sabato 11 marzo 2017

SU DUE PRETI INDEGNI DELL’ ‘800
E ALTRO

Sono vissuti nell’ ‘800 in Villarosa due nostri poeti che hanno scritto in lingua italiana, inspiegabilmente rimasti ignoti ai nostri vecchi: Salvatore Scavone e Giuseppe Albo. Ambedue ottimi poeti, il primo si dichiara allievo del secondo a cui dedica con immensa devozione una sua opera.
Di quest’ultimo spero di parlare in altra occasione.
 Il volumetto “POESIE” di Salvatore Scavone è del 1872, edito in Caltanissetta presso lo Stabilimento Tipografico dell’Ospizio di Beneficenza. In esso sono contenuti anche due sonetti che riguardano la moralità di certi preti suoi contemporanei. Le poesie della stessa silloge sono riprese nella sua opera successiva intitolata “PRIMI FIORI”, ma dei due sonetti che seguono non si trova più traccia alcuna, scomparsi nel nulla. 
Ritengo opportuno citarli in questa sede per completare il discorso iniziato su questo delicato argomento che a suo tempo avrà fatto tanto male alla Chiesa.
Casi di così eclatante mancanza di ritegno per fortuna oggi sono molto più rari, almeno nel nostro ambiente. Questo è chiaro esempio dell’assunto che la fustigazione dei costumi costringe a far rivedere certe posizioni viziose e le induce a modificarle.
Ci si chiede: perché giusto questi due sonetti sono scomparsi nella ristampa dell’opera dello Scavone?
Quali pressioni morali, o altro, avrà subito per indurlo a “far fuori” due sue creazioni?
 A considerare il panorama morale mondiale di quel momento storico, la Chiesa non denunciò mai all’ autorità civile un suo sacerdote colpevole d’immorali azioni, abbandonando le vittime alla loro tragica sorte di feriti nell’anima più che nel corpo.
Non basta il trasferimento di sede del grave peccatore, perché in tal modo si consente di far continuare l’attività criminosa in ambienti inconsapevoli di gravi ignoti fatti.
 La Chiesa, per ipocrita amore di pace, sopisce certe oscenità e continua ad ignorare proprio le parole del Vangelo pronunciate da Gesù: “È necessario che gli scandali avvengano”.
Oggi la Chiesa comincia a comprendere che il sopire non corrisponde col far bene alla sua missione.
Gesù sapeva che la verità, se fa male ai colpevoli, aiuta tutti gli altri, vittime correnti e future.
Per questa ragione, io che sono restio a trattare di problemi attuali, spesso controversi che non si addicono a chi tratta di storia, intervengo come cristiano a dire la mia su questi gravi argomenti.
L’ immoralità smascherata farebbe bene alla stessa Chiesa, perché toglierebbe la protezione ai depravati e darebbe conforto alle vittime, spesso ignorate, ma ferite nell’anima per tutta l’esistenza.
Sempre continuo a chiedermi: perché lo Svavone ha fatto sparire in “Primi fiori” i due precedenti sonetti che io oggi propongo? La risposta ritengo che com’è intuibile per me lo sarà per ogni altro che nutre sentimenti di giustizia.
Dal volumetto “POESIE” di Salvatore Scavone edito nel 1872:

I° Sonetto       LA MORTE DI UNO SFRENATO PRETE
Fra sozze tresche amò la vita, or l’empio,
Stanco per gli anni, in lagrimevol suono,
Ei, che fece di tutto un crudo scempio,
Osa all’Eterno dimandar perdono.

Profanò del Signor l’altare, il tempio,
Fe’ tremare, imprecando, il divin trono.
O delusi credenti, ecco l’esempio
Di chi disse di Dio, Ministro io sono!

Spregiuro ai sacri voti, ebro germano
Di Giuda, il qual con un sol bacio almeno,
Ed ei con mille, a Cristo il seno aprìo.

Sangue innocente imporporò sua mano,
Vergin sedusse e ne corruppe il seno…
Ed or sì tardi vuol placare Iddio!

Questa descrizione si attaglierebbe bene o parrinu bagasciu, come descritto da Vincenzo De Simone, suo parente.

II° Sonetto    UNA STAFFILATA AL PRETE
Mostra all’aspetto d’aver buono il cuore,
Fugge la vanità, giammai s’adira,
Di Bimbo sembra aver l’almo candore,
A venerarlo l’apparenza ispira.

Soffre disprezzi, angustie, ogni dolore
Per amore di Gesù, per cui delira,
E notte e dì con eccessivo ardore
Il devoto fedel piange e sospira…

Oh, ipocrisia di sì malvagia prole,
in volto ha la virtù, mortal veleno
nascosto in core e nell’infida mente.

Molti egli inganna con dolci parole,
Di vergin casta  e pia corrompe il seno…
Povero Cristo e sciagurata gente!

Questo esempio di viscida ipocrisia si adatta a perfezione alla figura del padre naturale d’uno stimatissimo professionista villarosano, di cui da ragazzo sentivo parlare, e che, già prima ch’io nascessi, aveva trasferito la sua attività in una città vicina, dove io lo conobbi anziano, nel 1950. La presunta data di nascita va a quasi coincidere col tempo della pubblicazione delle su esposte poesie di Salvatore Scavone.
I vecchi, nella mia prima gioventù, precisavano che tale professionista, essendo nato in una famiglia povera, non poteva laurearsi e poi impiantare la sua costosa attività; la faccenda appare chiara soltanto grazie all’aiuto materiale del padre naturale, il prete sospettato.
Di recente un nostro concittadino di fuori, più anziano di me e informatissimo dei fatti villarosani, mi ha fatto il cognome di un prete, già “emigrato” tantissimi anni prima in una città siciliana. Io ebbi modo di conoscerlo, già molto vecchio, a Villarosa, dove era rientrato a causa dei continui bombardamenti militari del 1942.
Alla fine della guerra, vi rientrò nell'abituale residenza.
Ricordo la stura delle chiacchiere dei grandi su di lui, delle passate e delle presenti, perché tornò al suo paesello accompagnato dalla perpetua, compresa una famigliola tutta al femminile.
        Siamo ora nel terzo millennio: era già difficile un tempo ingannare il popolo, oggi ancor di più, perché, come gli anziani siamo soliti dire, nun si pô ammucciari u suli cco crivu.



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