al foglio 268 IV N.E., e denominata rocca Danzise.
La leggenda narra di due compari, cacciatori di Calascibetta, dei tempi antichi quando uno schioppo non era arma di poveri per via dell’alto costo e si andava a caccia di lepri e conigli con lacci e furetti.
Una mattina i due compari avviarono un furetto in un cunicolo davanti al quale avevano notato “rasti” di roditori. L’animale "s’infrittà" e pare che non avesse voglia d’ uscire o forse aveva già tagliato la corda da un’altra apertura, al lato opposto.
Quando si furono spazientiti abbastanza uno dei due infilò un braccio nell’ anfratto per cercare di stanare l’animaletto e la mano si trovò a toccare materiale non confrontabile a semplici ciottoli. Trasse fuori il braccio col pugno chiuso e si ritrovò nel palmo sterro e alcuni dischetti metallici impiastricciati di sporco stratificato che li rendeva indecifrabili. Il fortunato scopritore sputò sopra uno di questi, lo stropicciò fra pollice ed indice e fra l’incrostazione secolare brillò al sole un luccichio riconducibile ad oro.
I compari si guardarono negli occhi e due mani contemporaneamente si scontrarono alla fessura. Una mano alla volta trasse sempre materiale presumibilmente prezioso. Con rami secchi, coltelli ed arnesi impropri, scavando e facendo leva allargarono la breccia fino a poterci entrare uno alla volta. Il primo ad entrare fece grande fatica; vi s’infilò pericolosamente e brancicando a pancia a terra scivolò per anfratti bui su pietre aguzze che gli tormentavano il torace; l’altro fremeva di curiosità interessata per l’inconsueta facilità di trovare monete in metallo prezioso, così, bando ad ogni prudenza, seguì il compare.
Ansimanti, accaldati, sporchi di terriccio e polveri sottili impastate col sudore che colava dal cuoio capelluto attraverso la fronte e le sopracciglia fino ad offendere gli occhi, si ritrovarono dentro un’ampia cavità fiocamente illuminata da un indiretto timido raggio di sole che filtrava attraverso la roccia non assolutamente compatta.
Lo spettacolo che si offrì ai loro occhi era molto più prodigioso di quanto il più fortunato tombarolo potesse immaginare: cofani di legno infracidito che lasciavano scivolare monili e anelli, ceste già robuste ora corrose dal tempo custodivano un tesoro d’antiche monete, vasi, pesanti gioielli in oro e argento d’inestimabile valore, che poteva trovar posto solamente in decine di capienti bisacce, le sole adatte a nascondere a curiosi il reale ed insospettabile contenuto.
I due fortunati rinvenitori non si reggevano in piedi tra l’eccitazione e il turbamento. Uscirono all’aperto, s’abbracciarono e si lasciarono trascinare a terra presi totalmente dall’emozione e dalla stanchezza.
Quando si rialzarono ciascuno dei due rise sonoramente del viso impiastricciato dell’altro.
I cani guardavano curiosi i loro eccitatissimi padroni senza capire.
Si rasserenarono un po’; il sole s’era posto in alto nell’orizzonte e picchiava sulle teste, d’istinto cercarono l’ombra e qui cominciarono a far piani che dovevano rimanere assolutamente segreti.
I due erano cacciatori che oltre a non potersi permettere di possedere un’arrugginita arma da fuoco, altresì non disponevano né di un mulo, né di un macilento asinello.
Cominciarono col calcolare a grandi linee il numero di muli che sarebbero stati necessari per il trasporto e convennero che l’unica soluzione era quella di ricorrere alla "rìtina" di muli di Anzise, che l’ affittava a quanti ne avessero bisogno.
Sulla via del ritorno, dopo essersi lavati alla meglio al primo beveratoio, andarono a contrattare con Anzise adducendo come giustificazione l’acquisto di una partita di grano da rivendere a Castrogiovanni.
Tornati a casa, quando i bambini erano già addormentati, ognuno dei due cacciatori raccontò con emozione e particolari dettagliati alla rispettiva consorte l’incredibile fortunata avventura.
La notizia questa volta sconvolse le donne. Mentre i mariti sul tardi furono sopraffatti dal sonno, le mogli, ognuna nella rispettiva abitazione, rimasero sveglie a rimuginare, architettando, ognuno per proprio conto, un vile progetto: perché dover dare la metà del tesoro all’altro?
All’alba gli uomini s’alzarono: uno dei cacciatori trovò in piedi la moglie che nottetempo aveva preparato due focacce, una carica di veleno per topi l’altra normale destinata al proprio marito; l’altro trovò, pronta e decisa, la consorte che aveva preparato pane con olive e altre conserve, accompagnati da una bottiglia di buon vino messo da parte per occasioni speciali, carico d’uguale prodotto tossico per topi, da destinare esclusivamente al compare, visto che il marito era notoriamente astemio.
Ambedue i mariti non furono entusiasti dell’idea delle rispettive mogli, ma queste alla fine seppero far valere il loro diabolico piano.
Con la "rìtina" di muli di Anzise raggiunsero la grotta del tesoro. La zona intorno era deserta e non vi sorgeva alcuna costruzione, quindi non c’era il rischio d’esser visti da sguardi curiosi.
Come primo atto s’affrettarono ad allargare l’accesso dell’antro e quando furono all’interno cominciarono a riempire le bisacce d’ogni oggetto prezioso, ripulendo il sito, con accuratezza ed avidità, d’ogni più piccolo oggetto metallico. Trascinarono le bisacce fuori, la caricarono sui muli, assicurandole ben bene con corde e "prisagli".
Prima d’affrontare il viaggio di ritorno ed anche per evitare di entrare in paese di giorno, si sedettere a riposare e a consumare l’ultimo pasto da poveri.
Nel giro di qualche ora si consumò la tragedia fra atroci crampi e feroci accuse reciproche, finchè spirarono senza poter ricevere aiuto alcuno.
I poveri muli testimoni inconsapevoli aspettarono inutilmente che si desse loro il comando del rientro.
Quando le bestie cominciarono a sentire i morsi della fame, partita la prima subito fu seguita da tutte le altre lungo i sentieri che portavano alla loro dimora abituale.
Era notte fonda quando "a rìtina" di muli al completo giunse alla masseria d’Anzise e cominciarono a raspuliare con gli zoccoli il terreno per attirare l’attenzione del padrone, sperando che li liberasse al più presto dell’ormai insopportabile basto. Anzise scese giù, diede voce ai suoi clienti che credeva fuori della portata della sua vista e quando appurò che non c’era nessuno, ritenne opportuno disimpegnare al più presto le bestie dall’ insostenibile soma. Capì subito che non si trattava di frumento ma di oggetti metallici, quando aprì la prima bisaccia rimase basito; ripresosi subito pensò per il momento di acquisire il tutto e poi vedere il da farsi.
Nessuno reclamò il carico e quando si scoprì in paese la misteriosa morte dei due compari, ad Anzise si chiarì del tutto il quadro della situazione e rimase il proprietario indiscusso di tutto quel ben di Dio.
La storia raccontatami ha un seguito che potrebbe essere ben confermato o smentito da fatti storici inoppugnabili, io la raccontò così come l’ho avuta raccontata, anche se le mie riserve rimangono moltissime.
Passarono gli anni, Anzise, non avendo eredi, pare che avrebbe fatto testamento lasciando il suo smisurato patrimonio a favore della chiesa che si fosse impegnata a custodire nell’avvenire il suo corpo imbalsamato.
Sempre secondo la mia fonte verbale, abitanti di Castrogiovanni nottetempo avrebbero trafugato le spoglie di Anzise, assicurandosi per la propria comunità la lucrosa rendita. Gli stessi però, nella fretta, avrebbero lasciato a Calascibetta le interiora del defunto, anch’esse imbalsamate.
La controversia sarebbe stata risolta dopo lunghe trattative: la rendita maggiore sarebbe toccata alla chiesa di Castrogiovanni, una quota minore a quella di Calascibetta.
Cosa ci sarà di vero in tutta la storia?
È una semplice coincidenza la denominazione Rocca Danzise riportate in modo inequivoco nella Carta d’Italia?
La leggenda mi fu raccontata, quand’ero bambino e nei termini essenziali, da mio padre; ho letto pure altre versioni provenienti d’altri paesi che differiscono in alcuni particolari.
Invito i lettori, in grado di farlo, a partecipare arricchendo il racconto e possibilmente completandolo di riferimeni storici più precisi.

martedì 23 marzo 2010

U PARRINU BAGASCIU


Scrivere di fatti riguardanti persone viventi o da poco scomparse è sempre difficile. L’ha potuto fare Vincenzo De Simone parlando dei suoi zii parrini, non solo perché trattavasi di cose di famiglia, ma soprattutto perchè su di loro in Villarosa “si raccontavano storielle boccaccesche da farne un libro”, quindi erano di già fattacci pubblici che a tacerli sarebbe stato cumu ammucciari u suli cco crivu.
Lo zio parrino più giovane s’era fatto prete anche perché lo era già il fratello della madre, ma i due risultarono uno più degno dell’altro.
Vissero beffando e ridendo: il più anziano diede maggior scandalo in quanto incauto una volta si fece trarre in una trappola, degna d’essere descritta dalla penna d’Aristofane: fu inseguito nudo e bastonato per le vie del paese, e per poco non ci rimise la pelle.
De Simone conobbe il più giovane degli zii, e lo ricorda “morto, dentro il suo sarcofago scoverchiato, sul catafalco, a pie’ dell’altare maggiore della Matrice, col camice bianco e la pianeta a fiorami d’argento e il calice d’oro fra le mani….”
Già prima di morire, e ben cosciente dell’inevitabile fine, a chi andava a visitarlo e gli chiedeva come si sentisse, rispondeva ridendo di gusto: “Chiccirichì!...”.
Diceva d’aver sette malattie: ad ognuna che elencava seguiva un sonoro “Chiccirichì!...”; dell’ultima diceva che si trovava in un posto che non poteva ripetere… a uàddara.
Non senza un valido motivo mi sono soffermato nel riprendere questa pagina dell’opera del De Simone “Bellarrosa: uomo serio”, perché forse questo stesso personaggio potrebbe essere quello di cui sentivo spesso parlare, al passato, quand’ero ragazzo: u parrinu bagasciu.
Il nomignolo non mi convinceva tanto e così finiva che non chiedevo spiegazioni, temendo di essere considerato un pivello.
Che non doveva essere un qualcosa di buono era per me una certezza, ma trovavo più logico che fosse stato soprannominato “bagasciri”, in quanto nel contesto in cui lo sentivo nominare corrispondeva proprio a questo.
Molto avanti nel tempo, una sera a metà degli anni ’60, mentre mi trovavo in Piazza in compagnia del compianto avv. Adriano Termine di Enna, si avvicinò per salutarlo il signor Pietro Conoscente, che insistette tanto ad offrirci un caffè al Bar Centrale.
Dopo i preamboli d’occasione si cominciò a parlare di antiche cose di Villarosa, delle quali Adriano era ben a conoscenza in quanto il padre era stato, nei tempi d’oro del nostro paese, capo contabile d’un importante miniera.
Il Conoscente fra l’altro ci raccontò come nacque il loro soprannome di famiglia, in verità sempre accettato di buon grado, Liùni.
Glielo aveva appioppato su due piedi al padre quand’era ancora giovane, un prete villarosano, noto in paese per il suo ben noto costume per nulla castigato. Il padre del signor Pietro non si scompose più di tanto e di botto rimandò: “ Va bbeni ì sugnu Liùni, ma vossì jè u Parrinu Bagasciu”
Come avveniva di solito a quei tempi all’istante si formarono “fotograficamente” due nuovi soprannomi, ngiulii nel nostro dialetto: Liùni e Parrinu Bagasciu.
Di quest’ultimo nomignolo non ho trovato nessuna fonte scritta, né altre notizie verbali al di là del soprannome che è tutto un ritratto morale del personaggio.
È lui uno dei due zii “parrini” di Vincenzo De Simone?
Non ci è dato sapere.

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